lunedì 20 giugno 2022

CAMBIO DI PROGRAMMA

 C’è una cosa importante di cui non abbiamo finora parlato.

Dall’inizio del nostro giro del mondo, nell’estate del 2012 a Port Napoleon in Francia, i programmi di navigazione preparati a casa tra una stagione degli uragani e l’altra sono sempre stati realizzati con precisione quasi millimetrica. Molti amici velisti ci prendevano in giro per questo, ironizzando bonariamente sul nostro bisogno di rispettare scrupolosamente (da bravi ferrovieri…) la tabella di marcia. Ma noi non abbiamo mai vissuto il programma come una limitazione al nostro muoverci e navigare in libertà. Al contrario: definire in anticipo rotte, destinazioni ed ancoraggi ha sempre significato per noi non solo prepararci alle future destinazioni studiandone le caratteristiche e le possibili difficoltà, ma anche pregustare da casa le nuove avventure che ci attendevano.

Per la prima volta quest’anno, 2022, le cose vanno diversamente. Fin dall’inizio della stagione Lilli comincia a mostrarsi inusualmente apprensiva: dice di aver paura di tutto, si agita per qualunque cosa. Un’insicurezza che aumenta notevolmente quando Angelo e Cristina rientrano in Italia dalle Bahamas e noi torniamo ad essere soli a bordo. Per andare incontro alle sue ansie rivedo totalmente il programma di navigazione lungo la East Coast americana: individuo nuove possibili soste, in modo da spezzare le tappe più lunghe ed evitare le navigazioni notturne. Solo quando Lilli realizza che entrare e uscire da canali e fiumi le crea più stress del mare aperto, cancelliamo alcune soste e ripristiniamo tratti di navigazione notturna in oceano.

Tutto questo, unitamente ad una situazione meteo piuttosto instabile, rallenta di molto il nostro procedere verso nord. All’inizio di giugno mi è chiaro che, vista la situazione, devo abbandonare il progetto di raggiungere il Canada, chiudere anticipatamente la stagione, e tornare a casa. Inizio a cercare una sistemazione dove lasciare Refola, e dopo alcune verifiche la scelta ricade sul cantiere Stingray Point Boat Works, a Deltaville in Virginia.

La Chesapeake Bay su cui il cantiere si affaccia sarà la nostra ultima destinazione per quest’anno. Non ne sono felice, ma non sempre le cose vanno come vorremmo… 

mercoledì 15 giugno 2022

Savannah, Georgia e Charleston, South Carolina

La mattina di martedì 7 giugno, alle 9.25, lasciamo St. Augustine con destinazione Savannah, a 153 miglia. Una volta usciti in oceano la rotta è una linea retta per 12°-14°. Ventiquattro ore di piacevole navigazione con venti leggeri da NE ed E, che ad intervalli aiutiamo con un po’ di motore. Alle 8 del mattino successivo siamo all’inizio del canale di ingresso, ben segnalato da grosse boe rosse e verdi (rosso a destra, verde a sinistra). Ci sono numerose navi all’ancora, in attesa di entrare: nella foschia mattutina intravvediamo le più vicine, ma il sistema AIS ne rileva almeno una trentina, che aspettano il loro turno ed il pilota. Appena immessi incrociamo quattro grosse navi da pesca con reti a strascico sostenute da imponenti gru i cui bracci si aprono lateralmente, triplicando così il baglio delle imbarcazioni; ci sfilano accanto con grande indifferenza, del tutto incuranti della preoccupazione che sono riuscite a suscitare in Lilli, che mi avrà chiesto almeno dieci volte “ma ci stiamo?”.


Alla fine del canale iniziamo a risalire il fiume Savannah; la corrente ci è contro, ma non è troppo forte. 20 miglia di navigazione fluviale prima di raggiungere Savannah, principale porto commerciale della Georgia. A poche miglia dall’arrivo, un altro incontro ravvicinato: in un tratto in cui il fiume diventa particolarmente stretto e sinuoso (e quindi la corrente più forte) ci ritroviamo alle spalle un’enorme nave cargo che naviga con rotta raggiungente a 11 nodi (il doppio della nostra velocità). E come se non bastasse, nel punto più stretto ci sono ad attenderla tre rimorchiatori, chiamati evidentemente per assistere e tenere la nave in rotta. In cinque (la navona, i 3 rimorchiatori e Refola) proprio non ci stiamo! Riduco la velocità, accosto lateralmente affiancandomi a dritta ad un segnale rosso e lascio passare il condominio di container.

Alle 12.45 siamo finalmente a destino. La cosa incredibile di Savannah è che offre alle barche di passaggio un ormeggio completamente gratuito sul lungofiume più bello e più storico della città, in pieno centro: è chiamato City Dock, un lungo pontile galleggiante con colonnine per l’elettricità (anch’essa gratuita), in cui si ormeggia comodamente all’inglese. Quando si telefona per avvisare dell’arrivo dicono che non si può stare più di due giorni, noi ci siamo fermati tre notti e nessuno ha avuto da ridire. Una pacchia! (32°04.884’N 81°05.335’W).



Savannah ci è davvero molto piaciuta: un centro storico tranquillo nonostante il gran numero di turisti, una particolare struttura urbanistica ricca di parchi, piazze e viali alberati. Rari i palazzi, le costruzioni sono principalmente villette in stile inglese, nei tipici mattoni rossi oppure in legno, con gli abbaini e i serramenti rigorosamente bianchi, e le staccionate dei giardini, poste ad uso esclusivamente decorativo ed ovviamente bianche.

Anche qui come a St. Augustine c’è un eccellente servizio di autobus, molto economico che abbiamo sfruttato per girare a destra e a manca, fare la spesa e recarci alla West Marine, una delle principali catene di negozi di nautica negli USA. Visitiamo il museo navale, dove accuratissimi modelli in miniatura ricostruiscono la storia della navigazione negli States, a partire dall’epoca coloniale.




Dopo tre giorni di sosta che abbiamo particolarmente gradito, sabato 11 giugno alle 15.30 molliamo gli ormeggi e ripercorriamo le 20 miglia del Savannah River fino all’oceano. Una volta in mare, un’ottantina di miglia ci separano dalla nuova destinazione: Charleston, in South Carolina.

La notte trascorre tranquilla con venti da SE-SSE da 10 a 15 nodi, che ci permettono una velocità media sui 6 nodi; i turni di guardia ogni 3 ore continuano a funzionare bene.

Alle 11,10 di domenica 12 giugno ancoriamo di fronte al Charleston City Marina, su fondale fangoso di 5-6 metri (32°46.502’N 79°57.080’W).

Il Marina è un po’ decentrato rispetto al centro città; la prima volta facciamo una bella camminata di mezz’ora, poi familiarizziamo con gli autobus e riusciamo a muoverci velocemente: la città non ha più segreti per noi.


Con queste soste negli stati del Sud stiamo di fatto ripercorrendo i cinque secoli di storia americana; restiamo colpiti dall’attenzione con cui queste città, definite “storiche”, salvaguardano e valorizzano il loro patrimonio culturale e le tormentate origini.
 

Charleston, fondata nel 1670 dagli inglesi, divenne ben presto molto popolata e centro nevralgico del commercio di schiavi. Anche qui molti turisti, a beneficio dei quali l’antico mercato degli schiavi è stato trasformato in una sorta di piccolo centro commerciale, con bancarelle piene di souvenir e di prodotti dell’artigianato locale. Pranziamo in un simpatico Oyster Bar poco distante: cibo buono, prezzo ragionevole.





Ma oltre a gironzolare abbiamo due cose importanti da fare: comunicare il nostro arrivo alla Custom (Lilli ha esaurito i codici di accesso alla app CBP Roam e non riesce ad averne di nuovi) e recarci in un negozio Metro T-Mobile per pagare i 60 $ dell’abbonamento telefonico (che non possiamo rinnovare on line perché – come sembra avvenire su molti siti web americani – vengono accettate solo carte di credito USA). Riusciamo a completare con successo entrambe le operazioni.

Il 15 giugno è l’ultimo giorno di permanenza a Charleston. Purtroppo l’effetto combinato di vento e corrente rende il nostro ancoraggio poco confortevole: ogni barca si muove in direzione e con tempi diversi, così ogni tanto ci troviamo davvero troppo vicini a quella alla nostra sinistra. Per un po’ Lilli ed io restiamo di guardia in pozzetto, accendendo il motore per ristabilire una distanza di sicurezza. Ma il giochino non mi diverte affatto e così a metà pomeriggio decido di accostare al lunghissimo pontile esterno del marina, che presenta distributori di carburante ogni 50 metri. L’idea è di fare rifornimento di gasolio e chiedere se è possibile restare per la notte, in modo da dormire tranquilli e ripartire presto la mattina dopo.

Le cose, ahimè, vanno un po’ diversamente. Lo spazio libero sul pontile è per noi appena sufficiente; come d’abitudine affronto la manovra in retromarcia, ma vengo tradito dalla corrente di marea, di circa 1,5-2 nodi; dopo due tentativi falliti cambio modalità e provo l’approccio in marcia avanti contro la corrente, ma a causa dello spazio ridotto con il rollbar della mia poppa sfioro la prua di un megayacht a vela, Christopher, che da giorni ammiravamo essendo ancorati poco distante. Gli abbiamo fatto un graffio di una cinquantina di centimetri sotto la falchetta del lato sinistro della prua; su Refola invece il danno riguarda l’antenna stilo della radio SSB, che non si spezza in due parti ma poco ci manca. Vabbè, poteva andare peggio. Lo skipper di Christopher si mostra educato e composto, ci scambiamo biglietti da visita e riferimenti telefonici, ci farà sapere l’importo della spesa per i ritocchi a nostro carico.

Nel frattempo apprendiamo che il posto che occupiamo per il rifornimento è già prenotato per la notte. Dobbiamo lasciare il pontile e tornare all’ancora. Così facciamo: ci spostiamo di circa mezzo miglio in direzione sud, verso l’uscita; l’ancoraggio è molto più tranquillo del precedente.

Questo di Charleston è il primo sinistro di Refola, dalla sua nascita nel 2004; via mail avvisiamo il broker dell’accaduto, riservandoci di presentare denuncia formale una volta saputo l’importo da rimborsare. Staremo a vedere cosa ci sparano…

Inutile farsi prendere dallo sconforto. Meglio dormirci sopra e prepararci alla partenza di domani mattina per Wrightsville Beach, a 159 miglia.

 

lunedì 6 giugno 2022

St. Augustine, Florida

 Finalmente gli amici neozelandesi ci comunicano che Odette sta molto meglio, sono arrivati a St. Augustine e hanno verificato per noi le profondità del canale d’ingresso: in bassa marea non meno di 15 piedi (4,5 metri). Questa informazione ci fa decidere di saltare la sosta a Port Canaveral (dove dovremmo entrare attraverso un ponte mobile e una chiusa) e puntare direttamente su St. Augustine, a 175 miglia.

Mercoledì 25 maggio partiamo alle 8.00, in modo da arrivare a destino tra le 14 e le 15 del giorno dopo, con la marea crescente. Nel primo pomeriggio, mentre il vento da est al traverso ci regala 7 nodi di velocità, il contamiglia de plotter Raymarine (che noi chiamiamo ancora “nuovo” nonostante sia stato acquistato nel 2014 ad Opua Nuova Zelanda) ci segna un traguardo: 30.000 miglia solcate da novembre 2014 ad oggi!

Ovviamente Lilli la precisina è andata subito a controllare il file dove sono segnate le percorrenze stagione per stagione, da quando è nata Refola. Il vecchio plotter Furuno ha registrato, da dicembre 2004 a novembre 2014, 42.407 miglia. Totale ad oggi: 72.407 miglia, niente male!

Nella notte il vento gira a SE; avvolgo la randa, che tende a coprire il genoa, e spiego la mezzana: l’apparente è diminuito ma la velocità resta sui 5 nodi.

Alle 14.00 siamo nel canale d’ingresso di St. Augustine. La minima di marea è stata alle 12.32, e noi registriamo un fondale minimo di 5 metri; seguendo i segnali rossi (da lasciare a destra!) raggiungiamo l’area di ancoraggio dove individuiamo il piccolo White Cat: non c’è il gommone, Richard e Odette devono essere a terra. Girando intorno alla loro barca, tanto per non perdere l’abitudine, ci insabbiamo. Il fondale è morbido e non c’è stato alcun impatto: aspettiamo 10 minuti e la marea crescente ci libera, consentendoci di ancorare poco distante su un fondale sabbioso di 5-6 metri (29°53.916’N 81°18.483’W).

Gli amici neozelandesi sono completamente ristabiliti, quindi finalmente festeggiamo col prosecco ed una bella cena su Refola il superamento degli scogli burocratici dell’ingresso in USA. Conosciamo pure un’altra giovane coppia di canadesi, coi quali condividiamo un’allegra happy hour.



St. Augustine vanta il primato di essere negli Stati Uniti il più antico insediamento europeo ancora abitato, fondato dagli spagnoli nel 1565. Da questo la cittadina ha tratto una fortissima vocazione turistica: il suo centro storico, con una via pedonale piena di taverne e negozietti, assomiglia un po’ alle ricostruzioni che da noi si trovano nei parchi tematici, dove tutto è un po’ finto. 





Nella laguna e nei canali è un viavai di galeoni piccoli e grandi, con gli equipaggi rigorosamente vestiti coi costumi dei navigatori in epoca coloniale.




Passiamo un paio d’ore nel “Visitor Center”, dove su grandi pannelli ricchi di illustrazioni, mappe e vecchie foto è ricostruita a beneficio dei turisti la ricca e tormentata storia di St. Augustine: dall’arrivo degli Spagnoli (1565) al breve periodo di dominazione britannica (1763-1783); dalla guerra d’indipendenza delle colonie del nord, in cui St. Augustine si schierò coi lealisti, cioè con l’Inghilterra, al ritorno degli spagnoli (1784-1821); dall’annessione agli Stati Uniti (1821) fino alla guerra di secessione, in cui St. Augustine cadde da subito sotto il controllo degli stati federali (i nordisti).



Al di là dei percorsi turistici, con gli autobus visitiamo anche il resto della cittadina, verso l’entroterra ma anche fino alle sue lunghe spiagge sull’atlantico. Ci piace usare, quando possibile, i trasporti pubblici; qui sono economici e molto efficienti, e ci hanno permesso un approccio più “vero” con St. Augustine, che nel complesso abbiamo molto apprezzato.

 



mercoledì 25 maggio 2022

Refola alla scoperta dell'America: West Palm Beach e Fort Pierce (Florida)

 Partendo dalle Bahamas la rotta per raggiungere gli Stati Uniti, o più precisamente la Florida, deve necessariamente attraversare lo stretto di Florida e con esso la corrente del Golfo, che ha intensità variabile ma direzione stabile: spinge sempre verso nord.

Proprio per questo il nostro piano di navigazione prevede un primo tratto con rotta 290°, per raggiungere nel più breve tempo possibile la fascia della corrente; una volta entrati nel flusso, puntiamo con rotta 330° su un WP costiero posizionato circa 20 miglia più a sud della nostra destinazione, che è West Palm Beach. A condurci a destino ci penserà la corrente.

Il piano funziona: serata e notte passano tranquillamente, senza sorprese, con un traffico navale non troppo intenso, presente solo nella parte orientale del canale. Come al solito per le navigazioni notturne ci avvicendiamo in turni di tre ore; una volta in vista della costa Lilli incontra qualche difficoltà nell’interpretare le molteplici luci. Dopo anni di navigazione d’altura ci vuole un po’ ad abituarsi alla navigazione costiera, e tanto più in America dove c’è un aeroporto ogni 30 km, con una frequenza di aerei che supera di gran lunga quella dei nostri treni regionali. Per non parlare delle luci di terra, a dir poco fantasiose.

Alle 7.30 di martedì 17 maggio siamo davanti all’ingresso di West Palm Beach.


Imbocchiamo il canale, ben indicato da segnali rossi e verdi (rossi a dritta, verdi a sinistra!), che percorriamo senza difficoltà durante la stanca di marea. Alle 8.00 ancoriamo di fronte alla dogana, dove formalizzeremo l’ingresso, su un fondale sabbioso di circa 7 metri (26°45.981’N 80°02.589’W).

Gli amici Richard e Odette sul piccolo catamarano White Cat arrivano poco dopo.

Sulle pratiche di ingresso e di navigazione negli USA bisognerebbe scrivere un libro. Di recente è stata introdotta una APP (CBP Roam), scaricabile gratuitamente sui cellulari, che dovrebbe facilitare le operazioni. Per essere pronta e non ritrovarsi impreparata Lilli l’aveva scaricata e studiata da tempo, all’inizio anche con l’aiuto di Cristina che le ha generosamente sacrificato non poche ore del suo tempo di vacanza alle Bahamas. Ma la preparazione e lo studio non sono valsi a molto: al momento di spedire il form per registrare l’ingresso negli USA, appare subito evidente che la APP non gradisce di essere usata con un numero italiano, ne vuole uno americano! Il problema va risolto: dobbiamo assolutamente procurarci, e in fretta, una sim-card americana. Il nostro amico Richard ha già fatto in mattinata un primo tentativo, fallito perché non ha trovato un posto sicuro in cui lasciare il dinghy. Insieme facciamo un nuovo piano di battaglia: atterreremo col gommone di Richard nel posto più vicino possibile al negozio T-Mobile (distante circa un chilometro) e poiché questo approdo si trova sotto un ponte e non c’è possibilità di legare il dinghy, io resterò di guardia mentre Lilli e Richard andranno ad acquistare le sim-card. Ritornano dopo circa 90 minuti con le schede; noi abbiamo scelto l’opzione tutto incluso, traffico illimitato per 60 $ / mese, ma scopriamo presto che questo vale solo per il mio cellulare, mentre usando l’hot spot per connettere il pc, il tablet ed il cellulare di Lilli il traffico è limitato a 15 giga/mese. Ce li faremo bastare!

Prima di sera Lilli riesce, tramite la app CBP Roam, ad inviare all’ufficio Custom & Border Protection la comunicazione del nostro arrivo. Fatta questa prima operazione la procedura prevede che l’equipaggio al completo si presenti all’ufficio CBP per l’identificazione; l’indomani mattina, lavati e stirati, siamo tutti e quattro alla Custom: c’è un po' di coda e dobbiamo fare la fila, ma alla fine dopo circa due ore, con grande sollievo di Lilli, siamo ufficialmente autorizzati a stare negli Stati Uniti d’America per 6 mesi e Refola ha un permesso di navigazione di un anno. D’ora in poi, a quanto pare, dovremo solo comunicare i nostri spostamenti tramite la app.

Tutti contenti, insieme agli amici neozelandesi, rientriamo alle barche e prendiamo accordi per festeggiare l’evento con una bottiglia di prosecco.


Purtroppo invece, solo qualche ora dopo, Odette ci comunica che insospettita dal mal di gola che avvertiva da giorni ha fatto il test per il Covid ed è risultato positivo. È dispiaciuta e preoccupata, teme di averci contagiato, ma Lilli la consola e rassicura: siamo due vecchie rocce… il festeggiamento viene rinviato a data da destinarsi.

Il giorno dopo Richard e Odette decidono di ripartire: visto che devono stare in isolamento tanto vale guadagnare miglia verso nord. Noi ci fermiamo qualche giorno in più, anche perché pur essendo rocce preferiamo esser sicuri di non aver beccato il Covid.

West Palm Beach non è un posto dalle grandi attrattive. Grandi strade assolate a 4 corsie, nessuno a piedi, traffico incessante di auto e camion. Sabato 21 maggio, dovendo fare un po’ di spesa, andiamo con il dinghy al Marina Municipale, dove paghiamo 16 $ per ormeggiare il dinghy; facciamo una lunga camminata sotto il sole per raggiungere il supermercato Publix, ben fornito e non troppo caro; per rinfrancarci pranziamo al ristorante del marina e rientriamo in barca.

Stiamo bene e sono passati tre giorni: la giovane Odette non ci ha trasmesso il covid e quindi possiamo ripartire, limitandoci comunque ad una breve tappa giornaliera: 54 miglia fino a Fort Pierce. 

Domenica 22 maggio salpiamo alle 9.00 e grazie a vento e corrente favorevoli alle 16.00 siamo davanti all’ingresso di Fort Pierce; alle 16.30 ancoriamo in acque piatte su un fondale di 4-5 metri (27°27.909’N 80°18.519’W). Siamo al margine dell’Atlantic Intracoastal Waterway, l’autostrada d’acqua che dalla Florida risale fino a New York; è un’alternativa alla navigazione esterna nell’oceano, ma non adatta a noi per due motivi: la maggior parte dei ponti fissi ha una luce di 65 piedi ed il nostro albero di maestra con le antenne ne misura 68, ed i fondali in bassa marea sono spesso troppo limitati per il nostro pescaggio di 2,05 metri. 

La corrente di marea è notevole ed orienta la barca anche a dispetto del vento, così la prua di Refola si rivolge per 6 ore verso l’uscita in oceano e per 6 ore nella direzione opposta, ma nel complesso l’ormeggio è tranquillo.


Caliamo il dinghy per andare a terra; il marina poco distante non accetta visitatori e non ci lascia attraccare, dobbiamo percorrere oltre un miglio fino al Marina Municipale.

Visitiamo la minuscola cittadina e pranziamo in un locale tipicamente americano, con un numero spropositato di schermi sintonizzati su diversi canali.

 



Per il prosieguo del nostro viaggio aspettiamo da Richard e Odette informazioni sulle profondità del canale d’ingresso a St. Augustine, dove dovremmo ritrovarci. Speriamo arrivino buone notizie!

lunedì 16 maggio 2022

Ultime (dis)avventure alle Bahamas

 

Martedì 10 maggio, alle 7 del mattino, siamo pronti a salpare. Via VHF chiamiamo come prescritto la Capitaneria di Porto per chiedere il permesso di uscire dal porto di Nassau, ma ci viene negato. “Una nave da crociera sta arrivando, dovete aspettare che entri e completi le manovre di ormeggio.” Attendiamo pazienti una buona mezz’ora, richiamiamo e … stessa risposta: ne sta arrivando un’altra. La cosa si ripete una terza volta finché, prima che una quarta nave si profili all’orizzonte, alle 9.20 salpiamo e lasciamo Nassau senza chiamare nessuno.

A bordo del loro piccolo catamarano “White Cat”, ci seguono a ruota Richard e Odette, giovane coppia neozelandese. Non appena fuori dal porto, insieme a un bel vento da nord sui 15-18 nodi, troviamo un mare un po’ incrociato con onde di 1 metro-1 metro e mezzo che non impensieriscono Refola, ma preoccupano invece la povera Odette che soffre il mare: dopo neanche cinque minuti di sballonzolamento ci chiamano alla radio per dirci che tornano indietro per aspettare condizioni migliori.

Un peccato perché dopo circa mezzo miglio l’onda fastidiosa si è già placata. Alle 15 circa siamo a Chub Cay, dove è prevista la sosta notturna in un ancoraggio a detta di tutti un po’ rollante. Poiché siamo in anticipo, decidiamo di seguire un’indicazione trovata su Facebook nel gruppo “Bahamas Land & Sea”: si tratta di un punto di ancoraggio in mezzo al nulla, su fondale di circa 4 metri, che dovrebbe trovarsi 18 miglia più a nord, 2 miglia a NNE di un segnale luminoso che indica il “NW Shoal”, basso fondale di NW. Il navigatore autore di questo post sostiene di avervi ancorato almeno una ventina di volte, senza alcun problema. Proseguiamo quindi in direzione NW ed alle 18.15 giungiamo in prossimità delle coordinate trovate su Facebook: nessuna traccia del segnale che avrebbe dovuto esserci, comunque il fondale è sabbioso, la profondità sui 4-5 metri. Caliamo l’ancora e 50 metri di catena. Effettivamente non si rolla, ma il vento stabile sui 18-20 nodi provoca un discreto beccheggio, con una piccola onda corta e aguzza (25°30.843’N 78°13.890’W).

Passiamo una notte tranquilla ed il mattino seguente ci alziamo prima dell’alba per affrontare la tappa di 70 miglia fino a Bimini. Mentre facciamo colazione sentiamo un forte rumore a prua, che sembra venire dal salpancora. A forza di saltare sulla piccola onda aguzza, l’impiombatura del cavo parastrappi ha ceduto ed il nostro gancio bello e robusto, dopo quasi 18 anni di onorato servizio, è finito in mare. Ci dispiace lasciarlo, ma abbiamo fretta di partire.

Salpiamo alle 6.15 dell’11 maggio (compleanno di Lilli!) e mettiamo la prua verso NW; il vento da nord, all’inizio sui 12-14 nodi, poi aumenta a 15-18. Procediamo a vela; siamo sul Great Bahama Bank, un estesissimo basso fondale su cui navighiamo per miglia e miglia su 4-5 metri d’acqua.

Alle 15 aggiriamo a nord l’isola di Bimini, ne costeggiamo il lato occidentale ed alle 16 siamo davanti al passaggio che conduce all’interno della laguna, ignari della difficoltà in cui a momenti incapperemo. La marea è crescente, il nostro pescaggio di 2,05 metri non dovrebbe creare problemi; c’è però un’onda da ovest abbastanza importante, di circa 1 metro, che spinge verso terra; a completare il quadro, una serie di segnali rossi e verdi che ci provocano disorientamento. Lilli ed io stiamo discutendo cercando di interpretarli quando sentiamo la chiglia sbattere con fragore sul fondo di sabbia con piccole rocce. Aumento istintivamente i giri al motore, ma la barca non si muove. L’onda successiva ci spinge in avanti, ma di nuovo tocchiamo il fondo e siamo di nuovo fermi. Sono secondi interminabili: mentre io resto al timone per essere pronto a manovrare appena liberi Lilli chiama al VHF per avere consigli da altre barche. Rispondono in due ma nel frattempo ci siamo disincagliati: un’onda finalmente ci solleva abbastanza da liberarci.

Ripreso il fiato, imbocchiamo il canale che adesso vediamo chiaramente, con i rossi a destra e i verdi a sinistra. Lo percorriamo tutto, superando numerosi marina, fino a raggiungere la zona di ancoraggio che avevamo prescelto, prossima all’estremità settentrionale dell’isola, lato laguna. Alle 17.00, finalmente, caliamo l’ancora in acque perfettamente piatte, su un fondale di sabbia di 4-5 metri (25°45.196’N 79°16.550’W). Lilli richiama al VHF per dire che va tutto bene.

Va davvero tutto bene? Refola è forte e non ha riportato danni, ma noi restiamo scossi ed increduli per giorni, continuando a chiederci dove abbiamo sbagliato.

Andiamo a vedere un relitto spiaggiato sul lato occidentale dell’isola e per due volte ci rechiamo col dinghy all’ingresso per cercare di comprendere la dinamica dell’incaglio, ma non è semplice: tutto si è svolto in 5 minuti, la traccia sul plotter indica che siamo passati SUL segnale verde, ma non ricordiamo se lo abbiamo lasciato a sinistra o a dritta.






 Ho pilotato fidandomi della cartografia Navionics, mantenendomi su profondità che dovevano essere sui 4 metri, ma probabilmente la cartografia elettronica è imprecisa e l’onda ha fatto la differenza. Vogliamo però essere sinceri: a differenza di quanto eravamo soliti fare nelle pass del Pacifico, non ci siamo preparati adeguatamente a questo ingresso. Se lo avessimo fatto, avremmo saputo che è sconsigliato affrontarlo con onda da W, che i bassi fondali lì intorno sono “shifting sand”, ovvero bassi fondali che vengono continuamente spostati dall’effetto di maree, correnti e mareggiate. In buona sostanza, avremmo dovuto aspettare un momento più favorevole, come ha fatto il catamarano che ci precedeva, che ha proseguito verso gli ancoraggi di Bimini sud. Lezione imparata!  

Il nostro ancoraggio è molto tranquillo, l’acqua è scura ma in compenso ultra piatta. A movimentare la situazione ci pensano gli idrovolanti, che più volte al giorno usano la laguna come pista di atterraggio, talvolta sembrando sfiorare i nostri alberi.




Nelle spedizioni di studio sulla disavventura dell’ingresso troviamo il tempo di fare un giro a terra ad Alice Town. Lasciamo il dinghy al Brown’s Marina e andiamo in cerca della dogana (dove faremo l’uscita), per vederne collocazione e orari. Pranziamo in un ristorantino: io prendo un piatto tipico delle Bahamas, il conch fritto, il mollusco che vive in grosse conchiglie a 3 o 5 punte. Discreto, ma non entusiasmante. Chiediamo al Brown’s Marina quanto costerebbe l’ormeggio per Refola: “1,75 US$/piede - ci risponde l’addetto - ma chiamatemi prima di arrivare per essere sicuri che ci sia posto”. Quest’ultima precisazione ci sembra un po' esagerata, visto che il marina è praticamente vuoto; inoltre il tizio ci chiede 10 $ per aver lasciato due ore il dinghy al suo pontile. Negative vibrations: non passeremo qui l’ultima notte prima della partenza.

 


Nel frattempo arrivano anche gli amici neozelandesi sul piccolo “White Cat”; decidiamo insieme di partire lunedì sera e fare navigazione notturna attraversando il Canale di Florida e la corrente del golfo con rotta su West Palm Beach. Lilli è contenta: temeva un arrivo serale con l’incombenza del buio, mentre atterrare di mattina le crea meno ansia.

 


Alle 18.30 di lunedì 16 maggio tiriamo su l’ancora e percorriamo le 3 miglia di canale fino alla pass. Mille volte abbiamo recitato a memoria, come fosse una poesia, il percorso di uscita: un alto palo da lasciare a sinistra, due segnali rossi da lasciare a sinistra fino a raggiungere un verde da lasciare a destra, superato il quale si accosta di 90° a dritta e lasciando a sinistra l’ultimo rosso si è fuori! La situazione è tranquilla, poco vento, acque calme e poca onda, ma noi proviamo ugualmente un po' di apprensione. Finalmente affrontiamo l’uscita: io al timone, Lilli al mio fianco che mi ripete continuamente la profondità che legge sullo strumento digitale sottocoperta.

In pochi minuti siamo fuori: gran sospiro di sollievo e rotta su West Palm Beach, USA!

 

 

 

giovedì 12 maggio 2022

Bahamas: le penultime isole e Nassau

 

Domenica 24 aprile lasciamo Shroud Cay. Pensavamo di fare una breve tappa, fino a Normans Cay, ma arrivati là il posto non ci appare molto attraente: area di ancoraggio circondata da bassi fondali e distante da terra, e in più senza segnale telefonico. Decidiamo di proseguire fino all’isola successiva, Highborne Cay, dove peraltro riusciamo già a scorgere il profilo di un’alta antenna per telecomunicazioni. Ecco la nostra meta!

L’ancoraggio questa volta ci soddisfa molto: fondale sabbioso di 5-6 metri (24°42.645’N 76°49.774’W); volendo c’è anche un marina molto protetto, con profondità accessibili anche al nostro pescaggio.

Andiamo a visitarlo con il dinghy. Non appena mettiamo piede a terra siamo avvicinati da un signore che con modi cortesi ci chiede di cosa abbiamo bisogno, perché l’isola è privata e l’accesso è limitato solo al negozio e al pontile del carburante. Ovviamente siamo colti da un’improvvisa necessità di comprare qualcosa ed entriamo nel negozio, discretamente fornito anche di cibo fresco. Non poniamo attenzione ai prezzi e la paghiamo cara: usciamo con quattro cose, dopo aver pagato più di 50 US$!

Il giorno seguente, con un’altra scusa, torniamo a fare visita al marina. Notiamo all’ingresso un affollamento di persone e incuriositi andiamo a vedere: stanno sfilettando una montagna di pesci, degli splendidi dorado, e gettano gli scarti in mare, per la gioia di una moltitudine di squali che si azzuffano per conquistarsi il rancio lasciando appena qualche brandello ai numerosi gabbiani che tentano di partecipare al banchetto.


Dopo aver osservato la perizia e la cura con cui svolge la sfilettatura, chiediamo al giovane uomo se il pesce è in vendita; ci risponde di no, quello che vediamo è il frutto della sua giornata di pesca. Ci osserva a sua volta, pensieroso, poi ci chiede quanti siamo a bordo e ci invita a prendere una busta di nailon alle sue spalle. Obbediamo senza capire e restiamo sbalorditi quando lo vediamo riempire la busta di filetti di pesce e porgercela, con un sorriso. Lo ringraziamo della sua generosità e, forse per compensare la fortuna di aver ricevuto un regalo così bello e inatteso, entriamo un’altra volta nel negozio dove compriamo altre quattro cose spendendo i soliti 50 US$. L’ago della bilancia della fortuna torna al centro!

Al pontile dei dinghy, prima di rientrare in barca, assistiamo ad una scena curiosa: l’addetto alla sorveglianza ha ora sulla spalla un grosso pappagallo, che accarezza amorevolmente; vedendoci arrivare fa partire col cellulare una canzoncina che il pappagallo evidentemente apprezza e conosce perfettamente, tanto da accompagnarla, quasi danzando e cantando, con movimenti della testa e del corpo e la sua voce sgraziata.


Dopo tre giorni di sosta ad Highbourne, giovedì 28 aprile salpiamo per andare ad Allens Cay. Navighiamo 5 miglia, ma in linea d’aria ci spostiamo di appena 2-3 miglia; l’antenna delle telecomunicazioni è ancora ben visibile e infatti riceviamo un forte segnale. Anche Allens Cay è un posto piacevole: diamo fondo ad ovest dell’isola, su un fondale sabbioso di 5-6 metri (24°44.963’N 76°50.499’W); la particolarità di questo grappolo di isolotti, che lo rende meta privilegiata per i motoscafi pieni di turisti in gita giornaliera da Nassau, è di essere abitati esclusivamente da una grande comunità di iguane.  In realtà non sono molto belle, a Lilli addirittura fanno un po’ schifo, e sembrano quasi ammaestrate: quando arrivano i turisti si avvicinano a frotte, muovendosi veloci, perché sanno che ai turisti (anch’essi ammaestrati) sono stati consegnati spiedini con chicchi d’uva, di cui a quanto pare le iguane sono ghiotte.




Ci concediamo due giorni di relax, con bagni in acqua super trasparente, ma ahimè la vacanza di Angelo e Cristina sta per finire e dobbiamo raggiungere Nassau, a 32 miglia, dove loro prenderanno l’aereo per tornare a casa. In un primo tempo avevamo pensato di evitare il passaggio sotto i due ponti di Nassau e fare il lungo giro esterno che passa a nord, ma ad una lettura più attenta della carta nautica vediamo che entrambi i ponti hanno una luce di 21 metri in alta marea: noi impegniamo 20 metri e 80 cm compresa l’antenna e arriveremo in bassa marea. Si cambia percorso!

Non senza emozione alle 15 del 1° maggio passiamo indenni sotto i due ponti che uniscono New Providence, l’isola dove si trova la capitale delle Bahamas Nassau e Paradise Island, un grande isolotto privato che ospita il gigantesco ed iconico Atlantis Resort.



La zona di ancoraggio è di fronte al marina più occidentale (Bay Street Marina). Stiamo cercando il posto più adatto per calare l’ancora quando, a causa di un errore della cartografia elettronica Navionics, ci impiantiamo su un fondale morbido di 2 metri (Refola ne pesca 2,05 e, come detto, siamo in bassa marea). Non è una situazione di pericolo e la chiglia di sicuro non ha subito danni, ma dobbiamo aspettare circa due ore prima che la marea alzandosi ci liberi e ci permetta finalmente di ancorare (25°04.781’N 77°19.784’W).

Nassau è una vera città, con tante automobili ed un traffico intenso, a cui non siamo più abituati. A poca distanza dal nostro ancoraggio, nella parte occidentale della città, c’è il centro storico e la zona portuale dove ormeggiano ogni giorno da due a quattro enormi navi da crociera, che arrivano all’alba e se ne vanno al tramonto dopo aver inondato di turisti la città, che infatti è piena di negozi di gioelli, articoli da regalo e alla moda, negozi di liquori.



Per vedere qualcosa di New Providence ci affidiamo alla rete di pulmini pubblici: un grande giro spendendo 1 US$ a testa!!!!

Venerdì 6 maggio salutiamo Angelo e Cristina, che voleranno a Linate via Washington e Monaco. Siamo stati bene con loro da quando sono arrivati a Le Marin in Martinica, il 15 marzo, e sicuramente ci mancheranno.

Ora dobbiamo fare un rabbocco di cambusa e, appena il meteo ci darà una buona finestra, raggiungeremo la nostra ultima isola delle Bahamas, Bimini, dove faremo le pratiche di uscita per mettere la prua SULL’AMERICA, PRECISAMENTE A WEST PALM BEACH, FLORIDA!!!