giovedì 4 maggio 2023

PHILADELPHIA e poi … arrivo a New York

Venerdì 14 aprile salpiamo alle 10.30. La tappa fino a Philadelphia è breve, 36 miglia di risalita del fiume Delaware, di cui nel primo tratto affrontiamo la corrente contraria. L’orario di partenza è stato schedulato per arrivare dopo le 18, quando la marea è in aumento dopo la bassa delle 16.15. Il gentilissimo dockmaster Rich Goodman, con cui siamo in contatto da settimane, ci ha raccomandato questo orario perché il marina è stato dragato poco tempo fa a 6 piedi (1,80 metri, contro il nostro pescaggio di 2,05). Dopo le 18 la marea dovrebbe essere + 60 centimetri: arriviamo alle 18.10 e infatti tutto fila liscio. Rich è sul pontile ad attenderci, per prendere le cime di ormeggio e darci tutte le istruzioni per entrare e uscire dal Marina, che è completamente deserto; apre ufficialmente il 1° maggio e sembra che ci abbiano fatto un gran piacere ad offrirci l’ormeggio a un prezzo contenuto (636 US$ per una settimana, comprensivi di acqua ed elettricità ma senza servizi). La posizione è 39°56.585N 75°08.422’W, i pontili galleggianti a pettine, il fondale fangoso ha profondità da 2,8 a 1,8 metri, infatti in bassa marea ci appoggiamo dolcemente sul fondo. Siamo vicinissimi al centro storico e alle principali attrazioni turistiche.

Philadelphia è una grande città, la sesta più popolosa degli USA e una delle più ricche di storia: proprio qui venne firmata, nel 1776, la dichiarazione di indipendenza delle 13 colonie britanniche.

Per una settimana conduciamo una vita da perfetti turisti: iniziamo dal Museo della Rivoluzione Americana, ben allestito con numerose sale tematiche dove vengono riprodotti continuamente filmati esplicativi molto ben curati.

Organizziamo una gita di una giornata, in treno, nella contea di Lancaster; da lì un pulmino ci conduce, insieme ad un’altra decina di persone, in giro per le curatissime campagne dove vivono gli Amish, appartenenti ad una comunità religiosa di origine germanica che giunse in America a metà del ‘600. Al di là del fatto che la loro presenza sia in parte diventata un’attrazione turistica, le persone che abbiamo visto muoversi e lavorare si mantengono fedeli a norme e tradizioni per noi del tutto inusuali, dall’abbigliamento estremamente semplice al divieto di guidare automezzi e mezzi meccanici (utilizzano infatti carrozze ed aratri trainati da cavalli), dal rifiuto della corrente elettrica se non autogenerata (con pannelli solari e gas propano) alla scelta di educare i bambini in un sistema scolastico proprio. Ci ha colpito il fatto che i giovani, per un periodo di alcuni anni dall’adolescenza alla prima giovinezza, possano fare esperienze simili ai ragazzi nostrani (cellulari, T-shirt, berretti sportivi, per le ragazze trucco e tacchi), ma entro i 25 anni devono decidere se vogliono rimanere nella comunità o andarsene: la guida ci ha detto che l’85 % decidono di rimanere!




Non ci siamo fatti mancare nemmeno, come altre centinaia di turisti, una visita alla scalinata resa celebre nel 1976 dagli allenamenti di Sylvester Stallone, nei panni di Rocky Balboa.

Nel complesso Philadelphia ci è piaciuta molto e possiamo dire di averla girata in lungo e in largo.

 




Venerdì 21 aprile alle 12.15 molliamo gli ormeggi per iniziare la discesa del Delaware River verso l’oceano. Il percorso è molto lungo; navighiamo 35 miglia e dopo le 18 ci fermiamo nuovamente nel poco affascinante ancoraggio del 13 aprile, in prossimità del Canale di Chesapeake e Delaware.

Il mattino successivo riprendiamo la navigazione nel fiume, per una tappa di 41 miglia. All’inizio subiamo una corrente contraria di circa 1,5-2 nodi, e confidiamo di andar meglio quando si invertirà. Ma col passare delle ore la situazione in realtà peggiora: il vento da SE, che abbiamo dritto sul naso,  via via rinforza fino a 25-30 nodi, alzando un’onda ripida e corta che ci stoppa continuamente. Col motore a 2400 giri la velocità arriva a stento a 4 nodi. Raggiungiamo faticosamente la meta ed alle 18.15 diamo ancora appena fuori dall’area di ancoraggio delle navi, fondale di sabbia 8-9 metri (38°59.952’N 75°14.485’W).

Siamo stanchi e provati. Nelle prime ore subiamo un forte rollio, poi il vento gira a NW ed il moto ondoso si calma; stiamo tranquilli fino a circa le 3.00 del mattino, quando il vento riprende a soffiare a 20-25 nodi; alle 4 Umberto mi sveglia: ha sentito un gran botto e infatti si è spezzato il cavo di ritenuta della catena (che si usa per scaricare il verricello dallo sforzo dell'ormeggio). Come già successo l’anno scorso alle Bahamas, abbiamo perso il gancio che si artiglia alla catena. In via provvisoria, sostituisco il forte cavo spezzato con altri tre cavi più leggeri, che annodo alla catena in punti diversi.

Torniamo a dormire per un paio d’ore; fatta colazione, alle 8 iniziamo le manovre per salpare. Le sorprese sembrano non finire mai: l’ancora è talmente affondata nel fango che non riusciamo a tirarla su. Finalmente, dopo una decina di minuti di tentativi, riusciamo a spedarla e a mettere la prua verso l’oceano Atlantico.

Abbiamo il vento in poppa, è tutta un’altra musica rispetto al giorno precedente: l’onda non si sente, andiamo a vela di solo genoa alla media di 6 nodi. La destinazione è Cape May. Alle 13.00 entriamo nel canale che porta alla cittadina e a numerosi piccoli marina, per accorgerci che non c’è una vera e propria area di ancoraggio (sono in corso grossi lavori di dragaggio). 


La profondità è sui 4-5 metri, ma appena fuori dai segnali si abbatte ad 1 metro! In assenza di alternative, e grazie al fatto che il vento è orientato nel senso del canale caliamo l’ancora trasformando così Refola in una sorta di spartitraffico tra le imbarcazioni in entrata e in uscita. Per fortuna nessuno si lamenta.

Ci godiamo una notte di calma, dormiamo di gusto, e alle 7,50 di martedì 24 aprile ripartiamo alla volta di Atlantic City, distante circa 35 miglia.

Avanzando un po' a vela, un po' a motore arriviamo alle 14,30.


Ci rechiamo subito al distributore di gasolio per fare rifornimento (39°22.569’N 74°25.674’W); è un self service, che purtroppo con le nostre carte di credito europee non riusciamo a far funzionare; chiamiamo gli addetti del marina e con loro l’operazione ha successo. Sarà per la spesa (circa 350 US$), sarà perché gli siamo risultati simpatici, ci offrono di restare ormeggiati al pontile e ci forniscono le password per utilizzare i servizi e per entrare e uscire liberamente dal marina.

Non avremmo mai immaginato tanta fortuna: un ormeggio sicuro e per di più gratuito, che ci permette di cenare al vicino Golden Nugget, grande albergo con annesso casinò. Dicono che Atlantic City sia la Las Vegas della costa est: per noi abbastanza deludente. Mille slot machine, nessuna atmosfera.

Né ci fa cambiare idea la camminata della mattina dopo: solite ampie strade incrociate a 90°, edifici anonimi, negozi anonimi. Senza troppi rimpianti alle 16.50 del 25 aprile molliamo gli ormeggi con destinazione New York, a 92 miglia. Eolo ci concede qualche ora a vela, che gustiamo alla grande con un apparente al traverso sui 10-12 nodi, poi cambia idea; il vento gira, sul nostro naso, e quindi … a motore fino a destino.

La nostra meta è nella zona meridionale di Brooklyn: Sheepshead Bay, che ha un canale di accesso con un basso fondale da affrontare solo con alta marea, quindi verso mezzogiorno. Siamo in anticipo: alle 7.00 passiamo sotto l’imponente Ponte di Verrazzano, che unisce Brooklyn a Staten Island, e abbiamo tutto il tempo per prendercela comoda. 


Alle 9.00 siamo davanti alla statua della Libertà; anche se il cielo non è libero da nubi come vorremmo, il contesto rimane fascinoso. 

Siamo intenti a scattare foto, in atmosfera giocosa, quando veniamo avvicinati dalla Guardia Costiera per un’ispezione a bordo; lasciandoci proseguire a bassa velocità, ci accostano per far salire due uomini a bordo di Refola.


L’ispezione riguarda soprattutto le dotazioni di sicurezza e dei servizi: giubbetti di salvataggio, razzi di segnalazione, estintori, serbatoi acque nere, regole di navigazione nelle acque territoriali, di cui è prescritto la presenza a bordo in formato cartaceo. Lilli, furbissima, si scusa affermando che ne abbiamo copia in formato elettronico, sul computer. È andato tutto bene, alla fine ci salutano come vecchi amici augurandoci buona navigazione.

Alle 10 circa invertiamo la rotta per raggiungere Sheepshead Bay; passiamo nuovamente sotto il Ponte di Verrazzano, aggiriamo i versanti occidentale e meridionale di Brooklyn, superiamo il punto critico col basso fondale (a poco più di mezza marea registriamo pochi centimetri di acqua sotto la chiglia) e alle 11.50 prendiamo la boa assegnataci da David, il gestore del Miramar Yacht Club (40°34.886’N 73°56.238’W). Sotto un cielo che nel frattempo è diventato plumbeo, inizia la nostra avventura newyorkese…

giovedì 20 aprile 2023

USA 2023: RIPRENDE IL NOSTRO VIAGGIO

Alla super alba del 16 marzo 2023 Lilli ed io lasciamo Verona per raggiungere Venezia e volare in Canada, dove abbiamo programmato una breve vacanza prima di tornare da Refola che ci aspetta in Virginia da luglio.

La prima destinazione è Montreal, che ci lascia incantati.



Partecipiamo ad un tour di una giornata fino a Québec City, affascinante città storica del Canada francofono. Fa molto freddo, ai bordi delle strade c’è la neve e il fiume San Lorenzo è in molti punti ghiacciato. Impressionante vedere enormi lastroni di ghiaccio sospinti avanti e indietro dalla corrente di marea.



Dopo 5 giorni, in treno, ci spostiamo a Toronto: capitale dell’Ontario, è una città cosmopolita, la più popolata del Canada, accogliente e pulsante. La giriamo in lungo e in largo, dalle vie più nevralgiche sormontate da grattacieli alle zone più tranquille della città vecchia. Non perdiamo le principali attrazioni turistiche: la CN Tower da cui ammiriamo uno strepitoso tramonto, Casa Loma, ed ovviamente le Cascate del Niagara.







Il soggiorno in Canada è stato bellissimo; abbiamo speso un sacco di soldi, ma ne valeva la pena.

Il 27 marzo voliamo a Richmond, Virginia, dove arriviamo alle 11 di sera stanchi e provati; pernottiamo in un motel adiacente all’aeroporto. Deltaville, la piccola cittadina della Virginia dove c’è il nostro cantiere, è irraggiungibile con mezzi pubblici: l’unico modo per arrivarci è utilizzare taxi tipo Uber o Lyft (spesso più economico). Chiamiamo Lyft e in un’ora e mezza siamo al Stingray Point Boatworks.

La vacanza è decisamente finita. Refola scenderà in acqua tra una settimana e noi dobbiamo metterci al lavoro per prepararla come si deve.

E qui cominciano le sorprese: la prima appena saliti in barca è trovare nel pozzetto, esposti al sole e alla pioggia, due cuscini e uno schienale del divano della dinette. Lilli è furiosa: non sappiamo per quanto tempo siano rimasti lì, le coperture azzurre in stoffa sono sbiadite, l’alcantara sottostante mostra delle macchie scure, per fortuna l’interno in gomma piuma ha resistito.

La seconda sorpresa ce la riserva il negozio West Marine, dove avevo ordinato (e pagato) dall’Italia antivegetativa e primer. Recatici già il primo giorno al negozio per ritirare il materiale, veniamo avvisati che il primer, semplicemente, non è arrivato! Manifestiamo tutto il nostro disappunto, si mostrano contriti, ma non sanno darci una data certa di consegna. C’è il rischio di ritardare il programma di lavoro e con il varo fissato per lunedì 3 aprile proprio non ce lo possiamo permettere. La cosa ci lascia in ansia per 24 ore, fino a quando ci avvisano che sono riusciti a far arrivare il primer.

Ma la sorpresa più brutta è l’ultima: il furto della nostra gloriosa e bellissima ancora Bugel, in acciaio inox. Gli uomini del cantiere si limitano ad un laconico “Mi spiace”, poi chiamano la polizia per fare la denuncia. Arriva uno sceriffo imberbe che ci chiede il numero di serie dell’ancora. Reso edotto che le ancore non hanno il numero di serie, seraficamente ci annuncia “Allora sarà difficile trovarla!”. Restiamo attoniti: in tanti anni, nei cantieri di tutto il mondo, non abbiamo mai avuto né sentito raccontare esperienze del genere. Increduli giriamo per il cantiere osservando le altre barche, ovviamente senza trovare nulla. Rassegnati, iniziamo la ricerca di una nuova ancora. Non è semplice: deve essere affidabile, adattarsi al musone di Refola e non mandarci sul lastrico! Dopo 24 ore di studi optiamo per una Spade da 35 kg., che ricordavo di aver visto su Belissima, un altro Amel Super Maramu di nostra conoscenza. Chiamiamo al telefono Remi, l’armatore, che si trova ai Caraibi: ci conferma che lui ne è completamente soddisfatto e che non dovuto apportare modifiche al musone. Il dato è tratto: ordiniamo l’ancora direttamente al produttore, paghiamo circa 2000 US$ e ce la facciamo inviare al marina di Annapolis, dove domenica 9 aprile ci raggiungeranno Umberto e Ornella Milici, storici amici di tante avventure, e Frank, new entry a bordo di Refola.


I lavori proseguono senza ulteriori intoppi e lunedì 3 aprile andiamo in acqua come da programma, senza peraltro pagare il conto del cantiere perché abbiamo chiesto uno sconto a causa del furto e ci devono ancora rispondere. In ogni caso non andiamo lontano: ci spostiamo di 200 metri, fino al Marina Regatta Point e lì completiamo la preparazione di
Refola. Issiamo il genoa, sostituiamo il cavo della stazione del vento, ripristiniamo le attrezzature di sicurezza. Finalmente arriva una piccola buona notizia: il cantiere ci rimborsa metà della spesa sostenuta per la nuova ancora. Saldiamo il conto e finalmente possiamo partire.

Venerdì 7 aprile, con previsioni meteo non proprio favorevoli, molliamo gli ormeggi. Per evitare di toccare il fondo nel canale di uscita (esperienza già fatta quando siamo entrati l’anno scorso), partiamo alle 11 del mattino, in prossimità della alta marea. Non siamo in oceano, ma nell’enorme Chesapeake Bay, grande bacino di acqua dolce (e sporchissima) in cui confluiscono numerosi fiumi grandi e piccoli; sotto un cielo grigio e denso di nubi, abbiamo sul muso un vento da NE sui 25-30 nodi, cui si aggiunge una fastidiosa onda corta e aguzza, da 0,6 a 1 metro. 


Un inizio poco entusiasmante per la decima stagione del nostro giro del mondo, ma la tappa è di sole 24 miglia e, da vecchi lupi di mare, la tolleriamo senza difficoltà. Alle 16.00 risaliamo per circa mezzo miglio il placido Great Wicomico River e ancoriamo in acque piattissime (37°49.352’N 76°18.735W), usando la Fortress che abbiamo di rispetto, di soli 12 chili. Lilli mi chiede se possiamo stare tranquilli. “Sì – le dico – in acque così poco profonde e con fondali così morbidi e fangosi possiamo dormire tranquilli”.


Sabato 8 aprile con 45 miglia raggiungiamo Salomon Island, il tempo è ancora brutto anche se in leggero miglioramento; arriviamo alle 15.55 e ancoriamo di fronte al piccolo marina su un fondale fangoso di 5,2 metri (38°19.236N 76°27.331W).

Il giorno seguente una tappa di 45 miglia ci porta ad Annapolis. Finalmente una bella giornata con un sole caldo, anche se il vento ci è sempre avverso e siamo costretti al terzo giorno di motore. Alle 14.30 ormeggiamo al Marina Annapolis Maryland Capital Yacht Club (38°48.464’N 76°28.607’W), dove l’amico Frank (conosciuto lo scorso ottobre nella crociera in Grecia organizzata dal mio circolo velico, il Paterazzo) già ci aspetta.



Lunedì 10 arrivano anche Umberto ed Ornella e così l’equipaggio del primo mese è completo.

Ad Annapolis completiamo la cambusa e cerchiamo alcuni ricambi alla West Marine e all’hardware shop; purtroppo il nostro marina è in posizione piuttosto decentrata e così non abbiamo modo di visitare il centro come probabilmente meriterebbe. Per due volte ceniamo al ristorante Boatyard Bar & Grill, simpatico locale dove si mangia bene a prezzi accettabili.

Martedì 11 aprile arriva finalmente la nostra nuova ancora.


Mercoledì possiamo lasciare Annapolis: la destinazione è un ancoraggio sul Sassafras River, a 36 miglia, dove arriviamo alle 13.50. Proviamo la nuova ancora su 5-6 metri di sabbia (39°22.453’N 76°03.930’W) ed il test ha esito positivo: la Spade dimostra tutta la sua efficacia e assicura un’ottima tenuta.

Nella tappa successiva dovremo abbandonare definitivamente la baia di Chesapeake, che ci ha ospitati dal 27 giugno dell’anno scorso, quando arrivammo in Virginia per visitare Hampton e Norfolk. Proseguendo verso nord imboccheremo un canale artificiale denominato C&D Canal (Canale di Chesapeake e Delaware), che collega seguendo una traiettoria O-E la grande baia di Chesapeake con il fiume Delaware. Lungo 14 miglia, largo in media 130 metri e profondo poco più di 10, fu realizzato a partire da un progetto visionario del 17° secolo; la sua effettiva costruzione iniziò nel 1824 e proseguì con ampliamenti successivi per oltre 150 anni, fino a raggiungere le dimensioni attuali, con la costruzione di sei nuovi ponti e l’eliminazione del sistema di chiuse inizialmente predisposto.

Giovedì 13 lasciamo l’ancoraggio di Sassafras River; il piano di navigazione prevede una breve tappa, di 18 miglia, fino a Chesapeake City, una piccola cittadina che si trova all’inizio del canale. Quando vi arriviamo, però, vediamo la minuscola baia ed il pontile entrambi gremiti di piccole barche a motore. Siamo in bassa marea e il nostro pescaggio di 2,05 metri ci induce a non rischiare: proseguiamo per altre 12 miglia e raggiungiamo il fiume Delaware.

Passiamo sotto ponti altissimi, circa 140 piedi, al centro del canale il fondale è dragato sui 12 metri; una navigazione tranquilla senza incroci con imbarcazioni più grandi di noi.




Alle 15,10, dopo 29 miglia di navigazione, ci immettiamo nel vasto Delaware River. L’ancoraggio non è dei più affascinanti: acqua scura, dintorni pieni di insediamenti industriali, per gradire anche una bella centrale nucleare poco distante. Ma il fondale sabbioso, sui 7-8 metri, garantisce una buona tenuta e nonostante la corrente di marea possiamo dormire tranquilli, in attesa di raggiungere, domani, Philadelphia (39°34.095N 75°33.710W).

 

martedì 12 luglio 2022

ULTIME TAPPE NEGLI STATI UNITI

 


Riprendiamo il racconto del nostro viaggio.

Giovedì 16 giugno 2022 alle 7.45 lasciamo Charleston con destinazione Wrightsville Beach, North Carolina, distante 159 miglia. L’abbiamo scelta perché offre un ancoraggio molto vicino all’oceano, facilmente raggiungibile con un breve percorso in acque interne, caratterizzate da corrente di marea molto debole. In Atlantico alterniamo vela e motore per circa 26 ore e poi, alle 10.15 del 17 giugno, ancoriamo su un fondale di fango e sabbia, profondità 4-5 metri (33°12.344’N 77°47.997’W).


Wrightsville Beach è un centro turistico piccolo ma molto frequentato. Scendiamo a terra e con una breve passeggiata raggiungiamo la lunghissima spiaggia sul versante oceanico della cittadina. La troviamo affollata di gente che prende il sole e fa il bagno sotto il controllo attento dei bagnini, ragazze e ragazzi giovani e bellissime/i, appostati su torrette di guardia di legno in perfetto stile “Bay Watch”. D’altronde, siamo o non siamo in America?




L’ancoraggio è tranquillo, con movimenti di marea e di corrente molto lievi. Un pomeriggio ci viene a trovare con il gommone una coppia di velisti conosciuti a Charleston: sono Steve e Maureen, americani, che sul loro Magic Dragon stanno navigando verso Nord per tornare a casa (Boston), dopo mesi di vacanza alle Bahamas. Decidiamo di navigare di conserva fino alla seconda destinazione del North Carolina, Beaufort.

Salpiamo all’alba del 20 giugno; la catena ci si presenta avvolta da una coltre di fango così spessa che ci rifiutiamo di calarla nel pozzo di prua senza lavarla. I tentativi di ripulirla a secchiate si mostrano del tutto inefficaci. Ci armiamo di pazienza, approntiamo una canna con pistola ad alta pressione che pesca direttamente dal serbatoio dell’acqua dolce e finalmente, 40 minuti e 50 litri di consumo dopo, siamo pronti a partire. Beaufort è a circa 70 miglia: la destinazione finale è un ancoraggio suggerito da Steve e Maureen, che conoscono bene la zona. Alle 17.30 ancoriamo davanti al marina Beaufort Docks su fondale sabbioso di 4-5 metri (34°42.850’N 76°39.801’W).



Beaufort è una graziosa cittadina animata d’estate da migliaia di turisti che la raggiungono per via terrestre o per mare. Una grande attrattiva, in terraferma, è rappresentata dalle numerosissime villette “storiche”, in stile inglese, affacciate sulle tranquille strade alberate: ognuna mostra orgogliosamente l’anno di costruzione, riportato su targhe di fogge diverse. 



Il versante marino offre invece lunghe spiagge sull’Atlantico e distese di terreni non edificati, selvaggi ed incontaminati, dove regnano incontrastati cavalli allo stato brado e moltitudini di uccelli, tra cui grandi aironi e fenicotteri. 


Numerosi traghetti ed imbarcazioni di ogni dimensione trasportano ogni giorno i turisti nei diversi siti, balneari o naturalistici. Il pomeriggio e la sera c’è ampia scelta tra i molti pub, bar e ristoranti che si succedono uno dietro l’altro
in prossimità del marina. Ne approfittiamo anche noi seguendo Steve e Maureen, che hanno degli amici qui a Beaufort: in una sola serata testiamo tre diversi locali, i primi due per l’aperitivo, il terzo per cenare. Niente male!

Parliamo con Steve e Maureen del prosieguo del viaggio. Hanno la nostra stessa destinazione, Norfolk, Virginia, ma questa volta non navigheremo di conserva. Loro procedono per le acque interne, lungo la ICW (Intracoastal Waterway), itinerario che come abbiamo già detto non si adatta a Refola per due motivi principali: la maggior parte dei ponti fissi ha una luce di 65 piedi ed il nostro albero di maestra con le antenne ne misura 68, ed inoltre le profondità in bassa marea sono spesso troppo limitate per il nostro pescaggio di 2,05 metri. Salutiamo quindi gli amici di Magic Dragon; noi partiremo appena si apre una buona finestra meteo per affrontare l’oceano, ci auguriamo di ritrovarli la prossima settimana a Norfolk, oppure alla vicina Hampton, sempre in Virginia.

Passiamo altri due giorni a Beaufort, perlustrandola in lungo e in largo con grandi passeggiate. A piedi raggiungiamo anche l’unico supermercato della cittadina (circa 40 minuti di cammino), concedendoci il ritorno con Uber (tariffa 7 $).

Partiamo sabato 25 giugno alle 11.00:  la destinazione è Hampton, Virginia, distante 231 miglia.

È l’ultima tappa oceanica di questa stagione: dovremo oltrepassare il famigerato capo Hatteras, dove soprattutto nei mesi invernali (ma non solo) si formano delle tempeste improvvise con venti che possono raggiungere la forza di uragani e onde oltre i 12 metri. Eventi talmente particolari da essere chiamati “Hatteras Storms.”

Al nostro passaggio la situazione è fortunatamente molto tranquilla: c’è poco vento, navighiamo alternando vela e motore. Durante la seconda notte di navigazione il vento rinforza da sud e poi da SW consentendoci di percorrere l’ultimo tratto interamente a vela. Lunedì 27 giugno di buon mattino entriamo nella grande baia di Chesapeake; il cielo coperto, il vento fresco dritto sul nostro naso e un’antipatica onda corta e aguzza infastidiscono le ultime quindici miglia ma alle 8.50 siamo a destino: ancoriamo in un piccolo e tranquillo bacino chiuso su tre lati, tra l’Old Point Comfort Marina ad est, la cittadina di Hampton a nord e la superstrada per Norfolk ad ovest. Il fondale, di sabbia-fango profondo 4-5 metri, ci garantisce un’ottima tenuta (37°00,508’N 76°19,003’W).


L’ancoraggio, oltre ad essere ben protetto, si rivela strategico per gli spostamenti. Sul versante nord c’è un piccolo nuovissimo pontile dove è possibile, in totale sicurezza e gratuitamente, lasciare il dinghy e in pochi minuti raggiungere a piedi il centro di Hampton, con negozi e supermercati. Su internet troviamo facilmente le indicazioni per muoverci in autobus. Organizziamo così un’escursione al museo navale di Norfolk; visitiamo prima la vasta area espositiva, dedicata alla storia della marina militare e mercantile americana, per arrivare poi alla principale attrattiva del museo: la nave da guerra Wisconsin. Costruita nel cantiere navale di Philadelphia, questa corazzata fu varata il 7 dicembre 1943, nel secondo anniversario dell'attacco giapponese alla base americana di Pearl Harbor; giocò un ruolo cruciale nella II guerra mondiale, nella guerra di Corea e ancora, dal 1991, nella guerra del Golfo. Effettivamente, pur non essendo Lilli ed io grossi fan delle imprese militari americane, siamo rimasti impressionati dalla sua linea imponente e dagli interni praticamente intatti: biblioteca, sala radio, infermeria, studio dentistico, cappella, cucine, cabine e sale da pranzo degli ufficiali, mense e dormitori dei marinai…








Un’altra giornata la dedichiamo alla visita di Fort Monroe, un sito militare molto importante per la storia americana, dal periodo coloniale alla guerra di indipendenza fino alla guerra di secessione. Oggi si presenta come una splendida fortezza a sei lati, è monumento nazionale ed ospita un piccolo museo davvero molto interessante.




Il nostro viaggio volge al termine: poco più di 50 miglia ci separano dal cantiere dove lasceremo
Refola ed il volo per tornare a casa è prenotato per il 18 luglio. Sabato 2 luglio lasciamo l’ancoraggio di Hampton e ci addentriamo in direzione nord nell’amplissima baia di Chesapeake, un grande bacino di acqua dolce/salmastra su cui si affacciano a nord il Maryland e a sud la Virginia. Lunga oltre 160 miglia e con una larghezza massima di circa 30, raccoglie le acque di numerosi fiumi (i più grandi sono il Potomac, il Susquehanna, lo James) e rappresenta pertanto il più vasto estuario degli USA.

Navighiamo a motore e in circa 7 ore, dopo 44 miglia, raggiungiamo Fishing Bay, una baia superprotetta a sud di Deltaville, dove ancoriamo su fondale di sabbia di 5-6 metri (37°32.454’N 76°20.120’W).



Sul lato occidentale della baia c’è un piccolo marina, il Fishing Bay Marina. Domenica 3 luglio lo raggiungiamo col dinghy. Entriamo nell’ufficio e chiediamo il permesso di lasciare il dinghy per fare due passi a terra: “Non c’è problema - risponde un simpatico anziano signore - con 5 $ avete il permesso di ormeggiare e di usare le biciclette di cortesia messe a disposizione dei clienti”.
  Che pacchia! Inforchiamo le biciclette e ci lanciamo alla scoperta di Deltaville.

Il panorama intorno a noi è dolce e affascinante: tantissimo verde, estesi campi di frumento che si alternano a tratti di bosco con altissime querce. A completare il quadro, le piccole villette di legno in stile coloniale, centinaia di scoiattoli e decine di caprioli (forse cervi? daini? Brutta cosa l’ignoranza!). Impossibile non pensare a Cip e Ciop e a Bambi: mentre abbiamo la sensazione di essere dentro un cartone animato, realizziamo che i simpatici animaletti che amavamo da bambini come personaggi totalmente immaginari qui sono esseri reali che gironzolano indisturbati intorno alle case e nei giardini. Anche questa è l’America!

A Deltaville risiedono stabilmente meno di 1000 anime. Sulla strada principale vediamo un cartello con la scritta “benvenuti” e poco distante un altro con “arrivederci”: in mezzo … quattro negozi e un paio di caffè! 


Pedalando ci spingiamo fino al Regatta Point Marina, dove abbiamo prenotato un ormeggio per le ultime tre notti in acqua. Sembra un luogo ospitale e curato ma non ha ristorante né bar: il figlio del proprietario, vedendo la nostra delusione e quanto siamo stanchi e accaldati, ci offre gentilmente due birre. Avanziamo altri 500 metri fino al cantiere Stingray Point Boat Works, dove lasceremo
Refola. Essendo domenica non ci sono tecnici né addetti; è un cantiere piuttosto spartano, ma il travel lift è potente e le barche sono saldamente assicurate agli invasi.

Rientriamo in bici al Fishing Bay Marina e poi col dinghy su Refola. Appena fa buio, in anticipo di un giorno sulla festa dell’Indipendenza, le case affacciate sulla baia iniziano a sparare fuochi d’artificio. Non è come la festa del Redentore di Venezia, ma ugualmente ci godiamo lo spettacolo.

Lunedì 4 luglio salpiamo: 10 miglia fino al Regatta Point Marina. Il canale di ingresso ha fondali appena sufficienti per il nostro pescaggio. Al nostro passaggio il canale si presenta molto trafficato e gli americani al timone, ahimè, sono spesso poco educati. Incrociamo parecchie piccole imbarcazioni che escono a manetta occupando la parte centrale del canale; per evitarli sono costretto ad accostare sulla parte destra, meno profonda. Morale: ci areniamo. Ormai ci abbiamo fatto il callo, ma per fortuna la marea è crescente e in poco tempo (circa mezz’ora) siamo liberi.

Al Regatta Point Marina facciamo nuove amicizie: ci vengono a trovare Fabrizio e Jesus, che hanno acquistato un Catalina 48 un anno e mezzo fa e sognano ora di ampliare le loro navigazioni. Fabrizio è originario di Como, vive da 30 anni in America e lavora nel settore bancario; Jesus dopo aver lavorato molti anni come ricercatore nella farmaceutica è oggi un imprenditore nel settore immobiliare; vivono nel New Jersey, sono entrambi piloti d’aereo. In due serate passate insieme scatta subito un buon feeling; mostrano molto interesse per le nostre esperienze di navigazione, passate e future. “Abbiamo nuovi candidati per la traversata atlantica di ritorno”, annota Lilli.

Il 6 luglio, per non farci mancare niente, riceviamo sul telefono un allarme tornado: il cielo è coperto, a NW nuvole nere si stanno spostando velocemente verso di noi. Dal pozzetto, mentre il vento rinforza, osserviamo la perturbazione; nell’avvicinarsi fortunatamente si espande e diventa meno minacciosa, fino a dissolversi. Siamo salvi!

Il 7 luglio, con l’alta marea delle 16.00, ci spostiamo di 200 metri fini al cantiere Stingray Point Boat Works. Il travel lift è pronto a sollevarci ed in breve Refola è fuori dall’acqua.


5 giorni di lavoro frenetico per pulire sopra e sotto coperta, lavare e riporre cime e drizze, e soprattutto preparare l’invernaggio completo della barca che questa volta affido al cantiere. Dovranno curare il circuito di raffreddamento del motore e del generatore, ma anche il circuito acqua dolce: boiler, climatizzatore, lavatrice, dissalatore.

Nonostante il ritardo con cui i tecnici del cantiere si sono occupati di Refola, il 12 luglio lasciamo Deltaville per raggiungere in autobus Washington, dove abbiamo prenotato una camera e resteremo 6 giorni. Il 18 luglio, da Baltimora, voleremo a Verona via Francoforte.

E con questo si chiude la IX stagione del giro del mondo di Refola. Ma l’avventura continua…