Visualizzazione post con etichetta Vanuatu. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vanuatu. Mostra tutti i post

giovedì 26 maggio 2016

ADDIO ALLE VANUATU: Vanua Lava e Torres

13°06.647'S 166°33.297'E
Mercoledì 18 maggio alle 19.10, dopo aver cenato, salpiamo da Lelevela diretti all'isola di Vanua Lava, e precisamente a Sola, capoluogo della provincia di TORBA, acronimo di Torres-Banks, i due arcipelaghi più settentrionali delle Vanuatu.
Il vento è debole, dal lasco a poppa, tuttavia riusciamo a fare lunghi tratti a vela e la notte passa tranquilla.
Dopo l'alba, quando mancano circa 4 miglia all'arrivo, caliamo la traina per testare la lenza girata sul mulinello. Passano solo pochi minuti prima che il cicalino dia l'allarme: Francesco corre a chiudere la frizione mentre io avvolgo il genoa, per rallentare la barca. Vista l'esperienza delle ultime due prede perse, non vogliamo rischiare, così recuperiamo la lenza metro su metro, pazientemente, senza forzare. E siamo premiati: riusciamo a tirare sotto bordo un enorme pesce vela! Proprio quando stiamo per agganciarlo con il raffio, si rifugia sotto la barca: sono gli ultimi concitati momenti, poi finalmente riusciamo a bloccarlo con due raffi e a fargli trangugiare una boccetta di aceto, per tramortirlo. A questo segue la bella impresa di tirarlo su in coperta, una faticaccia che solo l'entusiasmo ci fa superare. La nostra preda pesa almeno 50 kg, la lunghezza l'abbiamo misurata, 2 metri e 30: è il pesce più grosso mai pescato su Refola fino ad ora!
Ora il problema è: che farne? Il nostro freezer trabocca di cibo e pesce pescato! la decisione è presto presa, lo regaliamo a Robert, il simpatico gestore dello "Yacht Club" di Sola, che avevamo conosciuto l'anno scorso.
Poco dopo le 8.30 di giovedì 19 maggio ancoriamo nella baia di Sola, su fondale sabbioso di 5-6 metri (13°52.406'S 167°33.222'E). Ancoraggio è un po' rollante, che tentiamo di mitigare con una seconda ancora (Fortless inalluminio da 10 kg) a poppa.
Messa in ordine la barca, scattiamo le foto di rito con la nostra prestigiosa cattura e ci rechiamo a terra per parlare con Robert. Non lo troviamo allo "Yacht Club", ma un suo collaboratore ci accompagna a cercarlo nei "garden" a est della baia; con il passaparola e dopo una bella camminata lo incontriamo, si ricorda di noi. "Hallo Robert, how are you? Ho un grosso pesce per te, ma mi devi aiutare a trasportarlo al tuo Yacht Club, magari ne cucini un pezzetto per noi" "Volentieri, sarà un piacere" dice lui.
Così torniamo alla barca, carichiamo il pesce sul dinghy, che lo occupa per tutta la lunghezza e torniamo alla spiaggia, in un punto di atterraggio più facile, circa 150 mt ad est dell'insegna in legno dello "Yacht Club".
In quattro lo trasportiamo attirando l'attenzione di alcuni locali; in breve tempo intorno a noi si forma un capannello di curiosi, sono tutti colpiti dalla bella preda, scattano foto con i cellulari, ci chiedono dove lo abbiamo preso... alla soddisfazione della pesca si aggiunge anche la gioia di fare un regalo tanto apprezzato.
Concordiamo con Robert di tornare alle 18.30 per la cena.
Ci rechiamo per le pratiche di uscita all'ufficio della dogana, dove il sig. Tamata ci aspetta, dopo le telefonate fatte a lui e all'ufficio Custom di Luganville per assicurarci della sua presenza. Tutto avviene velocemente, senza alcun sopralluogo in barca; compiliamo la lista di equipaggio ed il documento di uscita (la "clearance") è pronto; poi un salto alla polizia locale che assolve anche i compiti di ufficio immigrazione, altro modulo e timbro sul passaporto.
All'ora convenuta, siamo allo "Yacht Club". Robert, il nostro ospite, è un giovane sui 40-45 anni, ben in carne e dai modi gentili. Ci invita a sedere qualche minuto nel chioschetto di foglie di palma intrecciate, dopodiché . "Ladies and gentlemen, dinner is ready!" Ci tiene a fare bella figura, ha preparato con cura (tovaglia bianca e pulita!) l'unica tavola nel capanno vicino alla cucina.
Il profumo del pesce alla brace sovrasta su tutto, ma sul tavolo ci sono molte altre portate, frutto dell'albero del pane, banane arrostite, polpette di lap-lap (sorta di tubero), kasava (simile alle nostre patate), oltre ad una squisita salsa a base di curry locale.
Ci siamo portati dalla barca birre e vino (lui non ha la licenza per gli alcolici) ed abbiamo mangiato fino ad essere sazi, senza tuttavia riuscire a finire tutto.
Alla fine Robert si è unito a noi per bere un bicchiere e fare un po' di conversazione. Ci ringrazia ancora per il pesce che gli abbiamo regalato, che ha diviso con altri amici e per questo ci porta anche i ringraziamenti delle altre famiglie.
Ci salutiamo con l'impegno di fargli visitare l'indomani la barca, prima della nostra partenza.
Il giorno seguente tutto il villaggio è radunato intorno al campo da calcio, si gioca una sorta di campionato tra alcuni villaggi dell'isola, ci sono 4 squadre di giovani sui 18-20 anni, ma giocano un bel calcio al livello delle nostre categorie dilettanti-semiprofessionisti. Andiamo a prendere Robert nel primo pomeriggio, è emozionato e felice perché - ci confessa - è la prima volta che sale su uno yacht!
Alle 19.10 di venerdì 20 maggio salpiamo da Sola per una notturna di circa 80 miglia fino a Tegua, la terza delle isole Torres.
Il vento è sempre debole, ma con l'apparente al traverso-lasco, riusciamo ancora ad avanzare a vela, solo quando la rotta ci obbliga ad avere vento apparente sui 5 nodi e onda in poppa, dobbiamo dare motore per evitare troppe sollecitazioni all'albero.
L'arcipelago delle Torres è formato da 4 isole: da sud a nord Toga, Loh, Tegua e Hiu. Le prime due sono poco frequentate dagli yacht, perché non offrono riparo adeguato dall'onda.
Alle 8.30 di sabato 21 maggio arriviamo a Hayter Bay sull'isola di Tegua. Seguiamo la traccia di Zoomax importata su Sasplanet: la baia sembra ben riparata dall'onda prevalente, ma i fondali più o meno omogenei, con qualche grossa patata, sono solo sui 25 metri (13°14.684'S 166°35.570'E), mentre più vicino a terra, dove la profondità scende a 10-15 metri, vediamo pochi tratti sabbiosi e grandi avvallamenti rocciosi. L'acqua è meravigliosamente chiara e trasparente, ma decidiamo di proseguire qualche miglio fino ad Entreux Bay, sul lato NW di Tegua.
Anche in questa baia la protezione dal rollio è buona, ma i fondali con profondità variabili tra i 12 e 18 metri sono principalmente corallini e rocciosi. Visto che è ancora presto, proseguiamo fino alla successiva isola, Hiu, la più a nord delle Torres, a sole 7 miglia.
Nel tragitto incontriamo 3 piccole barche a motore dirette a sud, ma a terra non vediamo traccia di villaggi. Siamo convinti di trovare qualcuno sull'ultima isola, così decido di mettere la traina per pescare un pesce da regalare all'arrivo.
Detto fatto! ormai è come essere in pescheria: questa volta non tarda ad abboccare un bel tonno pinna gialla sui 15 kg, molto combattivo, che viene sedato con la sua buona dose di aceto.
Purtroppo, quando alle 10.30 arriviamo a Metenia Bay, ci rendiamo conto che anche qui è un deserto, probabilmente i villaggi sono all'interno o sul versante est!
Il posto è molto bello, un fondale uniforme di sabbia sui 13-14 metri ed un'acqua talmente limpida che sembra di toccare il fondo con le mani. L'ancoraggio però si è rivelato fastidiosamente rollante, specialmente quando la prua è orientata perpendicolarmente a terra (13°06.647'S 166°33.297'E).
Francesco si dedica alla pulizia del tonno, ricavando altri 8 kg di filetto che imbustiamo sotto vuoto e a fatica facciamo entrare nel freezer; ormai abbiamo scorta di pesce fino all'Indonesia!
Andiamo a terra con il dinghy infilandoci negli stretti passaggi tra i coralli, ma tenendo d'occhio la bassa marea per non rimanere intrappolati; solo alcuni cocchi tagliati, sulla spiaggia, stanno ad indicare che qualcuno deve essere già passato di qui.
Domenica 22 maggio, alle 19.40 lasciamo definitivamente Torres e con esse il mondo delle Vanuatu. Nostra prossima destinazione, le isole Solomon.
Le foto le invieremo con la prossima connessione internet.

martedì 17 maggio 2016

AMBRYM, PENTECOSTE, MAEWO

14°58.691'S 168°03.437'E
Salpiamo da Port Vila giovedì 12 maggio alle 15.30, dopo aver fatto il pieno  di carburante al pontile del marina, approfittando del prezzo duty free per le barche in uscita; è la prima ed unica occasione alle Vanuatu per rifornirsi con la pompa in barca, altrimenti si lavora di taniche.
In dogana ci hanno rilasciato il permesso di navigazione fino a Sola, nell'isola Vanua Lava (Banks), dove formalizzeremo l'uscita dalle Vanuatu.
Appena fuori da Mele Bay, quando mettiamo la prua verso nord, abbiamo un bel vento al traverso: spegniamo il motore e proseguiamo a vela per un centinaio di miglia fino alla punta ovest di Ambrym. La notte passa tranquilla; solo nelle ultime 13 miglia diamo nuovamente motore, fino all'ancoraggio sul lato NW dell'isola, di fronte al villaggio Renon.
Alle 10.30 di venerdì 13 maggio, dopo aver percorso 117 miglia, ancoriamo su fondale di 5-6 metri, di sabbia nera (16°08.576'S 168°06.944'E).
Nel pomeriggio scendiamo a terra col dinghy. Notiamo che la spiaggia si anima di gente: no, non sono venuti ad accogliere noi, semplicemente aspettano il ferry-boat che sta arrivando e che si vede ancora piccolo all'orizzonte.
Chiediamo di Geoffrey, che abbiamo conosciuto lo scorso anno: ci dicono che è a Port Vila con la famiglia, perché la moglie deve partorire il loro terzo piccolino. Ci dispiace non poterlo reincontrare, questa sosta era stata programmata proprio per salutarlo e lasciargli qualche piccolo dono che non avevamo con noi l'anno scorso (30 metri di cima, un paio di occhialini da sole per la sua bambina).
Ci fermiamo sulla spiaggia, mescolati fra la gente del posto, ad osservare l'attracco della nave, lunga circa 50 metri, che approda direttamente sul bagnasciuga appoggiandovi il grande portellone da sbarco.
Scendono alcuni passeggeri e poi è la volta delle merci: pacchi, sacchi di riso, bidoni di carburante, materiale da costruzione (ferro, cemento, tavole di legno). Tutto viene portato sulla spiaggia, passando di mano in mano da una piccola catena formata da una decina di ragazzotti, alcuni che fanno servizio sulla nave, alcuni locali e alcuni passeggeri. Finite le operazioni di scarico, si occupano delle ben più magre spedizioni: qualche pacco, qualche oggetto avvolto in foglie di palma intrecciate.
Un signore che sembra coordinare tutte le operazioni di carico – scarico ha in mano un pacco di foglietti (ricevute di spedizione? bolle di trasporto?) e controlla con i destinatari il corretto arrivo della merce, incassa il denaro, che infila nella capiente tasca dei pantaloni ... i conti li farà forse a bordo, dopo la partenza.

Dopo circa un'ora, il ferry boat lascia la spiaggia e noi facciamo ritorno in barca.
Ripartiamo il mattino seguente, sabato 14 maggio: la nostra destinazione è la baia di  Loltong nell'isola di Pentecoste, a 38 miglia. La navigazione è piacevole, vento sui 12-14 nodi al traverso, niente onda; durante il percorso una presa alla traina riaccende in noi l'istinto di predatori, ma dopo i primi metri di recupero la lenza da 80 libbre (36 kg!) si strappa … siamo amareggiati, delusi e frustrati, anche perché non c'è cosa più bella che donare alla gente del villaggio un gran bel pesce appena pescato.
Alle 14.30 entriamo nella tranquilla baia di Loltong: c'è un allineamento per 90° su due triangoli bianchi, non grandi ma ben visibili, posti al centro della spiaggia, che indica il passaggio sicuro tra due reef e fino alla zona di ancoraggio, su sabbia con fondale di 4-5 metri, dove caliamo l'ancora facendo attenzione a lasciare libera la visuale dell'allineamento per eventuali altre imbarcazioni in arrivo.
Quando scendiamo a terra troviamo ad accoglierci Matthew, che gestisce il locale “Vatulo Yacht Club”.
Ci accompagna per un giro nel villaggio, presentandoci alle persone che incontriamo: tra queste Vittoria, proprietaria di una caratteristica “Guest House” (piccole capanne, molto curate, incassate tra massi sormontati da alberi e palme) ci propone alcuni pompelmi in cambio di qualche oggetto. Prendiamo accordi per tornare la mattina seguente.
Di buonora torniamo al villaggio; è domenica, molta gente è in chiesa, soprattutto le donne. Preleviamo i pompelmi da Victoria, lasciandole in cambio una torcia da testa, uno zaino ed elastici per capelli. Salutiamo Matthew, al quale doniamo una maglietta “da velista” e le bandiere consumate di Refola, da appendere nello Yacht Club.
La mattina stessa riprendiamo la navigazione verso nord, per una breve tappa di 12 miglia fino ad Ansawari Bay, nell'attigua isola di Maewo.
A circa metà percorso, un'altra funesta presa alla traina ci rovina la giornata: nonostante avessimo prontamente avvolto il genoa, per ridurre la velocità della barca, dopo i primi metri di recupero il filo si spezza nuovamente... Grande dilemma: pesce troppo grosso o filo marcio? Inizialmente preferiamo pensare che sia vera la prima delle ipotesi, e amareggiati riponiamo la canna.
Entriamo nella baia di Asanvari alle 13.00; nel primo tentativo di ancoraggio l'ancora finisce in mezzo ai coralli, ma il secondo tentativo va a buon fine, su 11-12 metri di sabbia (15°22.583'S 168°07.966'E).
Lo scenario che ci circonda è incantevole: la bianchissima spiaggia del villaggio, la cascata in fondo alla baia, la fitta vegetazione, il tutto reso splendente da una bella giornata di sole. Anche Francesco e Luciano rimangono colpiti dalla bellezza del posto e quando un giovane di nome Carl, gestore del ristorantino della cascata, ci propone per l'indomani un piatto di gamberi di acqua dolce con verdure decidiamo di passare qui anche una seconda notte.
Il giorno dopo, lunedì 16 maggio, ci godiamo una mattinata di sole circondati dalle acque calme e trasparenti della baia.  Ma il dubbio sugli incidenti di pesca, troppo frequenti, continua a ronzare e così decidiamo di girare la lenza sul mulinello: la parte terminale andrà all'inizio della bobina e alla parte opposta, che non ha mai toccato l'acqua, attacchiamo l'esca.
A ora di pranzo siamo nel ristorantino di Carl, a due passi dalla cascata. Ha preparato con cura il nostro tavolo (siamo gli unici clienti) ed i gamberi con le verdure sono eccellenti. Paghiamo in tutto 6.000 vatu, più o meno 48 euro, che non comprendono però le birre che ci siamo dovuti portare dalla barca.



Nel pomeriggio, visita al villaggio: ci viene incontro Erica, la signora che lo scorso anno ci aveva accompagnato alla sorgente della cascata. Si ricorda di noi, ci porge il benvenuto appostando a ciascuno un bel fiore rosso sull'orecchio.
Con un po' di rammarico ci chiede se siamo stati a pranzo da Carl (villaggio piccolo, le notizie volano!). Per consolarla le regaliamo una lampada solare che si illumina con colori diversi e un paio di occhialini da sole per la sua bambina, Serena. Sembra contenta e in cambio ci offre un sacchetto di verdure del suo orto.
Martedi 17 maggio salpiamo da Asanvari alle 7.10: vogliamo fare una sosta all'isola di Ambae a 12 miglia, dove potremo trovare una banca ed un supermercato per fare provviste di pane, e poi proseguire in giornata fino a Lelevela, sulla parte terminale di Maewo.
Un bel vento sui 15-18 nodi agevola il nostro piano di navigazione ed alle 9.00 ancoriamo a Vanihe Bay (la per noi famosa baia dei pipistrelli, descritta nel blog 2015), su 7-8 metri di sabbia nera (15°16.583'S 167°58.463'E).
Lilli rimane in barca, mentre Francesco, Luciano ed io con il dinghy ci rechiamo nella attigua Lolowai Bay, a circa 0,6 miglia.
Vicino all'atterraggio purtroppo non c’è uno sportello ATM e la banca, ci dicono, è a 2 km nel vicino paese di Saratamatra; noi abbiamo bisogno di moneta locale e ci incamminiamo sotto il sole nella strada polverosa, sperando di trovare un passaggio, purtroppo senza successo.
Facciamo il cambio alla banca, con la solita lentezza già riscontrata lo scorso anno negli sportelli bancari decentrati, acquistiamo il pane e torniamo al dinghy, questa volta trovando un passaggio su un pick-up.
Alle 11.15 ripartiamo da Vanihe Bay, con un bel vento al traverso sui 16-18 nodi e in 2 ore e mezzo percorriamo le 21 miglia fino a Lelevela, a circa 5 miglia dall’estremità nord di Mewo.
A Lelevela siamo ritornati per salutare David, che lo scorso anno ci aveva letteralmente riempiti di frutta e verdura del suo fornitissimo garden; senza darci il tempo di scendere a terra, ci viene a trovare con la sua canoa a bilanciere.
Lo accogliamo a bordo, anche lui si ricorda di noi; per non smentirsi, subito impartisce ordini al ragazzino che lo accompagnava a cavalcioni di una scassata tavola da surf, di andare a prendere per noi frutta e verdura.
Mentre chiacchieriamo e guardiamo le foto dello scorso anno, gli offriamo i nostri doni: 30 metri di cima da 10 mm, una torcia da testa, una serie di ami da pesca, un paio di occhiali da sole, un piccolo mappamondo; nel frattempo arrivano con i suoi figli papaie giganti, pompelmi, noci di cocco.
Prima del tramonto andiamo a terra dove vivono quattro famiglie oltre alla sua, molti sono i ragazzini, più numerosi degli adulti. Il nostro arrivo è salutato con grande entusiasmo,  dal momento che Lelevela non è una località conosciuta e poche barche fanno sosta  qui.
Stamattina, 18 maggio, David ritorna su Refola con una borsa di limoni e mandorle locali; nel primo pomeriggio andiamo a visitare il suo garden, come sempre molto curato, e verso sera ci salutiamo, noi siamo in partenza per la notturna che ci condurrà a Sola, sull’isola di Vanua Lava. 

mercoledì 11 maggio 2016

TANNA, ERROMANGO, EFATE

17°44.623'S 168°18.775'E
Il mattino del 4 maggio lasciamo le tranquille acque di Aneytium. Il vento è calato rispetto ai giorni scorsi e siamo rassegnati a sorbirci 50 miglia a motore; con grande gioia neanche un'ora dopo, appena doppiata la punta ovest dell'isola, troviamo una leggera brezza sui 10-14 nodi, che ci consente di arrivare a vela fino a Tanna.
Alle 16.00 entriamo nella baia di Port Resolution (che non è un porto ma solo una baia) ed ancoriamo seguendo la traccia dello scorso anno, su un fondale di sabbia di circa 5 metri (19°31.545'S 169°29.717'E).
Poco dopo si avvicinano un paio di barchini locali, le loro tipiche canoe scavate su un tronco di albero, con un bilanciere: soliti timidi convenevoli di benvenuto, siamo la prima barca che arriva alla baia in questa stagione.
Lo scorso anno Lilli ed io abbiamo passato circa tre mesi alle Vanuatu e ci sono piaciute molto:  gente sorridente e disponibile, povera ma fiera, acque limpide e calde; quest'anno abbiamo deciso di ritornarci, anche se per un veloce passaggio, per andare a trovare le persone che più di altre in qualche modo ci avevano colpito, alle quali avevamo promesso di tornare.
Qui a Port Resolution avevamo trovato uno "Yacht Club" distrutto dal ciclone Pam del 13 marzo 2015; i locali lo stavano faticosamente ricostruendo, e noi avevamo lasciato le nostre bandiere da appendere in segno di ricordo. Va precisato che loro chiamano "Yacht Club" una o più capanne destinate ad offrire un punto di ristoro e di ritrovo agli equipaggi delle barche in transito: arredamento nullo o estremamente spartano, compensato però da pulizia e dall'attenta cura della vegetazione.
Siamo curiosi di vedere l'avanzamento dei lavori di ricostruzione e così prima del buio andiamo a terra con il dinghy. Ce l'hanno fatta: lo Yacht Club, in posizione strategica che domina la baia, è nuovamente attivo e in questo momento ospita un gruppo di giovani provenienti dalla Nuova Caledonia, accampati in tende ed in piccole capanne di legno e paglia; tutto è curato e pulito, erba rasata, sembra di entrare in un piccolo parco tropicale gestito da giardinieri inglesi.
Rivediamo con piacere le nostre bandiere (quella italiana e il guidone del Paterazzo), appese bene in evidenza all'ingresso.
A seguire lo Yacht Club c'è solo la moglie di Werry, che ha in braccio un bimbo di appena 2 mesi; gli uomini sono da 7 mesi in Australia a lavorare nella raccolta delle mele, torneranno il mese prossimo. Le porgiamo in regalo dei bei piatti di porcellana e posate di acciaio, ci sembra felice, si ricorda di noi e ci abbraccia in segno di ringraziamento.
Ci congediamo subito dopo il tramonto; un addio? un arrivederci?  chissà … mai dire mai.
Il mattino seguente poco dopo l'alba salpiamo diretti ad Erromango, a 55 miglia: questa volta il vento apparente non arriva a 4 nodi, costringendoci a motore fino quasi all'arrivo; solo nell'ultimo tratto, facendo rotta su Dillon's Bay, la bolina larga ci permette di percorrere le ultime 5 miglia a vela.
Alle 16.00 ancoriamo ad est della foce del fiume, su un fondale sabbioso di 8 metri (18°49.257'S 169°00.802'E).
Questo trasferimento ci rimarrà impresso per la pesca ed i suoi "effetti collaterali": verso mezzogiorno abbocca un dorado di circa 3-4 kg, non offre molta resistenza e con facilità lo tiriamo in coperta.
Poco più tardi Francesco lo pulisce e ricaviamo tre tranci per la cena ed un po' di polpa per il pesce crudo alla Polinesiana, con olio, limone e verdure fresche.
Ci riteniamo, per oggi, già soddisfatti. Ma proprio quando inizia il percorso a vela, un'altra preda abbocca al nostro polipetto artificiale: capiamo subito, da come tira, che è qualcosa di grosso ed infatti, quando con fatica riusciamo a trascinarlo sotto bordo, vediamo che si tratta di un bel tonno pinna gialla, tra i 20 e 30 kg.
Lo recuperiamo con il raffio e lo leghiamo al tientibene di poppa, ma il tonno è molto combattivo e continua a dimenarsi: riesce a rompere l'attacco del porta canna, che finisce in acqua insieme a canna e mulinello! Per fortuna l'amo era ancora impigliato nella bocca del pesce e così possiamo ritrascinare sotto bordo e recuperare la canna con il mezzo marinaio.
Con il senno di poi, avremmo dovuto tramortire il tonno, come già avevamo fatto in altre occasioni, facendogli trangugiare una massiccia dose di aceto, ma questa volta non ci ho pensato.
Dopo l'ancoraggio molti ragazzini, a bordo di canoe, sono venuti a salutarci e ad ammirare la nostra preda appesa come un trofeo. Dopo le solite foto di rito, Francesco si dedica alla pulizia e alla sfilettatura: il bilancino dinamometro segna 25 kg!

Il pesce è veramente grosso, per cui ne regaliamo un terzo ad una barca di giovani ragazzotti, un altro terzo all'amico David, conosciuto lo scorso anno, che ha in corso la costruzione di uno Yacht Club ed infine con il rimanente terzo tagliamo tranci di filetti che mettiamo sotto vuoto in freezer. Ne avremo per un bel po'.
L'epilogo della serata arriva nella notte: dopo la cena a base di dorado, mangiato in parte crudo e in parte al forno, all'acqua pazza, tutti e tre  (Lilli, Francesco ed io) soffriamo di disturbi di stomaco, nausea,  vomito e dissenteria. Niente di grave ma sufficiente a debilitarci e disidratarci.
Il giorno seguente siamo invitati da David al suo Yacht Club, che al dire il vero dallo scorso anno non ha fatto molti progressi. "Poco denaro " ci dice. Anche a lui portiamo in omaggio dei piatti di porcellana, posate in acciaio e due vecchie padelle che non utilizziamo più, "ti serviranno quando avrai terminato i lavori" gli dico. Anche lui si mostra molto felice, ci ringrazia e per sdebitarsi ci accompagna in una lunga passeggiata che risale il fiume, fino ad un'ansa che loro consideravano una sorta di piscina di acqua dolce. Un'ora di cammino, nella foresta, non era esattamente ciò che desideravamo dopo una notte piuttosto turbolenta, ma stoicamente abbiamo fatto buon viso; al ritorno la moglie di David ci ha fatto trovare uno spuntino con involtini tipo torta salata e banana fritta ed una fresca bevanda di acqua e limone.
  
A mezzogiorno salutiamo David e la sua famiglia, rientriamo in barca per riposare un po': alle 17.00 abbiamo fissato la partenza per Efate, circa 80 miglia di notturna, per arrivare all'alba a Port Vila.
All'inizio abbiamo cielo coperto, pioggia e visibilità zero, poi lasciata a poppa Erromango, il cielo si rischiara ed  il vento apparente sui 7-8 nodi ci permette di tenere aperte le vele con il motore a 1500 g/min, il mare è piatto, il cielo senza luna ma pieno di stelle, navigazione non entusiasmante ma confortevole.
Alle 7.15 prendiamo una boa libera davanti al molo dello Yachting Word Marina (17°44.623'S 168°18.775'E)
Uno dei problemi che ci aveva assillato negli ultimi giorni era riuscire a ottenere dall'ufficio immigrazione, per Luciano, l'autorizzazione ad entrare alle Vanuatu senza un biglietto aereo di ritorno, visto che avrebbe lasciato il paese a bordo di Refola. Con fatica avevamo inviato la richiesta da Aneytium, ma il tempo era davvero contato e non eravamo certi che Luciano riuscisse a ricevere in tempo il documento... sembrava un'impresa immane, considerando le difficoltà di comunicazione e la lentezza della burocrazia Vanuatu.
Ma il miracolo si è compiuto. La mattina stessa del nostro arrivo a Port Vila, quando Luciano era già in volo per Singapore, andiamo all'ufficio immigrazione: in soli 40 minuti e pagando una tassa di 6000 vatu (circa 50,00 €) riusciamo ad ottenere l'agognato documento! Di corsa rientriamo in barca, lo scansioniamo ed inviamo a Luciano via mail. Ci racconterà poi che sicuramente, senza questo, a Brisbane lo avrebbero costretto a comprare un biglietto per l'uscita!
Durante la sosta a Port Vila provvediamo a rimpinguare la cambusa e a fare scorta di vino, alcolici e sigarette al duty free.
L'11 sera festeggiamo il compleanno di Lilli al simpatico ristorante del marina, con musica dal vivo.
Giovedì 12 si parte per il nord, la prossima meta è Ambrym. 

domenica 8 maggio 2016

Foto traversata ed arrivo ad Aneytium

17°44,623’ S 168°18,775’ E
Arrivati a Port Vila, possiamo finalmente mostrarvi qualche foto.

Questo è Francesco, come vedete stressato dai faticosi turni di guardia
Refola ora porta il suo bel nome anche sul boma di maestra
Dopo un groppo, ritorna sempre il sole
La postazione del comandante
La “sfortunata” pesca
Lilli in prua all’atterraggio ad Aneytium
La navona dei turisti
Mistery Island, la spiaggia
Come sto?
Il piccolo aeroplano per turisti facoltosi

mercoledì 4 maggio 2016

ARRIVATI AD ANEYTIUM

20°14.409' S 169°46.679' E
Per tutta la traversata il vento non ci è mai mancato; negli ultimi due giorni frequenti groppi, con rinforzi a 25-30 nodi, si alternano a periodi più calmi a 12-14 nodi; il mare è sempre abbastanza formato con onde di 3-4 metri al traverso-lasco. La media giornaliera si mantiene alta; il 4° giorno filiamo 175 miglia e per evitare l'atterraggio notturno riduciamo la velatura in modo da rallentare e ritardare di qualche ora l'arrivo; il 5° giorno percorriamo infatti 157 miglia, e all'alba del 6° giorno, cioè il 2 di maggio, entriamo nelle acque piatte della baia Anelghowhat di Aneytium.
Siamo soddisfatti e nemmeno troppo stanchi: 5 giorni e 20 ore per coprire una distanza di 959 miglia, alla media di 6,85 nodi. Sicuramente la traversata più veloce delle quattro fatte da e per la Nuova Zelanda.
L'emozione dell'arrivo, già di per sé entusiasmante, è ulteriormente arricchita dalla pesca. Caliamo la traina a 3 miglia dalla meta, e dopo pochi minuti il sibilo del mulinello richiama la nostra attenzione: 50 metri di lenza volano via prima che io riesca a bloccare la frizione; velocemente avvolgiamo il genoa e riduciamo la randa ad un fazzoletto; ciononostante Refola fila ancora a 4 nodi, a turno Francesco ed io fatichiamo non poco per portare la preda sotto la barca; è un bel tonno pinna gialla circa 15 chili.
Con il raffio Francesco porta il pesce in coperta, mentre io con un cordino faccio un parlato sulla coda per appenderlo fuori bordo; la doppia sfiga vuole che il nodo, malfatto, si sciolga e che mentre il tonno ricasca in acqua la lenza si strappi prima della girella, lasciandoci esterrefatti ed a bocca asciutta!! Siamo profondamente delusi, ma ci consoliamo pensando di aver contribuito a sfamare qualche pesce più grosso, visto che già infilzato dal raffio, quel povero tonno non ne avrebbe avuto per molto.
Contemporaneamente al nostro atterraggio arriva la nave da crociera che fa scalo ad Aneytium per concedere ai turisti una giornata nell'isoletta di Mistery Island, che racchiude la baia a sud-est. Ancoriamo davanti alle mede di allineamento della rotta di ingresso, su un fondale di sabbia di 10 metri (20°14.409'S 169°46.679'E).
Caliamo in acqua il dinghy e ci rechiamo a terra per le formalità. Via e-mail avevamo chiesto ed ottenuto dalla custom il permesso di atterrare ad Aneytium, che non è un vero e proprio porto di ingresso delle Vanuatu. Ma gli uffici sono chiusi perché gli agenti sono a bordo della nave da crociera, ed inoltre la banca è chiusa fino al 5 maggio per la festa di Pentecoste. Ciò significa che non abbiamo la possibilità di cambiare: come faremo a pagare dogana, immigrazione e biosecurity? Torniamo in barca senza aver combinato nulla.
Nel pomeriggio la piccola barca a motore delle "autorità" ci accosta e ci consegna alcuni moduli da compilare. Facciamo presente che siamo sprovvisti di valuta locale, ci dicono che la giovane e intraprendente gestora di un negozio, che tutti chiamano la "Lady" e che è a bordo con loro, può darci Vatu (la moneta locale) in cambio dei nostri euro e dollari neozelandesi. Un'altra nave arriverà domattina, loro saranno di nuovo impegnati tutto il giorno: concordiamo quindi di vederci a Mistery Island.
E così la mattina del 3 maggio, mescolati ai turisti della nave appena arrivata, ci rechiamo all'appuntamento col dinghy. Troviamo lo stand della "Lady" che, molto gentilmente, ci aiuta a ripristinare le comunicazioni (la nostra sim-card Digicel dell'anno scorso è ancora attiva, ma la connessione è limitata e lenta), però in compenso ci propone un cambio un po' strozzino, che cortesemente rifiutiamo. Riusciamo poi a convincere gli addetti di dogana, immigrazione e biosecurity che concluderemo le formalità e pagheremo tutto a Port Vila, la capitale. L'ufficiale della Custom ci consegna un permesso di navigazione provvisorio, raccomandandoci di tenere la bandiera gialla fino a che l'ingresso non sarà regolarizzato.
Il fatto di non avere Vatu comporta che non avremo la possibilità di visitare il vulcano di Tanna: ci dispiace soprattutto per Francesco, anche se noi pure l'avremmo rivisto volentieri.
Durante la sosta delle navi l'isoletta di Mistery Island, normalmente disabitata, diventa un parco divertimenti per i numerosissimi turisti che a centinaia la raggiungono a bordo delle lance. In pratica tutta la popolazione di Aneytium vi si trasferisce per un giorno, a lavorare in mille modi diversi: un mercatino con decine di stand di souvenir, articoli da regalo ed artigianato, escursioni con barche locali, noleggio di attrezzature per snorkelling, massaggi, acconciature e addobbi ai capelli, orchestrine e canti ... c'è perfino un piccolo aereo da turismo, che decollando dalla pista in erba sorvola l'isola a beneficio dei clienti più esigenti ed ovviamente più facoltosi.
Apprendiamo che quest'anno le soste delle navi da crociera sono molto frequenti: 11 nel mese di maggio, 7 nel mese di giugno, ma nei mesi da ottobre a gennaio vi è un traffico ancora più intenso. Ogni nave (mai più di una al giorno, Mistery Island è piccolissima!) arriva all'alba e riparte al tramonto. Certo è che gli abitanti di Aneytium sono tra i più fortunati delle Vanuatu, potendo gestire direttamente, senza intermediari, una presenza di turisti che assicura loro introiti in denaro che seppure modesti sono assolutamente impensabili in molte altre isole.
Da parte nostra, quando vediamo questi giganti del mare scaricare migliaia di turisti che assaltano come cavallette le strutture predisposte per il loro arrivo, ci sentiamo davvero privilegiati, perché navigando per conto nostro, a vela, possiamo scegliere liberamente dove andare, vedere i posti più belli in tutta quiete, quando non c'è ressa, senza orari prefissati...
Sempre il 3 maggio, a sera, arriva un'altra barca, un Benetau 393 con a bordo una coppia canadese: partiti come noi il 26 aprile dalla Nuova Zelanda, hanno avuto la rottura del pilota automatico e hanno tribolato non poco con i turni al timone.
Purtroppo la nostra sosta ad Aneytium è breve. Il 4 maggio, alle 7.15, salpiamo dalla baia che con le sue acque calme ci ha donato dopo sei giorni di navigazione un relax eccezionale. La prossima meta è Tanna.

domenica 9 agosto 2015

IN NAVIGAZIONE DA PORT VILA (VANUATU) A LAUTOKA (FIJI)


Partiamo alle 08.00 di venerdì 7 agosto, cielo coperto, vento sui 20-25 nodi e mare al mascone sui 2,5-3,5 metri, navigazione scomoda di bolina, ma sapevamo che il primo giorno sarebbe stato così, poi dovrebbe migliorare...
Per abituarsi ai turni ci vuole tempo, il cielo grigio, il mare grigio non aiutano, Lilli si lamenta: mi avevi promesso una traversata dolce e rilassante..., naturalmente scherza, ma anch'io in effetti pensavo ad una navigazione più tranquilla.
Per qualche momento ho pensato che forse avremmo fatto meglio a mettere la prua verso la Nuova Caledonia.
Questa parte del nostro piano di navigazione (centinaia di miglia contro vento o quasi) ha suscitato perplessità e sorpresa in tutti quelli con cui ne abbiamo parlato, ma dietro c'è tutta una storia. Il nostro progetto iniziale, costruito a casa all'inizio dell'anno, prevedeva di partire dalla Nuova Zelanda per tornare alle Fiji, che ci erano piaciute molto, poi salire a nord di circa 600 miglia, fino alle Tuvalu (Funafuti), per scendere a sud ovest di circa 850 miglia fino alle Vanuatu, ed infine completare la stagione in Nuova Caledonia circa 300 miglia a SSW; a fine ottobre saremmo ritornati in Nuova Zelanda, per mettere Refola al sicuro a terra.
Ma il progetto è stato modificato già all'inizio, in maggio. Cristiano, che imbarcava in Nuova Zelanda il nostro amico Luciano, faceva rotta sulle Vanuatu, per poi proseguire a NW su Torres; per navigare e passare un po' di tempo insieme a loro abbiamo deciso di invertire il senso del nostro giro (da antiorario ad orario). Si cominciava quindi dalle Vanuatu, noi dopo saremmo saliti a Tuvalu, poi scesi alle Fiji ed infine avremmo proseguito per Nuova Caledonia e Nuova Zelanda.
Sulla carta ci poteva stare, ma bisogna fare i conti anche con il meteo e con il tempo a disposizione. Man mano che si avvicinava la data per il passaggio verso Tuvalu, ci rendevamo sempre più conto che era meglio cambiare programma: avremmo avuto 7-8 giorni di bolina, per arrivare alle Tuvalu dove da un mese è stabile la zona di convergenza del Sud Pacifico (SPCZ), che significa trovare tempo perturbato, e alla fine avremmo avuto pochissimo tempo da passare in Nuova Caledonia.
Negli ultimi giorni a Port Vila si è prospettata una nuova soluzione. Dopo il transito della bassa pressione che ci ha fatto passare giorni interi sotto la pioggia sono previsti venti da sud, di cui possiamo approfittare per fare una rotta di 90° diretta su Lautoka (Fiji); verificata giorno dopo giorno questa ipotesi, a 48 ore dalla partenza la decisione è presa.
Ed eccoci infatti per mare, in quasi 400 miglia non abbiamo incontrato nessuno, l'inizio è stato tosto ma la situazione migliora, il secondo giorno arriva il sole, prendiamo dimestichezza a dormire nello "shaker" di poppa (sì perché ogni onda che arriva provoca prima un movimento sussultorio e subito dopo un brusco movimento orizzontale, proprio quello che si fa fare a ghiaccio e liquore per preparare un drink).
Il terzo giorno anche il mare si "ammorbidisce", onda più lunga dal mascone al traverso, il vento cala sui 15-18 nodi, insomma adesso che siamo quasi arrivati si sta decisamente meglio, e stiamo già pensando come festeggiare il nostro arrivo.
In questo momento sono le 12 local time Vanuatu, 01.00 UTC mancano 168 miglia al waypoint della pass Malolo, dovremmo arrivare nel pomeriggio di lunedì 10 agosto.

giovedì 6 agosto 2015

PORT VILA AGAIN


Salpiamo alle 12.40 di lunedì 27 luglio. La distanza da coprire è di circa 105 miglia, ma navigheremo di bolina e dovremo fare almeno due bordi. Il vento è meno teso delle tappe precedenti, all'inizio sui 20-22 nodi, poi verso sera sui 15-20, sempre da ESE; l'onda è sui 2,5-3 metri, ma in alcuni tratti, sottovento alle isole di Ambrym, Epi ed Emae, cala a circa un metro e mezzo.
Questa nuova navigazione notturna, a distanza di 12 giorni dalla precedente, risulta più agevole anche per Lilli; oltre tutto una luna crescente e quasi piena illumina il mare fino alle 4 del mattino.
Alle 9 siamo già praticamente arrivati. Prima di entrare al marina, approfittiamo delle calme acque della grande baia Mele per fare la taratura della bussola elettronica del pilota automatico, che aveva un errore di 20°: due giri completi tenendo una velocità inferiore a 2 nodi, nuovo allineamento con la bussola magnetica e la taratura è completata; alle 9.30 ormeggiamo al pontile dello Yachting World Marina, il log segna 135 miglia percorse.
Questo posto ci ricorda ovviamente la preoccupazione e la paura che qui abbiamo avuto per Luciano. Da quando è tornato in Italia abbiamo sempre avuto notizie della sua povera gamba, e per fortuna (ma ci sono voluti due mesi) la sua tremenda infezione è risolta.
I giorni di sosta passano velocemente, e capitiamo proprio quando si festeggia il 35esimo anniversario dell’indipendenza delle Vanuatu dal “condominio” anglo-francese.


Ma oltre al relax ci sono diversi lavoretti da fare, tra cui i più importanti: verniciare le bombole del gas, che sono ormai impresentabili per la ruggine che continua ad aumentare; modificare il passaggio dei cavi dei pannelli solari, che disturbano il segnale AIS del nuovo plotter; montare il nuovo fishfinder, gentile omaggio che abbiamo ricevuto dalla Navionics grazie alla casa editrice di Antonio Penati, il Frangente.
A Port Vila ritroviamo gli amici di Dream Time e anche Antonio di By Myself, che insieme ai suoi due giovani ospiti, Nadj e Sabele, avevamo salutato a Wangharei. Loro avevano lasciato la Nuova Zelanda un giorno prima di noi, diretti alle Tonga. Passiamo insieme alcune belle serate.
Ormeggiato vicino a noi un altro Amel, Pacific Cool. L'armatore, il simpatico Bill, è una vecchia conoscenza; lo abbiamo incontrato la prima volta a Raiatea, due anni fa, quando aveva appena comprato la barca che era in vendita presso il cantiere CNI; Bill non aveva nessuna conoscenza delle barche Amel, nessuno gli aveva dato istruzioni. Pacific Cool gli era piaciuta e l'aveva acquistata, ma quando è stato il momento di metterla in acqua si è trovato subito in difficoltà per far funzionare l'elica di prua (per fortuna ero vicino e sono corso sulla sua barca per dargli un aiuto). Lo abbiamo poi ritrovato in Nuova Zelanda, e qui a Port Vila un mese e mezzo fa; ora parte in solitario per l'Australia, dove lo raggiungerà la moglie.
Per qualche ragione ho sempre considerato Bill un audace fortunato, ed i fatti recenti confermano questa mia sensazione: già il giorno della partenza, salutati tutti e mollati gli ormeggi, ritorna in banchina dopo un paio d'ore, con una lunga scucitura sul genoa e l'alternatore di potenza che si era allentato; ha potuto rimediare comodamente in banchina ed è ripartito il giorno seguente.

Oggi riceviamo una lunga mail dove Bill ci racconta le disavventure di questa traversata in solitario:
è caduto in acqua mentre cercava di portare in coperta il dinghy che aveva appeso alle gruette di poppa, per fortuna era legato e così è riuscito a risalire, ma quanta paura e quanta fatica...
Poi si è spento il motore, ma con il manuale ha capito che si trattava del filtro gasolio e pur non avendolo mai cambiato è riuscito a far ripartire il motore, infine anche il generatore non ne voleva sapere di accendersi, ma la determinazione di Bill ha fatto sì che individuasse uno spinotto un po' aperto e che risolvesse anche questo problema; ha passato brutti momenti, ma alla fine tutto è andato bene.
Vicino a noi anche un grosso catamarano americano, con a bordo 6 bambini dai 4 ai 10 anni, che hanno rallegrato le giornate di tutta la banchina: iniziavano i giochi alla mattina alle 7 e finivano alle 5 del pomeriggio, inventandone ogni giorno di nuovi, non erano troppo chiassosi, anzi Lilli ed ci divertivamo spesso a guardarli.
Ora siamo tutti in attesa della finestra giusta per partire: Dream Time per la Nuova Caledonia, By Myself per il nord (Torres, Timor e Oceano Indiano), noi per le Fiji; il 5 agosto si apre la finestra per By Myself ed il 7 anche quella di Refola.


La nostra permanenza alle Vanuatu è durata 80 giorni: abbiamo navigato molto, toccando 20 isole con 31 diversi ancoraggi. A parte il marina di Port Vila, siamo stati sempre in baia. Se all'inizio eravamo un po' perplessi, un po' alla volta le Vanuatu ci hanno conquistato: la gente innanzitutto molto gentile ed amichevole, ancoraggi protetti ed acque cristalline, le isole sono talmente tante e vicine che quasi tutti gli spostamenti si possono fare con tappe giornaliere. Nonostante il tempo sia stato abbastanza variabile, abbiamo avuto sempre vento e raramente abbiamo saltato un bagno. In conclusione le Vanuatu non hanno nulla da invidiare alle isole più note (tipo Fiji e  Polinesia),  e meritano senz'altro un posto tra le star del Pacifico e tra i luoghi più belli al mondo.

martedì 28 luglio 2015

MALAKULA: Port Stanley e Port Sandwich


Giovedì 23 luglio alle 7.35 salpiamo da Ratua: la nostra meta è Port Stanley nell'isola di Malakula, a circa 30 miglia, purtroppo controvento.
La marea crescente provoca nel canale di uscita 2 nodi di corrente diretta ad ovest, anche questa contro! Impieghiamo un'ora e mezza per fare le 5 miglia del Malo Passage e mettere la prua verso sud.
Fuori il vento è sui 14-16 nodi, con onda corta sui 2-3 metri: Lilli ed io ci guardiamo e ci diciamo “beh, è sopportabile ...”; verso le 11.30, però, il vento rinforza a 22-27 nodi, il mare si fa agitato, le onde frangono in coperta e spesso arrivano in prua, riducendo di colpo visibilità e velocità, anche a 2 nodi. Siamo ovviamente costretti a fare bordi ed infatti quasi raddoppiamo le miglia.
Arriviamo a Port Stanley alle 17.00, dopo 51 miglia, con visibilità già scadente. Refola è come un pugile un po' suonato dopo 12 riprese: quanti ganci al mascone ... qualche uppercut sul muso l'ha messa al tappeto, ma si è sempre rialzata... ai punti ha vinto il mare.
Port Stanley è una baia molto grande, un cul de sac profondo circa 3 miglia, delineato da una serie di isolotti contigui ad est e dalla costa di Malakula a sud ed ovest; l'area è disseminata di bassi fondali corallini, poco e mal segnalati sulla cartografia elettronica, solo l'immagine satellitare di Sas Planet ci fornisce l'esatta posizione dei reef.
Ancoriamo a sud di Uri Island, su un fondale sabbioso di circa 11 metri (16°05.863'S 167°27.642'E). In verità la prima volta abbiamo calato l'ancora 100 metri più avanti, dove il fondale era più basso (sugli 8 metri), ma per fortuna sono sceso in acqua a controllare: il fondo nonostante la poca visibilità era ancora distinguibile, non c'era un metro di sabbia, solo coralli alti e massicci, che oltre a non garantire alcuna tenuta ci avrebbero creato problemi al momento di salpare. Esplorando i dintorni individuo una zona sabbiosa, di cui riesco a memorizzare la posizione prendendo a riferimento un'altra barca ancorata poco distante. Velocemente salgo a bordo e rifacciamo l'ancoraggio. Ora possiamo stare tranquilli!
Abbiamo un riparo efficiente dal mare, ma forse, dopo nove ore di dura bolina, ci aspettavamo qualcosa di più carino. Certo il cielo sempre coperto di nuvole non aiuta ad apprezzare questo posto.

Il giorno seguente alcune canoe vengono a farci visita, una di queste con a bordo tre ragazzi, che ci chiedono se abbiamo occhiali da sole. Purtroppo non li possiamo accontentare, e diamo loro un lecca-lecca a testa, di consolazione.
Come detto i dintorni non sono molto attraenti, non scendiamo a terra e passiamo l'intera giornata a riposare; domani dovremo affrontare un'altra impegnativa tappa di bolina, 35 miglia fino a Port Sandwich, nella parte sud-est di Malakula. C'è da dire che la tappa precedente ci aveva colto un po' alla sprovvista, e siamo arrivati abbastanza provati, ma ora siamo più determinati e consapevoli di quello che ci aspetta, anche Refola vuole la rivincita ed è impaziente di salire di nuovo sul ring.
Sabato 25 luglio anticipiamo la partenza alle 6.30.  Il vento per un paio d'ore è sui 15-20 nodi, poi rinforza via via fino a 22-27 sempre da 120°, alzando l'onda, con periodo molto breve, che si presenta spesso di prua.
Il fatto è che il pilota automatico le onde non le vede, perciò mi decido a prendere il timone cercando di cavalcarle: orzando quando arrivano e poggiando sulla cresta, in modo che lo scafo non trovi il versante ripido, ma una più docile discesa. Con il timone in mano la situazione migliora di molto, anche Lilli prova ma incontra qualche difficoltà; in effetti non è semplice, ma vedo che man mano che passa il tempo ci prendo sempre più la mano.

Facciamo due lunghi bordi a perdere, di 10 miglia, ma onda su onda guadagniamo acqua verso la meta. Alle 16 entriamo a Port Sandwich, al riparo dal vento e dal mare, c'è ancora il sole e  ancoriamo su un fondo di circa 14 metri, sabbia e fango (16°26.348'S 167°47.019'E).
Siamo stanchi, ma soddisfatti e felici, e ci premiamo con una bella birra ghiacciata. Refola ha retto le 12 riprese, ha accusato qualche colpo, ma è sempre rimasta sulle gambe, saltando con leggerezza. E, questa volta, ai punti ha vinto Refola!
A Port Sandwich ci eravamo già stati il mese scorso, ma in condizioni meteo più tranquille; questa volta apprezziamo pienamente quanto sia bello, dopo una giornata passata a saltare sulle onde, trovare un riparo così perfetto.




Domenica ci concediamo un'altra giornata di riposo; dopo un piovasco mattutino uno splendido arcobaleno, radente sulla baia, preannuncia il ritorno del sole.

Speriamo sia di buon auspicio per la prossima tappa che, concludendo il nostro giro alle Vanuatu, ci riporterà a Port Vila.

venerdì 24 luglio 2015

Ratua Island


Martedì 21 luglio, alle 7.05, salpiamo l'ancora da Oyster Island. Alle 7.15 siamo davanti alla pass; nei giorni precedenti avevamo attentamente osservato l'escursione delle maree, tenendo come riferimento uno scoglietto isolato vicino al nostro ancoraggio: la partenza è programmata in modo da uscire circa 20 minuti prima dell'inversione (da alta a bassa), in modo da avere un po' di tempo per liberarci in caso di incaglio.
Tutto fila liscio, il fondale minimo che troviamo è di 2,80 metri; il vento è sui 18-20 nodi, e rinforza con il sole a 20-22, esattamente sul naso per la nostra rotta. Facciamo alcuni bordi nel canale tra Santo e le isole Mavea e Aese, al riparo dall'onda, e poi con un altro bordo verso il largo ci mettiamo in rotta per il Malo Passage.
Alle 11.35, dopo aver filato 28 miglia, ancoriamo ad ovest di Ratua Island, su un fondale di 5 metri, sabbioso con qualche testa di corallo isolata (15° 36.673’ S 167° 10.570’ E ); il posto è ben riparato da onda e vento, acqua trasparente e spiagge bianche, uno degli ancoraggi più belli trovati alle Vanuatu.

Ratua è una piccola isola privata, nel canale tra Aore e Malo; in questo stretto canale le correnti di marea possono raggiungere i 5-6 nodi, con direzione ovest quando cresce ed est quando cala.
Ritroviamo qui il Najad Mawari, già incontrato a Thion ed ad Asanvari; Bob e Sue ci informano che alla sera ci sarà uno spettacolo di Water Music organizzato dal resort, così ci diamo appuntamento a terra.
Verso sera  andiamo a terra per lo spettacolo; al resort sono molto gentili, ci accolgono al loro pontiletto privato e ci prendono la cima per legare il gommone, come ad un grande albergo di lusso lasci la vettura davanti all'ingresso ed il personale te la parcheggia; una gentile signorina ci porge il benvenuto e ci indica il percorso del bar e ristorante (forse ci ha scambiato per clienti del resort); tutto è molto curato ed ordinato, ci prendiamo una birra ed in prima fila su comode poltroncine di vimini insieme agli inglesi Bob e Sue ci gustiamo la Water Music.
Era un'esperienza che ci mancava, non essendo riusciti a farla a Gaua, l'isola in cui ha origine. Tutto sommato siamo stati fortunati ed abbiamo trovato le condizioni migliori: al buio ma con le musiciste illuminate da un imponente impianto luci (il resort in quanto ad elettricità non bada a spese, le parti comuni sono illuminate 24 ore al giorno). Sei ragazze di cui 2 piuttosto corpulente, in acqua fino alla cintura, con indosso “abiti” di foglie, percuotevano l'acqua con le mani, cantando e ballando. Uno spettacolo originale e simpatico, crediamo anche piuttosto faticoso (le “canzoni” infatti erano piuttosto brevi).

Il giorno seguente, con il dinghy, scendiamo a terra sull'isola di Aore. In prossimità del moletto in cemento vediamo una costruzione adibita ad officina, ci viene incontro un giovanotto ben vestito sui 35 anni, che si presenta come il direttore della scuola, ci dà il benvenuto, ci informa come ogni mercoledì c'è un piccolo mercato di verdure dagli isolani di Malo, mentre al porticciolo una equipe di volontari australiani sta lavorando per costruire uno scivolo per alare grosse barche; l'officina e lo scivolo appartengono alla scuola, che estende la sua proprietà fin sopra la collina. Ci chiede se desideriamo visitare la scuola, dichiarandosi ben lieto di farci da guida.

La costruzione dello scivolo

Il “mercato” della verdura

La scuola

Naturalmente accettiamo l'invito. Il giovane direttore è nativo delle Salomon, è venuto qui per lavoro, ha sposato una donna del posto ed hanno 2 bambini. Camminando nel parco con l'elrba perfettamente rasata ed una vista mozzafiato sulla baia e su Ratua, ci parla della scuola con orgoglio ed entusiasmo: è una scuola privata, della chiesa Avventista del settimo giorno. Ospita 240 studenti tra primarie e secondarie; è dotata di mense e dormitori, dal momento che quasi tutti i ragazzi provengono da diverse isole, anche lontane, come Tanna e le Banks.
Ci viene mostrata la biblioteca, l'aula attrezzata a laboratorio di scienze, la sala computer (con collegamento internet, che il direttore vorrebbe estendere alla biblioteca) e quella riservata agli insegnanti. Alcune parti della struttura avrebbero bisogno di essere rinnovate, molti aiuti giungono  dal governo australiano, ma il loro obbiettivo è di cercare di essere sempre più autonomi.
Alle spalle degli edifici scolastici, verso la collina, ci sono i “garden”, gli orti dove si coltivano frutta e verdura per la mensa. Gli studenti vi dedicano 2 ore al giorno per 3 giorni alla settimana, tutto serve per ridurre i costi delle rette.
Gli chiediamo incuriositi a quanto ammontano queste rette, ci risponde che variano a seconda dell'età dei ragazzi, 700-800 US $ per i più piccoli, 1200-1300 US $ per i più grandi, spesa annuale che comprende vitto e alloggio.
Sono cifra impegnative se si considerano le difficoltà a guadagnare denaro e il fatto che le famiglie da queste parti sono molto numerose … sicuramente una scuola del genere non è alla portata di molti.
Ci congediamo dal nostro simpatico e zelante direttore, che ci scatta una foto con la baia di Ratua - e Refola -  sullo sfondo.

La nostra esplorazione prosegue con un po' di snorkelling  tra i coralli davanti a Ratua, veramente belli e ricchi di pesce (aveva ragione il gestore del resort, che quando siamo arrivati ci si è avvicinato con una barca a motore, raccomandandoci di mettere l'ancora nell'area sabbiosa, per evitare di rovinare il corallo).
Completiamo la nostra escursione con una passeggiata a piedi sull'isola di Ratua.

il resort si estende su tutta l'isola, i bungalow sono delle suite esclusive arredate in stile orientale, isolati uno dall'altro ed ognuno con una propria spiaggetta privata.



Sempre in foggia orientale, un gruppo di camere sono invece disposte intorno ad un giardino ricco di piante e fiori, con una specie di salotto comune che si affaccia sulla spiaggia. I vialetti, naturalmente non asfaltati, sono bordati con grossi tronchi, i prati sono curati, numerosi cavalli, a cui è dedicato un vero “ranch”, sono a disposizione dei clienti, così come calessini e biciclette. C'è addirittura un piccolo aeroporto, o meglio una striscia di prato, ritagliata in una grande distesa di palme.


La gestione del resort è davvero molto ospitale con i navigatori: collegamento wi-fi gratuito, libertà di girare per l'isola e di usufruire dei servizi. Il resort è uno dei più belli che abbiamo visto da queste parti, costa una cifra, ovviamente, ma stranamente è pieno di ospiti … anche i ricchi piangono, forse, ma non proprio sempre...