lunedì 18 giugno 2018

TRAVERSATA CHAGOS - SEYCHELLES



Riprendere il mare dopo tre settimane all’ancora è sempre un po' dura: ci si deve riabituare al rollio continuo e i bioritmi sono sovvertiti dai turni di guardia. Sembra quasi di navigare per la prima volta.
È il 10 giugno: per i 7-8 giorni di percorrenza previsti (1020 miglia) le previsioni meteo sono buone, con venti tra i 14 e i 18 nodi da SE; salpiamo l’ancora lentamente per pulire per bene la catena, che cominciava ad essere attaccata da piccole e giovani formazioni coralline.
Newdawn è partita mezz’ora prima di noi; seguendo la traccia del nostro ingresso navighiamo nell’atollo per poco meno di 3 miglia e giungiamo alla pass: 5 metri di acqua sotto la chiglia nel punto più basso e… siamo fuori, di nuovo in mare aperto.
Il primo tratto di 30 miglia con rotta 245° per uscire dal gruppo delle Chagos è una goduria: abbiamo il vento al traverso sui 16-18 nodi e con genoa, randa e mezzana spiegati voliamo a 8 nodi.
Dopo aver scapolato a dritta l’atollo di Peros Bahnos, la nostra rotta diventa 273° e qui finisce la pacchia: non riusciamo a tenere la rotta perché il vento arriva quasi in poppa piena e l’onda da SSE rischia di farci strambare, inoltre il vento apparente si riduce notevolmente, e la velocità cala drasticamente.

Morale: riusciamo a tenere una rotta di circa 260°, che ci farà allungare il percorso. Ma non è questo a impensierirci, abbiamo tempo; ciò che ci preoccupa veramente sono le continue sollecitazioni alle vele e alla struttura. In modo particolare, insieme a noi, soffre il genoa. Succede infatti che quando il vento apparente diminuisce a 7-8 nodi e l’onda che arriva fa rollare la barca, la vela si affloscia per poi gonfiarsi bruscamente, provocando terribili strattoni sulla scotta e sullo strallo. Per evitarli ho avvolto la randa e lasciato la mezzana, ottenendo minore velocità ma un migliore angolo verso la meta. 

Do istruzioni a Lilli: “il compromesso migliore è tenere il vento tra i 120-150 dalla prua”. In questo modo il rollio è più contenuto, come pure le brusche sollecitazioni.
Il primo giorno e la prima notte sono quindi segnati da un po' di patimento, per noi che fatichiamo a riposare, e per la barca. “Ce la farà a sopportare tutto questo senza che si rompa qualcosa?” Sono arrivato al punto di sussurrarle: “Tieni duro Refola, appena possibile tornerai a galoppare a briglia sciolta”. E lei, paziente, come sempre ha dato il meglio di sé: 6,5 nodi di velocità media è buona, 157 miglia percorse nelle 24 ore.
Il secondo giorno le cose vanno un po' meglio: Lilli ed io riusciamo a riposare meglio ed anche le sollecitazioni sulla struttura diventano abbastanza sporadiche. Verso sera il vento aumenta, stabilizzandosi tra i 16 ed i 18 nodi, e di conseguenza monta anche il mare: abbiamo onde sui 3 metri, con qualche treno che arriva a 4 metri e si avvicina minaccioso al giardinetto, per poi scivolare sotto la barca.

La seconda notte alle 3 do il cambio a Lilli, che mi mostra sul plotter la presenza di strani oggetti rilevati dall’AIS. Sono 6 “cose”, a circa 5-6 miglia di distanza una dall’altra, a formare un grande rettangolo. L’AIS ci fornisce dati non facili da interpretare: hanno una velocità bassissima, tra 0,5 e 1,5 nodi, nomi quasi identici “Lowrance1 net5”, “Lowrance1 net3”, “Lowrance2 net4” etc. Di uno solo è riportata la grandezza: lunghezza 8 metri, baglio 3 metri. Cosa cavolo sono?
Mando a riposare Lilli e tengo sotto controllo il plotter; gli “oggetti” si comportano come dei pescherecci, cambiano più volte direzione e si muovono a bassissima velocità, quasi fossero alla deriva.
Passo in mezzo al “rettangolo” della loro formazione. Andando a vela non ho grande margine di manovra, poggiare solo 2-3°, orzare 30-40°. È buio pesto. Supero due di queste “cose” a meno di un miglio di distanza: solo col binocolo riesco a scorgere una luce bianca lampeggiante, mentre sul radar non c’è traccia della loro presenza. Sono un po’ teso: …e se avessero delle reti galleggianti? Si chiamano Net 1, Net 2 ecc., e “net” significa rete; ho anche pensato ad un’azione di pirateria, quando siamo nel mezzo questi ci attaccano… cosa possiamo fare per difenderci? Scappare? se orzo con il vento al traverso posso arrivare a fare 8-9 nodi, c’è un bel mare agitato ed una piccola barca a motore può avere dei problemi… poi ho il bazooka di mia fabbricazione (vedi blog “LANGKAWI, ADDIO MALESIA”) … la fantasia corre…
Solo dopo due ore, superato tutto il gruppo, comincio a rilassarmi, ma il mistero rimane. Alle 6, quando già albeggia, torna Lilli. Di buono c’è che il mio turno è volato e … me ne vado a riposare.
La velocità media del secondo giorno è di 6,79 nodi, 163 miglia percorse nelle 24 ore.
La sera del terzo giorno siamo di nuovo circondati da un gruppo, ancora più numeroso, di “UFO”: questa volta i bersagli AIS si chiamano “Win 10 net1”, “Win 10 net2” ecc.; a Lilli è sembrato di vedere che una nave appena incrociata, non dotata di AIS, si fermasse ad un “Win 10”.
La nave senza AIS non è visibile sul radar. Questa volta è Lilli a correre con la fantasia: “Ecco, guarda quelle luci, non si allontanano, ci stanno inseguendo!”… era solo un cargo che ci ha raggiunto e superato a 2 miglia di distanza.
La velocità media del terzo giorno 6,37 nodi, 153 miglia nelle 24 ore.
Ogni giorno seguiamo alle 13.00 UTC (18.00 per l’orologio di bordo) il net inglese dei navigatori nell’Oceano Indiano. Purtroppo continuiamo a sentire tutti, ma nessuno sente noi. Grande frustrazione quando Lilli, rispondendo alla domanda “Ci sono altre barche che vogliono parlare?” urla nel microfono “This is Refola, Refola. Do you copy me?” e dall’altra parte di sente “Nothing heard”.



Dal tardo pomeriggio del terzo giorno il vento rinforza sui 18-20 nodi, con raffiche a 25, e gira inoltre di 10-15° verso sud. Questo ci permette di riaprire la randa e di poggiare, recuperando così piano piano 20 miglia di fuori rotta. In compenso il mare diventa più impegnativo: grandi rollate, velocità 7-8-9 nodi e planate sull’onda a 10 nodi.
La velocità media del quarto giorno è di 7,5 nodi, 180 miglia nelle 24 ore.
Ora stiamo tutti meglio, Refola non soffre più le fastidiose sollecitazioni e corre veloce e sicura sulle onde. Sembra volerci mostrare la sua contentezza regalandoci i dolci suoni della barca che accarezza il mare: “Gluich, gloich, splaith”.
Dal pomeriggio del quarto giorno il vento cala sui 11-14 nodi, sempre da SSE; con le tre vele a riva la velocità non scende mai sotto i 6 nodi; la media del quinto giorno è 6,6 nodi, 160 miglia percorse, alle 12 mancano 189 miglia all’arrivo.
Cominciamo ad intravvedere nell’ETA indicato dal plotter, la possibilità di atterrare sabato 16, un giorno prima del previsto!
Il quinto giorno calo la traina, per la prima volta in questa traversata; dopo pochi minuti sento il sibilo del mulinello, vado di corsa a chiudere la frizione ma sembra che la preda abbia mollato; comincio a recuperare per controllare se c’è ancora l’esca e durante il recupero avverto un altro strattone… “Ma allora c’è qualcosa di attaccato”, penso. Recupero più in fretta fino a quando vedo l’esca libera a pelo d’acqua a tre metri dalla barca, con dietro un bel pesce vela che la stava inseguendo per agguantarla. Sono talmente sorpreso che non ho la prontezza di interrompere il recupero… passano pochi secondi, l’esca esce dall’acqua ed il pesce se ne va a bocca asciutta. Incredibile: per la prima volta in vita mia ho visto un pesce inseguire l’amo senza riuscire a prenderlo!
Purtroppo, nel pomeriggio, questo penultimo giorno di navigazione è stato sconvolto da una terribile notizia proveniente dall’Italia. È mancato il papà di Lilli, cui lei era fortemente legata. Grande dolore, grande impotenza, ma siamo in mezzo al mare e non possiamo che proseguire. Per la prima volta quella notte Lilli non si presenta puntuale al cambio turno. Vado a chiamarla. Si era profondamente addormentata solo da pochi minuti, ma si è fatta forza ed ha preso il suo posto al timone. Anche questa è la vita dei marinai.
Dalla sera di venerdì 15 il vento cala sui 10 - 12 nodi e gira ad ESE, ma compensiamo la riduzione di velocità con 10 ore di vela e motore a 1500 giri/minuto. La mattina di sabato 16 ritorna sui 13-15 nodi da SE; siamo ormai all’interno del banco Seychelles, velocemente passiamo da 1000 metri di profondità a 50 e l’onda oceanica si spiana.
La media del sesto giorno è di 6,6 nodi, 160 miglia percorse; alle 12 mancano 30 miglia all’arrivo.
Prima di imboccare il Cerf Passage, chiediamo al Port Control sul canale 12 VHF l’autorizzazione ad entrare nell’harbour; dopo aver posto alcune domande: spelling del nome della barca, da dove veniamo, quante persone a bordo, ci accordano il permesso di ancorare nell’area di quarantena.

Alle 16.30 ancoriamo nell’area contrassegnata, 200 metri a sud della boa rossa n.6 che segnala il canale principale (4°37.079’S 55°28.475’E), su un fondale sabbioso di 17-18 metri.
Abbiamo percorso 1026 miglia in 6 giorni, 7 ore e 30 minuti alla media di 6,77 nodi.
Tutto è andato bene, solo lo sguardo di Lilli è un po’ appannato e lontano. Con la mente lei è in Italia, dove tornerà tra qualche giorno.

CHAGOS - il villaggio dei navigatori



La nostra sosta a Salomon Islands, Chagos, si protrae dal 21 maggio al 10 giugno; non siamo abituati a stare fermi tanto tempo nello stesso posto, per noi è una sensazione nuova, a cui peraltro non fatichiamo ad adeguarci: si coltivano amicizie, non c’è mai fretta, c’è tempo per tutto, l’orologio non serve, il sole più di sempre scandisce le attività della giornata. Siamo in un luogo completamente isolato, disabitato se non da pesci e uccelli, senza villaggi, senza elettricità, senza connessioni; ma in realtà un villaggio c’è, ed è costituito dagli equipaggi delle barche in transito: quasi tutti si fermano un mese, ed è normale che in situazioni del genere, ancorati a pochi metri uno dall’altro, si venga a creare una vera e propria comunità. La radio VHF è sempre accesa, e si usa come il telefono di casa. “Noi andiamo a fare snorkeling nella pass, chi vuole venire?” “Che ne dite di un drink sulla spiaggia questa sera alle 5?” In una giornata di pioggia, per fortuna l’unica, Leslie di Paseafique ha addirittura coinvolto tutti, via VHF, nella soluzione di un cruciverba!  
Poi ci sono le occasioni speciali.
Il 29 maggio il Full Moon Party, festa sulla spiaggia per salutare la luna piena: ci si ritrova verso le 17.30, si comincia a preparare un grande fuoco per quando - presto - arriverà il buio. Tutti portano qualcosa da mangiare, pasta, riso, bocconcini vari, pesce al cartoccio, frittata. C’è ampia scelta ed abbondanza, si può assaggiare un po’ di tutto. Per le bevande l’uso è generalmente più personale, ma Niels e Margareth di Unwind hanno preparato due litri di pinacolada per tutti, servita con ghiaccio, noi abbiamo portato una bottiglia di Valpolicella. Illuminato dalla luna, lo scenario che ci circonda è ancora più affascinante. Il tempo trascorre velocemente e alle 22 Lilli ed io siamo fra i primi a rientrare in barca.




Più o meno lo stesso rituale si svolge il 2 giugno: questa volta la “scusa” è il compleanno di Leslie. Lei e suo marito Phil, entrambi australiani, sono partiti per il giro del mondo nel 2015. È strano, all’inizio del nostro viaggio ci sembrava che tutti fossero più anziani e con più esperienza di noi, mentre ora ci rendiamo conto di essere tra le persone più vecchie e con più miglia sulle spalle … Ma questo ovviamente non ci impedisce di goderci la festa; oltretutto le due casseruole di pizza che abbiamo portato hanno avuto grande successo e sono state molto apprezzata da tutti.




Un altro modo per passare il tempo è pescare, semplicemente calando il filo dalla barca ferma. Paul di Newdawn, che in questo modo aveva preso un paio di grossi pesci, mi ha dato alcuni piccoli pezzi di pesce da usare come esca. Li ho messi nel freezer e quando ho iniziato ad utilizzarli il risultato è stato stupefacente: neanche il tempo di calare in acqua l’amo ricoperto e una decina di metri di filo, che subito il sibilo del mulinello segnala la presa. Ci vuole quasi più tempo a liberare l’amo e a preparare la nuova esca, che non a tirar su la preda successiva. In breve arrivano in coperta quattro pescioni, di cui uno di dimensioni tali da saziare almeno 4-5 persone.
Ma col passare dei giorni, dopo aver tirato su in mattinata un bello snapper sui 5 kg., mi rendo conto che le prese sono ora tutte di grossa taglia, talmente grandi da non riuscire ad issarle a bordo: diverse volte hanno strappato tutto o addirittura storto l’amo. Rimango inizialmente un po’ perplesso, ma poi mi spiego l’arcano. Pulito il pescato, usavo gettare in acqua teste ed interiora e questo ha richiamato gli squali. Uno di questi, di piccole dimensioni, ha addentato la mia esca arrivando fino a pelo d’acqua, per poi mollare la presa. A questo punto ho smesso di pescare, ma gli squali hanno continuato per giorni a girare numerosi intorno alla barca. Ho visto anche un “lemon” (di taglia più grossa dei “pinna nera”) che si aggirava minaccioso come fa un leone nel suo territorio.
Tra il primo e il 3 maggio sono arrivate altre sei barche, di cui tre già incontrate e conosciute in precedenza alle Maldive. Tra i nuovi arrivati ci colpisce particolarmente Dustin, un americano che naviga in solitario nonostante abbia il solo braccio destro ed una protesi alla gamba sinistra. Dustin è giovane, sui 35-40 anni, simpatico, sorridente, per nulla imbarazzato del suo handicap. Ce ne aveva parlato anche Fabio di Amandla, che lo aveva incontrato a Gan (Sri Lanka); lo vediamo salire in testa d’albero, appeso al banzico con le gambe (una vera e una finta) che abbracciavano l’albero, e trafficare con il solo braccio destro sulla luce di fonda e sull’antenna VHF. Sapendo per esperienza quanto è disagevole lavorare lassù, resto ammirato di fronte all’energia e alle capacità di Dustin, davvero incredibili.
Il 3 maggio la nuova “scusa” per il party serale sulla spiaggia è la partenza di due barche: Unwind diretta a Rodriguez e Axiom diretta in Madagascar. Baci e abbracci come fossimo vecchi amici, anche se ci conosciamo da appena una settimana.
Le partenze, che di solito avvengono al mattino, sono sempre emozionanti: squilli di tromba, fischi, campane, lancio di fuochi scaduti. E poi ancora gli ultimi saluti via VHF.
Un giorno poco ventoso, con l’acqua della laguna quasi piatta, Lilli ed io facciamo col dinghy un’escursione di circa 3 miglia e mezzo fino all’isola di Boddam, nella parte SW dell’atollo. È l’isola più grande e fino agli inizi degli anni ‘70, prima della vera e propria deportazione che hanno subito i chagossiani, vi abitavano circa 500 persone (ci ripromettiamo di approfondire, in un futuro blog, la tormentata storia di questo remoto arcipelago). Troviamo infatti i resti di un molo, di una chiesa e di abitazioni in pietra, ormai quasi sommersi dalla vegetazione. I naviganti in transito hanno allestito in un rudere vicino al molo una parodia di “Yacht Club”: sul muro esterno un finto radiotelefono, scritte di benvenuto, addirittura un finto ATM, con tastiera e monitor in cartone; all’interno, bandiere e l’immancabile “Log Book” dove ogni barca scrive qualche riga, lasciando biglietti da visita, foto e disegni. Un rito a cui anche noi, ovviamente, non ci sottraiamo. Purtroppo l’isola è infestata da zanzare e moscerini. Dopo un breve giretto Lilli, esasperata, torna alla spiaggia e si butta in acqua.










La raggiungo velocemente e facciamo un po' di snorkeling nella baia antistante il vecchio villaggio, dove ci sono tre boe fissate ai coralli con grossi cimoni. Ancorare qui con la barca sarebbe alquanto complicato: non solo ci sono estesi banchi di corallo quasi affioranti, ma anche nelle acque libere il fondale non è sabbioso ma disseminato di coralli, con grosse patate che si alzano anche notevolmente; il consiglio della guida, per chi voglia fermarsi qui, è di crearsi il proprio mooring, usando qualche metro di catena fissata direttamente sul corallo.
Ogni giorno, alle 13 e alle 2.00 UTC, seguiamo sulla radio SSB il net inglese dell’Oceano Indiano; noi riusciamo a sentire discretamente quasi tutti (anche se la comprensione dell’inglese per radio non è facile nemmeno per Lilli), ma purtroppo nessuno, tranne le barche ancorate vicino a noi, sente le nostre chiamate. Faccio qualche tentativo cambiando l’antenna a stilo con il paterazzo isolato, ma sostanzialmente non c’è differenza. Circa due mesi fa abbiamo parlato con Giorgio e Tonino in Sudafrica, nonché coi radioamatori in Italia; cosa può essere successo? Molto gentilmente, Phil di Paseafique passa due intere mattine a bordo di Refola per aiutarmi a risolvere il problema: abbiamo rifatto alcuni collegamenti tra antenne e accordatore e lavorato sull’alimentazione della radio. Abbiamo ottenuto un miglioramento della ricezione, ma purtroppo la trasmissione è sempre deficitaria: le barche partite dalle Chagos, già a 50 miglia di distanza, non ci sentono più. Phil mi ha fatto notare che quando si va in trasmissione ci dovrebbe essere un notevole assorbimento di corrente, che da me non si verifica. Allora il problema potrebbe essere nella radio, non nelle antenne … mah, continueremo i test.
Ormai si avvicina la nostra partenza: mancano pochi giorni all’11 giugno, quando scade il nostro permesso alle Chagos. È ora di tenere sotto controllo le previsioni meteo e di prepararci a riprendere il mare. Ci attende una traversata di poco più di mille miglia, fino alle Seychelles. Sulla carta è un trasferimento facile, in cui il “pericolo” è rimanere senza vento e con poco gasolio. Ma in questa fase dell’anno gli alisei di SE dovrebbero essere stabili, e dovrebbe essere improbabile rimanere “a piedi”.
Il 9-10 giugno sembra aprirsi una buona finestra meteo: dopo alcuni giorni di venti leggeri da sud e da SW, riprende il SE. È deciso: partiremo domenica 10.
Il sabato sera, una coppia di canadesi invita tutti gli equipaggi a bordo del loro catamarano Tula 2, per aperitivo e cena. Noi dobbiamo ancora tirare su il motore fuoribordo e posizionare il dinghy in coperta, e pertanto malvolentieri decliniamo l’invito; ci dispiace ancor più perché due giorni fa, a bordo di Anthem, sono arrivati l’australiano Adrien e la vicentina Marianna, una ragazza simpatica che ha anche il grande pregio di parlare italiano!
La mattina del 10, prima di noi, salpa Newdawn: Paul ha cambiato itinerario rispetto a quello originario che lo avrebbe portato a Rodriguez; per problemi di salute che speriamo non gravi ora è diretto a Mayotte, dove ha preso contatti con una clinica.
I soliti saluti, poi è il nostro turno: tra gli squilli di tromba dirigiamo la prua sulla pass di uscita. Il cielo è sereno, c’è un bel sole ed un vento da SE, sui 16 nodi. Partenza perfetta!

Le prime foto da Chagos


BENVENUTI IN PARADISO!



Fondali e vita sottomarina a Chagos




Gli amici pennuti



Piccoli e grandi crostacei, di mare e di terra (cioè del cocco)




Arrivano i controlli



martedì 5 giugno 2018

Chagos 1

La vista dal nostro ancoraggio è da cartolina: siamo davanti ad una piccola pass, non navigabile, che divide due verdissime isolette, Yakamaka e Fouquet. Le rispettive spiagge, in bassa marea, quasi si toccano, mentre più avanti, sullo sfondo, l'oceano ruggisce frangendo sul reef. I colori dell'acqua sfumano dal blu intenso sotto la nostra barca, al turchese un po' più avanti verso terra, fino al verde chiaro in prossimità del bagnasciuga.
L'amico Fabio di Amandla, che ci ha preceduto di qualche giorno qui a Salomon Islands, ci fornisce le prime utili informazioni: il miglior sito per lo snorkeling, dove trovare i granchi del cocco, la presenza nell'isoletta di Boddam, nella parte SW dell'atollo, di una sorgente di acqua semi-dolce (per chi ha bisogno di fare il bucato e non ha- come noi - la fortuna di avere a bordo una vera lavatrice).
Per radio VHF viene annunciato un aperitivo sulla spiaggia, alle 17.30; è l'occasione per scambiare quattro chiacchiere coi naviganti che già conosciamo (Paul di Newdawn, Jeff di Grasshopper, e naturalmente Fabio, Liza e Lucio di Amandla) e conoscere gli altri. Ovviamente tutti parlano inglese ed io mi sento un po' handicappato; qualche comunicazione basica come le presentazioni, da dove vieni, dove vai ecc. riesco a metterla insieme, poi mi rivolgo soprattutto a Fabio e Lucio, con cui palare è "much easier", molto più facile.
Due barche sono in partenza l'indomani, una diretta a Rodriguez, l'altra in Madagascar; ci si saluta con baci e abbracci ma è solo un arrivederci, perché sappiamo che prima o poi ci si incontrerà di nuovo.
Fabio ci parla dei granchi del cocco, che qui sono tantissimi, e che noi pure abbiamo già visto (ed assaggiato) alle Tuamotu e a Mopelia, in Polinesia. Le loro tane sono facilmente individuabili: buchi con diametro di 20-30 centimetri, alla base di una palma, con vicino una provvista di cocchi. La tecnica di cattura è la seguente: una volta avvistato il granchio all'interno della tana, bisogna trovare il modo di farlo uscire e poi ucciderlo, affondandogli il coltello nella testa. Poi si provvede all'amputazione di chele e zampe, uniche parti commestibili. Per la cottura bisogna bollire le chele 16 minuti e le zampe 12; dopo di che si procede alla rimozione della corazza (a suon di mazza). Si mangia così, tiepido o freddo, aggiungendo solo, per chi lo desidera, un po' di burro fuso (non soffritto): in quanto a delicatezza di gusto, il granchio compete alla grande con l'aragosta. Roba da far venire l'acquolina in bocca... peccato che qui la caccia al granchio del cocco sia assolutamente proibita e noi, come si sa, siamo troooppo ligi alle regole...
Un'altra cosa che ci affascina particolarmente alle Chagos sono gli uccelli, numerosi e di diverse specie. Quelli neri usano appostarsi ogni giorno e alle stesse ore (al mattino e verso sera) sulle prue delle barche: dalla battagliola osservano nell'acqua i "pasti" dei pesci più grandi alle spese di quelli piccoli, e appena il momento è favorevole intervengono lanciandosi a razzo per unirsi al banchetto. Non sono per nulla intimiditi dalla presenza umana, si lasciano avvicinare finché si arriva quasi ad accarezzarli.
Altri bellissimi uccelli bianchi con il becco azzurro, simili alla "cagarra" delle Isole Selvagem in Atlantico, li vediamo all'isola Mapou, nella parte nord dell'atollo. Gli alberi vicino alla spiaggia sono pieni dei loro nidi, ed anche qui si riesce ad avvicinarsi fino a scorgere i piccoli, senza che ciò allarmi gli esemplari adulti nei paraggi. Approfittiamo per fare anche un po' di snorkeling: bei coralli, in migliore salute rispetto a quelli visti alle Maldive, e pesci in quantità.
Il 25 maggio arriva la "patrol ship", la nave che pattuglia il parco; ancora fuori dell'atollo e cala un grosso gommone cabinato, che attraversa la pass e raggiunge l'ancoraggio. Ci sono quattro persone a bordo, due ufficiali addetti ai controlli e due marinai; hanno già l'elenco delle barche autorizzate ed accostano solo le nuove arrivate. Quando tocca a noi i due ufficiali (o meglio, un ufficiale ed un'ufficiala) salgono a bordo, controllano il nostro permesso e i documenti di Refola, timbrano i nostri passaporti e ci consegnano la clearance di uscita, raccomandandoci il massimo rispetto della natura e lasciandoci un piccolo dépliant, "Advice for vessel in transit". Sono formali ma molto gentili; interrogati da Lilli sulla loro vita in questo remoto arcipelago, ci dicono che in realtà loro vivono a bordo della nave e si recano nell'unico posto abitato, Diego Garcia, solo per i rifornimenti. Il loro "turno" di lavoro dura tre mesi, poi arriva il cambio e tornano in Inghilterra. La lunghezza della permanenza sembra non turbarli affatto, anzi entrambi, ma soprattutto la giovane donna, appaiono appassionati e contenti della loro occupazione. E come dar loro torto?
Dopo di noi tocca ad Amandla e qui, come purtroppo era prevedibile, le cose non filano lisce. Cosa è successo? Richiedendo via e-mail, come pure noi abbiamo fatto, l'anticipazione della data di arrivo sul permesso che aveva già ottenuto, Fabio ha commesso un banale errore: voleva dire "arrivo il 18 maggio" e invece ha scritto "18 giugno". Quando nel giro di poche ore gli è arrivata da Londra la risposta, del tutto ignaro dell'errore non ha verificato le date sul nuovo permesso. Se n'è accorto solo il giorno prima che arrivasse la nave e qui, forse un po' ingenuamente, ha sottovalutato la puntigliosità dell'amministrazione B.I.O.T. Purtroppo non c'è stato nulla da fare: gli ufficiali, seppure rammaricati, gli intimano di lasciare l'ancoraggio entro le 16.00. Lui chiede una proroga, vuole tentare di trovare una soluzione telefonando a Londra col satellitare. Ma anche l'ufficio di Londra si rivela inflessibile: gli viene concesso di passare un'ultima notte alle Chagos, ma il mattino dopo dovrà salpare, e la nave rimarrà in zona per assicurarsi della sua partenza.
La mattina dopo, con la nave già schierata alla pass, Fabio, Liza e Lucio lasciano l'ancoraggio, accompagnati dai saluti e dalle trombe di tutte le altre barche. Tutti gli equipaggi sono dispiaciutissimi, ed io un pochino di più, perché ho perso le uniche due persone (a parte Lilli) con cui potevo parlare italiano….

sabato 26 maggio 2018

GUADAGNARSI LE CHAGOS

Gli ultimi giorni a Gan, Maldive, sono dedicati allo studio della situazione meteo. La navigazione che ci aspetta non è lunghissima, 290 miglia per raggiungere il primo atollo dell'arcipelago Ghagos (British Indian Ocean Territory - BIOT). C'è un'importante decisione da prendere: tenendo conto che è imperativo arrivare di giorno, con il sole alto, è meglio partire la sera, prima del buio, oppure alle prime luci dell'alba?
Nel primo caso: tre notti in mare, con arrivo a metà mattina, a condizione di tenere una velocità media inferiore a 4 nodi e mezzo (altrimenti si arriva con il sole ancora basso). Nel secondo caso: due notti in mare, arrivo nel primo pomeriggio, a condizione di tenere una velocità media di almeno 5 nodi (altrimenti si arriva con il sole già calante). La rotta è 192° e tutto dipende dalle condizioni: la corrente contraria è assicurata, la variabile è la direzione del vento.
Le barche partite qualche giorno prima di noi hanno scelto di salpare al mattino presto; il vento era da est, ed avrei fatto anch'io la stessa scelta. Nel nostro caso le previsioni danno il vento da sud, che solo nelle ultime 100 miglia dovrebbe girare a SE.
Un altro dubbio è se portare il gommone in coperta o lasciarlo a poppa appeso alle gruette. Ma l'ultimo giorno riceviamo una mail di Paul, armatore dell'Halberg Russy New Dawn, che insieme alla sua posizione riferisce lo stato del mare: big swell, mare formato. Il dubbio si scioglie: gommone in coperta!
Anche il dilemma sull'orario di partenza viene risolto, optando per la partenza serale: lasciamo Gan e le Maldive alle 17,45 di venerdì 18 maggio.
Entrambe le scelte si rivelano azzeccate. La prima notte con il vento da sud sui 18 nodi, più forte del previsto, fatichiamo a mantenere i 4 nodi di velocità, pur col motore a 1800 g/min. Abbiamo evitato l'ansia di vedere il gommone sballonzolato continuamente a destra e a sinistra dall'onda corta, di circa 1 metro e mezzo.
Passata la prima notte, la mattina di sabato 19 un vento da SSE sui 14-18 nodi ci consente una bella veleggiata che dura tutta la giornata, anche se ci porta 30° fuori rotta. Dovendo caricare le batterie, accendiamo il motore all'imbrunire, in modo da riavvicinarci alla rotta.
Dopo cena mi sembra di sentire uno strano rumore, proveniente dal vano motore. Scendo con la torcia, nessun rumore anomalo, ma la sentina è piena di un liquido oleoso. Sento la mia pressione sanguigna salire velocemente: da dove viene tutto quest'olio? Controllo minuziosamente motore e generatore, e tutta l'area intorno: nessuna traccia. Il liquido è chiaro, color caffè-latte, tipico di quando l'olio si mescola con l'acqua. Non senza apprensione continuo a ispezionare fino a quando trovo la spiegazione: una tanichetta di olio di scorta stipata alla base del generatore si è tagliata. La trovo quasi vuota, saranno usciti almeno 3-4 litri di olio. Fiuuu, che sollievo! è tutto da ripulire, sentina e pavimento, ma non è successo nulla di grave.
Dopo queste emozioni (di cui si farebbe volentieri a meno) continuiamo a motore per tutta la seconda notte; il vento è girato a sud, ma è calato sugli 8 nodi; anche il mare è diminuito, un'onda lunga da SE di circa 1 metro e mezzo si sovrappone ad un'onda corta da sud di circa mezzo metro; caliamo il numero di giri a 1600 e la velocità si mantiene mediamente sui 4,5 nodi.
Stimiamo una corrente est di circa 2 nodi, che combinata sulla nostra rotta si traduce in una riduzione di velocità tra 0,5 e 1 nodo.
La mattina di domenica 20 il vento ritorna da SE e riprendiamo a vela, l'angolo è migliore e il fuori rotta è solo di 15-20°. Calo la traina e nel tardo pomeriggio arriva la presa: un bel pesce che resiste alla cattura facendo capriole fuori dall'acqua, nel tentativo di liberarsi. Afferro la canna, dò un paio di strattoni perché l'amo affondi meglio ed inizio il recupero, ma …. il mulinello si stacca dalla canna, e per poco non cade in acqua. Impreco come si deve ma non desisto, metto il mulinello nel secchio e recupero la lenza a mano, facendola passare dalla bitta, pronto a dare volta quando tira. Recupero un centinaio di metri ammucchiando il filo in coperta. Quando arriva a 10 metri, quel figlio di p…esce riesce a liberarsi, lasciandomi non solo a bocca asciutta, ma con 120 metri di filo tutto aggrovigliato da districare!
Proseguiamo a vela fino alle 3 del mattino di lunedì 21 (è la terza notte), quando riaccendo il motore. Mancano 20 miglia alla pass di ingresso nell'atollo, ma siamo controvento, verso SE, e ora il vento è sui 12 nodi, giusto sul nostro naso; l'effetto della corrente est è cessato. Con il motore a 1600 giri non superiamo i 3,5 - 4 nodi di velocità, ma la cosa non ci preoccupa, perché abbiamo tutto il tempo che ci occorre. In teoria si sarebbe potuto fare un bordo a perdere di 20 miglia, ma preferiamo non rischiare di arrivare tardi.
Verso le 10 siamo sulla pass dell'atollo denominato Salomon Islands, completamente disabitato come gran parte dell'arcipelago.
Abbiamo i WP del passaggio, segnalati da Adina, la barca che come abbiamo già detto è passata di qui lo scorso anno; questi punti non corrispondono a quello che la cartografia mostra come possibile varco, ma li seguiamo pedissequamente, passando sopra i coralli, su profondità mai inferiori a 7 metri.
Alle 11.15 siamo davanti all'isola Fouquet, dove sono già ancorate ben 12 barche. Dopo un giro di perlustrazione caliamo l'ancora su un fondale di 22 metri (5°19.920'S 72°15.780'E). Il fondo non è visibile; dalla presa dell'ancora sembra sabbioso, ma ci sono anche ampie zone di corallo basso; comunque la prova di tenuta con 70 metri di catena è positiva. Siamo arrivati, anche questa è fatta!
Finita la manovra vediamo avvicinarsi un gommone con a bordo una coppia. Sono venuti a dirci: "Benvenuti alle Chagos, benvenuti in paradiso!".
È vero, siamo proprio in un paradiso selvaggio: a parte una ventina di navigatori, per tre settimane avremo intorno a noi solo gli uccelli marini, i pesci, e i granchi del cocco. Inutile dire che non ci sono connessioni, quindi… niente foto per ora!

giovedì 17 maggio 2018

Maldive: THINADHOO - GAN



Alle 17.20 di lunedì 7 maggio salpiamo da Veymandhoo per la prima navigazione notturna alle Maldive, dopo 40 giorni di tappe giornaliere. La nostra destinazione è Thinadhoo, a poco più di 100 miglia, che si trova nell’atollo Gaaf, circa al centro del suo versante occidentale.
Per raggiungerla ci si presentano, ancora una volta, due alternative. La prima è effettuare un’unica tappa, entrando nell’atollo Gaaf attraverso la pass Meradhoo, distante circa 6 miglia dalla nostra meta. La seconda prevede invece 75 miglia per arrivare all’ingresso settentrionale dell’atollo, in corrispondenza di Kolamaafushi, un ancoraggio per la notte e il proseguimento all’interno dell’atollo per le ultime 30 miglia. Prenderemo la decisione lungo il percorso, a seconda delle condizioni che troveremo.
Nelle prime 40 miglia, lasciata Veymandhoo, abbiamo vento contrario da SW, per quanto leggero, a cui si aggiunge una discreta corrente, anch’essa contraria. Non superiamo i 4 nodi di velocità e tutto fa pensare che adotteremo la seconda ipotesi, cioè fermarci vicino a Kolamaafushi e riprendere la navigazione il giorno dopo.
Ma verso mattina il vento gira a NW e la nostra velocità aumenta a 5-6 nodi: possiamo farcela ad arrivare a Thinadhoo ad un’ora accettabile! Verso le 13 entriamo infatti nell’atollo dalla pass Meradhoo e riusciamo (addirittura!) a navigare a vela per le ultime 6 miglia.
Le cose si complicano un pochino quando arriviamo davanti a Thinadhoo: la zona di ancoraggio si trova nella sua piccola laguna che ospita anche il local harbour ed è chiusa per ¾ dall’isola e per ¼ dal reef. L’immagine satellitare non è sufficientemente chiara e la cartografia non ha dettagli; a 500 metri di distanza, ancora non riusciamo a distinguere l’accesso. Per fortuna vediamo arrivare alle nostre spalle un peschereccio: furbescamente rallentiamo, in modo da lasciarlo passare … di sicuro lui sa da dove si entra! Con un apripista davanti, tutto diventa più semplice. 

La pass artificiale, segnalata da due paletti, è abbastanza larga, sui 30-40 metri; registriamo un fondale minimo 3,60 metri. Ancoriamo su fondale sabbioso, senza coralli, di circa 7 metri (0°32.006’N 73°00.213’E).
Da molto tempo non facevamo un ancoraggio tanto tranquillo: dalla tenuta dell’ancora, all’isola che quasi ti avvolge completamente, si ha la rassicurante sensazione di aver trovato un grande riparo, a prova di brutto tempo.

Thinadhoo è quasi una città: con i suoi 9.000 abitanti si colloca al quinto posto nella classifica nazionale. Strade asfaltate, strisce pedonali, molti negozi, numerosissimi piccoli supermercati (ogni strada ne ha almeno un paio). Si può fare rifornimento di gasolio in banchina, senza pratiche o autorizzazioni speciali. Facciamo un po' di spesa, trovando delle belle patate e coca-cola in lattina, solitamente difficili da reperire. 




Giovedì 10 maggio riprendiamo la navigazione verso sud. La partenza è programmata per le 17.00: faremo un’altra notturna per raggiungere l’atollo più meridionale delle Maldive, Addu. In tarda mattinata entra nella laguna di Thinadhoo Amandla di Fabio, con a bordo Liza e Lucio; abbiamo giusto il tempo di salutarci e raccontarci le ultime novità, poi dobbiamo prepararci a salpare. Sto impastando il pane quando Lilli mi chiama in pozzetto: il cielo è diventato nero e la pioggia si vede avvicinarsi rapidamente. 
Per non manovrare sotto l’acqua, anticipiamo di 15 minuti la partenza. Una volta usciti dalla laguna, dobbiamo affrontare la pass per uscire dall’atollo: dalle immagini satellitari, su cui prendiamo le misure, sembra larga e non troppo lunga. La visibilità non è delle migliori, la pass è rivolta ad ovest: si vede il reef a sinistra, ma non quello a destra. Il fondale si mantiene sui 10-12 metri per un lungo tratto, che non sembra finire mai. La corrente, di circa 2 nodi, è entrante, quindi contraria per noi; impieghiamo più di mezz’ora per raggiungere le acque profonde e poter mettere la prua verso sud, salutati da un grande doppio arcobaleno che sale alto nel cielo sovrastando tutto l’atollo.

Il vento è da SE, sui 15 nodi, la nostra rotta 171°: procediamo con randa e motore. Nel primo tratto l’atollo che abbiamo appena lasciato ci protegge un po’ dall’onda, ma in compenso risentiamo di una corrente contraria: la nostra velocità non si schioda dai 4 nodi.
Verso le 20.30 siamo a 0°17’ di latitudine N e lo scenario cambia radicalmente: il vento rinforza di poco portandosi a 18 nodi, l’onda diventa corta, in prua, la corrente aumenta notevolmente, almeno 2 nodi in direzione E-NE. La nostra velocità si riduce a 3 nodi.
Per mantenere la rotta su 165°-170°, il pilota deve correggere di 3-4 tacche il timone e la prua bussola è costantemente sui 195°200°. Dopo che per due-tre volte il pilota automatico entra in allarme per il fuori-rotta mi vedo costretto a metterlo in stand-by e a prendere in mano il timone. Nel frattempo il mare si alza e diventa incrociato.
Non è facile condurre la barca in queste condizioni: buio pesto, riferimento solo strumentale, una minima sollecitazione al timone provoca una deviazione di rotta di 30° di rotta. Tra breve Lilli, che sta riposando, dovrà darmi il cambio. Posso lasciarla al timone in queste condizioni? ce la farà?
Sento che ci vorrebbe un cambio di strategia, ma in che direzione? Meglio assecondare la corrente ed andare verso est o assecondare il vento ed andare verso ovest?
Mi dico che per il momento l’importante è uscire da questo mare incrociato: aumento il numero di giri a 1.800, aumento la sensibilità del pilota automatico in modo che il timone reagisca più velocemente alle variazioni. La velocità aumenta tra i 4 ed i 5 nodi, ed il pilota non va più in errore. Un gran sollievo!
Verso le 23 il vento cala sugli 8-9 nodi ed anche l’onda si riduce sensibilmente. Posso riprendere la rotta sulla nostra destinazione e ad aspettare tranquillo che Lilli venga a darmi il cambio. Le racconto com’è andata mentre lei dormiva beatamente, le faccio gli auguri per il suo compleanno e me ne vado in cuccetta, ne ho bisogno!
La notte passa senza altre brutte sorprese. Alle 0.50 Lilli segna sul libro di bordo il nostro ritorno nell’emisfero sud: abbiamo attraversato di nuovo l’equatore (per la quinta volta, ci pare). La mattina di venerdì 11 maggio entriamo nell’Addu Atoll da nord ed alle 9.30 siamo davanti all’isola di Gan. Ovunque profondità tra i 35 e i 40 metri; dopo un giro di perlustrazione ancoriamo, tenendoci a debita distanza, davanti alla pass per l’accesso alla piccola laguna, dove il fondale si alza un po', a 28 metri (0°40.991’S 73°08.732’E). 

Ci sono altre tre barche ancorate, tutte come noi qui per l’uscita dalle Maldive ed in attesa di partire per Chagos. 
Simpatizziamo subito con Paul, un danese con residenza a Lussemburgo armatore di un Halberg Rassy 53, New Dawn, che ha a bordo come equipaggio una coppia di giovani norvegesi; la loro rotta è Chagos, Rodriguez, Mauritius, Madagascar via nord e Sudafrica.
Paul ci informa che la nostra rotta verso le Seychelles ci fa passare in un’area monitorata per la pirateria, e che c’è una organizzazione che si occupa di tutelare le barche in transito in queste zone. Lui stesso si è iscritto per il tratto dalla Thailandia alle Maldive e ci mostra i vari documenti, come accreditarsi ecc.. L’iscrizione è gratuita, unico obbligo mandare ogni giorno una mail con la posizione, se questa non arriva scatta una segnalazione di attenzione. Ringraziamo Paul per questa dritta, la valuteremo prima di partire dalle Chagos, quando avremo anche verificato come funzionano le nostre comunicazioni con Winlink.
L’atollo Addu, a differenza di quelli visti in precedenza, non ha reef interni; la parte sud-occidentale è formata da 4 isolette, collegate da una strada che con molta fantasia è stata chiamata Link Road.
L’isola più a sud è Gan, dove c’è l’aeroporto, ma pochi negozi; poi viene Feydhoo, dove c’è un porto con distributore di carburante, molti negozi, ristoranti, più vita insomma. L’isola successiva, in direzione nord, è Maradhoo, altro centro abitato importante ed infine l’ultima, Hithadhoo, è il centro amministrativo dell’atollo, a circa 10 km da Gan.
I nostri spostamenti con il dinghy sono verso il porto di Feydhoo, a mezzo miglio, dove possiamo fare un po' di cambusa e incontrare il nostro agente per le pratiche di uscita, Massud, il quale ci informa che entrare nel local harbour con la barca è consentito solo per fare rifornimento ed occorre una autorizzazione della dogana, al costo di 250 rupie (13 €).

Il 12 maggio giunge all’ancoraggio anche Amandla. Fabio conosce già le barche ancorate, e ciò facilita le comunicazioni, così conosciamo il calendario delle partenze: la prima barca partirà lunedì 14 alle 5, poi Fabio ed un americano di nome Jeff partiranno martedì 15 alle 3 di notte, Paul giovedì 17, noi abbiamo programmato per venerdì 18.
Domenica sera andiamo a cena tutti insieme ad un ristorante indiano, per salutarci.

La nostra sosta si prolunga per una settimana, ma non è certo noiosa. Dopo un periodo di tregua, vari guasti sono tornati a farci compagnia. Il primo è stato il terzo frigorifero, che già ci aveva fatto penare da Pangkor a Langkawi: la piastra nuovamente non raffredda. Con non poche difficoltà riusciamo a portare a bordo un tecnico locale; in sua presenza riaccendiamo il frigo, che riprende istantaneamente a funzionare spontaneamente. Il tecnico sentenzia: “E’ il filtro! è sporco e andrebbe sostituito, ma noi qui non ne abbiamo. Bisognerebbe andare a Malè e diventerebbe una spesa molto cara. Meglio andare avanti così, di sicuro si fermerà nuovamente e potete solo sperare che dopo un po’ riparta, come ha fatto ora.” Non è molto consolante, ma non ci sono alternative. Lo paghiamo (25$) e incrociamo le dita…
Poi è la volta della pompa manuale di sentina, che non aspira più. La smonto e trovo la valvola di aspirazione bucata; dopo averla sostituita l’impresa più difficile è rimontare la pompa, come sanno tutti gli armatori di Amel SM cui è toccata l’esperienza.
Per terza, a guastarsi è la pompa elettrica di sentina. Smontata anche questa, dopo aver verificato il funzionamento della parte elettrica sostituisco entrambe le valvole, aspirazione e scarico, apparentemente non difettose, ma dopo la sostituzione la pompa riprende a funzionare regolarmente.
Nei ritagli di tempo mi dedico alla pulizia della carena; al mattino fino alle 10.30- 11.00 l’acqua è pulita, poi probabilmente a causa della corrente di marea diventa torbida e con molta sospensione.
Il tempo alle Maldive sta decisamente cambiando: la stagione delle piogge è arrivata e per noi è proprio tempo di lasciare queste isole che pure abbiamo trovato affascinanti.
Il nostro permesso di sosta alle Chagos, richiesto ed ottenuto in gennaio dall’Italia, decorre dal 25 maggio. Ne richiediamo per e-mail la correzione, anticipando la data di arrivo al 21 maggio; in meno di 6 ore ci arriva il nuovo permesso con la data corretta. La nostra partenza di conseguenza sarà venerdì 18 sera o sabato 19 mattina, aspettiamo le ultime previsioni meteo per la decisione finale.
Nel frattempo è cominciato il ramadan: tutti i ristoranti sono chiusi fino a sera, gli orari di negozi e uffici subiscono variazioni per consentire ai fedeli di pregare nelle ore stabilite. Tutto diventa un po’ complicato e Massud, il nostro agente, anticipa tutte le pratiche di uscita per essere sicuro di farcela a consegnarci in tempo i documenti.
Giovedì 17 maggio con l’autobus andiamo ad Hithadhoo, dove rimpinguiamo la cambusa di frutta e verdura nel ben fornito negozio che ci è stato raccomandato dagli altri velisti (“Daily fresh”) e rientriamo alla base con un taxi (130 rupie, 8€). Chiamiamo Massud che puntuale ci restituisce i passaporti timbrati e i documenti per l’uscita. Saldiamo il conto per il permesso di navigazione e le tasse Maldiviane: in totale 54 giorni di permanenza ammonta a 1195 $.
Non ci rimane che salpare l’ancora!