Svolvær, la capitale che pulsa nel fiordo
Martedì 18 agosto. Le raffiche più rabbiose del nord-est hanno
finalmente concesso una tregua. Alle 14.00 molliamo gli ormeggi: il mare è una
tavola e un vento leggero di 10 nodi ci
accompagna lungo la rotta. Tentiamo una breve incursione nella baia di Osan per
fare rifornimento, ma l'assenza totale di segni di vita ci spinge a far prua
senza indugi verso Svolvær.
Arriviamo alle 15.15. Con nostra grande sorpresa, la banchina è completamente libera ad attenderci (68°13.956’N 14°34.065’E). Svolvær mette subito in chiaro il suo ruolo di capitale delle Lofoten: è un centro vivace e moderno, dove i grandi palazzi, le luci dei ristoranti e i negozi affollati creano un contrasto energico con la natura selvaggia che abbiamo attraversato finora. Il porto è un andirivieni continuo di vita: i giganti del mare da crociera sbarcano centinaia di visitatori, mentre i traghetti tessono instancabili la tela dei collegamenti tra le isole.
Un amaro colpo al cuore e il miracolo dei fiordi
Giovedì 20 agosto. È tempo di riprendere il mare. Alle 8.45 lasciamo la
banchina per dirigerci verso la piccola baia a ovest di Austerøya per il
carburante. Sono appena 2 miglia di navigazione. "È una distanza
minima, inutile tracciare la rotta sul plotter", penso tra me e me. Un
peccato di leggerezza che, con il senno di poi, pagherò caro.
Basta un disattenzione, un segnale interpretato male nel labirinto di secche, e la barca si arresta con un rumore sordo: siamo incagliati. Con la marea in fase calante, liberateci con le nostre sole forze è un'impresa impossibile. Per un’attimo rimango frastornato, ma la fortuna ci viene in aiuto: due gommoni di escursioni turistiche sfrecciano poco distanti e intuendo al volo la nostra difficoltà, allertano la Guardia Costiera.
L'intervento dei soccorsi è fulmineo e impeccabile: prendono
una drizza passante sulla testa dell'albero di maestra per sbandare la barca,
mentre una cima a poppa ci tira lentamente fuori dall'incaglio. L’evento è
stato un colpo al cuore durissimo, uno di quei momenti in cui ti senti uno
straccio, ma fortunatamente Refola ha retto senza alcun danno.
Appena liberi ci dirigiamo al distributore di
carburante e, con un profondo sospiro di sollievo, alle 12.30 facciamo prua
verso uno dei luoghi più leggendari di queste latitudini: il Trollfjorden.
Nel regno dei Troll: la cattedrale
di roccia
Arriviamo a destinazione alle 15.10 dopo 19 miglia di
navigazione intensa. Inizialmente caliamo l'ancora nella parte più interna più
interna del fiordo, ma appena vediamo liberarsi il piccolo pontile vicino alla
centrale idroelettrica, ci spostiamo per ormeggiare all'inglese (68°21.774’N
14°55.884’E).
Il Trollfjorden non smentisce la sua fama. È una
fenditura spaventosa e magnifica: uno stretto canale profondo tra i 50 e i 100
metri, racchiuso tra pareti rocciose verticali, alte centinaia di metri. Quando
il sole inizia a calare, la sua luce calda incendia le vette affilate delle
montagne, regalandoci uno spettacolo di rara maestosità.
Con l'arrivo della sera il flusso di visitatori
svanisce, lasciandoci avvolti in un silenzio quasi sacrale. Solo verso
mezzanotte il buio viene spezzato dall'incedere lento di una grande nave da
crociera: entra nel fiordo con cautela, illumina le imponenti pareti di roccia
con i suoi potenti fari da ricerca — sembra di essere in un set cinematografico
— e poi scivola via di nuovo nel buio, restituendoci la pace della notte.
Ancoraggi di pace e accoglienze inattese
Venerdì 21 agosto. Lasciamo le pareti monumentali del Trollfjorden alle
9.35, diretti all'isola di Brottoya, distante 11 miglia. Il vento da nord-est
soffia tra gli 11 e i 15 nodi, quasi costantemente sul nostro naso,
obbligandoci a un'andatura a motore. Alle 11.20 diamo fondo all'ancora al
centro di una baia perfetta: uno specchio d'acqua riparato e immobile (68°29.062’N
15°11.935’E).
Sabato 22 agosto. Il viaggio riprende verso nord con destinazione Sortland, a 16 miglia di distanza. Alle 9.50 facciamo rotta con un alito di vento da nord-ovest intorno ai 7 nodi. Alziamo randa e genoa e, supportati dal motore a 1500 giri, risaliamo di bolina a 6 nodi costanti. Quando il vento ruota a sud-ovest, la randa inizia a coprire il genoa: la ammainiamo prontamente
Alle 12.00 facciamo ingresso nel porto di Sortland, ma
ad attenderci c'è un fuori programma. Una nave militare è all'ormeggio e, non
appena ci avviciniamo alla banchina, due soldati armati di fucile ci fanno
segno di allontanarci: l'intera area portuale è interdetta alle imbarcazioni
civili.
Senza fare una piega, invertiamo la rotta ed attuiamo il
piano B: ormeggeremo oltre il grande ponte, in località Maurnes, 3 miglia più avanti. Arriviamo alle
13.20. L'interno del pontile galleggiante è saturo di imbarcazioni locali; siamo
costretti ad ormeggiare sul lato esterno (68°45.139’N 15°28.006’E). La brezza
leggermente contraria tende ad allontanarci dalla banchina e ci fa tribolare
non poco nelle manovre di avvicinamento, ma con pazienza e la giusta dose di
mestiere riusciamo a mettere le cime a terra e a mettere in sicurezza la barca.
Dopo il solito aperitivo, prepariamo la cena e ci prepariamo per il tappone di domani:
67 miglia fino ad Ham sull’isola di Senia.