27°36.00' S 171°39.94'E
La mattina del 26 aprile alle 9.15 insieme a Giorgio di Waki ci rechiamo come da accordi all'ufficio della dogana per le pratiche di uscita dalla Nuova Zelanda. Tutto si svolge velocemente e senza intoppi; Giorgio è già pronto per partire, la sua destinazione è Noumea, Nuova Caledonia: ci salutiamo sul pontile augurandoci reciprocamente buon vento, ci sentiremo ogni giorno via radio SSB e poi ci rivedremo tra qualche mese, da qualche parte verso l'Indonesia.
Anche noi molliamo gli ormeggi, per fermarci qualche minuto dopo al pontile di distribuzione del carburante, che troviamo occupato da una grossa barca. Uno sguardo al nome scritto sul boma, Toululah Ruby III . ma sì, sono Paul ed Andy, una coppia di inglesi conosciuti nell'Arc Europe 2009 dai Caraibi a Lagos in Portogallo, quando tornavano a casa dal loro primo giro del mondo, ritrovati a Lanzarote (dove hanno trasferito la loro residenza terricola), e rivisti infine a Las Palmas nel 2012, in partenza come noi per attraversare di nuovo l'Atlantico. Ed ora eccoli qui, in Nuova Zelanda! Dalle barche, sbracciandoci, ci salutiamo calorosamente scambiandoci velocemente notizie sui progetti di navigazione. Ancora una volta abbiamo la prova di quanto il mondo sia davvero piccolo e di come il tempo non cancelli le amicizie che si creano per mare.
Rabboccato il serbatoio e riempite le taniche, siamo finalmente pronti a partire. La giornata è luminosa, il cielo sereno, prendiamo il mare sotto i migliori auspici.
E infatti va tutto bene a bordo: nei primi tre giorni le percorrenze delle 24 ore sono state 155, 160 e 179 miglia, nell'ultimo giorno il vento è aumentato a 25 nodi accompagnato da qualche groppo, e abbiamo già superato la metà del percorso.
Fin dall'inizio Lilli, Francesco ed io abbiamo assorbito bene i turni (2 ore di guardia e 4 ore di riposo), anche grazie alle discrete condizioni meteo-marine: mare poco mosso con 2-3 metri di onda, vento dal gran lasco al traverso dai 12 ai 20 nodi. Cielo in massima parte sereno, di giorno un bel sole e di notte la luna, calante da alcuni giorni, rischiara la nostra navigazione.
All'appuntamento radio serale sentiamo, finalmente senza i disturbi del marina, gli altri navigatori: Luigi a Papeete in Polinesia, Leopoldo arrivato da qualche giorno in Nuova Caledonia, naturalmente Giorgio di Waki che è a poche miglia da noi.
La prima notte un inconveniente ci ha tenuto in apprensione per alcune ore: è l'una di notte, Lilli di guardia mi chiama perché il pilota automatico è andato in allarme, si è disinserito e la barca ha perso la rotta. Prendo il timone e dopo aver zigzagato per un po' a destra e a sinistra inserisco nuovamente il pilota e tutto riprende normalmente.
Ma quando torno a dormire sento un rumore proveniente dalla sala motore, lo riconosco, è inconfondibile: l'elica non è bloccata e l'asse gira.
Nell'Amel SM la trasmissione è idraulica, perciò per evitare che l'asse giri e che l'elica aprendosi offra resistenza al moto è stato inserito un freno a disco idraulico; nelle altre barche, con trasmissione meccanica, si ottiene lo stesso risultato inserendo la marcia indietro con il motore spento.
In un primo momento non mi preoccupo molto, a parte il fastidioso rumore della trasmissione che gira, perderemo un po' di velocità, domani con il chiaro andrò a vedere perché il freno idraulico non funziona.
Ma in realtà non riesco a dormire molto, tormentato da interrogativi inquietanti: perché il freno ha smesso di funzionare tutto d'un tratto? Può essere che dopo l'allarme del pilota, serpeggiando per riportare la barca in rotta, si sia impigliato qualcosa sull'elica e questo abbia superato la forza frenante del disco?
Questa infausta evenienza mi pare plausibile: quando mi alzo, stimo la velocità della barca di 2 nodi inferiore rispetto a quella attesa con il vento in quel momento.
Bisogna andare a vedere sotto la barca, ma non è facile, ci sono 2-3 metri di onda e 18 nodi di vento, Lilli solo al pensiero che debba andare in acqua è preoccupata, e devo dire che non è la sola ...
D'altra parte accendendo il motore potrei solo peggiorare la situazione e non è previsto che il mare si calmi o il vento cessi, quindi la cosa va risolta prima possibile; mettere le mani sul freno senza sapere cosa ha provocato il guasto è tempo perso...
Mi viene un'idea: la telecamera Gopro subacquea, fissata al mezzo marinaio ed immersa sotto il galleggiamento, ci farà vedere lo stato dell'elica e se c'è qualcosa di impigliato.
Detto fatto, togliamo le vele, la barca fila ancora a 3-4 nodi, ma nonostante la difficoltà di tenere il mezzo marinaio immerso perpendicolarmente, per effetto della velocità, l'esperimento riesce e ... sorpresa e sollievo: l'elica è libera e scintillante. Forse mi sono fatto influenzare dal calo di velocità, ma in effetti il vento non è stabile, e varia anche in direzione oltre che in intensità, la barca rolla molto, passando velocemente da 4 a 6 nodi di velocità.
Poco male, inizio l'indagine sul freno ed in poco tempo risolvo provvisoriamente il problema mettendo un nuovo spessore tra il pistone idraulico e la ganascia del ferrodo.
Alle 11.30 l'inconveniente è risolto: riprendiamo la navigazione, con l'asse nuovamente bloccato e Refola, compiaciuta, che torna a correre veloce e sicura sulle onde.
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giovedì 28 aprile 2016
lunedì 25 aprile 2016
OPUA, NUOVA ZELANDA 25 APRILE 2016
35°18,968' S 174°07,296' E
I giorni a Whangarei sono letteralmente volati: abbiamo completato i lavori
in acqua, come la sostituzione della sartia bassa effettuata dal rigger
Cspar, la sostituzione delle giranti del motore e del generatore, la
sostituzione del bozzello di rinvio del punto di scotta destro del genoa e
la registrazione del punto di scotta sinistro. Inoltre abbiamo fatto fare un
nuovo tendalino da sole, in previsione dei climi caldi e assolati che
troveremo vicino all'equatore indonesiano. Giusto per elencare i lavori più
importanti.
Il 20 aprile è arrivato Francesco che resterà a bordo per circa due mesi,
fino alle Solomon.
Il giorno seguente salpiamo alla volta di Opua, circa 80 miglia più a nord,
dove espleteremo le pratiche di uscita dalla Nuova Zelanda.
Compiamo il breve trasferimento in due tappe: la prima con poco vento, quasi
tutta a motore, la seconda invece a vela con un venticello sui 12-15 nodi,
ed un sole benaugurante. La sosta a Wangaruru Harbour per la notte
(35°22,140'S 174°21,281' E) si rivela azzeccata: ben protetta anche con
vento da est, fondale sabbioso sui 4-5 metri. Prima del tramonto ci
raggiunge Massimo, che sta facendo il percorso inverso da Opua a Whangarei,
lo invitiamo a cena e passiamo una simpatica serata in compagnia.
Il 22 aprile siamo ad Opua. Abbiamo individuato per il 26-27 una finestra
meteo adatta alla nostra partenza; nei giorni scorsi è stata segnalata una
depressione tropicale classificata uragano di cat.2 a nord-est delle Fiji,
e non vogliamo avere sorprese. Per sentire il parere di un esperto, inviamo
una mail al nostro routier Bob Mc Davitt, che ci conferma che la finestra è
buona.
È deciso, domani martedì 26 aprile affronteremo la tappa di 1100 miglia fino
alle Vanuatu (precisamente Aneytium). Bob veglierà sul nostro percorso, e
aggiorneremo anche voi strada facendo.
I giorni a Whangarei sono letteralmente volati: abbiamo completato i lavori
in acqua, come la sostituzione della sartia bassa effettuata dal rigger
Cspar, la sostituzione delle giranti del motore e del generatore, la
sostituzione del bozzello di rinvio del punto di scotta destro del genoa e
la registrazione del punto di scotta sinistro. Inoltre abbiamo fatto fare un
nuovo tendalino da sole, in previsione dei climi caldi e assolati che
troveremo vicino all'equatore indonesiano. Giusto per elencare i lavori più
importanti.
Il 20 aprile è arrivato Francesco che resterà a bordo per circa due mesi,
fino alle Solomon.
Il giorno seguente salpiamo alla volta di Opua, circa 80 miglia più a nord,
dove espleteremo le pratiche di uscita dalla Nuova Zelanda.
Compiamo il breve trasferimento in due tappe: la prima con poco vento, quasi
tutta a motore, la seconda invece a vela con un venticello sui 12-15 nodi,
ed un sole benaugurante. La sosta a Wangaruru Harbour per la notte
(35°22,140'S 174°21,281' E) si rivela azzeccata: ben protetta anche con
vento da est, fondale sabbioso sui 4-5 metri. Prima del tramonto ci
raggiunge Massimo, che sta facendo il percorso inverso da Opua a Whangarei,
lo invitiamo a cena e passiamo una simpatica serata in compagnia.
Il 22 aprile siamo ad Opua. Abbiamo individuato per il 26-27 una finestra
meteo adatta alla nostra partenza; nei giorni scorsi è stata segnalata una
depressione tropicale classificata uragano di cat.2 a nord-est delle Fiji,
e non vogliamo avere sorprese. Per sentire il parere di un esperto, inviamo
una mail al nostro routier Bob Mc Davitt, che ci conferma che la finestra è
buona.
È deciso, domani martedì 26 aprile affronteremo la tappa di 1100 miglia fino
alle Vanuatu (precisamente Aneytium). Bob veglierà sul nostro percorso, e
aggiorneremo anche voi strada facendo.
venerdì 8 aprile 2016
WHANGAREI, NUOVA ZELANDA 6 APRILE 2016
35° 44,471 S 174° 20,978 E
La quarta stagione del giro del mondo Refola è ufficialmente iniziata!
Dopo aver salutato con l’ormai consueta commozione parenti e amici, lasciamo Verona il 30 marzo, voliamo da Venezia ad Abu Dhabi, da Abu Dhabi a Singapore e da Singapore a Sydney, dove ci fermiamo brevemente per un “tuffo nel passato”. Da sempre Lilli desiderava rivedere la città in cui, da giovane, aveva vissuto per otto mesi, e che aveva tanto amato. In effetti Sydney è davvero bellissima, seducente ed ospitale. Due giorni sono davvero pochi per conoscerla, ma riusciamo a sfruttare al meglio il tempo e l’efficientissimo sistema di trasporto metropolitano, scorrazzando in lungo e in largo tra metropolitana, autobus, ferry boat. Fortunatamente troviamo due limpide e calde giornate di sole, ultimi frammenti di un’estate che qui sta per finire.
Lunedì 4 aprile, sotto una pioggia battente, lasciamo Sydney alla volta di Auckland, dove arriviamo nel pomeriggio. La compagnia degli autobus ha cancellato la corsa che avevamo prenotato per Whangarei, dove ci aspetta Refola, e così passiamo una notte in un albergo non privo di fascino ma piuttosto vecchiotto (e senza ascensore!), proprio sotto l’alta torre in cemento che è il simbolo della città.
Siamo un po’ stravolti dalla lunghezza di questo viaggio e dal continuo cambio di fuso orario, non sappiamo mai bene se per il nostro organismo è giorno oppure è notte, ma non possiamo farci niente, prima o poi ci fermeremo e ritroveremo il giusto ritmo.
La mattina del 5 aprile di buonora saliamo sul primo autobus ed in tre ore siamo a Whangarei. Una piccola spesa per avere qualcosa di fresco da mangiare e via, di corsa al cantiere.
Troviamo Refola in buona salute, un po’ impolverata in coperta, ma nel complesso OK.
Ad accoglierci c’è Giorgio di Waki, alle prese con gli ultimi lavori prima di mettere in acqua la barca, alla fine della settimana.
La lunghissima lista delle cose da fare è già pronta, e ogni tanto vi si aggiunge qualche nuovo elemento. Andremo in acqua il 12 aprile, quindi in meno di una settimana bisogna fare tutto: primer, antivegetativa, lucidatura opera morta (affidata al cantiere), riparazione salpa ancora, cambio olio, filtri e giranti per motore e generatore, ed altro ancora!
Le giornate sono dense e faticose, per fortuna allietate dalle cene che insieme ad altri navigatori italiani, Giorgio, Massimo e Iacopo, organizziamo nello spazio cucina/BBQ del cantiere.
Scriveremo nuovamente, più rilassati, quando saremo in acqua.
domenica 29 novembre 2015
SIAMO DI NUOVO A CASA!
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Una volta arrivati in Nuova
Zelanda siamo stati travolti dalle mille cose da fare per preparare Refola
all'invernaggio e noi stessi all'imminente partenza per l'Italia. Questo il
motivo del nostro lungo silenzio, che colmiamo da casa raccontando gli ultimi
giorni della terza stagione del nostro giro del mondo a tappe.
La sosta ad Opua dura solo un paio
di giorni, il tempo di riprendere fiato dopo l'avventurosa traversata. Lunedì
2 novembre, insieme a Yaya, salpiamo alla volta di Whangarei.
Programmiamo una sosta per la
notte a Tutukaka Harbour, dove ancoriamo su un fondale di 4-5 metri di
sabbia/fango (35°37.033'S 174°32.121'E). Baia tranquilla, in cui ci eravamo
fermati anche l'anno scorso. Fa sempre freddo ed i bagni in mare sono ormai
un lontano ricordo.
Il giorno seguente, al momento di
salpare, una nuova sorpresa: il verricello non funziona, siamo costretti a
tirare su la catena a mano, fortunatamente in assenza di vento!
Prima di arrivare all'ingresso del
canale che conduce a Whangarei, incontriamo stormi di uccelli che a centinaia
banchettano sulla superficie del mare.
Abbiamo programmato l'arrivo con
l'alta marea, poiché i fondali nelle ultime 3 miglia sono in qualche tratto
inferiori ai 2 metri (noi peschiamo 2,05): alle 13.45 ormeggiamo al marina nel
centro di Whangarei, Town Basin, dove ritroviamo Gerard e Claudine di
Cassiopee.
Sostiamo al marina otto giorni,
dedicati ai lavori di rimessaggio: lavaggio di scotte, drizze, cime di
ormeggio, disarmo e piegatura del genoa, cambio olio generatore e motore e
riparazioni varie.
Mercoledi 11 novembre ci spostiamo
di 2 miglia ed ancoriamo davanti al cantiere Norsand, dove lasceremo la
barca; siamo già stati qui lo scorso anno, pertanto siamo pratici del luogo e
conosciamo le procedure di alaggio con il carrello che trainato da un
trattore porterà Refola fuori dall'acqua.
Ultimi giorni per completare le
manutenzioni: ripristino della massa nel pozzo della sentina, infruttuoso
tentativo di sostituire la control box del salpaancora, che cercherò di
procurare in Italia.
Lunedì 16 novembre si parte:
pullman per Aukland, poi volo a Melbourne, sosta tecnica a Kuala Lampur
(Malesia), Dubai, Milano, dove arriviamo dopo circa 45 ore di viaggio.
Ora scriviamo da casa, dopo aver
smaltito un po' alla volta il cambio di 12 ore di fuso orario; abbiamo circa
4 mesi per riprendere le nostre relazioni, coccolare i nostri anziani
genitori e studiare il prossimo itinerario...
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domenica 1 novembre 2015
ARRIVATI IN NUOVA ZELANDA
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Lasciamo la Nuova Caledonia
giovedì 22 ottobre. Coi nostri compagni di viaggio, Leopoldo da solo a bordo
di “Yaya” (Gran Soleil 46), Gerard e sua moglie Claudine su “Cassiopee” (Amel
SM gemella di Refola), concordiamo due appuntamenti radio SSB ogni giorno:
alle 8 del mattino e alle 18, quando in frequenza ci sono anche gli altri
navigatori italiani in Pacifico.
Il piano di navigazione che ci ha
preparato il “meteo-guru” Bob prevede che ci spingiamo molto ad ovest (la
linea diretta sarebbe SE), con un doppio zig-zag, sostanzialmente per evitare
una profonda bassa pressione e mare grosso, che altrimenti incontreremmo
sotto la latitudine 30° sud.
Gerard di “Cassiopee” non è molto
convinto di questa strategia: parte due ora prima di noi e da subito tiene
una rotta molto più diretta sulla Nuova Zelanda, ipotizzando anche di
fermarsi a circa metà percorso a Norfolk (piccola isola appartenente
all'Australia), per meglio valutare l'evoluzione meteo.
Noi invece, insieme a “Yaya”, ci
teniamo su una rotta intermedia tra quella consigliata da Bob e quella scelta
da Gerard, in modo da poter optare per l'una o per l'altra, quando la
situazione fosse più definita.
I primi due giorni trascorrono
tranquilli: navigazione veloce, con poca onda e nel sole.
Al terzo giorno di navigazione, 24
ottobre, siamo 70 miglia a NW di Norfolk. Una previsione meteo scaricata via
radio SSB ci informa che la rotta consigliata da Bob non evita più la
burrasca ed il mare grosso da sud, ma ci va dritto in mezzo. Gerard decide di
fermarsi a Norfolk, mentre io invio una mail a Bob chiedendogli un
aggiornamento del piano, e una valutazione sull'opportunità di fermarci anche
noi.
Bob risponde subito: la sosta a
Norfolk non ci conviene, ribadisce che per sfuggire la perturbazione è meglio
proseguire per altre 48 ore verso SW, poi invertire la rotta a ESE e poi
finalmente puntare a SE, solo quando il peggio sarà passato.
Salutiamo via radio Gerard (che
con il senno di poi ha fatto la scelta migliore), e con Yaya
proseguiamo verso SW, con il vento da SE. Non stiamo andando precisamente in
Nuova Zelanda (anzi Lilli conta le miglia che ci separano da Sydney e ci fa
un pensierino), ma in compenso il mare è poco mosso e la navigazione
confortevole.
Tengo sempre sotto controllo
l'evoluzione meteo. Due volte al giorno scarico i grib files e “Subtropic” in
testo, che descrive i movimenti dei fronti nel Pacifico occidentale a sud di
25° S. Man mano che andiamo avanti, purtroppo, queste previsioni non
promettono niente di buono. Sembra davvero difficile riuscire ad
evitare la vasta perturbazione che incontreremo il 28-29 ottobre, con onda
fino a 7 metri e venti di burrasca.
Abbiamo 12 ore di anticipo sul piano
di Bob, e ce le teniamo strette perché potrebbero rivelarsi utili, al momento
dell'incontro fatidico. Continuiamo a navigare comodi, ma con la sgradevole
sensazione che la navigazione tranquilla stia per finire e che dobbiamo
prepararci al peggio.
L'aggiornamento meteo del 26
ottobre ci annuncia che fra tre giorni, il 29, avremo vento da 30 nodi al
traverso e onde da 5 a 7,5 metri. Ci siamo! Cerchiamo di guadagnare miglia e
giocare d'anticipo, non si sa mai che la perturbazione decida di rallentare
all'ultimo momento. Con Leopoldo concordiamo di aggiungere un ulteriore
appuntamento via radio SSB, alle ore 13.
Mercoledì 28 ottobre, alle 7.30
del mattino, Lilli scarica via radio la posta elettronica e riceve una nuova
mail di Bob: “Attenzione! c'è un avviso di burrasca, con onde superiori
a 5 metri. Se siete nella posizione prevista dal piano (31°09'S 168°15'E),
mettete subito la prua a nord verso Norfolk e non fermatevi fino a 29° S; se
non ce la fate, fate rotta su NE e appena possibile girate a nord. Datemi
conferma di aver ricevuto questa mail e comunicatemi le vostre decisioni”.
Lilli era stata tranquilla fino a
questo momento, ma mentre mi traduce il messaggio di Bob sento che la sua
voce si incrina... All'appuntamento delle 8.00 aggiorno Leopoldo sulle nuove
informazioni ricevute; anche lui resta abbastanza spiazzato, ma ci chiediamo:
possiamo ignorarle?
A malincuore mettiamo prua a NE
(Lilli tenta di scherzare dicendo “Addio Sydney, noi torniamo alle Fiji”),
pensando già di doverci rassegnare ad allungare la traversata di ulteriori
3-4 giorni.
Ma non sono del tutto convinto, e
d'altronde chi mi conosce sa che la parola “rassegnazione” compare poco nel
mio vocabolario: scarico altri aggiornamenti meteo, e valuto che il nostro
anticipo sul piano di Bob potrebbe consentirci di passare noi prima della
perturbazione, invece che aspettare che passi lei. Invio quindi a Bob
un'altra mail: lo aggiorno sulla nostra posizione, gli prospetto l'ipotesi di
una rotta diretta sul North Cape della Nuova Zelanda, che si trova a 250
miglia, e chiedo il suo parere.
Nel giro di mezz'ora Bob risponde:
“Le 100 miglia di anticipo che avete fanno una grande differenza: se riuscite
a tenere una velocità media superiore ai 7 nodi, potete arrivare al North
Cape prima della burrasca; le successive ultime 100 miglia sono sottovento
alla costa, perciò più facili. Fatemi sapere cosa decidete”.
E qui le mie budella cominciano a
contorcersi: quale sarà la scelta giusta? Meglio fuggire al maltempo ed
aspettare che la situazione migliori o rischiare ed arrivare 3-4 giorni
prima? Quante pagine sono state scritte su questo tema! Ma ora non stiamo
facendo dispute teoriche; siamo per mare, anzi, in mezzo all'Oceano Pacifico,
e tocca a me decidere, anche se sinceramente preferirei essere da un'altra
parte...
Faccio una prova: metto prua a SE,
direzione North Cape. Con genoa, randa e mezzana la barca fila a 8 nodi e il
vento dovrebbe aumentare da nord. È la scossa di cui avevo bisogno: “Ok
Lilli, andiamo diretti”. Sono le 11.30 del 28 ottobre. Invio a Leopoldo e a
Bob una mail col mio nuovo piano di navigazione.
Leopoldo però non scarica la posta
e apprende la notizia solo alle 13, al nostro appuntamento radio. Sulle
prime, comprensibilmente, resta sconcertato; sono 5 ore che ha la prua a NE e
io ribalto la frittata comunicandogli di aver virato a SE. Ci pensa un po':
“Sì, forse è la cosa migliore - dice - ma la devo digerire, ci risentiamo
alle 18”.
Nel frattempo il vento rinforza da
nord e poi da nord-ovest, a 20-25 nodi in poppa, mentre il mare aumenta
velocemente con onda da NW sui 3-4 metri; la velocità della barca raggiunge
punte di 10-11 nodi, in planata sulle onde. Abbiamo fatto la scelta giusta!
Se avessimo proseguito con rotta NE, ci saremmo trovati, per almeno 24 ore, a
combattere questa situazione di bolina. Invece stiamo andando veloci col
vento in poppa, finalmente verso la meta, e abbiamo un buon margine per arrivare
al North Cape prima dell'arrivo della burrasca da SW.
Dal momento che la velocità è
adesso un fattore cruciale, teniamo monitorata la percorrenza ogni due ore,
per verificare che sia sempre superiore a 15 miglia (7,5 nodi di media).
All'appuntamento radio delle 18 gli amici navigatori ci chiedono subito di
comunicare la nostra posizione e come sta andando, tutti sono in pensiero per
noi e fanno il tifo perché riusciamo ad arrivare indenni. Anche Leopoldo ha
digerito la nuova rotta ed è contento, la sua Yaya fila a 11 nodi.
Per la notte avevo già riavvolto
la randa, perché con il vento girato a NW copriva il genoa; quando arriva il
turno di Lilli avvolgo anche la mezzana, visto che le raffiche sono arrivate
a 30 nodi.
Verso la fine del turno di Lilli arriva
un groppo, con rinforzo di vento e una fitta pioggia: il genoa, che lavorava
a 10-15° da fil di ruota, va a collo ed il pilota automatico entra in
allarme. Lilli è nel panico, afferra il timone e grida per svegliarmi. Corro
fuori, accendo il motore, riduco il genoa e piano piano riporto la barca in
rotta. Ormai è quasi l'ora del cambio turno, per cui resto di guardia e
spedisco Lilli, un po' scossa, a riposare.
Le ore passano e la Nuova Zelanda
si avvicina di 15/18 miglia ogni due ore. Nei momenti in cui il vento cala
e la velocità scende sotto i 7 nodi, ci diamo “un aiutino” col motore.
La mattina del 29 ottobre
l'aggiornamento “Subtropic” ci avverte che la bassa che stiamo tentando di
evitare, in spostamento verso est, ha aumentato la sua velocità da 5 a 20
nodi. Dovrebbe arrivare al North Cape verso mezzanotte, ma noi possiamo
ancora farcela, perché dovremmo raggiungere il capo verso le 22.30 (LT New
Zeland), dopo di che saremo sottovento alla costa, perciò l'onda non dovrebbe
infastidirci più di tanto.
Noi arriviamo a North Cape
puntuali, ma la bassa, birichina, è in anticipo di un'ora: non appena
doppiamo il capo il vento rinforza da SW a 20-25 nodi. Dopo mezz'ora di
assaggio, abbiamo 30-35 nodi di vento reale e 35-40 di apparente: con il
genoa ridotto ad un fazzoletto di 13 mq. e la randa ridotta come mai
prima d'ora, filiamo a 8 nodi. La falchetta è quasi in acqua, le onde ci
prendono al mascone e spazzano la coperta, ma la barca non batte e accelera
sotto raffica senza straorzare. Il pilota automatico lavora bene con piccoli
angoli di timone e questo mi rassicura, ma in ogni caso non stacco gli occhi
dagli indicatori del vento. Il cielo è nuvoloso, ma il mare si illumina
diventando argentato e scintillante ogni volta che la luna, piena, trova un
varco tra le nuvole.
Quando inizia il turno di Lilli,
alle 23, riduciamo ulteriormente la randa. La manovra riesce agevolmente e la
barca reagisce bene alle raffiche; il ventone continua fino alle 2.00, quando
riprendo il turno io. Poco dopo scende a 20-25 nodi, così aggiungo un
po' di tela e continuiamo a viaggiare a 7-8 nodi di velocità.
All'alba entriamo nella grande Bay
of Islands, il vento è calato ulteriormente sui 15-20 nodi, sempre da SW, e
ci consente di andare a vela fino a 3 miglia dall'arrivo.
Alle 10.00 del 30 ottobre
arriviamo ad Opua; Leopoldo, che abbiamo raggiunto durante la notte, è a meno
di un miglio da noi. Ormeggiamo al pontile della quarantena, dove ci
raggiungono subito i funzionari di dogana/immigrazione e la Bio-Security per
le pratiche di ingresso in Nuova Zelanda. Stappiamo una bottiglia di Cartizze
e poi ci concediamo un meritato riposo; questa volta abbiamo proprio la
sensazione di aver guadagnato e sudato una meta. Per la prima volta, dopo una
lunga traversata, non provo quel sottile dispiacere di veder finire una bella
esperienza, ma prevale un grande senso di sollievo, e di soddisfazione.
Il piano originario di Bob
prevedeva che avremmo dovuto percorrere 1326 miglia, la rotta diretta
passante per Norfolk sarebbe stata 915 miglia; noi ne abbiamo percorse
1249 in 8 giorni, alla media di 6,5 nodi.
Gerard è arrivato il giorno prima
di noi, nel pomeriggio, dopo aver sostato 12 ore a Norfolk, senza tutte le
nostre apprensioni e senza incappare nella burrasca che noi abbiamo preso per
fortuna solo di striscio. Si vede che anche i meteorologi, come tutti,
possono sbagliare.
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sabato 30 maggio 2015
In ritardo, foto di Whangarei ed altro...
17:44.59S 168:18.82E
Giunti a Port Vila, capitale delle Vanuatu, possiamo finalmente spedire delle foto.
Le prime riguardano la gita alle cascate di Whangarei. Insieme a Lilli e al sottoscritto, erano presenti: Cristiano e il suo equipaggio formato da Luciano e dal giovane inglese Nick, l’amico e navigatore solitario Giorgio, che purtroppo, avendola scattata, non è presente nella foto di gruppo.



Poi c’è stata la serata di salsa, in cui anche Lilli, per qualche secondo, si è lanciata nel ballo


E veniamo ad argomenti più seri: ecco le nuove ruote per facilitare gli atterraggi del dinghy di Refola

Ed infine un’immagine della nostra traversata Nuova Zelanda – Vanuatu, 1180 miglia

Giunti a Port Vila, capitale delle Vanuatu, possiamo finalmente spedire delle foto.
Le prime riguardano la gita alle cascate di Whangarei. Insieme a Lilli e al sottoscritto, erano presenti: Cristiano e il suo equipaggio formato da Luciano e dal giovane inglese Nick, l’amico e navigatore solitario Giorgio, che purtroppo, avendola scattata, non è presente nella foto di gruppo.
Poi c’è stata la serata di salsa, in cui anche Lilli, per qualche secondo, si è lanciata nel ballo
E veniamo ad argomenti più seri: ecco le nuove ruote per facilitare gli atterraggi del dinghy di Refola
Ed infine un’immagine della nostra traversata Nuova Zelanda – Vanuatu, 1180 miglia
lunedì 11 maggio 2015
PARTITI !
30:51.52S 174:35.45E
I dodici giorni trascorsi al Town Basin, il marina al centro della piccola città di Whangarei, sono stati decisamente intensi: frenetici per i lavori a bordo, allegri per la vita sociale, e soprattutto colorati da continui colpi di scena, che di giorno in giorno ci facevano cambiare programma (o la data di partenza).
Cominciamo dalla vita sociale: già appena arrivati al Town Basin ci rendiamo conto che il pontile funziona come una via di un piccolo paese. La gente ABITA sulle barche, tra loro si chiamano "vicini di casa", si invitano l'un l'altro per drink e aperitivi che spesso si prolungano per molte ore, fino a raggiungere tassi alcolici non indifferenti. Veniamo coinvolti in uno di questi meeting, le persone sono tutte simpatiche e gentili, ma devo dire che la mia testa è sempre lì, al lavoro che mi aspetta in barca. Quando poi arrivano anche Cristiano e Luciano con Libero (e un nuovo membro dell'equipaggio, Nicholas, un 26enne giramondo inglese, mai salito su una barca a vela), si ricostruisce la piccola comunità italiana ed insieme facciamo una gita a piedi alle cascate di Whangarei, organizziamo un BBQ nel piccolo parco attiguo al marina, partecipiamo ad una serata danzante i cui protagonisti sono una coppia di giovani italiani, Eros ed Elisa, la cui storia è davvero singolare.
I dodici giorni trascorsi al Town Basin, il marina al centro della piccola città di Whangarei, sono stati decisamente intensi: frenetici per i lavori a bordo, allegri per la vita sociale, e soprattutto colorati da continui colpi di scena, che di giorno in giorno ci facevano cambiare programma (o la data di partenza).
Cominciamo dalla vita sociale: già appena arrivati al Town Basin ci rendiamo conto che il pontile funziona come una via di un piccolo paese. La gente ABITA sulle barche, tra loro si chiamano "vicini di casa", si invitano l'un l'altro per drink e aperitivi che spesso si prolungano per molte ore, fino a raggiungere tassi alcolici non indifferenti. Veniamo coinvolti in uno di questi meeting, le persone sono tutte simpatiche e gentili, ma devo dire che la mia testa è sempre lì, al lavoro che mi aspetta in barca. Quando poi arrivano anche Cristiano e Luciano con Libero (e un nuovo membro dell'equipaggio, Nicholas, un 26enne giramondo inglese, mai salito su una barca a vela), si ricostruisce la piccola comunità italiana ed insieme facciamo una gita a piedi alle cascate di Whangarei, organizziamo un BBQ nel piccolo parco attiguo al marina, partecipiamo ad una serata danzante i cui protagonisti sono una coppia di giovani italiani, Eros ed Elisa, la cui storia è davvero singolare.
Entrambi ingegneri, dopo la laurea sono partiti dall'Italia in cerca di fortuna e migliori opportunità. Dapprima sono stati in Australia, dove Eros ha lavorato come ingegnere mentre Elisa si è adattata a lavori occasionali. Da due anni invece si sono trasferiti in Nuova Zelanda, dove Elisa ha trovato un buon posto da ingegnere, mentre Eros ha fatto il cuoco, il fornaio, il pizzaiolo, fino a quando è riuscito ad entrare in una multinazionale di costruzioni. Tutto a posto dunque? Sì, tranne il fatto che la piccola e sonnacchiosa Whangarei, dove quasi tutto chiude alle 5 del pomeriggio, andava un po' stretta all'intraprendente coppia romagnola, che con l'obiettivo di trasformare Whangarei nella Rimini neozelandese ha messo in piedi una scuola serale di salsa, di cui erano ovviamente già provetti ballerini. E' stato un grande successo: oltre a molti locali, Cristiano e sua moglie Eliane si sono iscritti e ne è nata una grande amicizia. E così anche noi abbiamo partecipato ad una serata promozionale dei loro corsi, tenuta da Reeva, il ristorante pizzeria del marina. Un gran pienone, una serata piacevole.
E veniamo ai lavori: alla mia lista, già lunga, si è aggiunto il montaggio delle nuove ruote da applicare a poppa del dinghy, appena acquistate. E' un modello molto ben congegnato e di facile utilizzo: ci sarà utile nell'atterraggio su spiaggia in presenza di onde, quando è importante allontanarsi velocemente dal bagnasciuga.
Un altro elemento delicato è la sostituzione della scheda del modem Pactor: ne ho comprato una nuova con dispositivo bluetooth, per poter collegare i pc al modem senza cavi e prese USB. Provvedo da solo al montaggio della nuova scheda, ma allo scopo di evitare sorprese chiedo aiuto a Luciano, esperto informatico, per il test di funzionamento. Purtroppo il test è un disastro: nonostante la competenza di Luciano, non solo non riusciamo a far funzionare il modem Pactor in modalità bluetooth, ma sembra persa anche la possibilità di utilizzarlo come prima, cioè con cavo e presa USB.
E veniamo ai lavori: alla mia lista, già lunga, si è aggiunto il montaggio delle nuove ruote da applicare a poppa del dinghy, appena acquistate. E' un modello molto ben congegnato e di facile utilizzo: ci sarà utile nell'atterraggio su spiaggia in presenza di onde, quando è importante allontanarsi velocemente dal bagnasciuga.
Un altro elemento delicato è la sostituzione della scheda del modem Pactor: ne ho comprato una nuova con dispositivo bluetooth, per poter collegare i pc al modem senza cavi e prese USB. Provvedo da solo al montaggio della nuova scheda, ma allo scopo di evitare sorprese chiedo aiuto a Luciano, esperto informatico, per il test di funzionamento. Purtroppo il test è un disastro: nonostante la competenza di Luciano, non solo non riusciamo a far funzionare il modem Pactor in modalità bluetooth, ma sembra persa anche la possibilità di utilizzarlo come prima, cioè con cavo e presa USB.
Dopo molti tentativi, protrattisi fino a tarda sera, sia noi che Luciano gettiamo la spugna. Non ci resta che chiamare in Italia Antonio Pezzoni, da cui abbiamo acquistato la nuova scheda: ma purtroppo è venerdì I° maggio e fino a lunedì non se ne parla. Per guadagnare tempo, gli invio una mail anticipandogli il problema. Anche lui è un esperto informatico, sicuramente collegandosi al nostro pc (con Teamvewer) sistemerà tutto.
Il programma di partenza, in questo momento, è di spostarci in settimana ad Opua, circa 90 miglia più a Nord, per espletare le pratiche doganali di uscita e da lì partire per i tropici. E qui cominciano i colpi di scena.
Il primo elemento è la situazione meteo che nel frattempo, tra un lavoro e un altro, continuo a studiare. Purtroppo ci detta scadenze inesorabili: l'ultimo giorno buono per salire ad Opua è martedì 5, dopodiché fino a venerdì 8 la zona sarà coperta da una perturbazione con forti venti da Nord, che avremmo dritti sul muso; d'altra parte, ci stiamo avvicinando all'inverno australe ed è normale che le basse pressioni siano più numerose e ravvicinate. Domenica 3 maggio leggo con attenzione la previsione settimanale di Bob Mc Davitt, il guru neozelandese della meteorologia in Pacifico: Bob scrive chiaramente che chi vuole lasciare la Nuova Zelanda in direzione tropici dovrebbe farlo questa settimana, da lunedì 4 a sabato 9 maggio; passata questa data, si dovranno attendere almeno altre due settimane prima che si presenti un'altra finestra adeguata.
Col mio inguaribile ottimismo, penso: ce la possiamo fare! Approfittando dell'apertura dei supermercati 7 giorni su 7, riempiamo la cambusa facendo la spola coi carrelli pieni avanti e indietro fino alla barca; lunedì 4 Pezzoni ci sistemerà il modem Pactor e martedì 5 partiremo per Opua. Faremo dogana e venerdì 8 lasceremo il freddo della Nuova Zelanda...
Scriviamo una mail a Bob Mc Devitt per chiedergli, come già l'anno scorso per venire qui dalle Fiji, di farci da router in questa traversata verso le isole Vanuatu. Gli indichiamo i dati della barca e il nostro programma, anche per avere una conferma di come avevo interpretato le sue previsioni.
La sua risposta arriva a stretto giro: "Sì, la partenza dell'8 maggio è buona, ma bisogna fare i conti con un fronte che incontrereste a metà percorso e soprattutto con una profonda depressione che trovereste all'arrivo alle Vanuatu. Siete davvero sicuri di confermare questa data o preferite aspettare condizioni più agevoli?". Sono spiazzato: certo che non desidero condizioni difficili, ma anche l'attesa non è una prospettiva allettante; l'anno scorso i nostri amici delle barche Joel e Waki sono stati fermi un mese in Nuova Zelanda, dal 7 giugno al 7 luglio, prima di trovare una buona finestra meteo, che poi non è stata nemmeno tanto buona per Joel, che si è trovata in una forte burrasca prima di atterrare in Nuova Caledonia!
Sospendo per qualche ora la decisione. D'altra parte bisogna assolutamente risolvere il problema del modem Pactor, che ci è indispensabile in traversata per inviare e ricevere mail con la radio SSB: è l'unico modo per avere previsioni meteorologiche, non voglio assolutamente farne a meno.
Arriva finalmente il lunedì sera (in Italia lunedì mattina), guardo trepidante le mail ma Pezzoni non ci ha risposto. Comincio a sentirmi impaziente, ormai la partenza di martedì 5 è sfumata. "E' segno del destino", mi dico; vuol dire che seguiremo il suggerimento del guru Bob e aspetteremo. Magari noleggiamo una macchina e facciamo un giro di qualche giorno per la Nuova Zelanda. Rassegnato, scrivo a Bob che rinvio la partenza, anche a causa di problemi tecnici a bordo.
Il martedì sera riusciamo a parlare con Pezzoni, che subito ci dice rassicurante: "è una banalità, la risolviamo in pochi minuti". Ma non è vero: le porte virtuali del pc si sono incasinate, Pezzoni non può far nulla dall'Italia e ci consiglia di cercare un esperto locale. E dove vado a cercarlo? Mi sento completamente disarmato.
A ribaltare completamente le cose arriva una nuova mail di Bob il guru: "La situazione per la partenza di sabato 8 è migliorata, il fronte che si incontra durante il percorso sarà indebolito ed anche la perturbazione che doveva colpire le Vanuatu sta spostandosi verso l'Australia, fatemi sapere le vostre decisioni."
Questa mail ha su di me l'effetto di un'iniezione di adrenalina. Altro che fare i turisti, dobbiamo risolvere il problema del modem e partire!
Provo a chiedere in giro se qualcuno conosce un esperto informatico: Eros non ha indicazioni da darmi, Giorgio di Waki ci dice che un altro velista, Massimo, ha un amico ad Auckland, ma Massimo è in Italia ed Auckland a 130 km. Insomma, ci dobbiamo arrangiare.
Giovedì mattina di buon ora io e Lilli ci mettiamo al lavoro (quando il gioco si fa duro, i duri cominciamo a giocare): ricontrolliamo tutti i collegamenti, e sono risoluto nel peggiore dei casi a rimontare la vecchia scheda. Finalmente un colpo di fortuna: mi accorgo che la spina del collegamento USB non è inserita bene, probabilmente si è spostata durante il rimontaggio. Era questo che bloccava il Pactor: scarichiamo da internet i drivers aggiornati et voilà, tutto funziona perfettamente!
A questo punto sciolgo tutte le riserve: venerdì mattina lasceremo Town Basin, andremo a fare dogana qui vicino, a Mardsen Cove, lasciando perdere Opua e sabato partiremo per le Vanuatu.
Comunico a Cristiano che la mia decisione è presa; lui è ancora indeciso, mentre sentiamo dagli amici francesi dell'Amel Cassiopee che partiranno anche loro sabato, da Opua.
Chiamiamo la dogana di Marsden Cove, ci dicono che per le pratiche di uscita c'è una lunga lista di attesa e dovremo aspettare il nostro turno. Ma ormai nulla può fermarmi. Confermo al guru Bob la data di partenza per sabato 9 maggio.
Venerdì 8, sotto una pioggia leggera ma incessante, lasciamo Town Basin e ripercorriamo verso il mare l'estuario del fiume su cui si affaccia Whangarei, fino a Marsden Cove.
La mattina dopo, puntualissimo, Bob ci invia il piano di navigazione con rotte, venti, stato del mare. Anche il gentilissimo agente di dogana non ci fa aspettare e arriva molto prima del previsto.
Alle 11,30 di sabato 9 maggio molliamo gli ormeggi per cominciare la nostra prima traversata da soli a bordo di Refola. Lilli è emozionata, ma pronta.
Appena siamo in mare aperto un vento leggero da S-SW ci spinge in poppa. Armiamo i tangoni, issiamo il balooner, la vela va su e si gonfia senza intoppi.
Facciamo turni di tre ore, onda da 1 a 2 metri in poppa, a mezzanotte do il cambio a Lilli. Il cielo è stellato, la luna illumina il mare ... mi sento un uomo fortunato.
Il programma di partenza, in questo momento, è di spostarci in settimana ad Opua, circa 90 miglia più a Nord, per espletare le pratiche doganali di uscita e da lì partire per i tropici. E qui cominciano i colpi di scena.
Il primo elemento è la situazione meteo che nel frattempo, tra un lavoro e un altro, continuo a studiare. Purtroppo ci detta scadenze inesorabili: l'ultimo giorno buono per salire ad Opua è martedì 5, dopodiché fino a venerdì 8 la zona sarà coperta da una perturbazione con forti venti da Nord, che avremmo dritti sul muso; d'altra parte, ci stiamo avvicinando all'inverno australe ed è normale che le basse pressioni siano più numerose e ravvicinate. Domenica 3 maggio leggo con attenzione la previsione settimanale di Bob Mc Davitt, il guru neozelandese della meteorologia in Pacifico: Bob scrive chiaramente che chi vuole lasciare la Nuova Zelanda in direzione tropici dovrebbe farlo questa settimana, da lunedì 4 a sabato 9 maggio; passata questa data, si dovranno attendere almeno altre due settimane prima che si presenti un'altra finestra adeguata.
Col mio inguaribile ottimismo, penso: ce la possiamo fare! Approfittando dell'apertura dei supermercati 7 giorni su 7, riempiamo la cambusa facendo la spola coi carrelli pieni avanti e indietro fino alla barca; lunedì 4 Pezzoni ci sistemerà il modem Pactor e martedì 5 partiremo per Opua. Faremo dogana e venerdì 8 lasceremo il freddo della Nuova Zelanda...
Scriviamo una mail a Bob Mc Devitt per chiedergli, come già l'anno scorso per venire qui dalle Fiji, di farci da router in questa traversata verso le isole Vanuatu. Gli indichiamo i dati della barca e il nostro programma, anche per avere una conferma di come avevo interpretato le sue previsioni.
La sua risposta arriva a stretto giro: "Sì, la partenza dell'8 maggio è buona, ma bisogna fare i conti con un fronte che incontrereste a metà percorso e soprattutto con una profonda depressione che trovereste all'arrivo alle Vanuatu. Siete davvero sicuri di confermare questa data o preferite aspettare condizioni più agevoli?". Sono spiazzato: certo che non desidero condizioni difficili, ma anche l'attesa non è una prospettiva allettante; l'anno scorso i nostri amici delle barche Joel e Waki sono stati fermi un mese in Nuova Zelanda, dal 7 giugno al 7 luglio, prima di trovare una buona finestra meteo, che poi non è stata nemmeno tanto buona per Joel, che si è trovata in una forte burrasca prima di atterrare in Nuova Caledonia!
Sospendo per qualche ora la decisione. D'altra parte bisogna assolutamente risolvere il problema del modem Pactor, che ci è indispensabile in traversata per inviare e ricevere mail con la radio SSB: è l'unico modo per avere previsioni meteorologiche, non voglio assolutamente farne a meno.
Arriva finalmente il lunedì sera (in Italia lunedì mattina), guardo trepidante le mail ma Pezzoni non ci ha risposto. Comincio a sentirmi impaziente, ormai la partenza di martedì 5 è sfumata. "E' segno del destino", mi dico; vuol dire che seguiremo il suggerimento del guru Bob e aspetteremo. Magari noleggiamo una macchina e facciamo un giro di qualche giorno per la Nuova Zelanda. Rassegnato, scrivo a Bob che rinvio la partenza, anche a causa di problemi tecnici a bordo.
Il martedì sera riusciamo a parlare con Pezzoni, che subito ci dice rassicurante: "è una banalità, la risolviamo in pochi minuti". Ma non è vero: le porte virtuali del pc si sono incasinate, Pezzoni non può far nulla dall'Italia e ci consiglia di cercare un esperto locale. E dove vado a cercarlo? Mi sento completamente disarmato.
A ribaltare completamente le cose arriva una nuova mail di Bob il guru: "La situazione per la partenza di sabato 8 è migliorata, il fronte che si incontra durante il percorso sarà indebolito ed anche la perturbazione che doveva colpire le Vanuatu sta spostandosi verso l'Australia, fatemi sapere le vostre decisioni."
Questa mail ha su di me l'effetto di un'iniezione di adrenalina. Altro che fare i turisti, dobbiamo risolvere il problema del modem e partire!
Provo a chiedere in giro se qualcuno conosce un esperto informatico: Eros non ha indicazioni da darmi, Giorgio di Waki ci dice che un altro velista, Massimo, ha un amico ad Auckland, ma Massimo è in Italia ed Auckland a 130 km. Insomma, ci dobbiamo arrangiare.
Giovedì mattina di buon ora io e Lilli ci mettiamo al lavoro (quando il gioco si fa duro, i duri cominciamo a giocare): ricontrolliamo tutti i collegamenti, e sono risoluto nel peggiore dei casi a rimontare la vecchia scheda. Finalmente un colpo di fortuna: mi accorgo che la spina del collegamento USB non è inserita bene, probabilmente si è spostata durante il rimontaggio. Era questo che bloccava il Pactor: scarichiamo da internet i drivers aggiornati et voilà, tutto funziona perfettamente!
A questo punto sciolgo tutte le riserve: venerdì mattina lasceremo Town Basin, andremo a fare dogana qui vicino, a Mardsen Cove, lasciando perdere Opua e sabato partiremo per le Vanuatu.
Comunico a Cristiano che la mia decisione è presa; lui è ancora indeciso, mentre sentiamo dagli amici francesi dell'Amel Cassiopee che partiranno anche loro sabato, da Opua.
Chiamiamo la dogana di Marsden Cove, ci dicono che per le pratiche di uscita c'è una lunga lista di attesa e dovremo aspettare il nostro turno. Ma ormai nulla può fermarmi. Confermo al guru Bob la data di partenza per sabato 9 maggio.
Venerdì 8, sotto una pioggia leggera ma incessante, lasciamo Town Basin e ripercorriamo verso il mare l'estuario del fiume su cui si affaccia Whangarei, fino a Marsden Cove.
La mattina dopo, puntualissimo, Bob ci invia il piano di navigazione con rotte, venti, stato del mare. Anche il gentilissimo agente di dogana non ci fa aspettare e arriva molto prima del previsto.
Alle 11,30 di sabato 9 maggio molliamo gli ormeggi per cominciare la nostra prima traversata da soli a bordo di Refola. Lilli è emozionata, ma pronta.
Appena siamo in mare aperto un vento leggero da S-SW ci spinge in poppa. Armiamo i tangoni, issiamo il balooner, la vela va su e si gonfia senza intoppi.
Facciamo turni di tre ore, onda da 1 a 2 metri in poppa, a mezzanotte do il cambio a Lilli. Il cielo è stellato, la luna illumina il mare ... mi sento un uomo fortunato.
giovedì 30 aprile 2015
Aprile 2015: Refola di nuovo in acqua!
32:43.43S 174:19.60E
Rieccoci! Quasi 15 giorni per avere modo e tempo di scrivere qualcosa per darvi notizie.
Intanto stiamo tutti bene, Refola, Lilli ed io.
Il viaggio è stato quanto mai impegnativo, non tanto per la lunghezza ma per tutti i problemi che ci ha creato Alitalia alla partenza dalla Malpensa. Per farla breve, hanno preteso che comprassimo un biglietto aereo di uscita dalla Nuova Zelanda, che non useremo mai, costringendoci a buttare via oltre 250 euro a testa. Inutile dire quanto eravamo incazzati, ma tant’è, dopo un po’ non ci si pensa più.
Luciano ha viaggiato con noi e dopo qualche giorno si è spostato sulla barca di Cristiano, Libero.
Siamo stati una settimana in cantiere, al Norsand Boatyard. Pulizia della carena, antivegetativa (grazie Luciano!), e poi una serie di lavori, grandi e piccoli, tipici della rimessa a punto di una barca dopo l’invernaggio. Per fortuna almeno una serata (di pioggia) è stata rallegrata da un barbecue nella cucina del cantiere, gentilmente offerto da Giorgio (il primo a sinistra nella foto, con Luciano, Cristiano e Lilli).

Sabato 25 aprile, pur essendo anche qui come in Italia un’importante festività (per loro è l’Anzac Day, commemorazione dei neozelandesi caduti in Turchia nella prima guerra mondiale), grazie alla cortesia dei due capocantiere Kevin e David abbiamo finalmente messo in acqua Refola.



Ora siamo al pontile nel piccolo marina in pieno centro a Whangarei, il Town Basin.
Siamo molto più comodi rispetto al cantiere, ma non siamo ancora in vacanza. La lista dei lavori è ancora lunghissima….
Qui fa abbastanza freddo, due copertine la notte ci vogliono tutte, e non ci facciamo mancare un po’ di riscaldamento in dinette e in cabina. Piove quasi tutti i giorni, almeno un po’, ma questo ha di molto facilitato la pulizia della coperta.
Siamo sempre in contatto con la piccola comunità di velisti italiani che bazzica da queste parti: Cristiano e Luciano naturalmente, che verranno qui al Town Basin domani, Giorgio di Waki , Leopoldo di Yaya , Antonio di By myself (nella foto ricordo qui sotto) e tanti altri.

Non abbiamo ancora ripreso i collegamenti via radio SSB (troppi alberi e troppe barche intorno a noi), ma lo faremo presto.
Contiamo di spostarci a nord, verso Opua, entro la settimana prossima.
Per ora è tutto, ecco qualche foto del marina, scattata dalla testa d’albero.



Rieccoci! Quasi 15 giorni per avere modo e tempo di scrivere qualcosa per darvi notizie.
Intanto stiamo tutti bene, Refola, Lilli ed io.
Il viaggio è stato quanto mai impegnativo, non tanto per la lunghezza ma per tutti i problemi che ci ha creato Alitalia alla partenza dalla Malpensa. Per farla breve, hanno preteso che comprassimo un biglietto aereo di uscita dalla Nuova Zelanda, che non useremo mai, costringendoci a buttare via oltre 250 euro a testa. Inutile dire quanto eravamo incazzati, ma tant’è, dopo un po’ non ci si pensa più.
Luciano ha viaggiato con noi e dopo qualche giorno si è spostato sulla barca di Cristiano, Libero.
Siamo stati una settimana in cantiere, al Norsand Boatyard. Pulizia della carena, antivegetativa (grazie Luciano!), e poi una serie di lavori, grandi e piccoli, tipici della rimessa a punto di una barca dopo l’invernaggio. Per fortuna almeno una serata (di pioggia) è stata rallegrata da un barbecue nella cucina del cantiere, gentilmente offerto da Giorgio (il primo a sinistra nella foto, con Luciano, Cristiano e Lilli).
Sabato 25 aprile, pur essendo anche qui come in Italia un’importante festività (per loro è l’Anzac Day, commemorazione dei neozelandesi caduti in Turchia nella prima guerra mondiale), grazie alla cortesia dei due capocantiere Kevin e David abbiamo finalmente messo in acqua Refola.
Ora siamo al pontile nel piccolo marina in pieno centro a Whangarei, il Town Basin.
Siamo molto più comodi rispetto al cantiere, ma non siamo ancora in vacanza. La lista dei lavori è ancora lunghissima….
Qui fa abbastanza freddo, due copertine la notte ci vogliono tutte, e non ci facciamo mancare un po’ di riscaldamento in dinette e in cabina. Piove quasi tutti i giorni, almeno un po’, ma questo ha di molto facilitato la pulizia della coperta.
Siamo sempre in contatto con la piccola comunità di velisti italiani che bazzica da queste parti: Cristiano e Luciano naturalmente, che verranno qui al Town Basin domani, Giorgio di Waki , Leopoldo di Yaya , Antonio di By myself (nella foto ricordo qui sotto) e tanti altri.
Non abbiamo ancora ripreso i collegamenti via radio SSB (troppi alberi e troppe barche intorno a noi), ma lo faremo presto.
Contiamo di spostarci a nord, verso Opua, entro la settimana prossima.
Per ora è tutto, ecco qualche foto del marina, scattata dalla testa d’albero.
domenica 30 novembre 2014
Opua - Whangarei (Nuova Zelanda)
35:43.42’S 174:19.56’E
Dopo una traversata molto bella e fortunata (rispetto agli amici che sono partiti solo qualche giorno dopo di noi), una volta atterrati ad Opua sabato 1° novembre le ore, i giorni hanno cominciato a volare, tra una riparazione e l’altra, l’acquisto di pezzi di ricambio, la scelta di un nuovo chart plotter da mettere in pozzetto… Fino al 25 ottobre, alle Fiji, eravamo immersi in un ambiente e in un clima tipicamente tropicali. L’arrivo in Nuova Zelanda ci ha improvvisamente catapultati in un mondo completamente diverso: fa freddo (tre coperte sul letto, calzettoni e maglie di pile), intorno ci sono colline verdi, pascoli e mucche, a terra di nuovo strade e automobili … insomma sembra di essere in Europa, anzi, nel Nord Europa!
A Opua ci sono due grossi rivenditori di articoli nautici, il Cater Marine, cui ci siamo rivolti noi, e Bursco: sono entrambi fornitissimi di tutto, e quello che manca arriva in 1-2 giorni. Dopo aver studiato le diverse possibilita’ e approfondito quali sono le potenzialità dei plotter Raymarine, rompiamo gli indugi ed ordiniamo il C97, schermo da 9”, che supporta la cartografia Navionics, si interfaccia con il fishfinder e con l’AIS; mercoledì 5 novembre passiamo i cavi e il giorno seguente il nuovo strumento è già’ installato e funzionante.
Venerdì 7 novembre salutiamo Gianca e Angelo, che di buon mattino prendono il bus per Auckland, dove nel pomeriggio arriveranno le loro consorti; affitteranno una macchina e faranno i turisti terricoli per una decina di giorni, a zonzo per la Nuova Zelanda.
Sabato 8, dopo il pieno di gasolio al distributore self-service, con equipaggio minimo (Lilli ed io) Refola lascia il marina di Opua con destinazione Whangarei. Abbiamo passato otto giorni in questo bel marina, dove l’alternarsi della marea, con escursioni di circa 2 metri, crea correnti che arrivano a 5 nodi. I costi sono accettabili (circa 23 €/g), unico neo la distanza da centri abitati, il più vicino è Pahia, a 7 km.
Appena imboccato il canale segnalato che ci porta fuori dalla baia, verso il mare, il pilota automatico comincia a “dare i numeri”: gli si comanda di accostare di 10° e se ne prende 90°! Cosa succede? La bussola elettronica del pilota non è più allineata con la bussola magnetica, forse si è ubriacata con l’alternanza delle correnti; usciamo dal canale pilotando a mano e quando abbiamo sufficiente spazio eseguiamo la procedura dei “giri bussola”: due giri completi di 360° a bassa velocità, per permettere alla bussola elettronica di riallinearsi … ci vuole un po’ di pazienza, ma finalmente a fine procedura il pilota riprende ad eseguire correttamente i comandi.
Il vento è sui 10-15 nodi ma purtroppo proprio sul naso, perciò percorriamo a motore le prime 48 miglia fino a Tutukaka Harbour, dove ancoriamo per passare la notte. Bella baia riparata, ingresso segnalato con allineamento anche luminoso, fondo di sabbia sui 5-6 metri (35°36.998’S 174°32.116’E).
Il giorno seguente, domenica 9 novembre, riprendiamo la navigazione alle 8.20 ed alle 11.40, dopo 20 miglia, siamo all’imbocco del lungo fiordo che conduce al piccolo centro di Whangarei, dove grazie alla mediazione del negozio Cater Marine abbiamo prenotato un posto nel marina Town Basin. La marea è calante, la corrente uscente, quindi in attesa dell’inversione di marea ancoriamo a Urguharts Bay, su un fondale di sabbia di 8-10 metri (35°50.835’S 174°19.568’E). In previsione del rinforzo di vento nei prossimi giorni, approfittiamo della sosta e del riparo per ammainare, piegare e riporre il grosso genoa. Una faticaccia, ma andava fatto!
Alle 16.05 riprendiamo la navigazione: per arrivare al Town Basin di Whangarei abbiamo da percorrere ancora 15 miglia; il canale è ben segnalato e nel primo tratto anche dragato sui 10 metri, poi il fondale si riduce progressivamente e nelle ultime tre miglia alcuni punti (in bassa marea) sono sotto i due metri. Verso le 18.00, due ore dopo la minima di marea, con il nostro pescaggio di 2.05 metri sfioriamo un paio di volte il fondo fangoso. Prima di avvicinarsi alla cittadina c’è un bellissimo ponte che si apre per far passare le barche. Bisogna chiamare il “Bridge Control” con il VHF (canale 64) e chiedere il permesso di passare, l’operatore chiede l’altezza dell’albero ed immediatamente ferma il traffico automobilistico ed aziona il sollevamento dell’arcata; l’operazione si svolge in pochi minuti: rallentiamo senza fermarci con la corrente che ci avvicina a due nodi e quando è completata l’apertura imbocchiamo lo stretto passaggio sotto il ponte. Emozionante!
Alle 18.45 ormeggiamo al Marina Town Basin; è domenica ed il marina è chiuso, ma l’organizzazione è perfetta: sappiamo qual’è il posto assegnatoci, e come procurarci le chiavi del pontile e dei servizi.
Il marina è ben attrezzato, può ospitare circa 280 barche, alcune all’inglese sul lungo pontile del lato sinistro del canale, molte nei pontili a pettine sul lato destro, e le rimanenti assicurate con cime da ormeggio ad alti pali conficcati nel fondo fangoso; negozi di souvenir e ristoranti rendono la struttura piacevole e molto frequentata anche dai locali.
La piccola città di Whangarei offre ai diportisti molte opportunità di acquisti: negozi specializzati del settore nautico, grandi magazzini, in prossimità del marina c’è anche un capannone con compravendita di usato nautico.
Nella periferia ci sono 5-6 cantieri per mettere le barche in secco, alcuni anche con posti in acqua; al marina Marsden Cove, poco distante dall’imbocco del canale e adiacente al molo di attracco delle navi, è possibile espletare le formalità di ingresso in Nuova Zelanda (come ad Opua). Noi abbiamo scelto il cantiere Nordsand, più vicino a Whangarei, dove erano già stati Giorgio e Leopoldo.
L’alaggio di Refola è fissato per mercoledì 12 alle 11,30: puntuali come un orologio svizzero, alle 10.00 lasciamo il marina di Town Basin e ripercorriamo a ritroso per due miglia il canale, verso il mare, ripassando sotto il ponte ad arcata mobile. Tutto è stato calcolato per spostarci ed entrare con la marea in crescita; Nordsand tira su le barche trainando l’invaso con un carrello (l’invaso scende in acqua su uno scivolo, la barca viene fissata e poi un trattore tira in secco) e questo e’ stato uno dei motivi della nostra scelta di questo cantiere: con il nostro rollbar, il travel lift, se non è molto grande, possono sorgere problemi.
In cantiere incontriamo Gigi ed Irene, che da più di 15 anni hanno fatto base in questa area del Pacifico; stanno mettendo a nuovo la loro barca “Va pensiero”, dopo un lungo periodo di ingaggi su grosse barche, da Adriatica nel loro primo giro del mondo, fino alla recente Canova, un super tecnologico Baltic 72.
Mentre Lilli ed io siamo impegnati nei lavori per il rimessaggio e l’invernaggio di Refola, arrivano in Nuova Zelanda anche Giorgio e Cristiano, dopo un’impegnativa traversata dalle Fiji segnata da una tempesta tropicale a metà percorso; per festeggiare organizziamo un simpatico barbecue al cantiere, cui partecipano anche i nostri compagni di viaggio, Gianca ed Angelo, insieme ad Erna e Cristina.
Il 19 novembre, non senza emozione, lasciamo Refola in buone mani, accudita e custodita: rientriamo in Italia per qualche mese, e torneremo a bordo nella prossima primavera 2015, per riprendere il nostro viaggio con altre nuove avventure…
Pioggia e nuvole al marina di Opua

Dopo una traversata molto bella e fortunata (rispetto agli amici che sono partiti solo qualche giorno dopo di noi), una volta atterrati ad Opua sabato 1° novembre le ore, i giorni hanno cominciato a volare, tra una riparazione e l’altra, l’acquisto di pezzi di ricambio, la scelta di un nuovo chart plotter da mettere in pozzetto… Fino al 25 ottobre, alle Fiji, eravamo immersi in un ambiente e in un clima tipicamente tropicali. L’arrivo in Nuova Zelanda ci ha improvvisamente catapultati in un mondo completamente diverso: fa freddo (tre coperte sul letto, calzettoni e maglie di pile), intorno ci sono colline verdi, pascoli e mucche, a terra di nuovo strade e automobili … insomma sembra di essere in Europa, anzi, nel Nord Europa!
A Opua ci sono due grossi rivenditori di articoli nautici, il Cater Marine, cui ci siamo rivolti noi, e Bursco: sono entrambi fornitissimi di tutto, e quello che manca arriva in 1-2 giorni. Dopo aver studiato le diverse possibilita’ e approfondito quali sono le potenzialità dei plotter Raymarine, rompiamo gli indugi ed ordiniamo il C97, schermo da 9”, che supporta la cartografia Navionics, si interfaccia con il fishfinder e con l’AIS; mercoledì 5 novembre passiamo i cavi e il giorno seguente il nuovo strumento è già’ installato e funzionante.
Venerdì 7 novembre salutiamo Gianca e Angelo, che di buon mattino prendono il bus per Auckland, dove nel pomeriggio arriveranno le loro consorti; affitteranno una macchina e faranno i turisti terricoli per una decina di giorni, a zonzo per la Nuova Zelanda.
Sabato 8, dopo il pieno di gasolio al distributore self-service, con equipaggio minimo (Lilli ed io) Refola lascia il marina di Opua con destinazione Whangarei. Abbiamo passato otto giorni in questo bel marina, dove l’alternarsi della marea, con escursioni di circa 2 metri, crea correnti che arrivano a 5 nodi. I costi sono accettabili (circa 23 €/g), unico neo la distanza da centri abitati, il più vicino è Pahia, a 7 km.
Appena imboccato il canale segnalato che ci porta fuori dalla baia, verso il mare, il pilota automatico comincia a “dare i numeri”: gli si comanda di accostare di 10° e se ne prende 90°! Cosa succede? La bussola elettronica del pilota non è più allineata con la bussola magnetica, forse si è ubriacata con l’alternanza delle correnti; usciamo dal canale pilotando a mano e quando abbiamo sufficiente spazio eseguiamo la procedura dei “giri bussola”: due giri completi di 360° a bassa velocità, per permettere alla bussola elettronica di riallinearsi … ci vuole un po’ di pazienza, ma finalmente a fine procedura il pilota riprende ad eseguire correttamente i comandi.
Il vento è sui 10-15 nodi ma purtroppo proprio sul naso, perciò percorriamo a motore le prime 48 miglia fino a Tutukaka Harbour, dove ancoriamo per passare la notte. Bella baia riparata, ingresso segnalato con allineamento anche luminoso, fondo di sabbia sui 5-6 metri (35°36.998’S 174°32.116’E).
Il giorno seguente, domenica 9 novembre, riprendiamo la navigazione alle 8.20 ed alle 11.40, dopo 20 miglia, siamo all’imbocco del lungo fiordo che conduce al piccolo centro di Whangarei, dove grazie alla mediazione del negozio Cater Marine abbiamo prenotato un posto nel marina Town Basin. La marea è calante, la corrente uscente, quindi in attesa dell’inversione di marea ancoriamo a Urguharts Bay, su un fondale di sabbia di 8-10 metri (35°50.835’S 174°19.568’E). In previsione del rinforzo di vento nei prossimi giorni, approfittiamo della sosta e del riparo per ammainare, piegare e riporre il grosso genoa. Una faticaccia, ma andava fatto!
Alle 16.05 riprendiamo la navigazione: per arrivare al Town Basin di Whangarei abbiamo da percorrere ancora 15 miglia; il canale è ben segnalato e nel primo tratto anche dragato sui 10 metri, poi il fondale si riduce progressivamente e nelle ultime tre miglia alcuni punti (in bassa marea) sono sotto i due metri. Verso le 18.00, due ore dopo la minima di marea, con il nostro pescaggio di 2.05 metri sfioriamo un paio di volte il fondo fangoso. Prima di avvicinarsi alla cittadina c’è un bellissimo ponte che si apre per far passare le barche. Bisogna chiamare il “Bridge Control” con il VHF (canale 64) e chiedere il permesso di passare, l’operatore chiede l’altezza dell’albero ed immediatamente ferma il traffico automobilistico ed aziona il sollevamento dell’arcata; l’operazione si svolge in pochi minuti: rallentiamo senza fermarci con la corrente che ci avvicina a due nodi e quando è completata l’apertura imbocchiamo lo stretto passaggio sotto il ponte. Emozionante!
Alle 18.45 ormeggiamo al Marina Town Basin; è domenica ed il marina è chiuso, ma l’organizzazione è perfetta: sappiamo qual’è il posto assegnatoci, e come procurarci le chiavi del pontile e dei servizi.
Il marina è ben attrezzato, può ospitare circa 280 barche, alcune all’inglese sul lungo pontile del lato sinistro del canale, molte nei pontili a pettine sul lato destro, e le rimanenti assicurate con cime da ormeggio ad alti pali conficcati nel fondo fangoso; negozi di souvenir e ristoranti rendono la struttura piacevole e molto frequentata anche dai locali.
La piccola città di Whangarei offre ai diportisti molte opportunità di acquisti: negozi specializzati del settore nautico, grandi magazzini, in prossimità del marina c’è anche un capannone con compravendita di usato nautico.
Nella periferia ci sono 5-6 cantieri per mettere le barche in secco, alcuni anche con posti in acqua; al marina Marsden Cove, poco distante dall’imbocco del canale e adiacente al molo di attracco delle navi, è possibile espletare le formalità di ingresso in Nuova Zelanda (come ad Opua). Noi abbiamo scelto il cantiere Nordsand, più vicino a Whangarei, dove erano già stati Giorgio e Leopoldo.
L’alaggio di Refola è fissato per mercoledì 12 alle 11,30: puntuali come un orologio svizzero, alle 10.00 lasciamo il marina di Town Basin e ripercorriamo a ritroso per due miglia il canale, verso il mare, ripassando sotto il ponte ad arcata mobile. Tutto è stato calcolato per spostarci ed entrare con la marea in crescita; Nordsand tira su le barche trainando l’invaso con un carrello (l’invaso scende in acqua su uno scivolo, la barca viene fissata e poi un trattore tira in secco) e questo e’ stato uno dei motivi della nostra scelta di questo cantiere: con il nostro rollbar, il travel lift, se non è molto grande, possono sorgere problemi.
In cantiere incontriamo Gigi ed Irene, che da più di 15 anni hanno fatto base in questa area del Pacifico; stanno mettendo a nuovo la loro barca “Va pensiero”, dopo un lungo periodo di ingaggi su grosse barche, da Adriatica nel loro primo giro del mondo, fino alla recente Canova, un super tecnologico Baltic 72.
Mentre Lilli ed io siamo impegnati nei lavori per il rimessaggio e l’invernaggio di Refola, arrivano in Nuova Zelanda anche Giorgio e Cristiano, dopo un’impegnativa traversata dalle Fiji segnata da una tempesta tropicale a metà percorso; per festeggiare organizziamo un simpatico barbecue al cantiere, cui partecipano anche i nostri compagni di viaggio, Gianca ed Angelo, insieme ad Erna e Cristina.
Il 19 novembre, non senza emozione, lasciamo Refola in buone mani, accudita e custodita: rientriamo in Italia per qualche mese, e torneremo a bordo nella prossima primavera 2015, per riprendere il nostro viaggio con altre nuove avventure…
Pioggia e nuvole al marina di Opua
martedì 4 novembre 2014
Traversata Fiji - Nuova Zelanda 1100 Miglia (3)
| 35:18.96S 174:07.28E L’ultimo giorno di navigazione doveva portarci venti leggeri, che avrebbero dovuto girare ad WNW e permetterci di mettere prua su Opua, con una andatura al traverso; in realtà il vento ha continuato a soffiare da SW, a tratti anche con raffiche a 20 nodi, con un’onda corta al mascone. Fino all’ultimo abbiamo sperato che il vento girasse, facilitandoci l’ingresso nella Bay of Islands con il bordo giusto … invece siamo arrivati sotto Capo Brett, circa 3 miglia fuori rotta, e poi il vento ci ha mollato del tutto. Conclusione: percorriamo a motore le ultime 15 miglia, nella grande e frastagliata baia. Paesaggio “irlandese” con colline verdeggianti; è sabato, molte sono le barche fuori per il week-and, pescatori e barche a vela per fare due bordi. Alle 13 ormeggiamo al molo della quarantena presso il marina di Opua; abbiamo concluso la nostra traversata di 1158 M, in 7 giorni, 5 ore e 30 minuti. E’ stata una buona traversata, fatta tutta di bolina, la maggior parte con venti trai 10 ed i 20 nodi; la soddisfazione più grande è di aver fatto solo 30 ore di motore e perciò di aver scelto anche una buona finestra. Non appena entrati nelle acque territoriali, abbiamo comunicato via VHF a Radio Maritime il nostro ETA (Estimated Time Arrival) perche’ avvisassero la dogana del nostro arrivo. Infatti, dopo circa mezzora, arriva la squadra della custom: con fare gentile ma determinato, prima si dedicano alle scartoffie e poi, con molta più attenzione e meticolosità, alla confisca dei cibi proibiti. Eravamo già al corrente delle severe restrizioni, applicate anche in Australia, all’importazione dii prodotti alimentari che potrebbero inquinare l’ambiente. Eravamo quindi preparati: avevamo lasciato fuori solo un po’ di cipolle e di aglio, e nascosto sotto il pagliolo il resto di frutta e verdura, il freezer era pieno carne e pesce e anche di verdura congelata ed abbiamo pensato di non dichiararlo; finita la prima fase, il più anziano della squadra, che rappresentava sicuramente il capo, dice: “qui sotto c’è un freezer, indicando la seduta della dinette, vediamo cosa c’è dentro”. Siamo stati scoperti! E così, impotenti, vediamo volare in un grande sacco nero 5 bistecche, una confezione di pancetta per la nostra carbonara, oltre a 3- 4 sacchetti di verdura congelata … Lilli ed io siamo rimasti di stucco ed amereggiati, più per la figura meschina che non per ciò che abbiamo perso. La visita poi è proseguita con un’altra squadra di due agenti che hanno perquisito la barca da cima a fondo, alzando paglioli ed aprendo stipetti di loro iniziativa, alla ricerca di altre cose proibite, hanno sequestrato due rametti di corallo che tenevamo per ricordo delle Tuamotu … insomma, è stata dura, rimpiangiamo i succulenti mangiarini sequestrati, ma in compenso abbiamo un pezzo di carta con un timbro “FULL CLEARANCE”, e ci accontentiamo ! Refola fila di bolina verso la Nuova Zelanda La dura vita dell’equipaggio di Refola TERRA ! il faro di Capo Brett L’isolotto di Piercy all’imbocco di Bay of Islands L’infausto pontile della quarantena |
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