Martedì 10 maggio, alle 7 del mattino,
siamo pronti a salpare. Via VHF chiamiamo come prescritto la Capitaneria di
Porto per chiedere il permesso di uscire dal porto di Nassau, ma ci viene
negato. “Una nave da crociera sta arrivando, dovete aspettare che entri e
completi le manovre di ormeggio.” Attendiamo pazienti una buona mezz’ora,
richiamiamo e … stessa risposta: ne sta arrivando un’altra. La cosa si ripete
una terza volta finché, prima che una quarta nave si profili all’orizzonte,
alle 9.20 salpiamo e lasciamo Nassau senza chiamare nessuno.

A bordo del loro piccolo catamarano
“White Cat”, ci seguono a ruota Richard e Odette, giovane coppia neozelandese. Non
appena fuori dal porto, insieme a un bel vento da nord sui 15-18 nodi, troviamo
un mare un po’ incrociato con onde di 1 metro-1 metro e mezzo che non
impensieriscono Refola, ma preoccupano invece la povera Odette che soffre il
mare: dopo neanche cinque minuti di sballonzolamento ci chiamano alla radio per
dirci che tornano indietro per aspettare condizioni migliori.
Un peccato perché dopo circa mezzo
miglio l’onda fastidiosa si è già placata. Alle 15 circa siamo a Chub Cay, dove
è prevista la sosta notturna in un ancoraggio a detta di tutti un po’ rollante.
Poiché siamo in anticipo, decidiamo di seguire un’indicazione trovata su Facebook
nel gruppo “Bahamas Land & Sea”: si tratta di un punto di ancoraggio in
mezzo al nulla, su fondale di circa 4 metri, che dovrebbe trovarsi 18 miglia
più a nord, 2 miglia a NNE di un segnale luminoso che indica il “NW Shoal”,
basso fondale di NW. Il navigatore autore di questo post sostiene di avervi ancorato
almeno una ventina di volte, senza alcun problema. Proseguiamo quindi in
direzione NW ed alle 18.15 giungiamo in prossimità delle coordinate trovate su
Facebook: nessuna traccia del segnale che avrebbe dovuto esserci, comunque il
fondale è sabbioso, la profondità sui 4-5 metri. Caliamo l’ancora e 50 metri di
catena. Effettivamente non si rolla, ma il vento stabile sui 18-20 nodi provoca
un discreto beccheggio, con una piccola onda corta e aguzza (25°30.843’N
78°13.890’W).
Passiamo una notte tranquilla ed il
mattino seguente ci alziamo prima dell’alba per affrontare la tappa di 70
miglia fino a Bimini. Mentre facciamo colazione sentiamo un forte rumore a
prua, che sembra venire dal salpancora. A forza di saltare sulla piccola onda
aguzza, l’impiombatura del cavo parastrappi ha ceduto ed il nostro gancio bello
e robusto, dopo quasi 18 anni di onorato servizio, è finito in mare. Ci
dispiace lasciarlo, ma abbiamo fretta di partire.
Salpiamo alle 6.15 dell’11 maggio
(compleanno di Lilli!) e mettiamo la prua verso NW; il vento da nord,
all’inizio sui 12-14 nodi, poi aumenta a 15-18. Procediamo a vela; siamo sul
Great Bahama Bank, un estesissimo basso fondale su cui navighiamo per miglia e miglia
su 4-5 metri d’acqua.
Alle 15 aggiriamo a nord l’isola di Bimini,
ne costeggiamo il lato occidentale ed alle 16 siamo davanti al passaggio che conduce
all’interno della laguna, ignari della difficoltà in cui a momenti incapperemo.
La marea è crescente, il nostro pescaggio di 2,05 metri non dovrebbe creare
problemi; c’è però un’onda da ovest abbastanza importante, di circa 1 metro,
che spinge verso terra; a completare il quadro, una serie di segnali rossi e
verdi che ci provocano disorientamento. Lilli ed io stiamo discutendo cercando
di interpretarli quando sentiamo la chiglia sbattere con fragore sul fondo di
sabbia con piccole rocce. Aumento istintivamente i giri al motore, ma la barca
non si muove. L’onda successiva ci spinge in avanti, ma di nuovo tocchiamo il
fondo e siamo di nuovo fermi. Sono secondi interminabili: mentre io resto al
timone per essere pronto a manovrare appena liberi Lilli chiama al VHF per
avere consigli da altre barche. Rispondono in due ma nel frattempo ci siamo
disincagliati: un’onda finalmente ci solleva abbastanza da liberarci.
Ripreso il fiato, imbocchiamo il canale
che adesso vediamo chiaramente, con i rossi a destra e i verdi a sinistra. Lo
percorriamo tutto, superando numerosi marina, fino a raggiungere la zona di
ancoraggio che avevamo prescelto, prossima all’estremità settentrionale
dell’isola, lato laguna. Alle 17.00, finalmente, caliamo l’ancora in acque
perfettamente piatte, su un fondale di sabbia di 4-5 metri (25°45.196’N
79°16.550’W). Lilli richiama al VHF per dire che va tutto bene.
Va davvero tutto bene? Refola è forte e
non ha riportato danni, ma noi restiamo scossi ed increduli per giorni,
continuando a chiederci dove abbiamo sbagliato.
Andiamo a vedere un relitto spiaggiato
sul lato occidentale dell’isola e per due volte ci rechiamo col dinghy
all’ingresso per cercare di comprendere la dinamica dell’incaglio, ma non è
semplice: tutto si è svolto in 5 minuti, la traccia sul plotter indica che
siamo passati SUL segnale verde, ma non ricordiamo se lo abbiamo lasciato a
sinistra o a dritta.





Ho pilotato fidandomi della cartografia
Navionics, mantenendomi su profondità che dovevano essere sui 4 metri, ma
probabilmente la cartografia elettronica è imprecisa e l’onda ha fatto la differenza.
Vogliamo però essere sinceri: a differenza di quanto eravamo soliti fare nelle
pass del Pacifico, non ci siamo preparati adeguatamente a questo ingresso. Se
lo avessimo fatto, avremmo saputo che è sconsigliato affrontarlo con onda da W,
che i bassi fondali lì intorno sono “shifting sand”, ovvero bassi fondali che
vengono continuamente spostati dall’effetto di maree, correnti e mareggiate. In
buona sostanza, avremmo dovuto aspettare un momento più favorevole, come ha
fatto il catamarano che ci precedeva, che ha proseguito verso gli ancoraggi di
Bimini sud. Lezione imparata!
Il nostro ancoraggio è molto tranquillo,
l’acqua è scura ma in compenso ultra piatta. A movimentare la situazione ci
pensano gli idrovolanti, che più volte al giorno usano la laguna come pista di
atterraggio, talvolta sembrando sfiorare i nostri alberi.


Nelle spedizioni di studio sulla
disavventura dell’ingresso troviamo il tempo di fare un giro a terra ad Alice
Town. Lasciamo il dinghy al Brown’s Marina e andiamo in cerca della dogana
(dove faremo l’uscita), per vederne collocazione e orari. Pranziamo in un
ristorantino: io prendo un piatto tipico delle Bahamas, il conch fritto, il
mollusco che vive in grosse conchiglie a 3 o 5 punte. Discreto, ma non entusiasmante.
Chiediamo al Brown’s Marina quanto costerebbe l’ormeggio per Refola: “1,75
US$/piede - ci risponde l’addetto - ma chiamatemi prima di arrivare per essere
sicuri che ci sia posto”. Quest’ultima precisazione ci sembra un po' esagerata,
visto che il marina è praticamente vuoto; inoltre il tizio ci chiede 10 $ per
aver lasciato due ore il dinghy al suo pontile. Negative vibrations: non
passeremo qui l’ultima notte prima della partenza.


Nel frattempo arrivano anche gli amici
neozelandesi sul piccolo “White Cat”; decidiamo insieme di partire lunedì sera
e fare navigazione notturna attraversando il Canale di Florida e la corrente
del golfo con rotta su West Palm Beach. Lilli è contenta: temeva un arrivo
serale con l’incombenza del buio, mentre atterrare di mattina le crea meno
ansia.

Alle 18.30 di lunedì 16 maggio tiriamo
su l’ancora e percorriamo le 3 miglia di canale fino alla pass. Mille volte
abbiamo recitato a memoria, come fosse una poesia, il percorso di uscita: un
alto palo da lasciare a sinistra, due segnali rossi da lasciare a sinistra fino
a raggiungere un verde da lasciare a destra, superato il quale si accosta di
90° a dritta e lasciando a sinistra l’ultimo rosso si è fuori! La situazione è
tranquilla, poco vento, acque calme e poca onda, ma noi proviamo ugualmente un
po' di apprensione. Finalmente affrontiamo l’uscita: io al timone, Lilli al mio
fianco che mi ripete continuamente la profondità che legge sullo strumento
digitale sottocoperta.
In pochi minuti siamo fuori: gran sospiro
di sollievo e rotta su West Palm Beach, USA!