martedì 18 agosto 2026

Verso Nord: Tra imprevisti, arte e silenzi nordici


Diario di bordo — Leknes, Henningsvær, Kabelvåg

Mercoledì 12 agosto: Leknes e l’arte dell’ormeggio

La vista di Reine sfuma alle nostre spalle mentre rimettiamo la prua verso Nord. La rotta segna 19 miglia verso Leknes. Mogliamo gli ormeggi alle 9.45: il mare ci accoglie calmo come una tavola, mentre un vento timido da Nord, attorno ai 5 nodi, ci accompagna. Manteniamo una velocità costante a motore, a 2.000 giri, tagliando un'acqua scura e profonda.

Alle 12.45 raggiungiamo il porto di Leknes che è stipato di imbarcazioni. Fortunatamente, proprio mentre cerchiamo una soluzione, un peschereccio accende i motori e sfila via, lasciandoci il posto giusto per infilare la barca (68°07.509'N 13°33.106'E).



La giornata porta con sé una nota amara: proprio qui a Leknes l'elica di prua decide di piantarci in asso. Il meccanismo che muove le pale gira avuoto. Fino a La Rochelle — dove si trova la base dell’ Amel dovremo fare a meno di questo prezioso alleato. D'ora in avanti ogni manovra richiederà ancor più precisione, occhio vigile, spazio di evoluzione calcolato al millimetro e una massima prudenza nel valutare l'effetto del vento quando spinge via dalla banchina.

Ma il mare toglie e il mare dà: il 13 agosto approda a bordo Patrizia. Arriva dall’Italia portando con sé non solo un sorriso e calore, ma anche un prezioso e graditissimo rifornimento per la nostra cambusa. Leknes, del resto, è un marina sospeso nel nulla: nessuna casa, nessun negozio a portata di mano, solo una nastro d'asfalto dove scorre un discreto traffico.

Venerdì 14 agosto: Verso il fascino di Henningsvær

Venerdì 14 salpiamo alle 9.30 lasciandoci Leknes alle spalle, diretti a Henningsvær, a 18 miglia di distanza. Il cielo è grigio e carico di pioggia. Un vento da SSE tra i 12 e i 14 nodi ci spinge all'uscita del canale, per poi assestarsi attorno ai 10 nodi. Issiamo il genoa e la mezzana: la barca avanza sull'acqua a 5 nodi costanti.

Alle 13.00 entriamo nel cuore di Henningsvær. Trovare un ormeggio è un’impresa: ci incastriamo in un varco al centro del paese dove a fatica c'è spazio per i parabordi su entrambi i lati(68°09.273’N 14°12.280’E) .




Avevamo già visitato Henningsvær in auto qualche giorno fa, ma vissuta dal mare conferma tutto il suo magnetismo. È una meta amata e frequentata, specie da quando il ponte stradale l'ha collegata alla terraferma. La sua vera magia, tuttavia, sta nell'essere riuscita a evolversi: da duro villaggio di pescatori a vivace centro culturale. Ci perdiamo tra le sue vie, scoprendo laboratori dove il vetro viene soffiato a bocca e dove la terracotta prende forma in splendido vasellame. Ci soffermiamo davanti a una mostra fotografica toccante  veri e propri capolavori di luce e ombra  e visitiamo la Kaviarfactory, un’ex fabbrica di caviale convertita con coraggio in uno spazio d'arte contemporanea.

E poi c'è il suo celebre campo da calcio, sull’isolotto di Hellandsøya, alla fine del paese: un tappeto di erba sintetica, adagiato direttamente sulla nuda roccia, stretto tra il ruggito dell'Oceano e i secolari rastrelli in legno per l'essiccazione del merluzzo. Uno scenario surreale e indimenticabile.




Domenica 16 agosto molliamo gli ormeggi da Henningsvær per una breve traversata di 8 miglia verso Kabelvåg. Partiamo alle 9.50 avvolti da una pioggerella fitta e sottile. Il vento soffia da SE intorno ai 13 nodi; procediamo a motore a 2.000 giri con un mare poco mosso e un'onda di una trentina di centimetri che ci accompagna garbatamente in poppa.

Alle 11.20 individuiamo l'unico posto ancora libero al pontile di Kabelvåg e ci assicuriamo alla banchina (68°12.614’N 14°28.767’E)  . Il paese si raccoglie attorno alla piazza vicino al porto, ma essendo domenica tutto tace: i negozi sono serrati e le strade deserte.




Lunedì, purtroppo, veniamo raggiunti da una brutta notizia: Fabrizio deve lasciarci e rientrare d'urgenza in Italia. Per me è un colpo duro: perdo non solo un amico prezioso, ma anche un braccio destro insostituibile nelle manovre di bordo.

Patrizia ed io andiamo a visitare il locale acquario. È un tuffo affascinante nella vita del Nord: impariamo le rotte migratorie del merluzzo, i complessi rituali di corteggiamento e la fecondazione delle uova, ripercorrendo la storia della pesca e dei suoi uomini dall'Ottocento a oggi. Completiamo la giornata visitando la Cattedrale delle Lofoten: una maestosa struttura in legno stile neo-gotico , eretta nel 1898 per dare rifugio spirituale e accoglienza fino a 1.200 persone durante la dura stagione della pesca.





Martedì 18 agosto il cielo si riapre e non piove. Siamo pronti a salpare di nuovo: prua su Svolvær, distante appena 3 miglia. Il viaggio continua.

giovedì 13 agosto 2026

Tra le nebbie e le vette delle Lofoten: da Bodø a Å

C’è un cambio di guardia a bordo. Con il saluto a Sergio e l’arrivo dall’Italia di Marten e sua figlia Alice, il nostro equipaggio si rinnova giusto in tempo per cogliere un regalo raro nel Nord della Norvegia: una splendida e limpida giornata di sole.


È la mattina di mercoledì 5 agosto. Alle 9.10 lasciamo l’ormeggio di Bodø con la prua puntata verso ovest, pronti ad attraversare il braccio di mare che ci separa dall’arcipelago delle Lofoten. Una rotta di 57 miglia che si annuncia perfetta: 10 nodi di vento da Nord che ci baciano al traverso, mentre un mare calmo e disteso specchia il cielo azzurro. Non appena ci lasciamo alle spalle i primi isolotti e gli scogli affioranti, spegniamo il motore. Il silenzio della vela avvolge la barca. Issiamo tutto la tela a disposizione e iniziamo a scivolare veloci sull’acqua a 7,5 nodi.

Intorno alle 14.00, come spesso accade da queste parti, il mare cambia voce. Il vento rinforza fino a 15 nodi e ruota a Nord-Ovest, sollevando un’onda di un metro che iniziamo a prendere direttamente al mascone di dritta. La barca accellera il passo: con genoa, randa e mezzana ben a segno, sbanda con eleganza e tiene la rotta a 8 nodi in una bolina larga impeccabile.

Alle 17.30 la silhouette incantata di Røst si fa vicina. Entriamo e ci affianchiamo al molo libero (67°30.476’N 12°04.544’E). Scesi a terra per sgranchirci le gambe dopo le miglia accumulate, veniamo accolti dal silenzio quasi spettrale delle isole fuori stagione di pesca: le strade sono deserte, il piccolo supermercato è già chiuso. Torniamo in quadrato per il solito briefing serale sulle carte e sui bollettini meteo.

La prua contro l'onda: la rotta per Værøy

Il giorno seguente le condizioni cambiano. Il meteo prevede un vento “sul naso” di circa 20 nodi, ma la rotta per Værøy conta appena 21 miglia. "Si può fare", ci diciamo.

Giovedì 6 agosto, alle 11.00 spaccate, molliamo gli ormeggi. Bastano pochi metri oltre il canale protetto d'ingresso perché il mare ci sveli un volto più duro: 18-20 nodi da Nord-Est spingono un’onda corta di un metro sferzandoci dritta in prua. Imposto il motore a 2400 giri per dare spinta; la barca avanza a 5,5 nodi ma l'onda incrociata la scuote continuamente, facendo sbandare e battere la prua. A farne le spese è la povera Alice, che paga il tributo al battesimo del mare con i primi sintomi di mal di mare.

Alle 14.30 conquistiamo finalmente il porto di Værøy e c'incuneiamo nell'unico posto disponibile (67°39.632’N 12°42.105’E). Appena toccata la terraferma, la nausea di Alice svanisce e la voglia di esplorare prende il sopravvento. Ci allacciamo gli scarponi e puntiamo dritti verso la vetta del monte Håheia. La salita è ripagata da panorami mozzafiato, dove le scogliere cadono a picco su un oceano dai toni cobalto. Torniamo a bordo alle 20.30, dopo una tappa al supermercato locale per fare cambusa. I contatori segnano cifre da vera maratona: 23.581 passi, 57 piani di dislivello e quasi 18 chilometri macinati a piedi.







Verso Moskenes e la sfida del Reinebringen

Marten ed Alice rimarranno a bordo soltanto per pochi giorni ed hanno un desiderio bruciante: vivere le Lofoten al massimo. Decidiamo così di ripartire subito il giorno dopo per Moskenes, una breve tratta di 17 miglia.

Venerdì 7 agosto attendiamo che il cielo si schiarisca e alle 14.00 molliamo i cavi. Il sole torna a farci compagnia e un vento costante da NW sui 10-12 nodi ci regala una navigazione da manuale: randa, genoa e mezzana ancora una volta spiegate, filiamo leggeri a 6,5 nodi. Alle 17.30 siamo a Moskenes, ormeggiati al lato esterno del pontile riservato alle imbarcazioni in transito (67°53.854’N 13°02.509’E).

Con le previsioni che portano pioggia per l'indomani, Alice propone un'impresa audace da fare subito, in serata: la scalata al Reinebringen, la celebre cima che domina il fiordo di Reine, famosa per i suoi 2.000 scalini di pietra realizzati da una squadra di sherpa nepalesi.

Facciamo un aperitivo veloce, una cena rapida e via di corsa a prendere l’autobus delle 20.00 che ci lascia in prossimità dell’inizio del sentiero.


Ragazzi, questa volta è stata davvero dura. Altro che gradini: 2.000 veri e propri "scaloni" d'ordinanza, alti dai 30 ai 40 centimetri l'uno, che spaccano le gambe. Quando arrivo in cima, stremato ma felice, la prima cosa che devo fare è sfilarmi gli scarponcini da trekking per far respirare i piedi doloranti. Ma basta alzare lo sguardo per dimenticare la fatica: la vista sul fiordo, sulle vette affilate e sui villaggi illuminati dalla luce senza fine del nord è semplicemente fantastica.





Dopo le foto di rito riprendiamo la discesa. Ma la giornata non è ancora finita: arrivati in fondo alla scalinata, ci toccano altri 4 chilometri a piedi per rientrare a Moskenes.

Il bilancio finale dell'escursione parla da sé: 16.000 passi, 127 piani di dislivello e 16 chilometri. Rientriamo in barca alle 1.30 di notte, giusto in tempo per regalarmi due ore benedette di pediluvio rigenerante!

Alla scoperta della terraferma: Å, Nusfjord e Henningsvær

Per i due giorni successivi (9-10 agosto) decidiamo di concedere un po' di riposo alle vele e noleggiamo un'auto per esplorare l'interno delle isole.

La prima tappa è Å, il villaggio dal nome più corto del mondo posto all'estremità sud dell'arcipelago. Qui visitiamo l'affascinante Museo dello Stoccafisso, immergendoci nella storia millenaria di queste terre. Scopriamo così i ritmi della pesca del merluzzo, che tra dicembre ed aprile mobilita l'intera comunità: dai grandi ai bambini, tutti partecipano alla lavorazione. I pesci vengono decapitati, puliti e poi appesi all'aperto sulle enormi rastrelliere di legno a seccare al vento del Nord fino a giugno.




Proseguiamo poi verso Nusfjord, un borgo di pescatori incastonato tra le rocce che sembra uscito da una cartolina d'epoca, con le sue tipiche case rosse (rorbu) e il piccolo museo di imbarcazioni e attrezzi storici.







 Il nostro itinerario prosegue fino a toccare ampie spiagge dorate dove i camperisti si radunano e i windsurf affrontano la brezza dell'Atlantico. Rientriamo alla base di Reine verso le 19.00.


 




Lunedì 10 agosto punta a nord: visitiamo la vivace e pittoresca Henningsvær, con i suoi canali e le sue gallerie d'arte, prima di spostarci sulla costa occidentale delle Lofoten. Qui ci regaliamo un'ultima camminata di 19.800 passi (circa 15 km) lungo un sentiero pianeggiante e spettacolare che connette due magnifiche spiagge selvagge.








Alle 19.00 facciamo ritorno in barca. Dopo una cena condivisa tra risate e ricordi di questa intensa settimana, arriva il momento dei saluti. Marten ed Alice devono riprendere la strada di casa. Lasciano a bordo l'eco delle risate, l'energia delle grandi scarpinate e il ricordo di un'avventura tra mare e roccia che non dimenticheremo facilmente.