giovedì 7 luglio 2016

PNG, LUISIADI: GIGILA ISLAND e BAGAMAN ISLAND

11°07.708'S 152°42.345'E
Dopo due giorni passati nella tranquilla baia di Nimoa, riprendiamo la navigazione per una breve tappa di 24 miglia, all'interno di questa grande laguna. Il vento è costante sui 18-20 nodi: con il vento in poppa e senza onda alle 13.05 arriviamo nella baia di  Gigila Island, dove caliamo l'ancora su un fondo di sabbia e coralli di 13-15 metri (11°10.133'S 152°55.943'E).
L'ancoraggio non è tranquillo come il precedente, la baia è aperta a NE e le raffiche del vento da ESE entrano aggirando l'isola portando un po' di onda; durante il brandeggio si sente la catena passare sopra qualche corallo.
Al mattino, prima di arrivare, abbiamo pescato bel wahoo sui 6-7 kg. Decidiamo, con grande felicità di Lilli, di farne dono ai locali. Scendiamo a terra con il dinghy, dove un gruppo di giovani sono intenti, come apprenderemo, a lavorare il “sebo”. Il nostro wahoo viene molto apprezzato, e noi siamo molto incuriositi  dalla loro attività. Si tratta di un procedimento che avevo visto in un documentario degli Auriemma trasmesso in TV da Geo: un tronco di palma viene aperto e utilizzando bastoni appuntiti viene scavato l'interno; la fibra così ottenuta viene fatta scendere attraverso una canaletta inclinata, dove viene bagnata con acqua salata, lavorata e strizzata, poi filtrata verso un altro recipiente lungo e stretto, dove il composto decanta depositando sul fondo una specie di poltiglia che viene recuperata e conservata in vasetti. Si produce così una specie di salsa , che viene venduta anche nei mercati.





Seguiamo per un po' i lavori del sebo, che impegnano 5-6 giovani un'intera giornata per ottenere qualche chilo di salsa, poi facciamo visita al villaggio che si trova nella parte SE della baia, accompagnati da due donne, che ci raggiungeranno poi in canoa alla barca per fare un po' di scambi: un kg di zucchero e una maglietta per un po' di arance, limoni e peperoncini. Ci chiedono poi di medicare una ferita sulla mano, ci mostrano un ginocchio gonfio: lasciamo loro mezzo tubetto di pomata e qualche pastiglia per il mal di testa del marito.
Il mattino seguente salpiamo per un'altra piccola tappa di 16 miglia fino a Bagaman Island. Cielo parzialmente nuvoloso, vento costante sui 18-20 nodi, con raffiche a 25 al lasco; in breve siamo a destinazione, ancoriamo su un fondale misto sabbia e coralli sui 18 metri, che rimane profondo fino quasi alla riva dove si vedono alcuni reef affiorare (11°07.708'S 152°42.345'E).
Questo ancoraggio è più riparato del precedente di Gigila Island, aperto a NW, non c'è onda e solo qualche raffica a 10 nodi aggira l'isola e arriva nella baia.
Siamo in bassa marea e a terra vediamo la gente del piccolo villaggio, a SE della baia, intenta a raccogliere molluschi sul reef emerso.
Nel pomeriggio iniziano le visite di benvenuto, Justin ci offre dei cocchi che decliniamo ma ci chiede un pacco di riso, in cambio ci porterà un'aragosta (mai vista!); Sheni ci offre dei pomodorini in cambio di detersivo in polvere e una piccola punta da trapano per forare le conchiglie; giovani mamme con piccoli marmocchi al seguito si presentano per offrire qualcosa, che a noi non serve, ma pur di accontentarle accettiamo lo scambio.

Prima di partire dalla Nuova Zelanda avevamo fatto abbondanti scorte di articoli da regalo e cose utili per gli scambi, ma ormai siamo agli sgoccioli, ci dispiace perché con poco si potrebbe accontentare questa gente.
La sera prima della nostra prevista partenza da Bagaman Island riceviamo un invito da Sheni: vuole che l'indomani mattina alle 8 ci rechiamo a casa sua, magari con una torta (vuole fare una sorpresa alla mamma). Siamo un po' indecisi, perché questo vuol dire rinviare di un giorno la partenza, ma poi accettiamo l'invito.
Il mattino seguente non siamo puntuali, una canoa si è presentata per i soliti scambi quando stavamo per lasciare la barca; ce la caviamo in fretta con qualche amo da pesca e mezzo tubo di silicone, e via.
Quando arriviamo all'appuntamento, la mamma di Sheni è già partita per i garden con gli uomini, troviamo la sorella e la zia con tutti i marmocchi. Abbiamo con noi la torta, fatta da Luciano, ed un tappetino di spugna; le donne stanno preparando patate, banane e papaia lessate, pollo, e un ottimo the caldo.
Ci fanno sedere per terra nella stanza centrale della casa, tutta in legno, arredata unicamente con una stuoia su cui verranno  appoggiati i piatti  e le vivande. Da questa stanza, attraverso tre gradini in legno, si accede alle due camere da letto, mentre la cucina si trova un po' più in basso.
Così, a metà mattina, mangiamo insieme a tutti loro: i ragazzini consumano la loro parte con grande appetito e sembrano apprezzare anche la nostra torta. Probabilmente questo è per loro il pasto principale della giornata.

Sembrano molto onorati della nostra visita, ci fanno firmare un vecchio “Guest Book”, e al momento dei saluti ci chiedono se possono venire alla barca nel pomeriggio, per copiare un po' di musica sul telefono di Winny, la sorella di Sheni.
Visto che, a causa di questi “impegni sociali”, la sosta di Bagaman è stata prolungata, ne approfitto  per fare un po' di pulizia alla carena di Refola, che presentava numerosi denti di cane: con 2 bombole e circa 4 ore di lavoro, l'ho riportata (quasi ) a nuovo!
Poco prima del buio, ci raggiungono Sheni e Winny, con la loro canoa, copiamo un po' di musica sulla memory card del telefono e prima di salutarci sono curiose di sapere se altre barche passeranno da queste isole, “Si, abbiamo degli amici che forse passeranno di qui”, allora Sheni si mette a scrivere la lista dei desideri : cose da vestire per adulti e bambini, lampade per illuminare e batterie, una maschera subacquea ed una vecchia chitarra per Winny.
Mentre scriveva era molto divertita di questa possibilità, “Se potete avvisare i vostri amici, sarebbe  bello, altrimenti pazienza” come per scusarsi della richiesta.
Così ci salutiamo calorosamente, lasciando loro una speranza di novità.

PNG, LUIISIADI: le foto di NIMOA

11°18.334'S 153°14.635'E
Ecco le canoe a vela che ci hanno tanto affascinato




Le andiamo a vedere anche da vicino, a terra

Scuola di Nimoa, la sala degli insegnanti
La classe della maestra Elizabeth
Donne al bucato alla sorgente
L’ambulanza di Nimoa, pronta all’uso
La consegna del dono alla piccola Dorothy

sabato 2 luglio 2016

PAPUA NUOVA GUINEA: LUISIADI, Nimoa Island

11°18.334'S 153°14.635'E
293 miglia da Ghizo per raggiungere Nimoa Island nell'arcipelago delle Luisiadi: praticamente tutte a vela, tranne le prime 30 miglia, con vento leggero e onda incrociata. Per il resto il vento è stabile sui 15-18 nodi, al traverso, con 1,5-2 metri di onda; la luna calante al primo quarto illumina le due notti di navigazione. Quasi possiamo definirla una traversata ideale; nelle ultime 24 ore riduciamo la velatura, per rallentare e non arrivare con il buio.
Alle 7.30 di lunedì 27 giugno affrontiamo la pass Hudumu-Iwa; il sole è appena spuntato, ma col binocolo si riesce a distinguere il reef ai lati del passaggio. La cartografia C-Map è corretta, fondale minimo 13 metri, mancano circa 2 ore alla minima, ma siamo già in stanca.
Alle 9.00 ancoriamo nella baia ben protetta di Nimoa, entrando in una ampia area libera, ma contornata da reef; il fondale è sabbioso, sui 14-15 mt. (11°18.334'S 153°14.635'E).
La prima sensazione piacevole, registrata anche nella traversata, è che l'aria sia più fresca; anche l'acqua ha un paio di gradi di temperatura in meno, d'altra parte siamo scesi di 3° di latitudine e ci siamo allontanati dall'equatore.
Anche qui, poco dopo l'ancoraggio, arrivano su piccole canoe a bilanciere i primi locali, per porgere il loro benvenuto. Prima chiedono se abbiamo bisogno di qualcosa, frutta o ortaggi, poi chiedono se abbiamo qualcosa da offrire in cambio, articoli da pesca, magliette, filo e aghi da cucito; così abbiamo conosciuto Lorenzo e Jonny, il chief, che ci ha portato anche il "libro degli ospiti" da firmare.
Per onorare la promessa fatta in quel di Ghizo all'amica olandese Elisabeth, chiediamo subito di Dorothy: sappiamo solo che ha 13 anni ed è figlia di Jimmy. Per fortuna Lorenzo la conosce: "Sì, è di questo villaggio, ora è a scuola, terminerà alle 15.00". La voce della nostra richiesta si diffonde velocemente, tanto che, poco dopo, arriva la giovane mamma di Dorothy, per capire chi sta cercando sua figlia; si ricorda della barca olandese passata qualche settimana prima ed è felice di sapere che Elizabeth ha inviato un pensiero per Dorothy. Anche lei ci chiede se abbiamo bisogno di banane, papaie o qualcos'altro; rispondiamo di sì e visto che aveva fatto un'infruttuosa uscita di pesca, le regaliamo una busta del nostro tonno congelato.
Alla fine della scuola Dorothy ci raggiunge a bordo di una canoa: è emozionata, timida, legge con attenzione il biglietto scritto da Elisabeth, e resta senza parole guardando il bellissimo braccialetto che le ha inviato. Facciamo qualche foto e ci salutiamo.
Nel pomeriggio arriva anche il papà di Dorothy con un casco di banane, dei pomodorini e delle arance, ci chiede se abbiamo del filo di nailon per la pesca, lo accontentiamo con un rocchetto da 100 metri, ed alcuni ami.
Scendiamo a terra col dinghy nella parte SW della baia, dove c'è la scuola, gestita dalla chiesa cattolica; qui incontriamo un'altra Elizabeth, insegnate della scuola primaria. Anche lei porta i segni del betel-nut, gengive e denti arrossati, ma si dimostra colta, aperta e gentile. Ci accompagna in visita alla biblioteca, cui si accede attraversando la sala insegnati; quest'ultima ci colpisce particolarmente: graziose tende alle finestre, le pareti ricoperte di avvisi e informazioni. Oltre agli orari delle lezioni, il programma dei lavori di manutenzioni, notiamo una sequenza frasi celebri e non, ma comunque significative, come per esempio "L'arma più potente per cambiare il mondo è l'istruzione", di Nelson Mandela. Sembra tutto molto organizzato, efficiente e curato.
Poiché molti alunni provengo dalle isole vicine, la scuola è dotata di due dormitori (uno maschile ed uno femminile) e di un refettorio: i ragazzi vivono qui la settimana e tornano ai loro villaggi il venerdì. La scuola è gratuita, il governo dà -quando può- un contributo alla chiesa, Elizabeth ci informa che è un po' che la chiesa non riceve niente.
Quando ci salutiamo la maestra ci chiede se abbiamo qualche libro in inglese per la biblioteca; "Purtroppo abbiamo solo libri in italiano, ma ti lasciamo un po' di matite ed una lente d'ingrandimento che potrebbe esserti utile" dice Lilli.
Sulla parte SE della baia ci sono due villaggi; il chief Jonny , ci fa da guida tra le capanne, tutte rialzate da terra, coi tetti di foglie di palma intrecciate, le pareti in bamboo o foglie di palma essiccate. Gli interni sono come in tutto il Pacifico, senza arredi, spesso la cucina è un ripiano sotto una tettoia esterna, dove sono appoggiate le pentole in alluminio. Il fornello è un fuoco che si accende per terra tra quattro sassi, su cui vengono appoggiate le pentole.
A poco meno di un chilometro, nella foresta, c'è una sorgente di acqua dolce, dove le donne vanno a lavare i panni e si riforniscono di acqua da bere e per cucinare.
Alle Luisiadi sono molto diffuse la canoe a vela: gli scafi sono sempre ricavati da tronchi, generalmente più grandi rispetto alle tradizionali canoe a bilanciere, sui quali viene armato un albero con una sorta di vela latina; solo alle Fiji ne avevamo viste di simili.
Le vele, per lo più, sono ricavate da materiale di recupero, tessuti o teli in pvc, e vengono rappezzate cucendoci sopra nailon tipo sacchi per immondizie; tra lo scafo ed il bilanciere viene costruita una sorta di rete di legni o bamboo intrecciati, che funge da supporto per le persone e per le cose da trasportare.
Questi mezzi vengono infatti utilizzati per i collegamenti fra le varie isole: chi da qui deve andare per esempio ad Alotau, la città più vicina nell'isola principale della Papua, fa un trasferimento con la canoa a vela fino a Misima Island, a circa 30 miglia, e poi prende la nave che fa un servizio stabile su Alotau; la nave dei rifornimenti per le isole Luisiadi passa invece ogni 2 mesi.
La Papua Nuova Guinea, come prima impressione, ci piace!

lunedì 27 giugno 2016

Ghizo, ultima isola delle Solomon

8°05.951'S 156°50.311'E
Mercoledì 22 giugno usciamo, questa volta senza incidenti, dalla baia di Munda; facciamo rotta su Ghizo, purtroppo sempre a motore. A metà percorso il mulinello, da molto tempo silenzioso, attira la nostra attenzione: sembra un pesce bello grosso, da come piega la canna. Luciano ed io ci alterniamo ad un paziente e faticoso recupero, ma quando la nostra preda è quasi visibile ad una trentina di metri, in un ultimo impeto di lotta il pesce si mette a tirare nuovamente con forza ... la frizione slitta ancora qualche giro, poi avvertiamo uno strappo e rimaniamo senza esca. Andato!
Affrontiamo l'avvicinamento al complesso di isolette ad est di Ghizo da SE; la profondità minima sulla barriera è di 10-12 metri, il percorso è libero da ostacoli fino a 2 miglia dalla baia, quando va ampiamente aggirato il reef che fuoriesce a SE, comunque segnalato da una meda quadrata rossa.
Alle 14.25 ancoriamo nella baia verso la fine del paese, in prossimità del PT109, ristorante, bar, discoteca, che si affaccia sul mare; il fondale è sabbioso, sui 12 metri (8°05.951'S 156°50.311'E).
Il PT109 ha anche un piccolo approdo, riparato, per scendere a terra e lasciare il dinghy in custodia, il personale è amichevole e gentile e permette anche di lasciare i rifiuti che verranno poi raccolti da un servizio pubblico.
Dopo Honiara, Ghizo è sicuramente la cittadina più grande ed evoluta che abbiamo trovato alle Solomon: il centro si sviluppa ai lati della strada principale, di cui i negozi cinesi occupano una porzione importante. Sono negozi sostanzialmente di due tipi: quelli che vendono prodotti alimentari e casalinghi e quelli tipo ferramenta, "hardware".
C'è un pittoresco mercato ortofrutticolo, con tutta la merce esposta a terra, sopra grossi teli. Proprio di fronte, dall'altra parte della strada, c'è un originale "ristorante", tipo cucina da campo: su ripiani di ferro vengono preparate braci e arroventate pietre, sulle quali alcune donne cucinano pesce e verdure. Per i clienti sono allestite tre o quattro tavole di legno, con panche e sedie, si mangia con le mani il cibo che viene servito in "piatti" di paglia, ricoperti di foglie.
Un hotel internazionale, con terrazza sul mare, serve invece la pizza, cotta nel classico forno a legna.
Quando parliamo con qualche locale della nostra provenienza, vediamo le persone illuminarsi con un grande sorriso: "Italiani? Ci sono molti italiani qui! Anche il nostro vescovo è italiano!". Infatti il vescovo della chiesa cattolica di Ghizo è Monsignor Luciano Cappelli, persona intraprendente e attiva, molto amata dalla comunità. Ne avevamo letto sul blog degli amici di A-Gogo, e così pensiamo di andarlo a trovare. Purtroppo, quando andiamo a cercarlo, una donna intenta a spolverare i banchi già lucidissimi della chiesa ci dice: "Don Luciano è in vacanza in Italia, tornerà a fine luglio".
Peccato, avremmo voluto conoscere questa persona, così benvoluta, che sembra aver fatto molto in questo angolo di mondo povero e con un passato difficile.
Aggiornamento sullo stato delle batterie: il test è completato; delle 12, collegate in serie-parallelo per alimentare i servizi a 24V, 6 sono efficienti, 2 sono da buttare, 2 discrete, 2 così e così.
Provvedo a cambiare gli accoppiamenti, in modo che i carichi siano più equilibrati, e la scarica sia il più uniforme possibile; riduco i consumi, freezer in funzione solo con il generatore, di notte strumenti spenti. In questo modo sono sufficienti 3-4 ore di generatore, nelle ore di buio tra le 18 e le 8: una accensione alla sera, una durante la notte ed una al mattino presto, mentre durante il giorno il contributo dei pannelli è sufficiente per evitare l'uso del generatore.
Per scrupolo faccio un giro nei negozi cinesi per vedere se si trovano due batterie da sostituire a quelle irrecuperabili: anche qui vendono solo batterie da auto, tipo sigillato per avviamento, capacità massima 70Ah, oltretutto molto costose (circa 200 ? cadauna).
Decido così di tirare avanti, monitorando sempre che la tensione non scenda sotto i 24,60V.
Facciamo un po' di cambusa, frutta e verdura soprattutto, birra, uova e pane, non si trova altro per i nostri gusti, per fortuna abbiamo ancora buone scorte.
Ci rechiamo all'ufficio immigrazione per concordare il visto d'uscita dalle Solomon, Rose l'impiegata è molto gentile, quando le diciamo che vogliamo partire sabato mattina alle 9.00, ci dice: "Vengo ad aprire l'ufficio per voi, sabato mattina, perché dopo il timbro sui passaporti dovete partire subito, per la dogana invece ci sono 24 ore di tempo". Le chiediamo se non sia possibile vederci il giorno prima, magari nel pomeriggio, altrimenti per alare e fissare il dinghy rischieremmo di partire troppo tardi. "Va bene - risponde accondiscendente - venite venerdì alle 18.00, vi aspetto".
Quando raccontiamo all'impiegato della dogana che Rose ci aspetta alle 18.00, fa una faccia strana, sembra perplesso; comunque anche lui molto gentile, ci anticipa i moduli da compilare e ci dà appuntamento per venerdì alle 15.00.
Tutto si svolge secondo copione e anche Rose, sulla quale nutrivamo qualche dubbio, puntuale ci rilascia i timbri sui passaporti ed il documento di uscita.
Tornando su Refola con il dinghy, passiamo a salutare una barca con bandiera olandese, Alk, ancorata vicino a noi; lo skipper Hans, sulla sessantina, è un subacqueo professionista, viaggia sempre con amici che condividono la passione del diving; in questo momento ospita a bordo Elisabeth, un'amica allegra e sorridente sulla cinquantina, che ama la vela e le immersioni, e fra una settimana rientrerà in Olanda.
Hanno fatto il percorso inverso a quello che stiamo per intraprendere noi, cioè dall'Indonesia alle Solomon, così prendiamo nota di alcuni ancoraggi, e copiamo tracce e immagini satellitari di Google Earth che Hans utilizza sul software di navigazione OpenCPN. Hans ci mostra anche alcune bellissime foto subacquee e ci racconta con entusiasmo di alcuni fantastici siti per immersioni.
Come sempre succede quando ci si ritrova a condividere esperienze con altri navigatori, il tempo passa molto velocemente: è già buio pesto quando ci salutiamo calorosamente, come se ci conoscessimo da tempo.
Il mattino seguente mentre stiamo salpando l'ancora, ci raggiungono sottobordo con il loro dinghy, Elisabeth ha una commissione per noi: vuole che portiamo da parte sua ad una ragazzina che ha conosciuto in una delle isole dove siamo diretti, una lettera ed un bellissimo braccialetto. Si commuove nel dirci che desidera fare questo regalo perché la piccola Dorothy le è rimasta nel cuore.
Abbiamo passato un mese alle Solomon, e le nostre impressioni sono più che positive; ci eravamo immaginati un paese difficile, con costante pericolo di furti e abbordaggi notturni, con ancoraggi complicati in acque profonde, con tempo instabile. Niente di tutto questo; se escludiamo il caso di Malaita dove alcuni giovani gasati volevano fare una bravata per estorcerci dei soldi, abbiamo sempre trovato persone gentili e disponibili, non troppo insistenti, senz'altro più inclini allo scambio che non all'autocommiserazione.
Abbiamo fatto ancoraggi sempre protetti e mai eccessivamente profondi, visto grandi lagune con centinaia di piccole isole; certo in alcuni luoghi l'acqua un po' torbida e la probabile presenza di coccodrilli non sono l'ideale per i bagni e lo snorkeling; anche col tempo siamo stati abbastanza fortunati, tranne forse per l'assenza di vento nella zona di Guadalcanal, ma non si può avere tutto dalla vita!
Un paese povero, ma che aspira a migliorare, che si è anche dotato di una struttura per la sicurezza dei naviganti: MARINE EMERGENCIES 24h TEL. 21600 oppure 977.
Il 25 giugno alle 10, sotto un cielo nuvoloso, lasciamo Ghizo e le Solomon; ci aspettano 300 miglia fino all'isola Nimoa nell'arcipelago delle Luisiadi, per noi la prima tappa in Papua Nuova Guinea.

venerdì 24 giugno 2016

le foto di Ghizo

8°05.957'S 156°50.290'E
Fra mezz'ora lasceremo Ghizo e le Solomon Islands diretti in Papua Nuova Guinea.
Poiché non sappiamo quando potremo avere nuovamente una connessione internet (probabilmente tra una quindicina di giorni), pubblichiamo le foto di questa, per noi ultima, isola delle Solomon.

Il nostro ancoraggio, di fronte al bar PT109
La “main street” di Ghizo
L’animato mercato della frutta
Accanto al mercato, su pietre roventi viene arrostito il pesce …
… che viene poi servito in questo prestigioso “ristorante”
Io e Luciano facciamo onore alla cucina locale, mentre Lilli digiuna
A Ghizo c’è un vescovo italiano, monsignor Luciano Capelli, che è molto amato dai locali. Volevamo incontrarlo, ma in questo periodo si trova in Italia. La sua chiesa è molto bella, e vi è stata allestita anche una Porta Santa.

MUNDA E IL GIORNO PIU' LUNGO

8°19.897'S 157°16.228'E
Munda si trova in una grande laguna, contornata dal reef; vi si accede tramite una pass nella Munda Bar, con un allineamento su due grossi beacon di colore arancione. Il fondale minimo della pass, al nostro passaggio, è di 6 metri e mezzo; da qui il percorso per arrivare davanti al paese è disseminato di bassi fondali, spesso estesi, e solo alcuni indicati da segnali (catarifrangenti) rosso e verde.
La cartografia elettronica, già scarsa di dettagli, non solo non è di nessun aiuto, ma è addirittura ingannevole, perché mostra a volte come libere acque che non lo sono affatto!
Abbiamo un'immagine satellitare discreta e al nostro arrivo, verso le 15, il sole è alto alle nostre spalle, tuttavia incontriamo qualche difficoltà per raggiungere la zona di ancoraggio, circa 200 metri ad ESE del molo, fondo sabbioso di 9-10 metri (8°19.897'S 157°16.228'E).
Qui per la prima volta vediamo alcune barche locali trasportare sparuti turisti per qualche escursione; l'atterraggio con il dinghy, in prossimità del molo, è in un minuscolo porticciolo presso l'hotel ristorante sulla spiaggia.
A terra un piccolo mercato ortofrutticolo, alcuni negozi cinesi e, vicino alla pista dell'aeroporto, la banca BSP (Bank of South Pacific) con ATM, che accetta solo carte Visa.
Alla ricerca di batterie, visitiamo tutti gli empori cinesi, ma troviamo solo il tipo da auto, di dubbia qualità, con capacità massima di 70 Ah, non adatte al nostro impianto.
Viste le scarse attrattive della cittadina, decidiamo di proseguire: da programma la nostra meta successiva sarebbe stata la laguna di Vonavona, ma poiché il tempo incerto con cielo a tratti nuvoloso e piovaschi ci avrebbe messo in difficoltà per navigare tra mille ostacoli, decidiamo di puntare su Ghizo, a 35 miglia.
Inconsapevoli di quel che ci aspetta, lasciamo quindi l'ancoraggio di Munda martedì 21 giugno, alle 8,20. Data fatidica!
Nel nostro emisfero (nord) il 21 giugno, solstizio d'estate, è il giorno più lungo dell'anno, mentre dove siamo ora, 8 gradi sotto l'equatore, è il più corto. Ebbene, in barba alla latitudine, il 21 giugno 2016 è stato a bordo di Refola, in assoluto, il giorno più lungo di sempre: anche noi abbiamo sperimentato cosa vuol dire incagliarsi in un reef, un basso fondale di roccia e corallo.
Ecco i fatti. Come abbiamo detto, già l'ingresso nella baia di Munda non era stato semplicissimo: eravamo passati per un varco stretto e tortuoso tra i reef, indicato da una coppia di segnali rosso e verde, con un fondale minimo di 70 cm sotto la chiglia. Nell'uscita, per non rifare lo stesso sfidante percorso, scegliamo la “via maestra”, indicataci da un locale: un giro più lungo, che fanno anche le navi, e che dovrebbe essere ben segnalato.
Calma di vento, cielo parzialmente nuvoloso, visibilità discreta. Senza troppa fatica individuiamo le prime due coppie di segnali (rosso-verde), aggiriamo due piccoli isolotti e ci troviamo nella più ampia laguna, libera da terre emerse. Ci mancano solo 500 metri per raggiungere la traccia che avevamo registrato in ingresso, ma ecco che in pochi minuti lo scenario intorno a noi cambia completamente: il cielo si annuvola, davanti non si distinguono i fondali, sull'immagine satellitare l'area che stiamo percorrendo è coperta da una nuvola, mentre alla nostra sinistra è ben visibile un basso fondale. Accosto di 10 gradi a dritta, ed in un baleno il fondale passa da 10 a 1 metro... neanche il tempo di correggere e …  boom!  la chiglia impatta contro uno scoglio di corallo e la barca si ferma. Provo subito la marcia indietro, che all'inizio sembra funzionare, ma è un'illusione: la marea è calante e Refola è incastrata, non c'è niente da fare.
Mi butto in acqua per controllare la situazione e rimango esterrefatto: ci siamo incagliati proprio sul margine del basso fondale, bastava essere solo un metro più a sinistra e saremmo passati indenni. La chiglia è incastrata, non possiamo avanzare né arretrare, ma per fortuna non ci sono danni allo scafo; dico a Lilli di fare una chiamata di soccorso, nel caso avessimo bisogno di un traino per uscire, precisando che non c'è pericolo per le persone e non c'è urgenza, in quanto dovremo aspettare l'alta marea. Via VHF ci risponde il servizio di soccorso nautico dell'aeroporto, promettendo di raggiungerci. Infatti poco dopo arriva un piccolo motoscafo, disponibile a tentare il traino, ma li ringrazio e dico che solo dopo le 18, quando la marea si sarà alzata, potremo tentare di venirne fuori.


L'impatto è avvenuto alle 9.00: la minima di marea è alle 13.37, il livello dell'acqua deve scendere ancora di 40 cm …  inizia la lunga attesa. La barca inizia ad inclinarsi, prima 1°, poi 2°, poi 3°;  per non farci mancare niente, sale anche un po' di vento, in poppa, con raffiche fino a 20 nodi, che per fortuna non durano a lungo.
Per contrastare la spinta del vento e predisporre l'uscita dal reef, col dinghy posizioniamo due ancore afforcate a poppa.
È decisamente il giorno più lungo... a pranzo facciamo fatica a mangiare qualcosa, tanto sono contorte le budella, ma ci sforziamo, stanchezza e debolezza non devono prendere il sopravvento.
Finalmente verso le 15 la barca inizia a raddrizzarsi, poi a galleggiare; vado in apnea a verificare cosa impedisce la marcia indietro, calcolo che la marea deve salire ancora di almeno altri 30 cm, e ciò significa aspettare ancora molte ore, probabilmente fino alle 21, quando ormai sarà buio... Ma forse qualcosa si può fare per accelerare i tempi: avevo infatti notato che molti pezzi di corallo dietro la chiglia potevano essere smossi, così decido di immergermi con la bombola e con l'aiuto di mazzetta e scalpello comincio a frantumare il corallo (a mali estremi, estremi rimedi!).
Alle 18.30, dall'acqua, ordino a Lilli di accendere il motore, innestare la marcia indietro a basso regime, mentre Luciano manovra i winch iniziando a tirare sulle ancore. Sempre in acqua, sotto il galleggiamento, io controllo i primi movimenti della barca … ha funzionato, Refola viene indietro senza intoppi, finalmente siamo liberi!
Alle 19.00, è ormai quasi buio, recuperiamo le due ancore; per fortuna le avevo entrambe dotate di gavitelli, perché erano incastrate nel corallo ed è stato necessario scendere nuovamente e liberarle a mano.
A bassa velocità, rientriamo al nostro ancoraggio di partenza. Siamo davvero stanchi e provati, ma raccogliamo le ultime forze per riordinare ancore, cime e catene, e lavare l'attrezzatura di immersione. Poi ceniamo e finalmente ci concediamo il meritato riposo.
Il giorno più lungo è passato e per fortuna è finito bene! Chi ha provato qualcosa del genere sa che ci vuole molto tempo per dimenticare, ma l'importante è che in breve tempo l'incidente diventi un'esperienza da cui trarre utili insegnamenti per il futuro.

VIRU HARBOUR

8°29.357'S 157°52.803'E
Sabato 18 giugno salpiamo da Seghe alle 8.40 e  usciamo dalla laguna di Marovo a SW, attraverso il passaggio nella Hele Bar, dove troviamo un fondale minimo di 6,5 metri. Purtroppo abbiamo solo un vento leggero in poppa, e quindi siamo costretti a navigare a motore fino alla nostra destinazione, Viru Harbour, una profonda insenatura sempre sulla costa sud di New Georgia.
Scegliamo l'ancoraggio nella parte più interna della baia, a NE, dove il fondale si riduce a 8 metri: acque torbide e fangose, tipico habitat da coccodrilli (8°29.357'S 157°52.803'E).
Proseguo i test sulle batterie: su consiglio dell'amico Davide Zerbinati, consultato via mail, le carico singolarmente collegandole in parallelo alla batteria del motore, poi verifico il consumo mettendo un carico di 25W per due ore. Un lavoro lungo, ma necessario per avere un quadro preciso sulla salute delle batterie.
Verso sera, quando è già buio, un vecchietto in canoa ci fa visita per proporci le sue sculture; “Ci dispiace, ne abbiamo già molte” dice Lilli, due chiacchiere e se ne va, senza insistere.
Il posto è isolato, e la luna piena conferisce all'ambiente un aspetto ancor più spettrale: qualche ramo secco che esce dall'acqua, anche vicino al nostro raggio, sembra quasi dirci “Attenzione, state in campana!”.
La notte comunque trascorre tranquilla, con la barca “inchiodata” nell'acqua. Poco dopo l'alba un giovane in canoa ci viene a proporre tre granchi del cocco che ha catturato nella notte; “Ne abbiamo acquistati molti nei giorni scorsi e ne abbiamo ancora tre nel freezer” risponde Lilli, un po' dispiaciuta di non poterlo accontentare. Ci lascia con un sorriso.
Alle 7.55 salpiamo l'ancora, lavando per bene la catena carica di fango, e facciamo rotta su Munda.