domenica 30 novembre 2014

Opua - Whangarei (Nuova Zelanda)

35:43.42’S 174:19.56’E

Dopo una traversata molto bella e fortunata (rispetto agli amici che sono partiti solo qualche giorno dopo di noi), una volta atterrati ad Opua sabato 1° novembre le ore, i giorni hanno cominciato a volare, tra una riparazione e l’altra, l’acquisto di pezzi di ricambio, la scelta di un nuovo chart plotter da mettere in pozzetto… Fino al 25 ottobre, alle Fiji, eravamo immersi in un ambiente e in un clima tipicamente tropicali. L’arrivo in Nuova Zelanda ci ha improvvisamente catapultati in un mondo completamente diverso: fa freddo (tre coperte sul letto, calzettoni e maglie di pile), intorno ci sono colline verdi, pascoli e mucche, a terra di nuovo strade e automobili … insomma sembra di essere in Europa, anzi, nel Nord Europa!
A Opua ci sono due grossi rivenditori di articoli nautici, il Cater Marine, cui ci siamo rivolti noi, e Bursco: sono entrambi fornitissimi di tutto, e quello che manca arriva in 1-2 giorni. Dopo aver studiato le diverse possibilita’ e approfondito quali sono le potenzialità dei plotter Raymarine, rompiamo gli indugi ed ordiniamo il C97, schermo da 9”, che supporta la cartografia Navionics, si interfaccia con il fishfinder e con l’AIS; mercoledì 5 novembre passiamo i cavi e il giorno seguente il nuovo strumento è già’ installato e funzionante.
Venerdì 7 novembre salutiamo Gianca e Angelo, che di buon mattino prendono il bus per Auckland, dove nel pomeriggio arriveranno le loro consorti; affitteranno una macchina e faranno i turisti terricoli per una decina di giorni, a zonzo per la Nuova Zelanda.
Sabato 8, dopo il pieno di gasolio al distributore self-service, con equipaggio minimo (Lilli ed io) Refola lascia il marina di Opua con destinazione Whangarei. Abbiamo passato otto giorni in questo bel marina, dove l’alternarsi della marea, con escursioni di circa 2 metri, crea correnti che arrivano a 5 nodi. I costi sono accettabili (circa 23 €/g), unico neo la distanza da centri abitati, il più vicino è Pahia, a 7 km.
Appena imboccato il canale segnalato che ci porta fuori dalla baia, verso il mare, il pilota automatico comincia a “dare i numeri”: gli si comanda di accostare di 10° e se ne prende 90°! Cosa succede? La bussola elettronica del pilota non è più allineata con la bussola magnetica, forse si è ubriacata con l’alternanza delle correnti; usciamo dal canale pilotando a mano e quando abbiamo sufficiente spazio eseguiamo la procedura dei “giri bussola”: due giri completi di 360° a bassa velocità, per permettere alla bussola elettronica di riallinearsi … ci vuole un po’ di pazienza, ma finalmente a fine procedura il pilota riprende ad eseguire correttamente i comandi.
Il vento è sui 10-15 nodi ma purtroppo proprio sul naso, perciò percorriamo a motore le prime 48 miglia fino a Tutukaka Harbour, dove ancoriamo per passare la notte. Bella baia riparata, ingresso segnalato con allineamento anche luminoso, fondo di sabbia sui 5-6 metri (35°36.998’S 174°32.116’E).
Il giorno seguente, domenica 9 novembre, riprendiamo la navigazione alle 8.20 ed alle 11.40, dopo 20 miglia, siamo all’imbocco del lungo fiordo che conduce al piccolo centro di Whangarei, dove grazie alla mediazione del negozio Cater Marine abbiamo prenotato un posto nel marina Town Basin. La marea è calante, la corrente uscente, quindi in attesa dell’inversione di marea ancoriamo a Urguharts Bay, su un fondale di sabbia di 8-10 metri (35°50.835’S 174°19.568’E). In previsione del rinforzo di vento nei prossimi giorni, approfittiamo della sosta e del riparo per ammainare, piegare e riporre il grosso genoa. Una faticaccia, ma andava fatto!
Alle 16.05 riprendiamo la navigazione: per arrivare al Town Basin di Whangarei abbiamo da percorrere ancora 15 miglia; il canale è ben segnalato e nel primo tratto anche dragato sui 10 metri, poi il fondale si riduce progressivamente e nelle ultime tre miglia alcuni punti (in bassa marea) sono sotto i due metri. Verso le 18.00, due ore dopo la minima di marea, con il nostro pescaggio di 2.05 metri sfioriamo un paio di volte il fondo fangoso. Prima di avvicinarsi alla cittadina c’è un bellissimo ponte che si apre per far passare le barche. Bisogna chiamare il “Bridge Control” con il VHF (canale 64) e chiedere il permesso di passare, l’operatore chiede l’altezza dell’albero ed immediatamente ferma il traffico automobilistico ed aziona il sollevamento dell’arcata; l’operazione si svolge in pochi minuti: rallentiamo senza fermarci con la corrente che ci avvicina a due nodi e quando è completata l’apertura imbocchiamo lo stretto passaggio sotto il ponte. Emozionante!
Alle 18.45 ormeggiamo al Marina Town Basin; è domenica ed il marina è chiuso, ma l’organizzazione è perfetta: sappiamo qual’è il posto assegnatoci, e come procurarci le chiavi del pontile e dei servizi.
Il marina è ben attrezzato, può ospitare circa 280 barche, alcune all’inglese sul lungo pontile del lato sinistro del canale, molte nei pontili a pettine sul lato destro, e le rimanenti assicurate con cime da ormeggio ad alti pali conficcati nel fondo fangoso; negozi di souvenir e ristoranti rendono la struttura piacevole e molto frequentata anche dai locali.
La piccola città di Whangarei offre ai diportisti molte opportunità di acquisti: negozi specializzati del settore nautico, grandi magazzini, in prossimità del marina c’è anche un capannone con compravendita di usato nautico.
Nella periferia ci sono 5-6 cantieri per mettere le barche in secco, alcuni anche con posti in acqua; al marina Marsden Cove, poco distante dall’imbocco del canale e adiacente al molo di attracco delle navi, è possibile espletare le formalità di ingresso in Nuova Zelanda (come ad Opua). Noi abbiamo scelto il cantiere Nordsand, più vicino a Whangarei, dove erano già stati Giorgio e Leopoldo.
L’alaggio di Refola è fissato per mercoledì 12 alle 11,30: puntuali come un orologio svizzero, alle 10.00 lasciamo il marina di Town Basin e ripercorriamo a ritroso per due miglia il canale, verso il mare, ripassando sotto il ponte ad arcata mobile. Tutto è stato calcolato per spostarci ed entrare con la marea in crescita; Nordsand tira su le barche trainando l’invaso con un carrello (l’invaso scende in acqua su uno scivolo, la barca viene fissata e poi un trattore tira in secco) e questo e’ stato uno dei motivi della nostra scelta di questo cantiere: con il nostro rollbar, il travel lift, se non è molto grande, possono sorgere problemi.
In cantiere incontriamo Gigi ed Irene, che da più di 15 anni hanno fatto base in questa area del Pacifico; stanno mettendo a nuovo la loro barca “Va pensiero”, dopo un lungo periodo di ingaggi su grosse barche, da Adriatica nel loro primo giro del mondo, fino alla recente Canova, un super tecnologico Baltic 72.
Mentre Lilli ed io siamo impegnati nei lavori per il rimessaggio e l’invernaggio di Refola, arrivano in Nuova Zelanda anche Giorgio e Cristiano, dopo un’impegnativa traversata dalle Fiji segnata da una tempesta tropicale a metà percorso; per festeggiare organizziamo un simpatico barbecue al cantiere, cui partecipano anche i nostri compagni di viaggio, Gianca ed Angelo, insieme ad Erna e Cristina.
Il 19 novembre, non senza emozione, lasciamo Refola in buone mani, accudita e custodita: rientriamo in Italia per qualche mese, e torneremo a bordo nella prossima primavera 2015, per riprendere il nostro viaggio con altre nuove avventure…

Pioggia e nuvole al marina di Opua

martedì 4 novembre 2014

Traversata Fiji - Nuova Zelanda 1100 Miglia (3)

 

35:18.96S 174:07.28E

L’ultimo giorno di navigazione doveva portarci venti leggeri, che avrebbero dovuto girare ad WNW e permetterci di mettere prua su Opua, con una andatura al traverso; in realtà il vento ha continuato a soffiare da SW, a tratti anche con raffiche a 20 nodi, con un’onda corta al mascone.
Fino all’ultimo abbiamo sperato che il vento girasse, facilitandoci l’ingresso nella Bay of Islands con il bordo giusto … invece siamo arrivati sotto Capo Brett, circa 3 miglia fuori rotta, e poi il vento ci ha mollato del tutto. Conclusione: percorriamo a motore le ultime 15 miglia, nella grande e frastagliata baia.
Paesaggio “irlandese” con colline verdeggianti; è sabato, molte sono le barche fuori per il week-and, pescatori e barche a vela per fare due bordi.
Alle 13 ormeggiamo al molo della quarantena presso il marina di Opua; abbiamo concluso la nostra traversata di 1158 M, in 7 giorni, 5 ore e 30 minuti. E’ stata una buona traversata, fatta tutta di bolina, la maggior parte con venti trai 10 ed i 20 nodi; la soddisfazione più grande è di aver fatto solo 30 ore di motore e perciò di aver scelto anche una buona finestra.
Non appena entrati nelle acque territoriali, abbiamo comunicato via VHF a Radio Maritime il nostro ETA (Estimated Time Arrival) perche’ avvisassero la dogana del nostro arrivo.
Infatti, dopo circa mezzora, arriva la squadra della custom: con fare gentile ma determinato, prima si dedicano alle scartoffie e poi, con molta più attenzione e meticolosità, alla confisca dei cibi proibiti.
Eravamo già al corrente delle severe restrizioni, applicate anche in Australia, all’importazione dii prodotti alimentari che potrebbero inquinare l’ambiente. Eravamo quindi preparati: avevamo lasciato fuori solo un po’ di cipolle e di aglio, e nascosto sotto il pagliolo il resto di frutta e verdura, il freezer era pieno carne e pesce e anche di verdura congelata ed abbiamo pensato di non dichiararlo; finita la prima fase, il più anziano della squadra, che rappresentava sicuramente il capo, dice: “qui sotto c’è un freezer, indicando la seduta della dinette, vediamo cosa c’è dentro”. Siamo stati scoperti! E così, impotenti, vediamo volare in un grande sacco nero 5 bistecche, una confezione di pancetta per la nostra carbonara, oltre a 3- 4 sacchetti di verdura congelata … Lilli ed io siamo rimasti di stucco ed amereggiati, più per la figura meschina che non per ciò che abbiamo perso. La visita poi è proseguita con un’altra squadra di due agenti che hanno perquisito la barca da cima a fondo, alzando paglioli ed aprendo stipetti di loro iniziativa, alla ricerca di altre cose proibite, hanno sequestrato due rametti di corallo che tenevamo per ricordo delle Tuamotu … insomma, è stata dura, rimpiangiamo i succulenti mangiarini sequestrati, ma in compenso abbiamo un pezzo di carta con un timbro “FULL CLEARANCE”, e ci accontentiamo !

Refola fila di bolina verso la Nuova Zelanda

La dura vita dell’equipaggio di Refola

TERRA ! il faro di Capo Brett

L’isolotto di Piercy all’imbocco di Bay of Islands

L’infausto pontile della quarantena



Traversata Fiji - Nuova Zelanda 1100 Miglia (3)

35:18.96S 174:07.28E

L’ultimo giorno di navigazione doveva portarci venti leggeri, che avrebbero dovuto girare ad WNW e permetterci di mettere prua su Opua, con una andatura al traverso; in realtà il vento ha continuato a soffiare da SW, a tratti anche con raffiche a 20 nodi, con un’onda corta al mascone.
Fino all’ultimo abbiamo sperato che il vento girasse, facilitandoci l’ingresso nella Bay of Islands con il bordo giusto … invece siamo arrivati sotto Capo Brett, circa 3 miglia fuori rotta, e poi il vento ci ha mollato del tutto. Conclusione: percorriamo a motore le ultime 15 miglia, nella grande e frastagliata baia.
Paesaggio “irlandese” con colline verdeggianti; è sabato, molte sono le barche fuori per il week-and, pescatori e barche a vela per fare due bordi.
Alle 13 ormeggiamo al molo della quarantena presso il marina di Opua; abbiamo concluso la nostra traversata di 1158 M, in 7 giorni, 5 ore e 30 minuti. E’ stata una buona traversata, fatta tutta di bolina, la maggior parte con venti trai 10 ed i 20 nodi; la soddisfazione più grande è di aver fatto solo 30 ore di motore e perciò di aver scelto anche una buona finestra.
Non appena entrati nelle acque territoriali, abbiamo comunicato via VHF a Radio Maritime il nostro ETA (Estimated Time Arrival) perchè avvisassero la dogana del nostro arrivo.
Infatti, dopo circa mezzora, arriva la squadra della custom: con fare gentile ma determinato, prima si dedicano alle scartoffie e poi, con molta più attenzione e meticolosità, alla confisca dei cibi proibiti.
Eravamo già al corrente delle severe restrizioni, applicate anche in Australia, all’importazione dii prodotti alimentari che potrebbero inquinare l’ambiente. Eravamo quindi preparati: avevamo lasciato fuori solo un po’ di cipolle e di aglio, e nascosto sotto il pagliolo il resto di frutta e verdura, il freezer era pieno carne e pesce e anche di verdura congelata ed abbiamo pensato di non dichiararlo; finita la prima fase, il più anziano della squadra, che rappresentava sicuramente il capo, dice: “qui sotto c’è un freezer, indicando la seduta della dinette, vediamo cosa c’è dentro”. Siamo stati scoperti! E così, impotenti, vediamo volare in un grande sacco nero 5 bistecche, una confezione di pancetta per la nostra carbonara, oltre a 3- 4 sacchetti di verdura congelata … Lilli ed io siamo rimasti di stucco ed amareggiati, più per la figura meschina che non per ciò che abbiamo perso. La visita poi è proseguita con un’altra squadra di due agenti che hanno perquisito la barca da cima a fondo, alzando paglioli ed aprendo stipetti di loro iniziativa, alla ricerca di altre cose proibite, hanno sequestrato due rametti di corallo che tenevamo per ricordo delle Tuamotu … insomma, è stata dura, rimpiangiamo i succulenti mangiarini sequestrati, ma in compenso abbiamo un pezzo di carta con un timbro “FULL CLEARANCE”, e ci accontentiamo !

Refola fila di bolina verso la Nuova Zelanda

La dura vita dell’equipaggio di Refola

TERRA ! il faro di Capo Brett

L’isolotto di Piercy all’imbocco di Bay of Islands

L’infausto pontile della quarantena