mercoledì 24 giugno 2026

WESTAMMAEYJAR

 Domenica 7 giugno, alle 9.15, lasciamo l’ormeggio di Reykjavik, a bordo c’è Denis, arrivato da pochi giorni per rinforzare l’equipaggio, Fabrizio ed il sottoscritto. Vento da est sui 7 nodi, senza esitazione spieghiamo le vele: randa, genoa e mezzana si aprono una dopo l’altra. Per dare stabilità usiamo il contributo del motore a 1300 giri, mentre ci lasciamo alle spalle la capitale.


Intorno a mezzogiorno il vento gira a nord e rinfresca,  cambiando l’inclinazione della barca; aspettiamo che la nuova stabilità sia perfetta e alle 14 precise, compiamo il gesto più bello di ogni velista: spegniamo il motore. Resta solo lo scorrere dell’acqua lungo lo scafo, il battito leggero del sartiame e il soffio del vento che ci spinge ad una velocità media di 5-6 nodi.

Navighiamo così a vela pura fino all’arrivo, in uno stato di grazia e sospensione che solo il mare aperto sa regalare.

Sono le 7.00 del mattino seguente quando l’arcipelago di Westammaeyjar si rivela in tutta la sua drammatica bellezza, manovriamo con precisione millimetrica lungo il tortuoso canale, fino ad arrivare sulla testa del pontile interno (63°26.627N 20°16. 213W).



Westammaeyjar non è un porto qualunque, è un fulcro vitale, un approdo peschereccio importante,  con grosse navi da pesca.

Ma a rendere unico questo luogo è la sua storia recente, scritta con il fuoco. Nel 1973, una devastante eruzione vulcanica squarciò la terra: il magma fluì per mesi, rischiando di chiudere per sempre l’imboccatura del porto. Gli abitanti lottarono contro il vulcano, raffreddando la lava  con l’acqua di mare, e miracolosamente la colata si fermò, finendo per creare una protezione naturale ancora più efficiente per le imbarcazioni e facendo nascere una nuova isola dal nulla.

Decidiamo di esplorare questa terra, sotto una pioggerellina leggera sottile ma costante, che avvolge l’isola, ci incamminiamo verso il cono del vulcano, l’Eldfell, oggi spento e silenzioso, ma la cui presenza incombe a ridosso del centro abitato.


Il giorno successivo l’Islanda decide di stupirci ancora, regalandoci il suo volto più radioso. La pioggia scompare, il cielo si pulisce e un sole splendente illumina i prati verde smeraldo che contrastano con la roccia nera. E’ la giornata perfetta per raggiungere l’estremità sud dell’isola. La nostra meta è un luogo speciale, il santuario dei puffin (le pulcinelle di mare), gli uccelli simbolo di queste latitudini, famosi per i loro becchi coloratissimi e l’andatura squisitamente goffa.

Dopo la prima mezz’ora di cammino, Denis decide di tornare alla barca, non si è vestito adeguatamente e soffre il freddo, proseguiamo Fabrizio ed io.

Arrivati sulle scogliere a picco sul mare, troviamo un pendio verde che ospita una colonia di uccelli marini intenti a fare la guardia al loro nido e a scrutare l’orizzonte. Guardarli volare controvento e tuffarsi nelle acque gelide, toglie il fiato e ripaga di ogni sforzo.                                                                  




cciamo finalmente ritorno alla barca, il contapassi sul telefono segna un numero incredibile: 24.000 passi, circa 18,5 km di cammino! Le gambe sono stanche, ma la mente è leggera, colma di spazi aperti e natura incontaminata.

Prima di ritirarci in barca, esploriamo il paese: è delizioso, incredibilmente ordinato e accogliente. Troviamo due grandi supermercati, vicinissimi al porto, una vera manna dal cielo per noi navigatori, ottimi per fare cambusa; appena fuori dal centro, un immenso e spettacolare campo da golf che si snoda all’interno di un antico cratere sommerso.

La sera islandese, che non conosce oscurità in questa stagione, avvolge il porto.  Westamanneyjar è stata per noi non una semplice tappa, ma un’esperienza profonda, dove la forza distruttiva del fuoco si è trasformata in una bellezza mozzafiato. Una terra aspra e magnifica che rimarrà impressa per sempre nel nostri ricordi.