Lasciare le Isole Fær Øer ha sempre il sapore di un distacco netto, con la
terraferma. Il 17 giugno molliamo gli ormeggi da Thorshavn alle 14:45 in
punto, un orario calcolato al nanosecondo per evitare i picchi di corrente
contraria, contenendola entro 2 o 3 nodi al massimo. Per le prime ore la
navigazione ha richiesto pazienza e un'attesa vigile: sapevamo che solo dopo le
17:30 avremo potuto finalmente considerarci fuori da quel flusso invisibile che
frena la barca, con Refola libera di raggiungere i 7 nodi di velocità.
Una volta in mare aperto, tiriamo fuori tutte le vele, a catturare il vento
da SE. Tuttavia, l’angolo iniziale era stretto, troppo stretto per filare via
lisci; siamo costretti a chiedere un piccolo aiuto al motore, che teniamo fisso
a 1800 giri. È un ronzio regolare che ci accompagna fino a notte inoltrata, con
un’onda al mascone di dritta di 1,5-2 metri.
Verso mezzanotte il vento ha deciso di assecondarci, girando dolcemente a
sud. Abbiamo spento subito il motore. Nel silenzio improvviso che è seguito,
rotto solo dallo sciacquio dello scafo, la barca ha ritrovato la sua vera
natura. Abbiamo viaggiato così, cullati da un'andatura costante e generosa,
fino alle 19:00 del giorno successivo, mantenendo una splendida media di 7-8
nodi. Ma il mare non regala certezze a lungo. Con il calare della sera il vento
è tornato a farsi sentire da Sud-Est, piantandosi proprio sulla nostra
traiettoria e costringendoci ad accendere nuovamente il motore.
La mattina del 19 il cielo cambia definitivamente volto. Puntuale come un appuntamento temuto e insieme desiderato, è arrivato il "ventone" che avevamo previsto studiando i modelli meteo. L'aria si è fatta tesa, il mare si è gonfiato. Abbiamo reagito subito riducendo la randa per stabilizzare l'assetto. Iniziamo così a risalire il mare di bolina, sbandati ma sicuri, volando a 8-9 nodi sotto lo schiaffo di un vento costante tra i 20 e i 24 nodi. È la vela pura, quella che fa stringere i denti e vibrare il timone.
Poi, come spesso accade con la meta ormai a portata di sguardo, tutto cambia. Quando mancano appena 35 miglia all’arrivo, il vento gira improvvisamente a Est, affievolendosi in una brezza leggera di 5-8 nodi. Il problema? Ce lo ritroviamo dritto in faccia. Senza più portanza, non ci rimane che fare ordine sul ponte: chiudiamo tutte le vele, e proseguiamo a motore, puntando la prua verso la costa norvegese.
L'ingresso nelle acque di Ålesund ci riserva l'ultima
sorpresa della traversata. Prima ancora di varcare la soglia del porto, subiamo
la visita della guardia costiera. Due ufficiali salgono a bordo con cortesia
tutta nordica e ci accompagnano fino all’ormeggio. I documenti erano in ordine,
i controlli superati senza il minimo intoppo. Siamo ufficialmente in regola: Refola è a posto, ed è
finalmente pronta a riposare in terra norvegese.
Alesund
è una città carina, frequentata dalle grandi navi turistiche che sbarcano
migliaia di turisti ogni giorno. Lunedì 22 parte Denis e lunedi 29 arriva
Leopoldo, un caro amico veneziano conosciuto in Pacifico; abbiamo quindi circa 8
gg. per scoprire Alesund. La prima visita la facciamo al Crazy Troll, una
piramide alta 40 mt. con pallet di legno, si chiama ufficialmente Slinningsbålet (prende il nome
dal molo di Slinningen dove viene costruita). È una tradizione spettacolare per
celebrare la notte di mezza estate (Sankthansaften). Viene dato fuoco sulla sommità e a poco
a poco brucia completamente. Vederlo bruciare dal mare in barca o dalla riva
opposta è un'emozione unica!
Infine
percorriamo la famosa scalinata di 418 gradini per andare sul monte Aksla e
vedere un panorama eccezionale su Alesund.
Con l’arrivo di Leopoldo abbiamo il tempo di sostituire le spazzole del rulla randa che ci ha recuperato in Italia e il primo luglio siamo pronti a partire.