venerdì 3 luglio 2026

VERSO LA NORVEGIA: L'ATTERRAGGIO AD ÅLESUND

Lasciare le Isole Fær Øer ha sempre il sapore di un distacco netto, con la terraferma.  Il 17 giugno  molliamo gli ormeggi da Thorshavn alle 14:45 in punto, un orario calcolato al nanosecondo per evitare i picchi di corrente contraria, contenendola entro 2 o 3 nodi al massimo. Per le prime ore la navigazione ha richiesto pazienza e un'attesa vigile: sapevamo che solo dopo le 17:30 avremo potuto finalmente considerarci fuori da quel flusso invisibile che frena la barca, con Refola libera di raggiungere i 7 nodi di velocità.

Una volta in mare aperto, tiriamo fuori tutte le vele, a catturare il vento da SE. Tuttavia, l’angolo iniziale era stretto, troppo stretto per filare via lisci; siamo costretti a chiedere un piccolo aiuto al motore, che teniamo fisso a 1800 giri. È un ronzio regolare che ci accompagna fino a notte inoltrata, con un’onda al mascone di dritta di 1,5-2 metri.




Verso mezzanotte il vento ha deciso di assecondarci, girando dolcemente a sud. Abbiamo spento subito il motore. Nel silenzio improvviso che è seguito, rotto solo dallo sciacquio dello scafo, la barca ha ritrovato la sua vera natura. Abbiamo viaggiato così, cullati da un'andatura costante e generosa, fino alle 19:00 del giorno successivo, mantenendo una splendida media di 7-8 nodi. Ma il mare non regala certezze a lungo. Con il calare della sera il vento è tornato a farsi sentire da Sud-Est, piantandosi proprio sulla nostra traiettoria e costringendoci ad accendere nuovamente il motore.

La mattina del 19 il cielo cambia definitivamente volto. Puntuale come un appuntamento temuto e insieme desiderato, è arrivato il "ventone" che avevamo previsto studiando i modelli meteo. L'aria si è fatta tesa, il mare si è gonfiato. Abbiamo reagito subito riducendo la randa per stabilizzare l'assetto. Iniziamo così a risalire il mare di bolina, sbandati ma sicuri, volando a 8-9 nodi sotto lo schiaffo di un vento costante tra i 20 e i 24 nodi. È la vela pura, quella che fa stringere i denti e vibrare il timone.

 Poi, come spesso accade con la meta ormai a portata di sguardo, tutto cambia. Quando mancano appena 35 miglia all’arrivo, il vento gira improvvisamente a Est, affievolendosi in una brezza leggera di 5-8 nodi. Il problema? Ce lo ritroviamo dritto in faccia. Senza più portanza, non ci rimane che fare ordine sul ponte: chiudiamo tutte le vele, e proseguiamo a motore, puntando la prua  verso la costa norvegese.

L'ingresso nelle acque di Ålesund ci riserva l'ultima sorpresa della traversata. Prima ancora di varcare la soglia del porto, subiamo la visita della guardia costiera. Due ufficiali salgono a bordo con cortesia tutta nordica e ci accompagnano fino all’ormeggio. I documenti erano in ordine, i controlli superati senza il minimo intoppo. Siamo ufficialmente in regola: Refola è a posto, ed è finalmente pronta a riposare in terra norvegese.


Alesund è una città carina, frequentata dalle grandi navi turistiche che sbarcano migliaia di turisti ogni giorno. Lunedì 22 parte Denis e lunedi 29 arriva Leopoldo, un caro amico veneziano conosciuto in Pacifico; abbiamo quindi circa 8 gg. per scoprire Alesund. La prima visita la facciamo al Crazy Troll, una piramide alta 40 mt. con pallet di legno, si chiama ufficialmente Slinningsbålet (prende il nome dal molo di Slinningen dove viene costruita). È una tradizione spettacolare per celebrare la notte di mezza estate (Sankthansaften). Viene dato fuoco sulla sommità e a poco a poco brucia completamente. Vederlo bruciare dal mare in barca o dalla riva opposta è un'emozione unica!



Poi facciamo visita al famoso acquario, uno dei piu grandi del nord Europa, perfettamente integrato nella natura costiera. dove sono ospitati pinguini, foche, e lontre marine e ed una quantità di merluzzi giganti e pesci dell’Atlantico.                                                                           
 



Infine percorriamo la famosa scalinata di 418 gradini per andare sul monte Aksla e vedere un panorama eccezionale su Alesund.     




 Con l’arrivo di Leopoldo abbiamo il tempo di sostituire le spazzole del rulla randa che ci ha recuperato in Italia e il primo luglio siamo pronti a partire.                                                                          

                                   
                     

domenica 28 giugno 2026

DIARIO DELLE ESCURSIONI ALLE ISOLE FAROE

 Dopo aver saggiato la forza delle correnti e i capricci dell’Atlantico per guadagnare l’ormeggio sicuro di Thorshavn, la decisione di noleggiare un auto si rivela davvero ben azzeccata. Lasciamo che Refola si riposi al sicuro e ci trasformiamo in esploratori di terraferma. Le Faroe, scoperte su quattro ruote, non perdono un briciolo del loro fascino primordiale: anzi svelano angoli verticali e prospettive inaspettati.



Il viaggio comincia lungo nastri d’asfalto perfetti che fendono vallate verdissime e costeggiano fiordi profondi. Guidare qui da una strana sensazione di isolamento e meraviglia: si passa da tunnel sottomarini scavati nella roccia viva a improvvisi altipiani dove le nuvole camminano al tuo fianco.

Ci addentriamo nei piccoli villaggi incastonati nelle baie, dove il tempo sembra essersi fermato a qualche secolo fa. Qui l’architettura non sfida la natura, ma si nasconde in essa. Le caratteristiche case con i tetti coperti da spessi manti di torba verde si fondono completamente con i prati circostanti. Sotto un cielo mutevole, pascolano le celebri pecore faroesi, silenziose e imperturbabili custodi di queste vallate sospese tra mito e la realtà.



Camminiamo lungo crinali vertiginosi dove lo sguardo spazia 360°: da un lato pareti verticali di roccia scura che precipitano per centinaia di metri nel blu schiumoso del mare, dall’altro l’abbraccio severo ma maestoso di montagne modellate dal ghiaccio e dal vento. Sentirsi piccoli quassù è inevitabile, ed è una sensazione bellissima.



Le ultime tappe della giornata ci portano su promontori straordinari da cui possiamo scorgere in lontananza le rotte marine che abbiamo percorso e quelle che ancora ci attendono.

Il viaggio nell’arcipelago continua anche il giorno successivo! Ecco le prossime incredibili tappe, tra cascate scroscianti, bizzarre infrastrutture e formazioni rocciose leggendarie.


Iniziamo con una sosta sulla spiaggia, da cui si gode una vista pazzesca sul profilo imponente delle scogliere. Guardando verso l’orizzonte, si possono scorgere in lontananza i famosi faraglioni Risin e Kellingur (Il Gigante e la Strega), legati ad un’antica leggenda secondo cui i due giganti cercarono di trascinare le isole Faroe fino in Islanda, prima di venire pietrificati dal sole alle prime luci dell’alba.

Ci spostiamo verso una delle attrazioni naturali più iconiche dell’isola di Streymoy: la cascata di Fossa. E’ la più alta delle Faroe e si sviluppa su 2 livelli. Si può ammirare direttamente dalla strada costiera, dove il salto principale si infrange sulle rocce scure proprio a ridosso delle barriere stradali.



Noi ci troviamo invece più vicini alla base del salto inferiore, avvolti dalla nebbia e dalla potenza dell’acqua che scorre tra i muschi e la roccia vulcanica.

Il viaggio prosegue verso l’isola di Eysturoy, regalandoci ampi panorami sui fiordi e sulle cime circostanti.



Per spostarsi fra le isole, l’esperienza diventa quasi fantascientifica grazie all’Eysturoyartunnilin, la rete di tunnel sottomarini inaugurata di recente. Si può vedere la celebre rotonda sottomarina, la prima al mondo illuminata con spettacolari giochi di luce blu, verdi e rossi e decorata con un’installazione artistica che simboleggia la tipica danza circolare faroese.




Arrivando nel villaggio di Eidi, ci si imbatte in una curiosità singolare: il vecchio campo da calcio, situato in una posizione incredibilmente scenografica a ridosso dell’oceano, è stato riconvertito in un campeggio. Oggi, al posto dei calciatori, le linee bianche delimitano le piazzole di sosta per caravan e camper. Poco distante , in mare, si staglia un’altra visuale ravvicinata dei faraglioni.


L’esplorazione tocca infine il pittoresco villaggio di Gjogv, famoso per la sua gola profonda 50 metri che funge da porto naturale protetto dalle onde dell’atlantico. Come si vede nella foto, una rampa di binari scende lungo la scalinata di cemento fino al livello dell’acqua, un tempo utilizzata dai pescatori per tirare in secca le barche al riparo dalle tempeste.

Mercoledì 17, nel primo pomeriggio è arrivato il momento di salutare questo arcipelago sospeso nel tempo e rimettersi in viaggio verso la Norvegia.

Le Faroe ci lasciano addosso il ricordo di una natura primordiale e potente, dove il verde dei prati verticali sfida costantemente il nero della roccia vulcanica ed il blu profondo dell’Atlantico.

Abbiamo camminato lungo scogliere monumentali, ammirato cascate che si tuffano direttamente nel mare come Fossa e ascoltato le antiche leggende dei giganti di pietra a Sandavagur.

Ci porteremo dietro anche le sue stranezze e i suoi contrasti: dai tunnel avveniristici con le rotonde sottomarine illuminate a festa, fino alla poesia silenziosa del porto naturale di Gjogv e all’originalità del campo di calcio di Eidi trasformato in campeggio.

Un luogo magico, aspro e accogliente al tempo stesso, che ha rappresentato una tappa indimenticabile.

ROTTA VERSO LE FAROE: TRA VENTO, BONACCE E CORRENTI TRADITRICI

 Venerdi 12 giugno 2026, alle 10.00 in punto, salpiamo da Westamanneyjar. Davanti a noi si aprono 395 miglia di Nord Atlantico, direzione Isole Faroe. Nei giorni precedenti abbiamo studiato i modelli meteo fino allo sfinimento: l’instabilità è la norma da queste parti, e alla fine la finestra migliore, o forse sarebbe meglio dire “la meno peggio” è questa. Si parte. Fuori dal porto troviamo un vento leggero sui 5 nodi da ESE che ci soffia quasi sul naso: non abbastanza per far correre la barca, ma sufficiente per aiutarci. Apriamo la randa e poggiamo col motore a 1800 giri, avanzando nel blu. Il Nord Atlantico però  non resta mai uguale a se stesso per molto a lungo. Nel pomeriggio il vento decide di collaborare: gira a SW e rinforza sui 15-18 nodi. E’ il momento che ogni marinaio aspetta. Apriamo tutte le vele , il motore finalmente tace e la barca si inclina, procedendo sicura tra le onde. Le ore successive diventano una danza continua contro la variabilità del vento: un valzer di cambio assetto di vele, aggiustamenti di rotta e accensioni strategiche del motore per non perdere il passo. Alle 23.00 un tramonto da favola.

. Solo 4 ore di oscurità (peraltro non totale) e alle 3 del mattino arriva un’alba ancora più spettacolare!

La navigazione prosegue allo stesso modo, seguendo le variazioni capricciose del vento per le intere giornate di sabato e domenica.



Verso le 18 avvistiamo le prime isole delle Faroe con le loro alte e spettacolari coste rocciose.  A sud di Vagar, mentre ci apprestiamo ad entrare nel cuore dell’arcipelago diretti a Thorshavn, riceviamo un bel segno di benvenuto: abbiamo ben 2-3 nodi di corrente a favore con un vento al traverso da nord di 5 nodi. La barca che vola letteralmente a 8-9 nodi in totale assenza di onda. Una goduria. Ma l’illusione dura poco. Non appena imbocchiamo il canale a nord di Sandoy, una brutta sorpresa. Come un interruttore che si gira, la corrente si inverte di colpo ed aumenta rabbiosa: 5 nodi contrari. La barca quasi si impianta. Portiamo il motore a 2500 giri, l’elica spinge forte, ma la velocità non riesce a superare un frustrante 2-3 nodi. E’ una lotta millimetro su millimetro contro un fiume invisibile, che si prolunga per 5 interminabili ore. 

Finalmente, alle 4.00 del mattino, siamo a destinazione ed entriamo nel porto di Thorshavn. Il pontile del distributore è decisamente corto  per Refola, ma con un po' di manovra e sangue freddo riusciamo ad accostare e a fare carburante. Subito dopo ci spostiamo per l’ormeggio definitivo, in fondo alla baia (62°00.543’N 6°46.344’W). Una volta assicurate le cime e spenti gli strumenti, tiriamo un grande sospiro di sollievo e di soddisfazione e poco dopo crolliamo tutti in un sonno profondo.

Più tardi, davanti ad un caffè caldo, ci riuniamo nel quadrato per il consueto briefing. L’esperienza della notte appena trascorsa ha lasciato il segno: concordiamo che tentare di esplorare l’arcipelago via mare, con le correnti micidiali che abbiamo sperimentato, sarebbe un vero calvario. La decisione viene presa all’unanimità e con un sorriso: la barca resta al sicuro in porto. Noleggeremo un’auto. Dopotutto, quassù tunnel e ponti collegano quasi tutto; per qualche giorno i nostri spostamenti si misureranno in kilometri orari e non in miglia marine.




mercoledì 24 giugno 2026

WESTAMMAEYJAR

 Domenica 7 giugno, alle 9.15, lasciamo l’ormeggio di Reykjavik, a bordo c’è Denis, arrivato da pochi giorni per rinforzare l’equipaggio, Fabrizio ed il sottoscritto. Vento da est sui 7 nodi, senza esitazione spieghiamo le vele: randa, genoa e mezzana si aprono una dopo l’altra. Per dare stabilità usiamo il contributo del motore a 1300 giri, mentre ci lasciamo alle spalle la capitale.


Intorno a mezzogiorno il vento gira a nord e rinfresca,  cambiando l’inclinazione della barca; aspettiamo che la nuova stabilità sia perfetta e alle 14 precise, compiamo il gesto più bello di ogni velista: spegniamo il motore. Resta solo lo scorrere dell’acqua lungo lo scafo, il battito leggero del sartiame e il soffio del vento che ci spinge ad una velocità media di 5-6 nodi.

Navighiamo così a vela pura fino all’arrivo, in uno stato di grazia e sospensione che solo il mare aperto sa regalare.

Sono le 7.00 del mattino seguente quando l’arcipelago di Westammaeyjar si rivela in tutta la sua drammatica bellezza, manovriamo con precisione millimetrica lungo il tortuoso canale, fino ad arrivare sulla testa del pontile interno (63°26.627N 20°16. 213W).



Westammaeyjar non è un porto qualunque, è un fulcro vitale, un approdo peschereccio importante,  con grosse navi da pesca.

Ma a rendere unico questo luogo è la sua storia recente, scritta con il fuoco. Nel 1973, una devastante eruzione vulcanica squarciò la terra: il magma fluì per mesi, rischiando di chiudere per sempre l’imboccatura del porto. Gli abitanti lottarono contro il vulcano, raffreddando la lava  con l’acqua di mare, e miracolosamente la colata si fermò, finendo per creare una protezione naturale ancora più efficiente per le imbarcazioni e facendo nascere una nuova isola dal nulla.

Decidiamo di esplorare questa terra, sotto una pioggerellina leggera sottile ma costante, che avvolge l’isola, ci incamminiamo verso il cono del vulcano, l’Eldfell, oggi spento e silenzioso, ma la cui presenza incombe a ridosso del centro abitato.


Il giorno successivo l’Islanda decide di stupirci ancora, regalandoci il suo volto più radioso. La pioggia scompare, il cielo si pulisce e un sole splendente illumina i prati verde smeraldo che contrastano con la roccia nera. E’ la giornata perfetta per raggiungere l’estremità sud dell’isola. La nostra meta è un luogo speciale, il santuario dei puffin (le pulcinelle di mare), gli uccelli simbolo di queste latitudini, famosi per i loro becchi coloratissimi e l’andatura squisitamente goffa.

Dopo la prima mezz’ora di cammino, Denis decide di tornare alla barca, non si è vestito adeguatamente e soffre il freddo, proseguiamo Fabrizio ed io.

Arrivati sulle scogliere a picco sul mare, troviamo un pendio verde che ospita una colonia di uccelli marini intenti a fare la guardia al loro nido e a scrutare l’orizzonte. Guardarli volare controvento e tuffarsi nelle acque gelide, toglie il fiato e ripaga di ogni sforzo.                                                                  




cciamo finalmente ritorno alla barca, il contapassi sul telefono segna un numero incredibile: 24.000 passi, circa 18,5 km di cammino! Le gambe sono stanche, ma la mente è leggera, colma di spazi aperti e natura incontaminata.

Prima di ritirarci in barca, esploriamo il paese: è delizioso, incredibilmente ordinato e accogliente. Troviamo due grandi supermercati, vicinissimi al porto, una vera manna dal cielo per noi navigatori, ottimi per fare cambusa; appena fuori dal centro, un immenso e spettacolare campo da golf che si snoda all’interno di un antico cratere sommerso.

La sera islandese, che non conosce oscurità in questa stagione, avvolge il porto.  Westamanneyjar è stata per noi non una semplice tappa, ma un’esperienza profonda, dove la forza distruttiva del fuoco si è trasformata in una bellezza mozzafiato. Una terra aspra e magnifica che rimarrà impressa per sempre nel nostri ricordi.

lunedì 8 giugno 2026

GRUNDARFIORD E RITORNO A REYKJAVIK

 Abbiamo passato una settimana a Reykjavik, ma non siamo stati fermi, abbiamo fatto i turisti, abbiamo riparato il grillo del carica alto del tangone sinistro, abbiamo installato la nuova pompa autoclave che è arrivata martedì e mercoledì 27 abbiamo preso la giusta finestra per andare a nord,  Grundarfiord a 101 miglia.







Non è stata una tappa facile, il vento reale da SW sui 20-22 nodi si è fatto sentire con un’onda corta al mascone sui 2 metri, alla lunga ti stanca, 14 ore di navigazione, partiti alle 7.00 siamo arrivati alle 21.30. Abbiamo acceso il motore a 4 miglia dall’arrivo, quando il vento è scemato.

L’Harbour Master, contattato via mail, ci ha assegnato un posto sul pontile nell’angolo NW dell’area portuale (64°55.541’N 23°15.229’W).

Grundarfiord è un paese  carino, le case curate con il tetto azzurro fanno bella mostra, siamo vicini ad una fabbrica per la lavorazione del pesce; facciamo una valutazione per proseguire verso nord con l’intento di circumnavigare l’Islanda, ma il meteo ci consiglia di abbandonare l’impresa, in quanto i venti sostenuti da quella direzione ci avrebbero costretto a fare molto motore, poi abbiamo la conferma che lunedì prossimo arriva Denis a Reykjavik e perciò è più facile incontrarci lì, inoltre alle Faroe ci raggiunge un’altra coppia e sarebbe stato impossibile garantirgli una data precisa del nostro arrivo.     

Allora la decisione è presa, torniamo a Reykjavik, faremo 2 tappe a sud dell’Islanda e poi rotta per le Faroe. Nel frattempo facciamo una escursione alle cascate a circa 4 km, molto belle!




Sabato 30 maggio alle 8.00 siamo pronti a partire, ma il motore non va in moto, controllo la batteria di avviamento non c’è tensione, è interrotta, ma abbiamo un piccolo booster per l’avviamento, uno di quei aggeggi cinesi preso per risolvere un caso come questo e infatti funziona, messo in moto il motore si parte, il vento da NE sui 10-12 nodi ci accompagna fino quasi all’arrivo. Arriviamo alle 22.00, il nostro posto in banchina è occupato da un altro yacht, ci spostiamo sul pontile a fianco (64°09.108’N 21°56.14’W).


Ordiniamo subito una nuova batteria che ci viene consegnata martedì, lunedì sera arriva Denis e ci porta gli antivibranti che gli avevamo ordinato, oltre a 2 bottiglie di gin. Il giorno successivo ripariamo il dissalatore cambiando tutti e 4 gli antivibranti e mercoledi mettiamo il golfare sul boma, ordinato all’Amel che nel frattempo è arrivato con DHL.

Venerdì visita al museo marittimo di Reykjaik, e ritorno in barca, sabato ultima spesa di cambusa, domenica partenza .



giovedì 28 maggio 2026

TRAVERSATA PER L’ISLANDA

 Sabato 16 maggio, ogni eccezione rimossa, salpiamo per l’islanda, destinazione Reykjavik a 640 miglia. La giornata è nuvolosa, anzi coperta, un vento sui 10 nodi da est ci coglie alla partenza, che rinforza via via che ci allontaniamo dalla Scozia, fino a raggiungere alle 5 della mattina dopo, i 20-22 nodi.



Subiamo anche le prime rotture: nella notte ci abbandona il strozzascotte della ritenuta della mezzana, sarà sostituito da una cima, poi il bozzello del carica alto del tangone si stacca dalla sua sede, la sartia bassa posteriore sinistra, lo ripareremo all’arrivo, mettendo il grillo mancante.


Il vento da NE si mantiene sui 15-20 nodi a tratti 25, e l’onda più fastidiosa sui 2-3 metri con periodo di 5-8 secondi, l’onda più temuta da SW sui 3 metri, quasi non si sente, in quanto ha un periodo di 11-12 sec..






Il 19 abbiamo il record di percorrenza di questa stagione 189 miglia percorse nelle 24 ore!  Quando arriviamo in corrispondenza di Katia sul versante sud dell’Islanda, cessa il vento di NE e affrontiamo un fresco N sui 20-25 nodi, con onde sul muso che frenano continuamente la barca, nonostante i 2200 giri del motore, la velocità si riduce a 3 nodi, cambiamo strategia: un bordo a perdere su Porlakshofn e poi viriamo su Grindavik, ci va bene, arriviamo al capo della penisola SW a vela, quando poi ci dobbiamo assorbire ancora 18 miglia contro vento a 15-22 nodi reali e un’onda ripida e corta sul muso.





Senza contare un traffico cospicuo di pescherecci in senso opposto, per fortuna la notte è come l'alba, chiara con buona visibilità. 























Arriviamo alle 11.00 a Reykjavik ed ormeggiamo al pontile del Sailing club Brokey, (64°09.106’N 21°55.956W).

Ragazzi è stata dura ma ce l’abbiamo fatta un complimento speciale va a Fabrizio che mi ha supportato in questa esperienza.