lunedì 10 gennaio 2022

DI NUOVO A TRINIDAD !

Il 20 novembre appena passato, dopo un tempo che ci è parso infinito (1 anno, 8 mesi e 13 giorni) siamo finalmente tornati a Trinidad. Tristi eventi familiari e la pandemia, con relativa chiusura delle frontiere, ci hanno costretti a stare così a lungo lontani da Refola, che ci ha aspettato paziente al Peake Yacht Services di Chaguaramas. Nel frattempo le abbiamo fatto una bella sorpresa: abbiamo dismesso la bandiera belga e siamo tornati al nostro bel tricolore con le quattro repubbliche marinare! 
Trascorriamo le prime tre notti in una delle camere che il Peake offre ai clienti: costosa e per niente lussuosa (80 US$/notte, la lasciamo appena troviamo una valida alternativa).
Il nostro primo pensiero è rivedere Refola. All’esterno la troviamo sporchissima. La coperta, le cime delle manovre fisse, il dinghy, le rivestiture in origine rosse ci appaiono quasi irriconoscibili: tutto è nero e pieno di muffa. Ci guardiamo sconsolati temendo il peggio anche all’interno, ma tiriamo un sospiro di sollievo vedendo che sotto coperta tutto è in ordine; i deumidificatori manuali al sale hanno fatto il loro dovere, non c’è traccia di muffa.
Verifichiamo subito che il nero all’esterno viene via abbastanza facilmente, basta armarsi di spazzola, acqua e tanta pazienza. Un compito di Lilli, che passerà giorni e giorni inginocchiata a ripulire tutto centimetro per centimetro.
Dal canto mio ho pronta la lista, come al solito lunga, dei lavori da fare:
- provvedo al cambio della bronzina asse/elica
- revisiono il boiler, lavo l’interno e sostituisco le parti elettriche ormai arrugginite
- smonto il portellone di accesso alla sala motore e inserisco delle placche di rinforzo in acciaio per fermare i due rigonfiamenti che si sono formati in corrispondenza del martinetto di apertura
- chiamo una ditta specializzata per la pulizia del serbatoio del gasolio: filtrano in più passaggi i 400 litri presenti e raschiano con cura il fondo del serbatoio (costo 2.000 TT$, circa 255 €)


- cancello dallo specchio di poppa il vecchio porto di registrazione (‘S-Gravenhage, assegnatoci ai tempi della bandiera olandese) e con l’occasione rifaccio fare anche la scritta “Refola” che ormai era tutta rovinata


- dopo che Lilli ha completato la pulizia della coperta, facciamo lucidare l’opera morta, levigare l’opera viva e stendere l’antivegetativa.

Devo affrontare il problema zattera di salvataggio: abbiamo a bordo ancora quella originale, che come la barca ha ormai 17 anni. È stata revisionata più volte, durante il giro del mondo, ma non sempre (scopriamo) in modo affidabile. La consegniamo a Marine Safety, poco distante dal Peake. La aprono, la ispezionano e ci chiamano: la nostra veterana non ha superato il test. Innanzitutto, all’ultima revisione del 2017, la cordicella che provoca l’apertura era stata mal collegata (sostanzialmente, buttandola in acqua, l’autogonfiabile se ne sarebbe andata per conto suo…); inoltre c’erano un paio di piccoli fori, si sarebbe sgonfiata in una giornata. Decisamente abbastanza per prendere una decisione: ordiniamo una nuova zattera, questa volta per 6 persone anziché 8, con grab bag separata per cibo e acqua (costo 2.100 US$).
E veniamo alla nota dolente: il generatore. Il problema, che nel 2020 ci aveva fatto penare durante la navigazione da Jacarè (Brasile) a Trinidad, pare derivare dalla scheda elettronica per il controllo della tensione, che è da sostituire. La cosa non sarebbe in sé complicata e avrei potuto provvedervi io stesso. Ma poiché il generatore mostrava anche lui la sua età, con molte parti arrugginite da ripulire e ridipingere, ho preferito affidare tutto ad una ditta di Trinidad, la Tropical Power, che avevo già contattato nel febbraio 2020. Hanno ordinato la scheda negli Stati Uniti ed il 9 dicembre sono venuti a ritirare il generatore. Sbarcarlo è stata un’impresa: nonostante l’ampiezza del portellone di accesso alla sala motore gli esperti della Tropical Power hanno faticato non poco per farlo uscire, appeso ad un grosso gancio manovrato con maestria da un tecnico a bordo del camion-gru.



È passato un mese e la scheda sembra essere ferma a Miami, in attesa che la dogana permetta il suo trasporto a Trinidad. E così noi siamo bloccati sull’invaso, impossibilitati ad andare in acqua finché il camion-gru non ci avrà riportato e rimontato il generatore… un’attesa davvero frustrante.
Fino al 28 dicembre abbiamo dormito in un B&B alle porte della capitale Port of Spain, piuttosto spartano ma economicissimo (circa 16 €/notte). Eravamo a Saint James, una zona tranquilla piena di scuole e college, e facevamo ogni giorno la spola “casa”-cantiere con un’auto a noleggio altrettanto economica (di nuovo 16 €/giorno, talmente economica che la teniamo anche adesso che viviamo in barca).
La gente di Trinidad è in generale gentile e ci ha colpito molto vederla così rispettosa delle regole anti-covid: tutti indossano la mascherina anche all’aperto, i negozi hanno attrezzato all’ingresso lavandini, sempre riforniti di sapone e carta asciugamani, e nei più grandi ci sono guardie giurate a controllare che i clienti non entrino senza aver igienizzato le mani. È in corso la campagna di vaccinazione, aperta gratuitamente anche agli stranieri: alcuni navigatori presenti al cantiere ne hanno approfittato, noi no perché abbiamo fatto la 3^ dose in Italia prima di partire.
La vigilia di Natale il Peake ha organizzato una colazione rinfresco a cui sono stati invitati tutti gli equipaggi delle barche presenti. Un piccolo gruppo, alla fine, una ventina scarsa di persone. La qualità del cibo non era entusiasmante (per Lilli era immangiabile), ma abbiamo apprezzato il pensiero. La sera dell’ultimo dell’anno, per andare sul sicuro, abbiamo organizzato una spaghettata aglio, olio e peperoncino seguiti da gamberi saltati in padella; abbiamo invitato Antonio e Adriano, due navigatori solitari italiani, che hanno portato lo spumante e dei filetti di squalo niente male. 
Per tirare il fiato, tra un lavoro e un altro, ci siamo concessi un paio di escursioni turistiche che si sono rivelate come minimo piuttosto avventurose. 
La prima è stata nella zona intorno alla città di Diego Martin; volevamo raggiungere un punto panoramico sulla costa settentrionale dell’isola e abbiamo imboccato l’unica strada possibile, che dopo un primo tratto agevole ha cominciato a inerpicarsi su per la montagna con curve sempre più strette e pendenza sempre maggiore. Per me che guidavo, è stata una fatica più che una gita e anche Lilli non si è divertita granché: la strada non era affatto panoramica e quando improvvisamente siamo arrivati alla fine, segnata dal cancello di una stazione radio, abbiamo dato una veloce occhiata all’oceano che si intravvedeva appena sotto di noi e siamo stati ben lieti di fare dietro front e tornare alla base.
La seconda è stata un’escursione di un’intera giornata. Da Port of Spain ci dirigiamo a sud fino a San Fernando, dove deviamo ad est fino a raggiungere la costa. Percorriamo in direzione nord un lungo rettifilo affacciato sull’Atlantico: una lunga, bellissima spiaggia, totalmente deserta. 



Fin qui tutto bene, poi arriva il colpo di genio. Vogliamo vedere Maracas Bay, una delle spiagge più famose di Trinidad.  Google Map ci consiglia di ritornare a Port of Spain e da lì prendere la strada principale, ma noi, impavidi e cocciuti, decidiamo di provare un percorso alternativo: una stradina secondaria che dal villaggio di Arima dovrebbe condurci alla costa settentrionale, dove si trova Maracas Bay. Morale: imboccata verso le 15, la strada all’inizio piacevole e ben asfaltata diventa man mano che avanziamo sempre più stretta e disconnessa. Continuiamo a salire circondati da un bosco fittissimo, e presto il fondo pieno di buche non ci permette una velocità superiore a 10 km/ora … perdiamo il segnale telefonico e non riusciamo a valutare quanto manca all’arrivo. Per farla breve, veniamo colti dal buio quando siamo ancora in montagna, con il carburante che inizia a scarseggiare e la carica del telefono che sta terminando. Riusciamo sì ad arrivare a Maracas Bay, ma ovviamente non vediamo niente perché è buio pesto. Delusione ampiamente superata del sollievo di essere tornati “nella civiltà”, dove facciamo rifornimento di benzina e ci affrettiamo a raggiungere la nostra stanzetta, felici di ritrovare un letto e di aver evitato una nottataccia in macchina in un bosco di montagna…
Ora non vediamo l’ora di ritornare in acqua e lasciare Trinidad appena possibile. La prima destinazione sarà Martinica, per completare alcune riparazioni presso la base Amel; lì valuteremo la situazione: se sarà possibile proseguiremo verso le isole Turk and Kaicos e poi le Bahamas, per risalire infine la costa est degli USA fino ad Halifax in Canada. Nel caso ci fossero difficoltà a causa del Covid, abbiamo il piano B: riattraversare l’Atlantico a maggio e rientrare, dopo 10 anni, in Mediterraneo.