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domenica 7 aprile 2019

NAMIBIA, LUDERITZ ED IL DESERTO


Usciti dal marina W&A di Capetown la mattina di martedì 26 marzo, il vento ancora fresco sui 20-25 nodi ci spinge per qualche ora, per calare verso mezzogiorno sui 13-15 nodi; alle 16 accendiamo il motore a 1600 giri/min., con la randa aperta soprattutto per ridurre il rollio.
Alle 22 sono di guardia: è buio pesto, quando sento un colpo secco sotto la barca e avverto lo scafo sollevarsi un poco per poi proseguire normalmente. Anche Lilli lo ha sentito, si alza e mi chiede cosa è stato. “Qualcosa di semigalleggiante è passato sotto la barca” dico io. È meglio controllare, con la pila verifico prima la sala motore, poi sotto i paglioli, trovando solo un po' d’acqua, all’apparenza dolce, sotto il pagliolo dell’antibagno della cabina di poppa. Svuoto il vano che era pieno di teli grigliati per la copertura della barca e rimando all’indomani la verifica della provenienza.
Il giorno successivo scopriamo l’origine di quel botto: l’area in cui stiamo navigando è disseminata di tronchi con radici e rami, poco visibili, la parte di tronco con la radice si trova a 2-3 metri di profondità e solo qualche ramo appare a pelo d’acqua.
Nella mattinata di mercoledì centriamo in pieno un altro di questi grossi grovigli, metto subito il motore in folle, ma dobbiamo fare un po' di retromarcia per liberarci completamente. Angelo recupera la traina per evitare che si impigli nel groviglio, e con grande sorpresa vi trova attaccato un bel pesce, sui 3 chili!
Per evitare altri incontri indesiderati correggo la rotta di 10° portandomi più al largo, e per fortuna gli avvistamenti diminuiscono e non abbiamo più sorprese.
Nella giornata riusciamo a fare qualche ora di vela, ma soprattutto tanto motore, fino alle 12 di giovedì 28, quando finalmente torna il vento. Prima da SW, poi da SE, inizia con 12-14 nodi per arrivare a 22-27 poco dopo mezzanotte. Anche il mare si è alzato: si incrociano un’onda corta da SE ed una appena più lunga da SW, provocando un fastidioso rollio.
Alle 12.30 di venerdì 29, con il vento stabile sui 25-30 nodi, ci avviciniamo alla baia di Luderitz. Contattiamo sul VHF canale 12 il Port Control, che ci dà l’autorizzazione ad entrare e alcune istruzioni sulle formalità, mentre per l’ormeggio ci dice di contattare un certo Andy. Passati tra le due mede cardinali Nord e Sud entriamo nella Robert Harbour, dove c’è il porto e numerose boe per l’ormeggio.
Ci vengono incontro con il dinghy Sean e Christoph, i ragazzi dell’equipaggio di New Dawn, che ci avevano chiamato per radio mezz’ora prima. Sean sale a bordo e ci indica la boa che dobbiamo prendere, Andy è già lì col suo barchino per passarci la cima. 
Alle 13 siamo ben ormeggiati, attaccati ad un cimone da 40 mm. (26°38.437’S 15°09.394’E).
Sean e Cristoph ci raccontano di essere soli a bordo di New Dawn, perché Paul, l’armatore, con il 4° membro dell’equipaggio, Marion, è andato a fare una escursione nell’entroterra e tornerà domenica. Per ringraziarli dell’accoglienza li invitiamo a cena.
Nel pomeriggio andiamo a fare le pratiche di ingresso: prima immigrazione, poi dogana, e infine Port Control, tutti a breve distanza dal porto. 
Sbrigata velocemente la semplice burocrazia, abbiamo il tempo di acquistare la SIM-card presso l’unica compagnia che gestisce le comunicazioni telefoniche in Namibia. Luderitz ha un aspetto davvero particolare: le costruzioni più vecchie, risalenti all’inizio del secolo scorso, sono in puro stile tedesco e questo contrasta fortemente col panorama circostante, che è semplicemente… desertico!
Durante la cena a bordo di Refola Sean e Christoph, che avevamo conosciuto a Capetown senza aver avuto modo di familiarizzare, ci raccontano un po' della loro vita: Sean, inglese, 53 anni, separato ed in cerca di una donna e di un lavoro, ha lavorato come istruttore sub per 20 anni ed ora intende comprare una barca per fare un po' di charter e girare il mondo; Christoph invece, 25enne sudafricano proveniente dal nord, vicino al confine con il Mozambico, aveva un lavoro che ha lasciato per aiutare il padre ammalato nell’azienda di famiglia, ed ora che il padre sta meglio ha deciso di andare a Miami ed imbarcarsi su grandi yacht. Entrambi sono saliti a bordo di New Dawn a Durban. La serata passa allegramente, conversando in inglese, con Lilli impegnata come sempre a fare l’interprete.
Sabato il vento è forte, sui 25-30 nodi, quindi pensiamo di rimanere in barca, ma verso le 18 ci viene a chiamare Christoph per avvisarci che allo Yacht Club c’è una festa: l’attuale gestore lascia l’attività ed ha deciso nel suo ultimo giorno di offrire da bere e da mangiare ai suoi ospiti. Ci aggreghiamo: i residenti, tutti bianchi, sono tedeschi, russi, spagnoli; come velisti oltre a noi una coppia francese; non mancano i comandanti del porto e del Port Control, in tutto circa una ventina di persone.
Al nostro arrivo da mangiare è rimasto davvero poco, ma non manca da bere: dopo una birra si va sull’alcolico più pesante, arriva anche la musica ed in breve si diventa tutti amiconi, l’ebbrezza è diffusa… una serata decisamente “internazionale”, in atmosfera piacevole e allegra.

Lunedì andiamo all’ufficio del turismo per prendere informazioni; tutti ci hanno parlato bene dell’interno della Namibia al punto che anche Lilli, ritrosa a lasciare Refola se non per escursioni giornaliere, si è fatta convincere. Combiniamo il noleggio di una 4x4 per quattro giorni; visiteremo le dune “più alte del mondo”, circa 600 km a nord, e poi il grande Fish River Canyon, a sud.
Martedì 2 aprile comincia la gita: alle 9.00 ci consegnano l’auto allo Yacht Club, si parte! Abbiamo studiato il percorso e contattato i posti per dormire, tralasciando sia gli economici campeggi (non abbiamo più l’età…) sia i lodge più cari.
Dopo circa 125 km sulla B4, asfaltata, iniziamo il percorso sulle strade in terra battuta: prima la C13 e poi la bellissima D707. La massima velocità consentita, di 120 km/ora sulle strade B, si riduce a 80 km sulle C ed a 60 km sulle D. Intorno a noi distese infinite di rilievi brulli e rocciosi. Siamo totalmente immersi in questa natura selvaggia e deserta: tutta la Namibia, grande tre volte l’Italia, ha meno abitanti del centro di Roma (poco più di 2 milioni di anime). Per km e km non vediamo case e incontriamo solo qualche sparuta auto di turisti; in compenso le strade sterrate sono recintate per impedire agli animali di attraversarle. Intorno vediamo numerosissime antilopi e alcuni struzzi, che a volte riescono ad oltrepassare le recinzioni. 

L’aria è tersa e la visibilità, in quasi totale assenza di umidità, è impressionante: possiamo vedere oltre 5 km davanti a noi, con i tipici effetti di “miraggio” che si creano con le alte temperature.
Arriviamo a sera al Burgdorf Hotel, un po' distrutti nonostante il cambio di guida a circa metà strada con Angelo; il posto che abbiamo prenotato con Booking.com è veramente piacevole: tutte costruzioni in pietra con tetto di paglia, prati verdi all’inglese, una piccola piscina, un grande padiglione contornato da vetrate, anch’esso con il tetto in paglia, dove vengono servite cena e colazione.

La simpatica e giovane direttrice ci accoglie, ci mostra le camere, ci informa sugli orari di cena e colazione, poi ci invita ad assistere al pasto serale che viene dato agli animali. Oltre una recinzione ci sono infatti due ippopotami, uno struzzo e tre ghepardi, che sono ormai abituati a trovare da mangiare presso la struttura.


Il giorno seguente, dopo un’abbondante colazione, partiamo per la visita alle dune; arriviamo all’ingresso del parco alle 12. Pagati 250 N$ (Namibian dollar, circa 16€) percorriamo 65 km di strada asfaltata in mezzo alle dune, grandi montagne di sabbia con tutte le sfumature dorate dell’ocra e dell’arancio che si stagliano nel cielo azzurro. Uno spettacolo maestoso.



Torniamo a sera al Maltahohe Hotel, un piccolo centro abitato vicino al punto di partenza del mattino. Sistemazione meno attraente della precedente, ma comunque accettabile; cena, colazione e via verso sud per la C19 e la B1 (asfaltate) fino a Keetmanshop, dove pranziamo velocemente e riforniamo il serbatoio, per procedere poi verso il Gondwana Canyon Park dove arriviamo alle 15.30; paghiamo l’ingresso (altri 250 N$) e arriviamo dopo 13 km al Main View Point nella parte settentrionale del Fish River Canyon. Un punto elevato circa 550 metri da cui si domina gran parte del sinuoso percorso del fiume. Da qui, per persone decisamente più sportive di noi, parte un percorso di trekking che in soli 80 km (quattro giorni e tre notti) conduce alla fine del canyon. Avevamo programmato tutto per giungere in prossimità del tramonto, quando il gioco di ombre rende lo spettacolo più grandioso, ma siamo traditi da un cielo nuvoloso che ci nega gran parte della luminosità e dei colori. Il posto, comunque, merita la sua fama.



Per l’ultima notte ci concediamo un lusso: abbiamo prenotato al Gondwana Village, distante dal Main View Point solo 26 km. L’albergo si trova in una radura circondata da imponenti rocce rosse, tra cui si trovano disposte a raggiera piccole costruzioni in pietra con il tetto di paglia, a formare una sorta di anfiteatro con un raggio di circa 200 metri. Non manca una piccola piscina con frigo bar self service, mentre la costruzione principale, sempre in pietra con tetto in paglia, ospita la reception, la sala pranzo, un bar e un negozio di articoli da regalo. Il tramonto che abbiamo mancato al Canyon lo godiamo sorseggiando una birra sdraiati su comode chaise longue ai bordi della piscina.


Il giorno successivo, dopo la solita abbondante colazione, prendiamo la strada verso “casa”. Passiamo da Ai-Ais, il punto più a sud del canyon e costeggiando prima il Fish River poi l’Orange River risaliamo fino a Rosh Pinah. Un percorso bellissimo poco distante dal confine con il Sudafrica.
A Rosh Pinah arriviamo alle 13.40; durante il rifornimento di carburante notiamo una ruota posteriore quasi a terra, la facciamo gonfiare e andiamo a pranzo. Purtroppo, al ritorno, la gomma è di nuovo a terra, meno male che a 100 metri c’è un gommista che ce la ripara per 102 N$ (circa 7 €!!!). Nella sfortuna siamo stati più che fortunati!
Rientriamo a Luderitz alle 19.00, dopo aver percorso 1.940 km in 4 giorni. Abbiamo speso complessivamente 4800 N$ (circa 300  €) per il noleggio dell’auto,  2800 N$ (circa 180 €) per il carburante e 12.000  N$ (800 €) per i pasti e le dormite in tre persone. È stato un po' caro, ma ne valeva la pena.
Oggi, domenica 7 aprile, salpiamo per Walvis Bay, 252 miglia a nord. Ci aspettano due giorni di navigazione, che il meteo ci preannuncia con venti leggeri.

lunedì 25 marzo 2019

TURISTI A CAPETOWN


Se raggiungerla ci ha fatto un po’ penare, dobbiamo dire che Città del Capo ci ha ripagato ampiamente la fatica. Siamo qui da due settimane, ormai in procinto di partire, ma potremmo restare altrettanto tempo senza temere di annoiarci: moltissime le cose da fare e da vedere.
Siamo entrati al Waterfront Marina, come detto, lunedì 11 marzo. Oltre ai nostri compagni di viaggio di Tala 2 ritroviamo altri amici conosciuti nell’Indiano la scorsa stagione: Karel e Phil di Tehanili, Paul di Newdawn, Dana e Jean Pierre di Vanille, il mitico Dustin che naviga in solitario nonostante abbia subito l’amputazione di gamba e braccio sinistri a causa di un incidente. Aperitivi, chiacchiere, scambi di informazioni…
Oltre che alle relazioni sociali, dedichiamo i primi giorni alla pulizia della barca e ad alcuni lavori di manutenzione. Finalmente riesco a far funzionare la pompa dell’autoclave: regolato il pressostato, non aspetta altro che essere attivata, ma attualmente al marina abbiamo il tubo di acqua dolce che entra in circuito senza passare dal serbatoio. Da un tecnico locale abbiamo rimediato una nuova scheda per il winch elettrico che funzionava solo manualmente: ho faticato non poco per il ricablaggio, ma alla fine è andata. Senza successo invece (da parte del tecnico) la ricerca del guasto alla scheda elettronica del secondo autopilota. Il tutto ci è costato circa 360 €.
A partire dal 13 marzo ci lanciamo alla scoperta della città. Iniziamo con un lungo giro a piedi: dopo aver attraversato l’area ipermoderna disseminata di grattacieli (sembra di essere a New York), gironzoliamo per il centro storico con i suoi palazzi in stile coloniale. 

In giro molta gente e moltissimi turisti, atmosfera piacevole, strade pulite, innumerevoli bancarelle che offrono coloratissimi souvenir. La nostra prima meta è il Museo del 6° Distretto, dove è stata ricostruita la storia dell’evacuazione forzata di 50.000 persone di diverse etnie, che furono costrette ad abbandonare le loro case ed attività negli anni ’60 e ’70 a seguito del progressivo inasprimento della segregazione razziale nota come apartheid. Piccolo ma toccante, il Museo è affidato alle cure degli ex residenti nella zona ed è ricco di fotografie del quartiere com’era, prima che i bianchi decidessero di appropriarsene, raderlo al suolo e ricostruirlo.

Cape Town è molto grande e visitarla a piedi richiederebbe tempo e fatica: senza pudore, calandoci del tutto nella parte dei turisti “normali”, decidiamo di affidarci ai servigi del CitySightSeeing (i famosi bus rossi a due piani che si vedono in tutto il mondo), che a Cape Town offrono diversi percorsi in città e fuori. Insieme a Sue e Wayne di Tala 2 ci rechiamo alla biglietteria, a due passi dal marina, dove ci attende una sgradita sorpresa: la cabinovia che porta alla Table Mountain, la grande rocca piatta che sovrasta Cape Town, è molto affollata e per accedervi bisogna fare una coda di almeno due ore e mezza! Vista la giornata calda e la nostra proverbiale pigrizia, non prendiamo minimamente in considerazione l’idea di salire a piedi (arrampicata di minimo 90 minuti!) e prontamente cambiamo programma: prenderemo la linea che circonda la penisola del Capo e faremo una deviazione per visitare i vigneti e le migliori aziende vinicole della zona chiamata Constantia. 
Muniti di cuffiette che in italiano ci forniscono informazioni su ciò che ci circonda, attraversiamo in bus la città per poi uscire in una campagna verde e curata, con altissimi eucalipti (qui considerati infestanti perché non endogeni e pericolosi per gli incendi). Godiamo appieno, sotto un cielo di un azzurro incredibilmente intenso, il breve tour tra le colline ricoperte di vigneti; ci fermiamo per pranzare nella più antica delle aziende vinicole, Groot Constantia, che ha iniziato la sua attività nel lontano 1685. Buon cibo, ottimo vino, il tutto a prezzi non risibili ma accettabili. La tenuta ha una fantastica veduta sull’oceano e la sua architettura, perfettamente restaurata, è nel tipico stile coloniale olandese.


Rientriamo in città seguendo la strada costiera che circonda la penisola; il vento fischia forte nelle nostre orecchie ma non è niente in confronto alla sera del nostro arrivo…
Siamo abbastanza provati dall’intensa giornata, ma non vogliamo rinunciare alla Table Mountain e così il mattino dopo Lilli Roberto ed io ripartiamo di buon mattino per evitare le code. E questa volta siamo fortunati: la coda non dura più di 15 minuti e la giornata è limpida e poco ventosa (con forte vento la funivia, ad unica campata, sospende il servizio!). Le due grandi cabine trasportano 65 persone alla volta ed il loro pavimento è rotante, in modo che tutti possano godere la vista a 360° sulla città, sull’oceano e sulla ripida parete rocciosa. Una volta in cima (1086 metri) si è liberi di esplorare il vasto, piatto e glabro pianoro su sentieri facilitati con magnifici panorami. Un leggero spuntino, una birra ghiacciata e di nuovo giù, dove troviamo centinaia di persone (meno previdenti di noi) che sotto un sole cocente fanno la fila per salire.



Per non farsi mancare nulla, Lilli e Roberto fanno anche la breve -30 minuti- crociera nei canali, a bordo della barchetta per turisti, immancabilmente rossa, del CitySightSeeing. Io desisto.
Ma il tour turistico prosegue il giorno dopo con la visita di Robben Island, piccola e piatta isoletta a 6 miglia da Cape Town. Usata fin dall’epoca coloniale come luogo di confino per i capi delle tribù in rivolta, ha mantenuto intatta nei secoli la sua funzione: vi fu insediato in seguito anche un lebbrosario, fino a diventare nel secolo scorso la prigione principale dove recludere i dissidenti politici. Nelson Mandela stesso vi trascorse 12 dei suoi 28 anni di carcere. Oggi il carcere è divenuto un museo: le visite sono guidate da ex prigionieri che, appositamente formati, raccontando anche le loro personali storie riescono a rendere perfettamente il senso di isolamento e la durezza delle misure di sicurezza adottate dal regime dell’apartheid. Purtroppo tutte le spiegazioni sono fornite esclusivamente in inglese, e nonostante gli sforzi di Lilli per tradurre sicuramente Roberto ed io non riusciamo a cogliere tutto, ma le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi sono comunque molto eloquenti.
Infine, proprio a due passi dal nostro marina, c’è il Waterfront, una specie di luna park permanente che rappresenta una delle attrazioni turistiche più gettonate. Un po’ come a Londra e a Sydney, le antiche costruzioni del porto sono state abilmente ristrutturate per ospitare innumerevoli negozi, bar, ristoranti. Quasi interamente pedonale e frequentatissimo, il Waterfront è anche una sorta di teatro di strada, con mimi, musicisti, cantanti. Camminando si è avvolti ora da frenetici ritmi di percussioni africane, ora da struggenti suoni di violino, ma abbiamo sentito anche le canzoni di Boccelli…



Il sabato e la domenica mattina, poco distante, viene allestito un bellissimo e variopinto mercato dove oltre a fiori, frutta e verdura vengono venduti dolci, salumi e leccornie di ogni genere. C’è poi un’area di ristorazione di diverse tradizioni culinarie. Noi gustiamo una paella davvero buona, per circa 6 €.


La temperatura è molto variabile: alcuni giorni fa caldo e si suda, in altri indossiamo maglioni di lana e calze di pile, ma il cielo è quasi sempre sereno, e nel complesso si sta bene.
I giorni passano veloci e le altre barche, ad una ad una, riprendono le loro rotte. Parte per prima Tehani-li, diretta come noi in Namibia, poi Sue e Wayne di Tala 2, che vanno diretti a Sant’Elena per proseguire poi verso il Mediterraneo, poi Paul di Newdawn, anche lui per la Namibia.
Il 19 marzo, per Roberto, arriva il momento di rientrare in Italia. Averlo a bordo è stato un piacere, e speriamo proprio che i tranquilli giorni di Cape Town gli abbiano fatto dimenticare la brutta avventura di Durban.
Il 22 marzo arriva Angelo, che purtroppo per lui giunge alla fine della fase “vacanziera” e si cucca invece tutti i preparativi della partenza: la “spesona” per rifornire degnamente la cambusa per i prossimi tre mesi fino a Trinidad, le pratiche di uscita dal Sudafrica, l’ultima messa a punto della barca.  
Domenica 24 mollano gli ormeggi anche gli amici canadesi di Vanille, diretti a Sant’Elena, e al marina rimaniamo solo noi, Dustin … e le foche (sembra di essere tornati alle Galapagos).


Oggi 26 marzo siamo pronti a partire: 480 miglia per raggiungere Luderitz, in Namibia. Le previsioni meteo ci danno il vento in calo rispetto a questa notte, da 15 a 25 nodi da sud ed anche l’onda in calo sui 3,5 metri. Buon vento Refola, fai la brava come al solito!

mercoledì 13 marzo 2019

DA KNYSNA A CAPO AGULHAS, AL CAPO DI BUONA SPERANZA E POI…LA DIFFICILE CONQUISTA DI CAPE TOWN


Knysna è una località turistica del Sudafrica, ostica da raggiungere via mare ma attraente e godibile, con la sua laguna calma e protetta, per i visitatori che la raggiungono via terra.
La prima serata la passiamo allo Yacht Club, approfittando prima dell’happy hour e poi cenando con gli amici di Tala 2. 
Ci salutiamo sul loro pontile verso le 22.30, saliamo sul dinghy per rientrare in barca ed ecco in agguato l’avventura che non ti aspetti: nel buio becchiamo una zona di basso fondale, il dinghy tocca la sabbia e si ferma, dobbiamo scendere in acqua e spingerlo per fortuna solo una ventina di metri; risaliti e quasi arrivati alla barca, il motore si spegne. Una forte corrente, almeno 2-3 nodi, ci trascina velocemente indietro e la direzione della corrente, purtroppo, è verso l’uscita in oceano. Roberto e Lilli cercano di contrastarla pagaiando con le braccia, mentre io tento vanamente di rimettere in moto. Veniamo trasportati impotenti per circa 500 metri, quando fortunatamente riusciamo a fermarci attaccandoci ad un catamarano ancorato sul nostro percorso. Sul dinghy non abbiamo i remi, dimenticati su Refola, fa freddo e siamo poco vestiti, che fare? Falliti gli ulteriori tentativi di riaccendere il motore, chiamiamo al telefono Wayne di Tala 2, che per fortuna risponde subito, ci viene in soccorso con il suo dinghy e ci porta in salvo. Poteva andare molto peggio!
Il giorno successivo, mentre Lilli e Roberto vanno a terra per pagare la sosta in laguna (tariffa per un mese 515 rand - 33 € - non esiste tariffa giornaliera), mi dedico al ripristino dell’autoclave, perché ci hanno lasciato a piedi entrambe le pompe: quella elettronica continua a pompare anche quando i rubinetti sono chiusi mentre il motore della seconda, quella col vaso di espansione, non gira anche se c’è tensione ai morsetti.
Riesco a far funzionare quella elettronica, che aspirava aria dal filtro. Nella seconda, dopo aver aperto la calotta del motore, trovo intorno al collettore una quantità incredibile di fuliggine delle spazzole, nonché una spazzola con la molla rotta e snervata. Pulisco tutto, sostituisco la molla della spazzola e rimonto il motore; risultato: funziona, ma la pressione non è sufficiente per attivare l’intervento del pressostato, dovrò continuare la ricerca…


Facciamo una passeggiata a terra. Il marina è molto piccolo per quanto riguarda i posti barca, ma in compenso è pieno di negozi, per lo più di abbigliamento e souvenirs, nonché di cafè, ristoranti e ristorantini. Un porticciolo turistico molto curato e grazioso, arricchito anche da numerosi atelier di pittura e scultura. 
L’atmosfera tranquilla ci invoglia a fermarci per mangiare qualcosa: manco a dirlo la nostra scelta ricade sul cafè “Da Mario”, che esibisce in prima fila grandi latte di “Fiamma Vesuviana, pomodori pelati in succo di pomodoro”, dove mangiamo una pizza discreta.
Fuori dal marina la cittadina è altrettanto pulita e ordinata; non ci sono palazzi, quasi tutte le costruzioni ad uso sia abitativo che commerciale sono su un unico livello. Troviamo un ottimo supermercato dal nome evocativo, Food lovers (amanti del cibo), dove ci riforniamo di frutta, verdura e piccoli generi di conforto (cioccolata, patatine, mandorle etc) di una qualità che non vedevamo da tempo.
Nonostante siamo appena arrivati, sia noi che Tala 2 non facciamo che studiare le previsioni meteo per capire quando potremo ripartire. Ai soliti problemi di navigazione del Sudafrica (brevi finestre tra lunghi periodi di vento avverso da SW) qui si aggiunge il problema di uscire dalla laguna, cosa che va fatta con l’alta marea e possibilmente senza trovare onde gigantesche e frangenti aldilà del passaggio. Con Wayne concordiamo che si potrebbe partire sabato 9 per passare i due Capi, Agulhas e Buona Speranza, ed arrivare a Cape Town in circa 48 ore. Altrimenti di partire non se ne potrà parlare fino a giovedì 14, tra una settimana, e tutto da verificare. Le condizioni del 9, abbastanza ventose, non sono proprio le migliori sperabili sia per l’uscita da Knysna (20-22 nodi) che per il passaggio dei due capi (25-30 nodi con raffiche a 35 al Capo di Buona Speranza).
Lilli e Sue preferirebbero aspettare una previsione migliore, ma le incertezze sull’evoluzione meteo sono troppe per restare in attesa. Inoltre Roberto deve prendere l’aereo a Cape Town il 19 e non possiamo correre il rischio di farglielo perdere… per cui si va.
Resta da decidere l’orario preciso di partenza: Wayne è per la partenza con la marea delle 5.30 del mattino, io invece per quella delle 17 pomeridiane; sottoponiamo a Des il quesito: lui non si schiera, ma pone in risalto vantaggi e svantaggi di entrambe le opzioni. Decidiamo quindi di tentare l’uscita del mattino: se troviamo condizioni favorevoli proseguiamo, altrimenti torniamo ad ancorare in laguna e rimandiamo al pomeriggio.

Sabato 9 marzo sveglia alle 4.15; alle 4.45 salpiamo. È ancora buio pesto, ma seguendo la traccia dell’ingresso arriviamo di fronte all’uscita alle 5.20 e ancoriamo in acque calme in attesa di un po’ di luce. Facciamo colazione; vediamo sull’AIS che Tala 2 non si è ancora mosso, li chiamiamo al telefono, ci dicono che stanno per salpare ora che comincia a fare chiaro.
Alle 6.15 c’è luce sufficiente, Tala 2 è in arrivo, tiriamo su l’ancora e inforchiamo l’uscita. Il mare sembra abbastanza spianato, do motore prima a 1600 giri, poi a 2200 e infine a 2500. La nostra velocità arriva a 7,5 nodi. Verso la metà del passaggio iniziano le onde, corte e profonde; le prime due le cavalchiamo, la terza, più alta, piega Refola di 45° e la solleva, per un attimo ho temuto che ci portasse sulle rocce, invece la barca cade nel cavo e prosegue la sua marcia senza danni, fondale minimo 7-8 metri. Lilli ha preso una grande paura, che si porterà dietro tutto il giorno. Io invece, che ho vissuto l’esperienza al timone, continuo a pensare “Ho sbagliato qualcosa? Non ho scelto il momento giusto? È solo questione di fortuna? Le onde non si vedono da lontano…”. Comunque in pochi minuti siamo fuori, tiriamo su le vele e facciamo rotta su Capo Agulhas, a 160 miglia. Anche Tala 2 è fuori e ci segue.

Il vento è sui 25 nodi da est, rispetto alla nostra rotta lo prendiamo da 120°; con genoa e randa filiamo 8-9 nodi. Verso le 12.00 gira a ENE e cala a 16-20, abbatto la randa mettendola a farfalla: la velocità resta buona, 7 nodi, le onde sui 3 metri arrivano da est.
Verso sera il vento rinforza a 22-25 nodi, sempre da est, 170° rispetto alla nostra rotta. Avvolgiamo la randa e proseguiamo con il solo genoa: la velocità media resta sui 7-8 nodi. Alle 5.00 Roberto mi dà il cambio: siamo a Capo Agulhas, abbattiamo nuovamente e impostiamo la rotta a 295°, sul Capo di Buona Speranza. Il vento ci segue da SE, in fil di ruota, sui 25-30 nodi, l’onda in poppa è aumentata a 3-3,5 metri e ci fa fare delle surfate a 11-12 nodi. 177 miglia percorse nelle 24 ore.
Passiamo il Capo di Buona Speranza alle 16.10, con il vento sempre in fil di ruota, cercando di guadagnare qualche grado verso il largo per rimanere sulla batimetrica dei 100 metri. Secondo le previsioni dovremmo trovare un aumento del vento, che invece rimane costante. Accostiamo per nord, l’angolo del vento si sposta a 160° dalla prua e ci possiamo rilassare, non c’è più pericolo di strambate involontarie.

Alle 20.00 mancano 11 miglia a Grager Bay, l’ansa un miglio ad ovest dell’ingresso al porto di Cape Town dove abbiamo deciso di ancorare per la notte. Navighiamo a 7-8 nodi di velocità ed il mare si è ridotto: “Ragazzi, questa sera si cena a tavola e si dorme in baia” comunico a Lilli e Roberto non senza una certa esultanza.
Di lì a poco una raffica a 35 nodi ci colpisce al traverso; riduco prontamente il genoa ma la randa, sventata, fatica ad avvolgersi, provocando lo scatto dell’interruttore termico. Altra raffica a 40 nodi. Riattivando più volte l’interruttore riusciamo a ridurre la velatura: abbiamo fuori due triangoli di circa 6 metri quadri ciascuno, Refola vola a 8 nodi con il vento al traverso sui 35-40-45 nodi. Questo è il vento che pensavamo di trovare al Capo di Buona Speranza e che credevamo di avere evitato, invece eccolo qui ad aspettarci al varco, poco prima che raggiungessimo la meta. Decisamente è stato un bene essere partiti al mattino!
Anche il mare si è ingrossato, treni di onde colpiscono la fiancata e sollevano la barca, all’interno Lilli continua a raccogliere le cose che volano da un lato all’altro della dinette mentre tutto scricchiola in modo impressionante. Per le ultime 5 miglia il vento si stringe fra i 30 ed i 60°, avvolgo il genoa e accendo il motore, ma il vento non ci dà tregua, continua a soffiare oltre i 35 nodi, con raffiche a 45. Le onde spazzano la coperta e la capottina; alle 22.30, facendo un largo giro per far portare la randa che seppure ridotta è indispensabile per avanzare, ancoriamo a Granger Bay su un fondale di 12 metri (33°53.84S 18°25.10E). Calo 75 metri di catena, che si tende come la corda di un violino, ma finalmente siamo fermi.
Ceniamo con una minestrina Knorr, zuppa di funghi; dopo circa 40’ arriva anche Tala 2, che ancora poco distante. Ci sentiamo via radio: il finale è stato tosto anche per loro, ovviamente, ma tutto è bene quel che finisce bene. Lilli e Roberto vanno a dormire, io invece rimango di guardia. Ho impostato l’allarme ancora sul GPS, ma vorrei vedere calare questo ventaccio, che invece all’1.30 soffia ancora a 30-35 nodi. “Se l’ancora ha tenuto fino ad ora, continuerà a farlo…”, penso alla fine, e mi butto in branda.
Nonostante il rumore del vento che ulula incessante riesco a dormire profondamente. Il mattino seguente il cielo è grigio e piove, il vento è calato ma non moltissimo, ci sono dai 20 ai 30 nodi. Chiamiamo al telefono Joshio, il direttore del marina, e concordiamo la tariffa di ormeggio per Refola. “Per la vostra barca sarebbero 480 Rand/giorno, ma visto che rimanete 2-3 settimane, facciamo 350” dice Joshio. “Ok, entriamo nel primo pomeriggio” dico io.

Tala 2 entra alle 12.00. Alle 13.45 il vento è calato sui 16-22 nodi e comincia a farsi vedere il sole. Salpiamo, chiediamo al Port Control il permesso di entrare in porto, chiediamo al Bridge Control l’apertura dei due ponti pedonali e arriviamo nel lussuoso e iper protetto Waterfront Marina, ormeggio A8 (33°54.547’S 18°25.063E). Il cielo è azzurro, il vento quasi inesistente, rispetto a ieri sembra di essere in un altro mondo.