mercoledì 17 settembre 2014

Le foto di Komo, Ongea, Yangasa

 

17:20.41S 178:56.94W

Il “sevu-sevu” a Komo Island

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Il nostro amico Maikeli

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La scuola di Komo

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L’ancoraggio di Ongea 2

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L’ancoraggio di Ongea 1

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I coralli di Yangasa

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L’ancoraggio a Komo

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martedì 16 settembre 2014

Ongea-Yangasa-Komo (Isole Lau - Fiji)

 18:40.70S 178:37.59W

Lunedi' 8 settembre, un po' a malincuore, ci prepariamo a lasciare la bellissima Fulanga. Per studiare l'andamento della corrente di marea (e godere del posto ancora un po') alle 10.30 ancoriamo in prossimita' della pass. La minima di marea e' prevista intorno alle 11.30; alle 11.00, osservando la pass con il binocolo, ho la sensazione che le onde sul lato esterno siano diminuite. Cosi' salpiamo e infiliamo la pass: man mano che avanziamo, la corrente -uscente- aumenta fino a 2,5 nodi; abbiamo il sole davanti, tuttavia il reef laterale si distingue abbastanza bene e comunque scrutiamo attentamente le diverse increspatura dell'acqua.

In breve tempo siamo alla fine della pass e di colpo realizziamo che le increspature che prima vedevamo distanti sono delle vere e proprie onde stazionarie, profonde e ripide, alte circa 1,5-2 metri, proprio davanti a noi. Veniamo colti di sorpresa: Lilli, che era a prua a controllare il fondale, si attacca saldamente allo strallo ma non riesce ad evitare l'ultimo bagno nelle acque di Fulanga (provocato dagli spruzzi). Il tutto dura pochi minuti, le onde si esauriscono in un centinaio di metri; niente di pericoloso, ma se avessimo aspettato la marea entrante quelle onde non le avremmo incontrate ?

Il percorso per Ongea e' breve, solo 5 miglia separano le due isole: con due bordi entriamo nella ampia pass e alle 13.30 ancoriamo ad ovest dell'isola principale, in un'ampia baia protetta da una scogliera alta e rocciosa, fondale di sabbia sui 10 metri (19°09.730'S 178°25.777'W).

La tratta e' stata breve ma non monotona: poco prima dell'arrivo mi accorgo di un guasto al motore rulla randa, che avvolge nell'albero la randa. Per ammainare la vela, scolleghiamo il motore ed avvolgiamo con la maniglia a mano; una volta arrivati, smontato il motore, riscontreremo che il guasto e' nel riduttore e precisamente nella ruota dentata consumata; grazie alla ben fornita batteria di pezzi di ricambio, l'indomani mattina il rulla randa e' rimontato e funzionante.

L'ancoraggio di Ongea che abbiamo segnalato, ben riparato dal vento e dall'onda con la bassa marea, diventa invece rollante con la alta, percio' nel primo pomeriggio di martedi 9 settembre ci spostiamo ad ovest di Ongea Driki, la piccola isoletta piu' a sud, racchiusa nella stessa barriera; anche qui troviamo un bel fondale di sabbia sugli 8-10 metri (19°12.315'S 178°26.049'W), e rolliamo decisamente di meno, anche con l'alta marea.

Il villaggio di Ongea, leggiamo sul Compendium, si trova nella baia rivolta a SW dell'isola principale; per atterrare con il dinghy, con la bassa marea, c'e' un lungo tratto da percorrere a remi con il motore sollevato; in questi giorni la alta e' intorno alle 6 del mattino o alle 18 di sera, e pertanto rinunciamo a fare il ?sevu-sevu? e programmiamo di partire il mattino seguente.

Con un vento al lasco sui 15-18 nodi, mercoledi 10 settembre, percorriamo velocemente le 25 miglia che ci separano dalla pass di Yangasa, unico atollo disabitato delle Lau meridionali; la pass e' rivolta a nord ed e' ampia, non c'e' corrente, rotta di ingresso da 18°53.236'S 178°32.182'W a 18°53.782'S 178°31.586'W, circa 2 miglia all'interno si passa in mezzo a due grossi banchi di corallo affioranti, distanti mezzo miglio l'uno dall'altro, la cui posizione e' correttamente mostrata nella cartografia C-map.

Alle 11.50 ancoriamo ad ovest di Yangasa Levu (18°56.883'S 178°27.291'W), fondale di sabbia di 8-9 metri, a NE di un piccolo isolotto, la costa e' rocciosa e fino a pochi metri da riva ci sono ancora 3 metri di fondo sabbioso.

La protezione e' buona, il vento da est sui 15-18 nodi proprio non si sente, solo con l'alta marea avvertiamo una piccola onda di beccheggio.

Durante la nostra permanenza ci si sono avvicinate 2 barche di pescatori, provenienti da isole vicine, con una di loro abbiamo scambiato due pesci di piccola taglia pescati da loro con due scatolette di carne; facciamo un po' di snorkeling intorno al vicino isolotto: l'acqua e' limpidissima, diversi tipi di corallo, molti pesci ? bello!!!

Venerdi 12 riprendiamo la rotta verso nord fino a Komo Island, un piccolo atollo a circa 20 miglia: un vento fresco sui 15-20 nodi al traverso ci regala una bella e veloce veleggiata, allietata anche (non per Lilli) dalla pesca di un grosso barracuda, sui 7 kg. Alle 11.15 siamo davanti alla pass NE di Komo; il cielo e' nuvoloso, la visibilita' non e' delle migliori, ma le condizioni di vento e corrente sono buone. La pass e' larga circa 200 metri, la C-Map ci segnala nella sua parte finale (lato laguna) un reef semi affiorante, che si puo' lasciare sia a dritta che a sinistra. Ma avvicinandoci constatiamo che la C-Map posiziona il reef piu' ad ovest del reale. Quando vediamo, circa 100 metri davanti alla nostra prua, l'inequivocabile macchia marroncina del reef, accostiamo velocemente a dritta. La corretta rotta di ingresso sul braccio ad ovest della secca e' quindi da 18°38.658'S 178°38.467'W a 18°38.885'S 178°38.408'W; la navigazione all'interno della laguna e' libera da ostacoli

fino al punto di ancoraggio.

Caliamo l'ancora sul lato nord di Komo (18°40.703'S 178°37.598'W), su un fondale di 8 metri, sabbioso con qualche testa di corallo sufficientemente sommersa, in un'acqua limpidissima come non vedevamo da tempo, si possono contare gli anelli della catena fino ad una distanza di almeno 20 metri! Terminato l'ancoraggio, ci avvicina una barca di pescatori, a cui (con grande gioia loro, e di Lilli) regaliamo il grosso barracuda che avevamo pescato. Nel pomeriggio atterriamo col dinghy 200 metri piu' ad est, su una bella spiaggia, all'inizio della quale parte il sentiero che porta al villaggio, situato nel versante sud dell'isola; passata la sommita' della collina si arriva alla bella scuola del paese, dove una trentina di bambini di eta' compresa tra gli 8 ed i 12 anni sono intenti a giocare nel campetto centrale.

Dopo la scuola iniziano le prime case, ci fermiamo e chiediamo del capo villaggio per fare il sevu-sevu; i primi abitanti ci presentano ad un giovane fijiano sulla quarantina, di nome Maikeli, che educatamente si presenta e ci porge il benvenuto, fa avvisare il capo villaggio della nostra presenza e ci intrattiene nell'attesa che possa riceverci.

Parla un buon inglese, abbastanza comprensibile anche per me, naturalmente e' Lilli a tenere la conversazione.

Maikeli ha un ?negozio? in cui vende carburante, kava e tabacco; altri piccoli ?negozi? vendono agli abitanti i prodotti base: farina, latte in polvere, riso e poche altre cose. La nave dei rifornimenti arriva una volta al mese ed e' attesa per quello stesso pomeriggio. Avendo bisogno di latte e verdura, ci accordiamo per tornare l'indomani a fare ?shopping?.

Il vero problema di Komo, ci racconta Maikeli, e' l'acqua, che nella stagione secca, cioe' adesso, puo' diventare una vera emergenza. C'e' una piccola sorgente, che si trova peraltro sul lato nord, vicino al nostro ancoraggio, ma la quantita' di acqua non e' sufficiente per soddisfare tutto il paese e deve essere razionata.

Veniamo quindi introdotti nella casa del capo villaggio, una persona anziana, che officia un semplice cerimoniale con le frasi di rito e battuta di mani finale; oltre al consueto omaggio (il fascio di kava da cui loro derivano una bevanda leggermente narcotizzante che dovrebbe essere offerta agli ospiti, ma noi non abbiamo ancora assaggiato), regaliamo anche due scatolette di carne, una confezione di the ed un po' di caramelle, che l'anziano capo sembra apprezzare: ci rinnova il benvenuto e ci congeda con una calorosa stretta di mano.

Il giorno seguente,sabato 13, aggiriamo l'isola con il dinghy per raggiungere il paese sul lato sud: all'atterraggio veniamo accolti con calore dai locali e alcuni ci scortano dal nostro amico fijiano che ci sta aspettando; la nave, ci dice Maikeli, e' in ritardo di 24 ore e pertanto non c'e' niente da comprare nei negozi. In compenso, ci offre frutta e tuberi simili a patate di sua produzione (che paghiamo 20 $ fijiani, pari ad 8 euro).

Sarebbe stato bello restare piu' a lungo e approfondire la conoscenza di Maikeli e della vita del villaggio, ma ci sono ancora tante isole davanti a noi, e dobbiamo proseguire: domani 14 settembre partiremo alla volta di Oneata.

PS: ancora niente foto, dobbiamo aspettare di tornare nella ?civilta'? ?


lunedì 8 settembre 2014

Fulanga (Isole Lau - Fiji)

 19:09.18S 178:32.41W

Il ritorno a Suva e' veloce e piacevole: partiti lunedi 1 settembre alle 6.50 da Dravuni, alle 13.15, dopo 41 miglia, riprendiamo la stessa boa del Royal Suva Yacht Club, lasciata pochi giorni fa.

Per accelerare le operazioni, ci dividiamo i compiti: Lilli ed Angelo vanno in citta' per rifornire un po' la cambusa, mentre Gianca ed io andiamo in cerca dei ricambi. Entro sera, la pompa dell'acqua dolce e' di nuovo in funzione e siamo pronti a ripartire.

Martedi 2 settembre alle 8.40 molliamo l'ormeggio, con rotta per Fulanga a 190 miglia; c'e' poco vento e quindi andiamo a motore. All'inizio sono un po' indeciso sul piano di navigazione per questa tratta; devo programmare l'atterraggio in prossimita' del cambio di marea (per evitare le onde stazionarie fuori dalla pass e la forte corrente uscente) e mi si pongono quindi due alternative: forzare l'andatura tenendo una velocita' media di 6,5 nodi ed arrivare l'indomani nel primo pomeriggio, con una sola notte di navigazione, oppure andare piu' piano ed arrivare dopo la seconda notturna, nel primo mattino.

La scelta arriva da sola dopo alcune ore: un leggero venticello in prua ci consente di tenere una bolina che all'inizio ci fa fare 4-5 nodi, ma poi quando il vento rinforza la velocita' si stabilizza sui 6-7 nodi. Con lunghi, piacevoli bordi (l'onda e' dolce e non piu' alta di un metro) arriviamo a destinazione; giovedi 4 settembre alle 9.30 siamo davanti alla pass di Fulanga, in condizioni davvero ideali: la marea e' in aumento (la minima era stata alle 7.45), il sole e' gia' alto ed il reef ben visibile, c'e' una leggera corrente entrante, inferiore ad 1 nodo, non ci sono onde stazionarie.

Dopo aver percorso, a causa dei bordi, 267 miglia anziche' 190 alle 10.00 ancoriamo su un fondale di sabbia di 6-7 metri (19°08.390S 178°34.790W).

Questa bellissima baia e' indicata nel Compendium come posto piu' adatto per raggiungere il villaggio principale (l'unico, sempre secondo il Compendium, in cui va presentato il "sevu-sevu"); scopriremo poi che e' un errore, in realta' la baia dalla quale si prende il sentiero che porta al villaggio e' circa 2 miglia piu' ad est (19°08.900S 178°34.000W).

Appena terminato l'ancoraggio veniamo accostati da una barca locale, che nel darci il benvenuto ci invita a fare il sevu-sevu presso il loro villaggio, ad ovest, asserendo che avrebbero provveduto loro a comunicare la nostra presenza al villaggio principale. Non senza qualche perplessita' accogliamo l'invito: uno di loro sale a bordo e ci pilota all'ancoraggio davanti al paese (19°07.314S 178°35.572W); il posto non e' piacevole come il precedente, e' piu' esposto e per andare a terra ci sono piu' di 100 metri con acque basse, da fare a remi con il motore sollevato.

A terra il capo villaggio ci riceve sotto una tettoia, dove sono radunati alcuni uomini intenti a bellissimi lavori di intarsio su legno; il piu' anziano tiene un breve, incomprensibile discorso che immaginiamo sia di benvenuto, alla fine del quale "l'interprete" del villaggio, che si rivolge a noi in inglese, ci chiede prima di mostrare al capo villaggio il nostro permesso di navigazione e di pagare a lui la tassa di ancoraggio (50 $ fijiani, pari a 20 euro), e poi ci invita ad ammirare i prodotti del loro artigianato, e ad acquistare qualcosa. Accettiamo anche questo invito, non solo perche' gli oggetti di legno intarsiato sono davvero belli, ma anche perche' il loro villaggio, e il loro stesso aspetto, ci danno un'impressione di poverta' e di bisogno che raramente abbiamo visto in Pacifico, anche nelle piu' sperdute isole finora visitate. Non hanno generatore (la sera il villaggio e' totalmente immerso nel buio) e a causa della siccita' di questo periodo, sono a corto d'acqua, tan

to da chiederla alle barche di passaggio.

Ciononostante, le persone incontrate sulla spiaggia hanno voglia di familiarizzare e sono molto cordiali: ci invitano a tornare a terra la sera ed a partecipare alla funzione religiosa della domenica. Viste le difficolta' di atterraggio, decliniamo l'invito adducendo, per non offenderli, la scusa che siamo stanchi dopo due giorni di navigazione e che desideriamo trovare un ancoraggio piu' protetto. Infatti, non appena rientrati in barca, salpiamo l'ancora e torniamo al nostro primo ancoraggio.

Fulanga fa parte dell'arcipelago delle Lau, gruppo di isole ad est delle Fiji, appartenenti un tempo alle Tonga; sono isole incontaminate molto lontane da quella che noi chiamiamo "civilta'". Il governo fijiano, nel giusto proposito di preservare le loro tradizioni, sembra pero' non aiutare molto i locali nelle minime necessita' di sopravvivenza (acqua, igiene), senza parlare di elettricita' e linea telefonica (un presidio "medico" usa la radio VHF). La bellezza di Fulanga lascia senza fiato. La laguna di un intenso turchese e' disseminata da una miriade di isolotti, piu' o meno grandi, fitti di vegetazione, estremamente particolari: essendo erosi dal mare alla base, hanno l'aspetto di grossi funghi ed alcuni sembrano stare in piedi per miracolo.

Venerdi 5 settembre facciamo un giro con il gommone, zigzagando incantati fra gli isolotti-fungo. Il giorno dopo, sabato, cambiamo ancoraggio e ci spostiamo a sud est: per un lungo tratto il fondale e' sui 5 metri, passiamo vicino a numerose teste di corallo, che non avremmo potuto vedere con il sole davanti; ancoriamo in un'ampia baia sabbiosa, dove sono presenti altre 4 barche, su un fondale di 4,5 metri con la bassa marea (19°09.193'S 178°32.410W).

Alcuni amici navigatori, che sono stati qui, hanno definito Fulanga il piu' bel posto del Pacifico. Siamo d'accordo: oltre ad essere affascinante, l'isola offre moltissimi ancoraggi riparati da qualsiasi vento, la navigazione in laguna e' facile se si ha il sole alle spalle, mentre occorre massima cautela navigando contro sole (a meno che non si abbia gia' una traccia). In queste notti di luna quasi piena, poi, la laguna e' tutta argentata ed assume un aspetto quasi lunare. Forse varrebbe la pena sostare piu' a lungo e familiarizzare con la gente del posto, ma abbiamo molte altre isole da visitare, percio' decidiamo di partire lunedi 8, per la vicina Ongea.


lunedì 1 settembre 2014

DRAVUNI (Kandavu - Fiji)

18:45.50S 178:31.17E

La nostra sosta a Suva si è prolungata fino al 27 agosto, senza concludere molto riguardo alle riparazioni in corso: il velaio dopo aver sparato una cifra improponibile, si è dichiarato non attrezzato per fare la riparazione del balooner e ci ha consigliato di rivolgerci al velaio di Vuda Point; l’elettricista che aveva fatto un buon lavoro sul motore della pompa dell’autoclave, si è reso irreperibile quando è sorto il secondo problema, e cioè che il motore, dopo la riparazione, non ha più prodotto la pressione adeguata per far scattare il pressostato; unica cosa risolta, la zattera di salvataggio: l’abbiamo ritirata, con la prova di gonfiaggio e la tenuta di 24 ore, il controllo del peso della bombola, la sostituzione dell’acqua scaduta (abbiamo provato ad assaggiarla e faceva veramente schifo).
Finalmente giovedì 28 agosto, di buon mattino, lasciamo Suva Harbour con destinazione Astrolabe Reef a 34 miglia; appena usciti, il vento fresco sui 20 nodi al traverso ci fa volare velocemente a destinazione. Prima di mezzogiorno siamo all’ingresso all’Astrolabe, che si trova a nord ed è ampio, ma bisogna prestare attenzione ad una secca che si trova proprio al centro della pass ed è visibile solo da vicino; un volta dentro, ci si muove facilmente perchè la maggior parte dei coralli e scogli affioranti sono in prossimità della barriera esterna.
Astrolabe Reef è un atollo di forma circolare con un diametro di circa 3 miglia, l’unica terra emersa è un piccolo scoglio al centro del quale è stato posto un faro alto 29 metri; fa un certo effetto arrivando non vedere nulla se non questo faro, anche il reef intorno è visibile solo per piccoli a tratti, e da vicino. Nessun posto più di questo assomiglia al “the middle of nowhere”, al centro del nulla di cui parlano gli inglesi.
Il riparo con la bassa marea è discreto, le onde sono fermate dalla barriera, con l’alta marea (circa + 1,5 mt) e 20 nodi costanti, entra un po’ di onda e c’è un po’ di rollio; gettiamo l’ancora ad ENE su un fondale di sabbia di 12 mt (18°37.375S 178°32.847E).
L’acqua un po’ fredda ed il vento non ci invogliano ad esplorare la barriera, ci limitiamo ad un fugace bagno per il controllo del fondale intorno all’ancora.
Sabato 30 agosto ci spostiamo circa 10 miglia più a sud, all’interno della barriera di Kandavu. Nel percorso dall’atollo peschiamo un bel wahoo sui 8 kg; entriamo per la pass a nord, Usborne Passage, non ci sono i segnali indicati sulla cartografia elettronica di C-map e di Navionics, ma il passaggio è ampio e si distingue bene il fondale sul lato ovest che risale gradatamente verso il reef; una volta all’interno ci dirigiamo all’isola Dravuni, la navigazione è facile, poche sono le secche non segnalate, arriviamo in prossimità del villaggio, lasciando a dritta il segnale luminoso verde che sta su una secca ed alle 11.00 ancoriamo su un fondale di sabbia libero da coralli sui 7-8 metri, 300 metri ad ovest dei pali predisposti per allestire il pontile galleggiante utilizzato dalla nave da crociera che visita l’isola un paio di volte all’anno (18°45.503’S 178°31.174’E) .
Mettiamo in acqua il dinghy ed andiamo a terra. Siamo un po’ emozionati perchè per la prima volta faremo il “sevu-sevu”, il rituale di presentazione e omaggio al capo villaggio, che ci darà il permesso di fermarci nelle ‘sue’ acque, di visitare la ‘sua’ isola etc etc. Lilli ha letto numerose descrizioni del cerimoniale: si viene introdotti nella casa del capo villaggio, che fa sedere gli ospiti per terra; il dono di rito consiste in un fascio di radici della pianta del pepe, la kava, con cui i fijiani producono una bevanda leggermente narcotica dal sapore -dicono- nauseabondo, che viene offerta ai visitatori in segno di accettazione. Pensando di visitare numerose isole, abbiamo comprato 8 fasci di kava al mercato di Suva, per un totale di 140 dollari fijiani (56 euro). Preoccupata di non fare brutte figure, Lilli ci raccomanda di rispettare le norme di comportamento: non indossare cappelli nè occhiali da sole, vestirsi bene (gli uomini coprendo le ginocchia e le donne con abiti femminili, NON pantaloni, nè lunghi nè corti), sedersi a terra con le gambe incrociate e porre a terra la kava, pronunciando le seguenti incomprensibili parole: NOKU SEVU-SEVU GOR.
Appena atterrati due uomini del villaggio ci vengono incontro e ci danno il benvenuto, io presento il mazzetto di Kava e pronuncio sevu-sevu, i due uomini annuiscono e ci conducono alla casa del capo villaggio, che però è assente, c’è la moglie, che ci fa entrare in casa e ci fanno sedere per terra con le gambe incrociate.
La moglie parla un buon inglese e ci informa che dovremo tornare alle 16.00 quando rientra suo marito, nel frattempo ci chiede alcune informazioni sulla nostra provenienza, e sulle nostre famiglie, ci chiede se abbiamo pescato e Lilli che moriva dalla voglia di regalarle il bel wahoo pescato il mattino mentre uscivamo dall’Astrolabe Reef, risponde affermativamente e chiede se avrebbero avuto piacere a riceverlo in regalo, la risposta è stata immediata ed accompagnata da un eloquente sorriso, ok dico torniamo alle 16 e vi portiamo il pescato.
Alle 16.00 l’incontro con il capo villaggio, una persona sulla cinquantina, di poche parole, che ha controllato il nostro permesso di navigazione (l’autorizzazione a visitare le varie isole) e finalmente ci da’ il permesso di girare liberamente sull’isola; lo abbiamo preso in parola e con Lilli e Gianca facciamo una passeggiata sulla cima più alta, mentre Angelo, poco amante delle arrampicate, si ferma sulla spiaggia a filmare i ragazzini, felici ed entusiasti di incontrare persone nuove.
L’ancoraggio di Dravuni si è dimostrato molto più riparato del precedente ad Astrolabe, non solo dall’onda, ma anche le raffiche di vento sono ridotte sotto l’isola.
Il segnale internet non è potente, ma sufficiente per scaricare la posta ed il meteo, infatti un volta viste le previsioni, programmiamo di fare rotta l’indomani su Fulanga, nelle Lau meridionali.
Ma la mattina dopo, una brutta sorpresa: un nuovo inconveniente alla pompa dell’acqua dolce ci costringe a tornare a Suva a cercare un pezzo di ricambio. Rassegnati, alle 7 del mattino del primo settembre rimettiamo la prua verso la capitale delle Fiji.

Il ‘nulla’ dell’Astrolabe Reef

Il nostro bel wahoo

La spiaggia di Dravuni

Il capo villaggio controlla i nostri documenti

La salita sulla collina



I bambini di Dravuni



domenica 24 agosto 2014

ISOLE FIJI - Suva

18:07.38S 178:25.56E

Domenica 17 agosto, come da programma, leviamo le ancore (beh, veramente una sola …) per affrontare la navigazione di circa 400 miglia fino alle Fiji. La preparazione della rotta, questa volta, è un po’ più elaborata del solito: il nostro amico Cristiano, incontrato a Tahiti e da allora sentito quasi ogni sera alla radio SSB, ci aveva infatti inviato un file con 60 (sessanta!) scogli e reef ASSENTI nella cartografia cartacea ed elettronica. L’elenco è frutto di segnalazioni riferite negli ultimi 20 anni da navi e barche transitate nel tratto di mare tra Tonga e Fiji. Accuratamente riportiamo sulla carta Navionics dell’Ipad le coordinate di questi 60 punti (alcuni descritti come “reef con diametro di 6 miglia”!) ed ecco che la nostra tappa diventa … un campo di battaglia. Per non farci cogliere impreparati, prima della partenza ripassiamo le operazioni per l’abbandono della barca; le consegne per chi è di guardia sono: scrutare spesso l’orizzonte per scorgere eventuali frangenti, prestare massima attenzione all’ecoscandaglio (il nostro indica profondità inferiori a 200 metri), e nel caso dovesse apparire il valore di profondità, accendere immediatamente il motore ed ammainare le vele.
Tracciata la rotta in modo da stare alla larga dagli ostacoli-fantasma, lasciamo quindi Tongatapu con una buona dose di adrenalina in corpo, e usciamo a motore dalla barriera per caricare le batterie; con tempismo perfetto e come da previsione, il vento arriva dopo circa 4 ore.
Al calar delle tenebre, con in mente sempre gli ostacoli non cartografati, ci sentiamo come stessimo attraversando a piedi, con gli occhi bendati, un’autostrada a 8 corsie. La luna è calante, si leva dopo mezzanotte, e solo allora la sua fievole luce ci da’ un po’ di conforto.
Man mano che procediamo, comunque, subentra l’abitudine e impariamo a convivere con questo rischio (ma li avranno segnalati tutti? non toccherà a noi scoprirne di nuovi?); per fortuna il tempo ci da’ una mano: cielo sereno, vento costante sui 15 nodi al giardinetto, procediamo ad una velocità media di 6,5 nodi, c’è un po’ di onda lunga da SSW sui 3 metri, non molto fastidiosa, anzi beneficiamo di un orizzonte più ampio quando siamo sulla cresta.
Finalmente dopo tanto tempo rimetto la traina per rimpinguare la scorta di pesce: in una sola mattina due prese troppo grosse spezzano il nylon da 90mm e mi fanno fuori tutta l’esca. Sconsolato, ripongo la canna nel gavone.
Martedì 19 agosto, alle 15.45 local time, un grande evento: da longitudine 180° Ovest passiamo a 179° 59,999’ Est ! Siamo di nuovo nell’emisfero a Est di Greenwich, e a Lilli sembra di essere piu’ vicina a casa.
Mercoledì 20 alle 9.30 ancoriamo nel porto di Suva (18°07.54S 178°25.44E); il Port Control, chiamato per radio sul canale 16, ci invita a prendere accordi con il Royal Suva Yacht Club per le operazioni doganali.
La nostra prima impressione è negativa: ci troviamo in un’area portuale enorme, piena di navi (alcune ancorate, molte in stato di abbandono, altre sono solo relitti, più o meno affioranti), l’acqua è maleodorante, di color petrolio.
Alle 14.30, accompagnati dal marinaio del Royal Suva Yacht Club, arrivano prima i funzionari della salute e della Biosecurity per la quarantena, poi quelli dell’immigrazione e della dogana; le operazioni si svolgono velocemente e soprattutto senza i controlli meticolosi di cui avevamo letto nelle guide.
Alle 15.30, terminate le operazioni, ci spostiamo di qualche centinaio di metri più a nord e prendiamo una boa (18°07.382S 178°25.558E) fuori del marina, che purtroppo, con la bassa marea, ha fondali inferiori ai 2 metri.
Per le operazioni doganali paghiamo in $ fijiani, valore 0,4 rispetto all’euro:
- 60 $ (24 euro) per il servizio svolto dal marina per le pratiche, cioè il water-taxi  
- 172,50 $ (69 euro) per il ministero della salute
- 89,70 $ (36 euro) per la Biosecurity.
Il Marina si trova a circa 2 km da Suva, capitale delle Isole Fiji: una grande città moderna, più grande e popolosa di Papeete a Tahiti. Il mercato municipale è enorme e fornito di una grande quantità di prodotti di coltivazione locale, molti i supermercati di vario livello; la stazione degli autobus, adiacente al mercato, è altrettanto grande e caotica; ad occhio sembra che metà delle auto in circolazione siano taxi, per cui è facile trovarne uno libero e le tariffe sono veramente economiche, circa 3 $ (poco più di un euro) per una corsa.
Colpisce girando per Suva il gran numero di indiani, la cui presenza alle Fiji risale ad oltre un secolo fa. Il governo coloniale inglese, tra il 1879 e il 1916, ne fece arrivare più di 60 mila, per farli lavorare nelle grandi piantagioni, soprattutto di canna da zucchero. Moltissimi sono rimasti ed hanno fatto venire dall’India le loro famiglie, diventando col tempo la comunità non solo più numerosa dopo quella locale, ma anche economicamente molto potente. Purtroppo, anche se nei nostri giri non ne abbiamo riscontrato segni evidenti, apprendiamo che esistono tuttora forti conflitti razziali.
Domani mattina, lunedì 25 agosto, Franco lascerà Refola per rientrare in Italia, mentre nel pomeriggio arriveranno Giancarlo e Angelo. Il tempo per rifornire la cambusa, mettere a punto le ultime cose (revisione zattera di salvataggio, riparazione vela, montaggio pompa) e poi si riparte alla scoperta delle isole fijiane minori, a detta di molti le più belle al mondo … vi racconteremo …

Siamo nell’emisfero EST !!!! … quasi a casa …

Il non proprio ospitale porto di Suva, con le navi abbandonate …

Il piccolo ma piacevole marina del Royal Suva Yacht Club



Il grande mercato di Suva

sabato 16 agosto 2014

Altre foto da Tongatapu

21:07.51S 175:09.73W

Ancoraggio di Pangaimotu Island, il regno di Big Mama (alle spalle di Lilli nella prima foto)















TONGATAPU – Nuku Alofa

 21:07.51S 175:09.73W

L’uscita notturna in mezzo ai reef di Nomuka non ci presenta difficolta’, grazie alla rotta tracciata sul plotter e al chiarore della luna, nonostante il cielo coperto di nuvole; il vento non si e’ fatto desiderare e per circa meta’ percorso abbiamo avuto anche un po’ di copertura dalle onde di SE.

Alle 12.00 di martedi’ 12 agosto ormeggiamo nel porto dei pescherecci di Nuku Alofa, calando l’ancora e portando 2 cime a terra sul frangiflutti; siamo in bassa marea, ma abbiamo ancora 2 metri di acqua sotto la chiglia, a 10 metri da riva (21°08.288’S 175°10.955W).

A terra c’e’ gia’ qualcuno che ci aspetta, un taxista (abusivo? non aveva alcuna targa ne’ scritta) ci aiuta a prendere le cime e poi ci offre la sua disponibilita’ per muoverci sull’isola, d’iniziativa avvisa del nostro arrivo dogana, ufficiali sanitari, quarantena e immigrazione, informandoci che sarebbero arrivati di li’ a poco. Anzi, lui stesso va a prelevare l’addetto dell’immigrazione che si trova in centro citta’, a circa 2 km.

Le pratiche di ingresso sono veloci e sbrigative, probabilmente perche’ il primo ingresso a Tonga l’abbiamo gia’ fatto a Neiafu; da quello che abbiamo letto, la procedura di uscita non sara’ altrettanto semplice.

Nel porto dei pescherecci le profondita’ sono adeguate per la maggior parte degli yacht, durante la bassa marea 3,5-4 metri; l’ancora tiene sul fondale di sabbia e fango, l’ormeggio con le cime a terra sul frangiflutti, ad est dell’ingresso, non e’ comodissimo, ma avendo l’accortezza di posizionarsi in corrispondenza di una delle scalette in cemento, si puo’ facilmente atterrare facendo trasbordo con il dinghy; si puo’ ancorare anche fuori, a nord del frangiflutti, ma si e’ soggetti alla risacca del traffico.

Mercoledi’ 13, dopo giorni e giorni di nuvole, finalmente torna un po’ di sole e tutto prende un colore diverso e piacevole; mentre Lilli ed io, con scarso successo, tentiamo di acquisire informazioni per il rifornimento di gasolio duty free e per le pratiche di uscita, Franco Gianni e Tiziana vanno a noleggiare un’auto (una station wagon 6 posti per 24 ore a 75 panga, circa 35 €) . 

Tongatapu e’ il gruppo principale degli arcipelaghi delle Tonga, Nuku Alofa e’ la capitale; qui risiede l’80% di tutta la popolazione tongana, c’e’ la residenza del re, un grande e molto attivo porto commerciale, una massiccia presenza di cinesi e molte attivita’ artigianali ed industriali come a Tahiti.

Nel nostro giro turistico ci colpisce la presenza di numerose chiese: solo in citta’ sono presenti 7 diverse professioni religiose cristiane, ed anche nelle piu’ piccole contrade si trovano  3 o 4 chiese a poca distanza l’una dall’altra, sempre recintate e ben curate.

Il terreno all’interno dell’isola e’ molto fertile: decine e decine di piccoli appezzamenti di terreno coltivato, sotto gli alti fusti delle palme; la costa di sud-ovest presenta un alto reef roccioso, che in bassa marea e’ completamente emerso ed offre uno spettacolo davvero suggestivo quando le grandi onde oceaniche lo colpiscono con violenza, creando incredibili “fontane naturali”.

La sera, vigilia della partenza di Gianni e Tiziana, ceniamo al ristorante “Luna Rossa”, dove conosciamo Marco, il simpatico proprietario e gestore, un milanese che da 17 anni vive qui la sua ”seconda vita”. Il locale e’ molto carino e curato, il cibo buonissimo, il menu originale e arricchito dalla capacita’ e fantasia italiana; abbiamo speso circa 32 € a testa.

Giovedi 14, in una mattinata tersa come non ne avevano mai viste dal loro arrivo a Nuie (grrr!!!), Gianni e Tiziana prendono il volo che li riporta in Italia, via Auckland, Melbourne e Dubai; siamo stati bene con loro, come faremo ora senza le torte della Tiziana e le battute di Gianni?

Venerdi’ 15 agosto, mentre in Italia si festeggia il Ferragosto, noi faticosamente completiamo le pratiche di uscita ed il rifornimento di gasolio duty free; un paio d’ore per  ottenere l’autorizzazione, con tutti i timbri del caso (Custom e Harbour Master), e prendere accordi con la Pacific, una delle due compagnie che fanno il rifornimento. Con un po’ di preghiere e un po’ di insistenza riusciamo ad ottenere che vengano con l’autobotte (cosa che non sarebbe possibile per forniture inferiori a 1000 litri), altrimenti avremmo dovuto travasare due bidoni da 200 litri nelle nostre tanichette da 20!!!!  Poi, l’equipaggio al completo (Lilli, Franco ed io) si presenta all’ufficio immigrazione in citta’ per avere il timbro di uscita sul passaporto e l’immancabile documento da presentare in dogana. Poi, pagare la tassa portuale (per 3 giorni abbiamo pagato 89 panga, circa 40 €), e poi finalmente, compilato l’ennesimo modulo, si ottiene la  sospirata “clearance”, cioe’ il permesso di andarsene !!!

Attenzione, se una barca decide di partire dopo le 16 o nel fine settimana, deve pagare  una tassa extra di 120 panga!

Nel pomeriggio (ovviamente prima delle 16) lasciamo il porto e ci spostiamo nell’ancoraggio piu’ frequentato dalle barche di passaggio, ad 1 miglio e mezzo in direzione nordest, ad ovest di Pangaimotu Island; qui c’e’ un noto ristorante, il Big Mama Yacht club, c’e’ un traghetto che fa piu’ volte al giorno il collegamento con il porto, abbiamo letto sul Compendium delle Isole Tonga che Big Mama fornisce assistenza anche per le pratiche doganali.

Sabato 16 vediamo sul meteo che il vento e’ scarso, cosi’ rimandiamo la partenza di un giorno e andiamo a conoscere Big Mama, una signora molto simpatica ed effettivamente un po’ in carne, che ci da’ un caloroso benvenuto; il locale e’ simpatico, arricchito dalle bandiere e dai guidoni delle barche di passaggio; la piacevole atmosfera ci induce a fermarci per pranzo al ristorante (pescespada e patatine per la modica cifra di circa 15 € a testa). Con piacere aggiungiamo il nome di Refola sulla lavagna che fa da log book.

Domani 17 agosto metteremo la prua verso le Fiji, 418 miglia da percorrere con una particolare attenzione: abbiamo un elenco di 60 tra bassi fondali e terre emerse, probabilmente conseguenti ad attivita’ vulcaniche sottomarine, che sono stati segnalati da navi o barche e NON sono riportati nella cartografia!!!! Speriamo di non avere sorprese … alla prossima vi racconteremo come è andata.

L’ormeggio nel porto dei pescherecci a Nuku Alofa

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Una delle innumerevoli chiese

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La residenza reale

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Le fontane naturali sulla costa Sud Ovest dell’isola

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Cena al ristorante “Luna Rossa”

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