domenica 1 marzo 2020

Avevamo un bel programma...


Avevamo un bel programma, studiato per bene nei minimi dettagli. Partenza da Verona il 20 gennaio per raggiungere Refola a Jacaré, Brasile, messa a punto della barca e a fine mese trasferimento a Trinidad, dove avremmo fatto carena; sosta tecnica a Le Marin, Martinica, per cambiare i parastrappi dell’invertitore; da lì, finalmente, doveva iniziare la crociera che toccando St Thomas, Portorico, Repubblica Dominicana, Turk and Caicos, Bahamas, Florida, New York, Long Island, Maine ci avrebbe portato verso metà settembre ad Halifax, Canada, dove avremmo lasciato la barca.
Molti contatti con altri navigatori che avremmo incontrato lungo il percorso, amici che ci avrebbero raggiunto a bordo per condividere qualche tratto di mare…
Tutto sfumato. La sera del 19 gennaio, vigilia della nostra partenza, la mia finora arzilla mamma di 98 anni ha una specie di blocco improvviso. Chiamiamo il 118; nel giro di mezz’ora è in terapia intensiva al pronto soccorso. I medici sono pessimisti e ci preparano al peggio. Noi avremmo dovuto salire sul pulmino per Malpensa alle 3.45, ma in questa situazione ovviamente tutto salta. Come già successo a maggio 2019 coi guasti al motore, bisogna rassegnarsi ai cambi di programma: l’aereo partirà senza di noi.
Il giorno seguente mia mamma si riprende e viene dimessa. La batosta però è stata importante e non sarà possibile riprendere il tranquillo tran tran precedente: dobbiamo pensare ad un ricovero in casa di cura, che fortunosamente riusciamo a combinare in pochi giorni.
A questo punto, affrontate le prime urgenze familiari, devo decidere il da farsi. Ci penso un po’: trasferiremo Refola a Trinidad, la metteremo in secco al Peake, e torneremo a casa per seguire la situazione di mia mamma. L’amico Angelo, venuto a conoscenza degli eventi, accetta di concludere il viaggio a Trinidad; avrebbe dovuto arrivare a Jacaré qualche giorno dopo di noi, e invece ci precederà di una settimana. Tutti gli altri appuntamenti annullati, il programma di navigazione è rimandato di un anno. Si spera...
Domenica 2 febbraio Lilli ed io voliamo da Malpensa a Recife, via Capo Verde. Volo della Cabo Verde Airlines, veloce (11 ore) e molto economico. Ad attenderci il nostro fidato autista Marcho; giungiamo al Jacarè Marina quando è ormai notte avanzata. Malgrado i nostri tentativi di non fare rumore, Angelo si sveglia al nostro arrivo e ci aiuta a portare a bordo le valigie; pochi minuti di convenevoli, e tutti in branda.
La mattina di lunedì 3, a colazione, ho già in mano la lunga lista dei lavori da fare. Alle operazioni consuete dopo un lungo periodo di sosta (messa in opera di drizze e vele, cambio olio e filtri motore e generatore) si aggiungono questa volta il cambio dell’intero parco batterie, il montaggio della catena fatta zincare in nostra assenza nonché del condizionatore di poppa, che mi illudevo fosse stato riparato (macchè!).
E poi, come sempre, arrivano gli imprevisti. I primi sono guasti tecnici, niente affatto graditi.
Si comincia col generatore: va in moto ma si spegne dopo pochi secondi; chiamo il tecnico in Italia e mi dice che il problema potrebbe essere la scheda di controllo tensione; forse sarebbe da sostituire, ma è impossibile esserne certi e soprattutto averla in Brasile in tempi ragionevoli. Navigare senza generatore significa dover dare motore almeno 3-4 ore al giorno, per caricare le batterie. Non ne sono felice ma non ci sono alternative, ci arrangeremo senza generatore fino a Trinidad.
Poi è la volta della stazione del vento che fin da subito, appena montata, non dà segni di vita. Sugli strumenti non avremo visibili i dati né sulla direzione né sull’intensità del vento. Alternative? Nessuna! Quindi faremo a meno anche di questo, affidandoci al vecchio segnavento e alla nostra esperienza.
Per fortuna ci sono anche imprevisti piacevoli: il simpatico incontro con Serena, arrivata da Sant’Elena con un’Amel Super Maramu nostra gemella. Italiana, 35 anni, alle prime esperienze di vela, si era imbarcata a Walvis Bay in Namibia senza conoscere personalmente nessuno dei compagni di viaggio; era rimasta entusiasta della traversata atlantica e della sosta a Sant’Elena, ma non altrettanto del comportamento tenuto dai maschietti di bordo una volta arrivati a Recife in Brasile (bere smodato, prostitute a bordo). Sentendoci parlare italiano, Serena ci avvicina nel bar del marina e ci racconta la sua storia; avvertiamo da parte sua un grande bisogno di sfogarsi e ricevere un po’ di comprensione. Le diciamo che il nostro piano di navigazione è limitato a Trinidad, ma se vuole venire con noi… Vediamo i suoi occhi illuminarsi. “Davvero potrei? - chiede incredula - e potrebbe venire anche la mia amica Aurora, che ha solo 24 anni ed è altrettanto disgustata dai maschi di bordo?”. Non ci capita spesso di imbarcare estranei, ma queste circostanze ci sembrano troppo particolari e quindi, sì, diciamo alle ragazze che se vogliono possono trasferirsi su Refola.
Detto fatto: venerdì 7 febbraio arrivano entrambe coi loro pesanti borsoni, tutte sorridenti.
Lunedì 10 Nicholas del Jacaré Village Marina ci porta all’ufficio immigrazione per i timbri di uscita, mentre per completare le pratiche si recherà da solo in Capitaneria e Dogana (al prezzo di 250 real). Martedì 11 facciamo fare da un ragazzo del marina un po’ di pulizia della carena, andiamo al mercato di Cabedelo per le ultime spese, mercoledì 12 febbraio siamo pronti a mollare gli ormeggi appena dopo la massima di marea delle 6.30.
Le previsioni meteo ci danno, fino all’equatore, vento debole e di direzione variabile con cielo coperto e temporali. La cosa non ci stupisce perché in effetti siamo nella fascia delle calme, ma in realtà il primo giorno ci regala una giornata di sole e vento al traverso sui 10-12 nodi, che è davvero l’ideale per cominciare in bellezza.

La rotta che ho tracciato sul plotter supera le 2000 miglia; dopo Cabo Calcanhar e cioè dal secondo giorno di navigazione, si allontana di circa 100 miglia dalla costa; una misura di sicurezza per evitare le barche da pesca ed essere sufficientemente lontani dalla foce del Rio delle Amazzoni.
Prevedo circa due settimane di navigazione; inserisco le due ragazze nei turni di guardia: la prima notte in coppia con uno di noi, a partire dalla seconda giornata saranno da sole di giorno e con una parziale sovrapposizione durante la notte, la prima mezz’ora con quello che smonta, un’ora da sole e una mezz’ora con quello che monta.
Il secondo giorno di navigazione nell’accendere il motore sento, durante la fase di accelerazione, un forte sibilo, come di una cinghia che slitta. Ma le cinghie sono a posto ed in tensione e temo che il rumore provenga dall’invertitore. Faccio vari tentativi, tornando in folle e accelerando più lentamente, finché il sibilo cessa. Il problema si ripresenta uguale ogni volta che metto in moto. Non sono tranquillo: il generatore è fuori uso e se ci lascia anche il motore sono cavoli amari… di positivo c’è che il rumore è più intenso accelerando in folle e questo escluderebbe il coinvolgimento dell’invertitore (che in folle è fermo). Decido di controllare nuovamente e tendere maggiormente le cinghie di entrambi gli alternatori: il rumore, con nostro grande sollievo, sparisce! Questo rimette in gioco la sosta all’Ile Royale, nella Guyana Francese, che avevo inizialmente programmato ma a cui pensavo di rinunciare per arrivare prima possibile a Trinidad. Visto che si rolla molto (superato l’equatore i venti sono rinforzati e l’onda al traverso ha raggiunto i 3 metri), non ci farà male tirare un po' il fiato.

Le ragazze si sono ambientate e fanno egregiamente la loro parte. Serena si è rivelata un’ottima cuoca, e grazie alla napoletanità che le deriva da suo padre (la mamma è tedesca) ci delizia con ricette per noi nuove (non per Lilli, naturalmente). Lavora a Berlino da 7 anni in una grande pasticceria ed è specializzata nella lavorazione del cioccolato; ha preso un anno sabatico e vuole guardarsi intorno per decidere “cosa farà da grande”. Aurora invece è norvegese, vegetariana, laureata in ingegneria meccanica; ha già lavorato 2 anni a Manchester ma si è licenziata per iniziare nel prossimo settembre un master in ingegneria biomedica in Olanda; nel frattempo ha voluto fare esperienza di navigazione e si è imbarcata a Città del Capo sullo stesso Amel, Ganesha, dove ha conosciuto Serena.
Entrambe sembrano contente di essere con noi, e tutto va bene.





Refola come sempre si fa onore. Le medie di percorrenza giornaliere, pur con un parziale uso del motore, sono di tutto rispetto: 160, 148, 169, 151 miglia per i primi 4 giorni. Un’altra buona notizia riguarda la stazione del vento: ha parzialmente ripreso a funzionare e ci indica la direzione e intensità del vento, almeno quando supera gli 8-10 nodi.





Inauguriamo quest’anno un nuovo piccolo strumento, il Garmin InReach, un comunicatore satellitare super compatto e portatile che consente di inviare/ricevere messaggi di testo in/da qualunque parte del mondo. Per far sapere che va tutto bene ogni giorno alle 12 (orario di bordo) inviamo un messaggio ai parenti dell’intero equipaggio. Il messaggio è “predefinito”, cioè sempre uguale, ma riporta ogni volta la posizione del momento ed un link alla mappa su cui è visibile tutto il nostro percorso; ai destinatari abbiamo aggiunto Antonio Penati, che gentilmente si è offerto di seguirci e di inviarci brevi SMS con le previsioni meteo della zona in cui navighiamo.
Nel frattempo le medie giornaliere sono aumentate, anche grazie all’aiuto della corrente a favore: 177, 185, 192 miglia, con vento al traverso sui 20 nodi. Giovedì 20 febbraio alle 10.00 ancoriamo a sud dell’Ile Royale su un fondale di fango di 5-6 metri (5°17.063 N 52°35.305W).
Insieme all’Ile Saint-Joseph e all’Ile du Diable, Ile Royale fa parte del piccolo arcipelago Iles du Salut, appartenente alla Guyana Francese, che ospitò per quasi un secolo, fino al 1946, una colonia penale francese. Il libro autobiografico di un ex detenuto e soprattutto il film che ne fu tratto, “Papillon” con Steve Mc Queen e Dustin Hoffman, resero queste isole celebri in tutto il mondo.
Animati da curiosità, le ragazze ed io andiamo in esplorazione col dinghy, mentre i vecchi (Angelo e Lilli) restano in barca a riposare. Attracchiamo ad un moletto galleggiante dove fanno servizio le poche barche di turisti e dove si potrebbe sostare brevemente anche con la barca.
Le prime case vicino all’approdo, pur ancora ben tenute, sono chiuse e disabitate; salendo verso la parte interna dell’isola, più alta, si trova un albergo che ci appare semideserto, poi una specie di villaggio con alcuni alloggi occupati da turisti francesi; c’è la gendarmeria, che funge anche da recapito postale, ed infine alcune strutture della colonia penale, come la sezione dei condannati a morte. Vediamo, semidistrutte, costruzioni che potevano essere le abitazioni del personale di sorveglianza, ed anche una specie di fattoria in stato di abbandono, con tanto di trattori (arrugginiti). A parte sparuti turisti, l'isola sembra popolata più che altro da simpatiche scimmiette e grossi roditori.

















Ritorniamo in barca e dopo una bella doccia rinfrescante ceniamo tutti insieme in pozzetto. Non possiamo dire di essere in acque calme perché c’è un discreto rollio, ma almeno balliamo un po’ di meno, è sempre meglio che in navigazione. Queste isolette non hanno molto altro da dirci, l’acqua non invita a tuffarsi: è deciso, venerdì 21 si riparte alla volta di Trinidad.
Una brutta sorpresa arriva quando salpiamo l’ancora: la catena è completamente ricoperta di un tenace fango melmoso. Dobbiamo lavorare una buona mezz’ora, consumando quasi 100 litri di acqua dolce, per riuscire a pulirla, anello per anello. Finalmente alle 9.25 riusciamo a muoverci e aggiriamo ad ovest l’Ile Royale. Il vento è da NNE sui 10-12 nodi; per uscire dalle acque basse della zona impostiamo una rotta a motore, con randa cazzata, su 332°; solo alle 17, quando raggiungiamo fondali di 30 metri, spegniamo il motore ed accostiamo a vele piene, procedendo di bolina, sul WP di approccio a Trinidad.
Un’altra sorpresa giunge verso sera, quando mi appresto a preparare la cena: il fornello non si accende, provo ad attivare la seconda bombola, ma il gas non arriva. “Deve essere l’elettrovalvola”, penso, così la escludo e collego la bombola direttamente al tubo che arriva in cucina. Anche la cena è salva.
Sabato 22 attraversiamo un campo di alta pressione ed il vento si riduce ai minimi termini, costringendoci a dare motore. Riapparirà domenica notte, da ENE. I turni funzionano egregiamente e l’equipaggio è ormai rodato; nel tardo pomeriggio, per l’immancabile aperitivo, alterniamo ai gin-tonic preparati dal sottoscritto, i Negroni di Angelo o le Caipirinha di Aurora.
Le medie si mantengono alte, sempre con l’aiuto della corrente a favore (circa 1-2 nodi): 177 alle 12 di sabato, 175 domenica e 158 alle 12 di lunedì.
L’ultima notte di navigazione, con le isole già bene in vista, passiamo nel canale tra Trinidad e Tobago; in un primo momento, per evitare brutti incontri, avevo pensato di affrontare questo tratto senza luci di via e con l’AIS spento, ma poi visto il traffico navale intenso ho deciso di navigare regolarmente.
Finisce la pacchia della corrente a favore: nel canale la troviamo infatti contraria, di 1-2 nodi; non sono molti ma sufficienti a ridurre la nostra velocità a 3-4 nodi. Un po’ a malincuore, dopo un passaggio così veloce, siamo così costretti a dare motore fino all’arrivo.
Alle 10.30 local time di martedì 25 febbraio, dopo aver percorso 2075 miglia in 14 giorni, comprese 22 ore di sosta a Ile Royale, a una velocità media di 6,18 nodi, approdiamo al molo della Custom presso il Crew’s Inn Marina di Chaguaramas (10°40.788’N 61°37.884’W).
Le pratiche d’ingresso sono semplici ed abbastanza veloci. All’ora di pranzo siamo già ormeggiati al pontile del cantiere Peake, dove lasceremo Refola per tornare a casa.