lunedì 12 settembre 2016

RAJA AMPAT : foto di WAISAI - KABUI - AUGUSTA

Il super economico (cioè gratuito) "marina" di Waisai
Con questi prezzi, non ci si può lamentare se il finger è un po’ corto per Refola
Il centro di Waisai ...

... e il suo mercato


Refola a Teluk Kabui; sullo sfondo, una Home Stay (i resort dei locali)
Particolare della laguna
Il comandante sul dinghy per un giro in laguna
Lo stretto passaggio tra le isole di Waigeo e Gam

Il faro di Augusta
Il resort italiano “Augusta Eco Resort” visto dal mare ...
... la sua bella piscina ...
... c'è anche uno SHOP !
I proprietari, Mara e Marco
La sala dove abbiamo cenato



giovedì 8 settembre 2016

RAJA AMPAT: WAISAI - KABUI - AUGUSTA

Il 31 agosto lasciamo l'ancoraggio di Doom Island, vicino Sorong, per la tappa di 38 miglia che ci porterà al parco marino di Raja Ampat. È strano, sia Lilli che io abbiamo l'impressione di andare in vacanza: che sia l'effetto dell'acquisto del biglietto di accesso al parco?
Le Raja Ampat sono un arcipelago di circa 1.600 isole di dimensioni diverse, per lo più disabitate. Il nome, che in bahasa Indonesia (la lingua ufficiale) significa "Quattro Re", si riferisce alle quattro isole maggiori: Waigeo, Batanta, Salawati e Misool. Il parco copre 50.000 km quadrati ed è definito "l'epicentro della biodiversità marina". Pare che a rendere così particolare l'ambiente siano le correnti del Pacifico; grazie ad esse qui sono presenti l'80% delle specie di pesci e di coralli esistenti sul pianeta. Il turismo, soprattutto di amanti delle immersioni, è in crescita, come provano non solo i numerosi piccoli resort, ma anche le sistemazioni più economiche che i locali cominciano ad offrire ai turisti.
La nostra prima meta è Waisai, capoluogo dell'arcipelago. Abbiamo bisogno di comprare altro credito dati per il cellulare e vogliamo verificare la necessità di registrare (e pagare) l'ingresso della barca nel parco. Su Noonsite abbiamo letto che circa 4 km ad ovest della città, vicino al molo dei traghetti, è stato costruito un piccolo marina con pontili galleggianti e finger.
Giungiamo a destinazione dopo l'ennesima navigazione a motore; l'ingresso del marina si trova fra due secche segnalate da due pali, resi più visibili da numerose bandierine; il fondale minimo è di 5,5 metri all'ingresso, poi di 7 metri al pontile (0° 26.001'S 130° 48.412'E). La maggior parte dei posti è occupata da barche a motore locali, usate per le escursioni nel parco, ma ci sono 2-3 posti liberi. Gli ormeggi sono per barche di lunghezza fino a 10-12 metri e infatti Refola resta fuori dal finger quasi per metà, ma viste le condizioni meteo con venti leggeri o inesistenti decidiamo di fermarci per la notte.
Ormeggiamo senza che nessuno venga a prestarci assistenza, e subito dopo cerchiamo l'ufficio del marina. Una lunga passerella, coperta, collega il pontile al terminal delle navi dove c'è una grande e moderna struttura, quasi tutta di vetro. Sempre convinti di trovare l'ufficio del marina, chiediamo a due ragazzotti che ovviamente fraintendono, ci fanno entrare nell'enorme struttura che all'interno ospita solo un piccolo stand di informazioni ed otto sedie! Una vera cattedrale nel deserto. Ormai abbiamo capito che per il marina siamo fuori strada; i ragazzi ci chiedono se abbiamo i biglietti per il parco, glieli mostriamo e . "Tutto ok, siete in regola" dice uno di loro. Nessuno fa accenno al permesso per la barca, noi facciamo gli gnorri.
Chiediamo se per andare in città c'è un servizio di taxi o di bus; i ragazzi si guardano straniti, probabilmente qui c'è un po' di movimento solo quando arriva la nave. In compenso si offrono di portarci con le loro moto, così Lilli ed io saltiamo in sella. Una bella strada asfaltata a quattro corsie sale in rettilineo sulla collina, scende altrettanto dritta dall'altro versante e conduce al centro di Waisai. La città sta avendo una rapida espansione per effetto del turismo del parco: belle case in legno di recente costruzione, tanti negozi ed un bel mercato di frutta e verdura, ben fornito; pensiamo siano i segni dei finanziamenti per lo sviluppo dell'area.
Acquistiamo il credito dati per il telefono, un po' di frutta e, sempre alle spalle dei nostri giovani centauri, torniamo in barca. In segno di ringraziamento, lasciamo ai ragazzi una "mancia" di 30.000 rupie (2?), che dimostrano di apprezzare.
Sta arrivando sera, sul pontile alcune barche sono in partenza, mentre altre ormeggiano nei posti lasciati liberi, tutti ci salutano carinamente, ma nessuno viene a chiederci il pagamento di alcuna tariffa. Evidentemente è gratis! Quando è già quasi buio, un signore porta un bidone per le immondizie proprio vicino a noi: "È per l'organico", ci dice tutto compunto, anche se Lilli buttando le bucce di frutta che avevamo a bordo ha visto sul fondo del bidone lattine e plastiche. Vabbè, diciamo che sulla raccolta differenziata ci sono discreti margini di miglioramento.
Giovedì 1 settembre salpiamo da Waisai per Teluk Kabui. In bahasa indonesia "teluk" significa baia, ma questa più che baia si potrebbe definire un grande lago salato, contornato dalle isole Waigeo e Gam.
Purtroppo il tempo non è dalla nostra, piove a dirotto per tutto il percorso; Lilli teme che la nostra vacanza, meterologicamente parlando, diventi fantozziana. Fortunatamente invece verso l'arrivo, dopo 18 miglia, il cielo si apre, il sole appare tra le nuvole e il grigio da cui eravamo circondati lascia il posto ad un panorama eccezionale: una laguna di acque piatte con innumerevoli "funghi" di roccia calcarea, coperti di vegetazione. Qualcosa di simile, che ci aveva altrettanto incantato, lo abbiamo visto alle Fiji, nelle isole di Fulanga e Vanua Balavu.
Alle 13.30 ancoriamo su un fondale sabbioso di 16 metri nella parte SW di Kabui, a circa 400 metri dall'inizio del canale che separa l'isola di Gam da Waigeo (0°25.359'S 130°34.370'E).
A terra ci sono tre casette su palafitte: è una "home-stay", l'alternativa più spartana, ma decisamente più economica, che i locali offrono ai turisti più avventurosi e meno danarosi e che si sta diffondendo in molte isole dell'arcipelago. Prima che il meteo ci ripensi e riprenda a piovere, facciamo col dinghy un giro per la laguna e nel canale tra le due isole, lungo circa 1,5 miglia, dove l'acqua che prima aveva molta sospensione e rispecchiava le nuvole ed il verde della vegetazione, diventa tanto trasparente da vedere il fondo anche con la luce scarsa. Sui depliant indicavano la presenza nel canale di grotte semisommerse, un'attrazione da non perdere, ma non siamo riusciti a vederle.
Venerdì 2 settembre il tempo incerto e il cielo nuvoloso ci inducono a proseguire: destinazione Palau ("isola" in bahasa indonesia ) Augusta, a 18 miglia. Gli amici australiani Peter e Margareta ci avevano segnalato che in quest'isola, disabitata, c'è un resort italiano, e noi ci siamo ripromessi di visitarlo, per la curiosità di conoscere italiani trapiantati così lontano da casa e per parlare di nuovo con qualcuno nella nostra lingua.
Arriviamo verso le 13.30, ancora una volta a motore per assenza di vento, giriamo intorno all'isola in cerca di un ancoraggio adeguato, ma ovunque i fondali sono profondi oltre i 20 metri. Alla fine ci posizioniamo a nord dell'isola, a circa 300-400 metri dal faro, calando l'ancora su 18-20 metri con un fondo di sabbia e corallo basso (0°38.682'S 130°34.857'E).
Quando scendo in acqua per controllare l'ancora mi accorgo che c'è una forte corrente, a fatica da poppa raggiungo la prua della barca, mentre Lilli quasi non riesce ad agganciare la scaletta di risalita; in compenso l'acqua è limpidissima e si vede il fondo chiaro ed omogeneo, senza teste di corallo. Con un bel po' di calumo, 65 metri di catena, la tenuta è perfetta; la corrente segue il senso della marea ed ogni 6 ore si inverte.
Nel pomeriggio andiamo con il dinghy a sud dell'isola dove c'è il resort, atterriamo alla radice del pontile in legno e conosciamo Mara: è sorpresa di avere di fronte navigatori italiani. Con accento romano inizia a raccontarci un po' di questa esperienza che sta vivendo da un paio d'anni insieme a Marco. Lui, che ci raggiunge poco dopo, è un medico torinese cui, parole sue, "l'Italia andava un po' stretta". Marco e Mara vantano una lunga esperienza nel diving e sono entrambi istruttori: hanno deciso di affittare l'isola di Augusta per 25 anni ed impiantarvi un bellissimo resort dalle finiture accurate; offrono soggiorno con cucina indonesiana e italiana e pacchetti di immersioni di tutti i livelli. Ci invitano a cenare con loro e quando esprimiamo riserve sul muoverci col dinghy di notte, Marco ci offre di ormeggiare Refola ad una delle sue boe davanti al resort; andiamo a fare un sopralluogo, ma mi sembrano un po' troppo vicine a terra: "Non c'è problema, allora vi vengo a prendere alla barca alle 19.30" dice Marco.
Alle 19,30, puntualissimi, due dipendenti del resort vengono a prenderci con una veloce barca a motore. Siamo gli unici ospiti: trattati con tutti gli onori, ceniamo in uno splendido padiglione aperto sul mare, chiacchierando come vecchi amici che non si vedono da tempo e gustando una buonissima amatriciana e un'altrettanto squisita cernietta con pomodoro e patate. Il nostro contributo: una bottiglia di buon Valpolicella comprata alle Vanuatu.
A Marco e Mara mille ringraziamenti per la grande ospitalità; chissà, magari torneremo un'altra volta per fare un po' di esperienza subacquea . magari è la volta che Lilli supera la paura della claustrofobia sott'acqua!

sabato 3 settembre 2016

SORONG, Indonesia

0°52.998'S 131°14.277'E
Alle 7.10 di giovedì 25 agosto salpiamo da Biak, giusto in tempo aggiungerei, perché alle prime luci dell'alba si è alzato un vento da ESE sui 15 nodi, che avrebbe reso il nostro ancoraggio fastidiosamente rollante.
Appena fuori dai bassi fondali mettiamo la prua su 294°: che meraviglia, abbiamo il vento in poppa, di intensità perfetta per il nostro balooner! Lilli ed io prepariamo velocemente l'armamento (tangoni, tangoncini, scotte, carica alto, carica basso etc) e la vela va su senza intoppi, ma … sarà che non eseguivo la manovra da tanto tempo, sarà forse la vecchiaia, il fatto è che dimentico di chiudere il circuito della drizza. Risultato: se vogliamo ammainare o anche solo ridurre devo prima andare in testa d'albero e recuperare la drizza!
La barca fila a 7-8 nodi ma è molto stabile sull'onda, per cui decido di rimediare subito il mio errore: armo una nuova drizza, Lilli mi tira su con il winch, e in pochi minuti tutto si conclude felicemente.
Purtroppo la pacchia non dura molto, e alle 17 il vento ci molla completamente. Avvolgiamo insieme genova e balooner, senza disarmare i tangoni, nella speranza che torni. Ma il vento a poppa non torna, solo qualche temporale ci dà qualche colpetto di aria di breve durata al traverso. Il mattino seguente, rassegnati, ammainiamo il balooner, disarmiamo i tangoni e proseguiamo a motore fino a destinazione.
Quando imbocchiamo il passaggio tra Tg. Sorong e l'isolotto Ram, con fondale minimo di 7-8 metri, siamo investiti da un forte temporale che riduce la visibilità a qualche centinaio di metri; seguiamo il percorso sul plotter (una volta tanto preciso) e sull'immagine satellitare, poi per fortuna il temporale si dissolve per farci fare tranquilli le ultime 3 miglia.
Nella baia di Sorong i fondali sono discretamente profondi, e ci sono molte navi ed imbarcazioni alla fonda; mentre ci guardiamo intorno, indecisi su dove ancorare, a complicare la situazione arriva l'ennesimo temporale. Decidiamo quindi di dirigerci al waypoint segnalato da altri navigatori su Noonsite, a NE dell'isola Doom, circa 1 miglio ad ovest del porto commerciale. Sotto una pioggia battente, caliamo l'ancora su un fondale sabbioso di 16-18 metri  (0°52.998'S 131°14.277'E), in prossimità del segnale verde di accesso al porto.

La segnalazione dell'ancoraggio di Doom riportava anche che a terra, nella prima casa del villaggio, abita un certo John, che lavora come guida con il taxi, parla inglese, e presta assistenza ai velisti  per sbrigare le formalità di rito.
Il mattino seguente, domenica 28 agosto, ci viene a trovare con la sua canoa Janus, un simpatico ventenne che studia e lavora quando può, attualmente impegnato in un tirocinio per insegnare ai piccoli delle primarie. Se la cava discretamente con l'inglese, ha la passione di navigare, vorrebbe imbarcarsi su qualche nave o battello, ma la sua mamma non approva il suo sogno; quando gli diciamo che dopo Sorong siamo diretti a Raja Ampat, ci chiede se lo possiamo portare con noi (sarà una tappa di 6-7 ore), poi si arrangerebbe a tornare con il traghetto. Lilli ed io ci consultiamo brevemente, e siamo d'accordo: "Si può fare, martedì o mercoledì andiamo a Waisai, però guarda che noi non torniamo indietro, dovrai tornare con il traghetto" gli dico. "Ok" risponde Janus, con gli occhi che brillano di felicità.
Gli consegniamo il nostro biglietto da visita ed il numero di telefono indonesiano, chiedendogli la cortesia di avvisare John che abbiamo bisogno dei suoi servigi. John viene a trovarci nel pomeriggio: parla un comprensibile inglese, ci offre un servizio di taxi alla tariffa oraria di 100.000 rupie (circa 8 €). Cerco di contrattare un forfait per la mattinata, ma non ci sente, quindi accettiamo la sua offerta che comunque ci permetterà di risparmiare tempo prezioso.
Per quanto riguarda il rifornimento di carburante, John mi assicura che possiamo farlo qui a Doom, andando col dinghy e taniche al distributore; il prezzo è 7500 rupie/litro. "Ok, domani, dopo il giro in città, faremo rifornimento".
Da notare che John ci ha vivamente sconsigliato l'ancoraggio presso il porto di Sorong, che noi avevamo provato nel pomeriggio (davanti al molo della polizia, su un fondale sabbioso di circa 20 metri: 0°52.849'S 131°14.277'E) : "Rubano di tutto, c'è poco lavoro, e qualsiasi cosa che possa far guadagnare qualche lira viene presa di mira". Questa infausta possibilità ci verrà poi smentita dagli agenti della Custom, ma nel frattempo noi accettiamo il suo consiglio e restiamo a Doom, anche perché alla radio gli amici Sabrina e Alberto di Gioel, ci dicono che ad Alotau una barca è stata derubata di notte delle scotte del genoa e trinchetta.
La mattina di lunedì 29 agosto andiamo col dinghy sotto casa di John e con lui prendiamo il taxi-boat per Sorong, un servizio di spola attivo 24 ore/24. Esperienza indimenticabile: il water-taxi sembra una imbarcazione per nani, lunga e stretta con un tettuccio basso e sotto una serie di panchette alte 20 cm dal fondo, ci possono stare anche 20 persone quando è piena; durante la breve traversata (10 minuti) Lilli mi fa notare le numerose infiltrazioni d'acqua, e diversi scarafaggi che passeggiano indisturbati sul pagliolo.
John ci dice che anche suo cognato ha uno di questi taxi-boat, guadagna 300.000-400.000 rupie al giorno, ma con i costi del carburante è un misero guadagno. Atterriamo al terminal sulla spiaggia a sinistra del porto, in mezzo a decine di altri taxi.

Per prima cosa andiamo a piedi dall'Harbour Master. John ci aspetta fuori una ventina di minuti poi ci presenta un altro suo giovane cognato (in Pacifico sembrano tutti imparentati con tutti, ormai abbiamo rinunciato ad approfondire le relazioni familiari) che ci farà da autista su un  minivan da 6 posti,  giallo. Ci conducono ai lussuosi uffici della Custom (con vista panoramica sul porto), dove perdiamo un bel po' di tempo (vedi dettagli più oltre), mentre il tassametro del nostro taxi personale segna implacabile il passare del tempo...

È già passata l'una quando riprendiamo il nostro giro sul pulmino-taxi: farmacia per rifare la scorta di vitamine e bustine di sali minerali, acquisto credito dati per la Sim indonesiana e poi supermercato. A Sorong ce ne sono molti, non sono i soliti cinesi visti in PNG e alle Solomon, ma all'altezza delle  nostre migliori catene di supermercati.
Il problema è comprare alcolici (vino e birra). Siamo in un paese a maggioranza musulmana e quindi gli alcolici sono venduti in appositi negozi, rari e difficili da trovare; comunque grazie alla nostra guida riusciamo a comprare un cartone di 24 birre che paghiamo 600.000 rupie (40 €, un prezzo ragionevole), mentre il vino di qualità mediocre a 40€ per bottiglia lo lasciamo invecchiare sullo scaffale.
Finiamo in bellezza spendendo un milione di rupie a testa (130 euro in due) per l 'ingresso al Parco Raja Ampat; c'è un apposito ufficio di fronte all'aeroporto (0° 53.279 S 131° 17.494 E). Le due giovani impiegate, in un inglese stentato, ci dicono che dovremo pagare anche una quota per la barca, ma presso la struttura di Waisai, il capoluogo di Raja Ampat.
Sono le 3 del pomeriggio quando riprendiamo il taxi-boat per tornare alla nostra barca e poco dopo, come sembra succedere ogni giorno a Sorong, scoppia un diluvio. I locali non si impressionano e così, sotto la pioggia battente, con John facciamo in dinghy il primo giro con le taniche del gasolio. Il deposito si trova vicino al terminal dei water-taxi di Doom Island: qui si riforniscono tutte le barche locali, hanno dei bidoni e con la pompa a mano riempono le taniche; avendo sentito che spesso vendono carburante annacquato, per precauzione mi sono portato un imbuto con filtro separatore.
Per misurare le quantità usano una tanica da 20 litri con una riga nera segnata con il pennarello. "Questi sono 20 litri " mi dice il ragazzo del deposito, ma quando  travaso i "suoi" 20 litri nella mia tanica, il livello risulta 3 centimetri al di sotto del segnale di 20 litri  marcato in rilievo. "Questo sembra essere un litro locale, non internazionale!" gli dico, e John, che sicuramente aveva la sua percentuale di guadagno, fa fare il rabbocco a tutte le taniche. Con 8 taniche sul dinghy , per un totale di 160 litri, torniamo alla barca e rimandiamo al mattino successivo il secondo giro.
Questo comporta di rimandare di un giorno la partenza per Raja Ampat, ma ne approfittiamo per fare un po' di manutenzione (lavaggio dei filtri dell'acqua di mare e del dissalatore).
John è stato onesto e prezioso, prima di salutarci gli abbiamo regalato una maglietta e un gommoncino per i suoi ragazzi. Janus invece ha rinunciato al suo viaggio: "devo lavorare e non ho i soldi per comprare il biglietto di ritorno" ci dice, ma ci chiede di scrivergli una lettera di raccomandazione per eventuali altri imbarchi, nel caso riuscisse a convincere la madre a lasciarlo partire.
Mercoledì 31 agosto riprenderemo la navigazione fino al Parco delle Isole Raja Ampat, paradiso dei subacquei.  

NOTE PRATICHE PER I NAVIGATORI:
SORONG HARBOUR MASTER: l'ufficio dell'Harbour Master si trova alle spalle del terminal dei water-taxi ed è raggiungibile a piedi; noi siamo stati ricevuti da un giovane, molto gentile e disponibile, che parla ottimo inglese. Quando gli chiediamo informazioni sul documento di "Importazione Temporanea" della barca, telefona ad un suo amico della Custom e ci invia da lui per fare la pratica; prepara la clearance di uscita dal porto di Sorong ma ci dice di tornare a ritirarla quando avremo terminato con la Custom.
CUSTOM: i lussuosi uffici della Custom, simili ad un albergo di lusso, si trovano su una vicina collina che domina il panorama del porto (0° 52.578 S 131° 15.169 E).  Qui siamo ricevuti da Mr. Angga, anche lui gentile, professionale, ottimo inglese: per ottenere il documento di Importazione Temporanea, ci consiglia di registrare il nostro ingresso in Indonesia sul portale della Custom, secondo la nuova procedura in vigore dall'inizio di quest'anno. Non avendo noi portato il computer, ce ne mette a disposizione uno dell'ufficio, ci fa accomodare offrendoci caffè o the (cui cortesemente rinunciamo) e ci presta assistenza aiutandoci addirittura a bypassare alcuni passaggi difficili della procedura, come il documento sulle nostre vaccinazioni  e sulla disinfestazione della barca (che proprio non abbiamo).Completata la procedura on-line, ci avvisa che è necessaria una nuova ispezione a bordo (ne avevamo già avuta una a Jayapura) per fotografare la barca e la matricola del motore. Siamo un po' perplessi, fuori c'è il nostro autista e la barca è lontana, ma Mr. Angga ha organizzato tutto. Con la macchina di servizio ci riportano al terminal dei taxi-boat, ne affittano uno ad uso esclusivo (ovviamente a carico nostro: 100.000 rupe pari a circa 8 euro), saliamo a bordo, due foto e via di ritorno con gli stessi mezzi. Rientrati in sede, in dieci minuti il documento di "Importazione Temporanea" è pronto. Niente tasse, né balzelli. Abbiamo perso un po' di tempo, ma ora siamo a posto fino all'uscita dall'Indonesia.
Ultima nota: Mr. Angga ci ha infine chiarito, una volta per tutte, che non dobbiamo andare alla quarantena in ogni porto, ma solo dall'Harbour Master nei porti principali. Evviva!

mercoledì 31 agosto 2016

Indonesia: BIAK

1°11.201' S 136°04.744' E
Le 307 miglia di navigazione da Jayapura a Biak scorrono senza grandi sorprese: il vento è sempre leggero, ma lo sfruttiamo tutto. Ci poniamo come limite di velocità minima 3,5 nodi; sotto questa soglia, accendiamo e procediamo a vela e motore (anche per caricare le batterie). In questo modo, lemme lemme, alle 10.00 di martedì 23 agosto arriviamo a Biak. Controllo il consumo di carburante: 51 ore di percorso, 34 ore di motore, 80 litri consumati, media 2,47 litri/ora. Considerando che il consumo a velocità di crociera è sui 4 litri/ora, non ci possiamo lamentare.
Gettiamo l'ancora in posizione equidistante dal molo delle navi e dal molo del mercato, su un fondale di 16-18 metri di sabbia e corallo basso (1°11.201' S 136°04.744' E).
L'ancoraggio è riparato solo da nord, per cui con il vento da ESE, predominante in questa stagione, può diventare insopportabilmente rollante. Per fortuna siamo in regime di venti leggeri e variabili, e non abbiamo problemi durante la nostra sosta.
All'arrivo non siamo precisamente in forma: Lilli ed io ci siamo beccati un bel raffreddore, con mal di gola, febbre, probabilmente a Jayapura gli sbalzi di temperatura dovuti all'aria condizionata di negozi e uffici ci hanno giocato un brutto scherzo.
Riprese un po' di forze, il giorno successivo vado a terra con il dinghy per le pratiche, mentre Lilli, non ancora sfebbrata, rimane in barca.
Per l'atterraggio scelgo la radice del molo del mercato, anche se prevedo che con la bassa marea di metà pomeriggio diventi troppo alto; spero di rientrare per ora di pranzo. Non appena mi avvicino al molo, alcuni giovani che tengono i primi banchi del pesce accorrono per  darmi una mano, facendomi capire, a gesti, che penseranno loro a guardare il dinghy. Ad ogni buon conto, provvedo ugualmente a lucchettarlo. Uno di loro si presenta: "Mario, nome italiano!"; sembra felice di sentire che sono italiano, parla un buon inglese e si dichiara disponibile per qualsiasi cosa di cui avessi bisogno.
Il mercato è fitto di banchi e quasi buio, perché totalmente ricoperto da teloni, lamiere ondulate, assi di legno, tutto quanto possa essere utile a ripararsi dal sole; una buona metà di banchi, verso il mare, vendono pesce fresco, di molte varietà, mentre gli altri espongono ortaggi e frutta di buona qualità.


Appena uscito dalla fresca ombra del mercato vengo investito dal sole accecante e dal caldo afoso; la città è movimentata e abbastanza grande da trovarvi un po' tutto.
Mostrando l'intestazione della clearance, chiedo ad un taxi-pulmino di portarmi agli uffici dell'Harbour Master: l'autista, dopo essersi consultato con un paio di clienti, mi dice di salire. Mi fa scendere davanti all'ufficio sbagliato, ma comunque un po' di strada l'ho risparmiata; l'Harbour Master si trova sulla strada che corre parallela al mare, subito dopo l'ingresso del porto, è riconoscibile a distanza perché si contraddistingue una torretta blu che si eleva di poco sul fabbricato.
Alla guardiola devo fare un po' di anticamera: "C'è un meeting" è tutto quello che mi sa dire in inglese il giovane di guardia, ma dopo una ventina di minuti mi viene a prelevare un signore in divisa che mi fa strada all'interno dell'ufficio.
Qui una giovane signora in divisa e un suo collega che parla qualche parola in inglese preparano i documenti, dimostrando non poche incertezze sul da farsi (mi sembrava di saperne più io), comunque con un po' di pazienza le carte sono pronte e portate alla firma, pago 9000 rupie di tasse (circa 0,80 €!) e a mezzogiorno sono fuori con la mia nuova clearance interna, fino a Sorong.
Mi resta da fare la clearance della quarantena, anche se Lilli ed io nutriamo qualche dubbio sulla necessità di questo documento, la cui inutilità per le barche da diporto ci sarà infatti confermata qualche giorno dopo a Sorong. L'ufficio portuale della quarantena (che si trova 100 metri prima dell'Harbour Master, nell'ingresso del porto) è chiuso. "Bisogna andare alla sede centrale" mi dice a gesti l'agente di guardia; chiedo se si può andare in taxi, ma capisco dalla faccia che fa che non è possibile, parla con il suo collega e si offre di accompagnarmi lui, in moto.
Alla quarantena, distante 5-6 km (per chi dovesse fare qui il check-in di ingresso in Indonesia riporto le coordinate: 1° 11,183' S 136° 6,721' E), il giovane impiegato capisce un po' l'inglese e velocemente prepara la nuova clearance fino a Sorong, ma non c'è verso di appurare se è possibile evitare questa solfa ad ogni porto; pago l'esosa tassa di 20.000 Rupie (1,3 €) e ritorno in città con la guardia del porto, che mi aveva pazientemente aspettato. Gli dico che può lasciarmi al mercato, ma lui fraintende e mi accompagna al supermercato, dove attende anche lì che io faccia un po' di spesa prima di riportarmi al suo posto di guardia all'ingresso del porto. Sono esterrefatto e piacevolmente colpito da tanta gentilezza, gli lascio una mancia di 50.000 rupie (poco più di 4 €) che lui dimostra di apprezzare.   
Quando alle 14 ritorno in barca, non senza un po' di scorta di frutta e ortaggi, sono completamente disidratato, ma siamo a posto, abbiamo le carte in regola per partire domani alla volta di Sorong! 

martedì 30 agosto 2016

JAYAPURA, Indonesia

2°32.381' S 140°42.508' E
Come detto lasciamo Vanimo e la Papua Nuova Guinea alle 9.30 del 17 agosto; il vento tanto per cambiare latita, quindi ci cucchiamo l'ennesima smotorata. Alle 16.00 dello stesso giorno entriamo nella spettacolare baia di Jayapura: siamo in Indonesia! Chiamiamo l'Harbour Master via VHF, ma non otteniamo alcuna risposta … solo più tardi scopriremo il perché.
Dai resoconti degli altri navigatori sappiamo che, se si vuole restare vicini alla città per le pratiche di ingresso e gli acquisti, bisogna ancorare su circa 30 metri; compiamo ugualmente il solito giro di perlustrazione, alla ricerca di profondità minori, ma è inutile, non ci sono alternative; rassegnati, gettiamo l'ancora su un fondale di 32 metri, proprio davanti al centro città (2°32.381' S 140°42.508' E). Caliamo 80 degli 85 metri di catena che abbiamo a disposizione; proviamo la tenuta con marcia indietro a 1800 giri e l'ancora tiene. La cartografia Navionics è sbagliata di 300-400 metri, e infatti posiziona Refola non DAVANTI al centro della città, ma proprio NEL centro città, a terra!
In acqua c'è un po' di tutto, da sacchetti di plastica di ogni genere e misura, a lattine vuote, a qualsivoglia oggetto galleggiante; in compenso la cornice a terra è splendida.
Vanimo e Jayapura si trovano entrambe sul versante settentrionale della grande isola di Nuova Guinea. Solo 38 miglia le separano, ma in mezzo c'è l'innaturale linea di confine verticale tra Papua Nuova Guinea e Indonesia: un confine che non è solo politico e amministrativo, ma sembra segnare un brusco passaggio nella storia, dall'età della pietra all'era moderna. Già appena entrati nella grande baia ci ritroviamo circondati da uno scenario completamente diverso dal mondo che abbiamo lasciato: in mare pescherecci mai visti prima, tipicamente indonesiani, a terra grandi palazzi, cupole di moschee, e tante tante case, abbarbicate sulle alte colline che si affacciano sul mare.



Uno scenario che diventa ancor più affascinante all'imbrunire, quando tutta la città si illumina. Rispetto alla Papua Nuova Guinea, ci sembra di essere a Montecarlo!
A terra c'è un grande movimento, centinaia di persone sul lungomare, cortei di motociclette e macchine strombazzanti, ovunque sventolano bandiere indonesiane; intorno a noi molte imbarcazioni sono bardate con il gran pavese. In breve ci rendiamo conto che deve essere un'importante ricorrenza nazionale (ecco perché l'Harbour Master non rispondeva). Consultiamo la Lonely Planet e ne abbiamo conferma: proprio il 17 agosto ricorre l'anniversario della prima dichiarazione di indipendenza dell'Indonesia dal dominio olandese, avvenuta il 17 agosto 1945, tre giorni dopo la resa del Giappone. Un'indipendenza che in realtà divenne effettiva solo nel 1949, dopo lunghe e sanguinose battaglie, e che peraltro non riguardò questa zona del paese, che restò parte dell'impero coloniale olandese fino al 1963, quando l'aggressiva politica indonesiana ne decretò l'annessione alla Repubblica Indonesiana. Fino a quella data Jayapura, con il nome di Hollandia, fu capitale della Nuova Guinea Olandese, e cambiò nome solo nel 1969.
Jayapura è quindi una città importante (300.000 abitanti), dalla storia lunga e travagliata, dove convivono culture ed etnie differenti; sono ancora presenti forti spinte autonomistiche ed il controllo indonesiano è percepibile dalla massiccia presenza di forze armate e polizia.
Per noi, dopo mesi di villaggi senza elettricità né strade né automobili, dove la vita delle persone sembrava ripetersi uguale da generazioni e generazioni, è quasi piacevole ritrovare un mondo che, pur diverso dal nostro, ci risulta in qualche modo più familiare. La baia è dominata da un'enorme scritta al neon "Jayapura City", e da due grandi croci, sempre al neon. Ma c'è pure una consistente impronta musulmana: molte donne portano il velo,  gli altoparlanti dei minareti diffondono i richiami alla preghiera dei muezzin, non si trovano alcolici.
Il 18 agosto iniziamo le pratiche per l'ingresso, seguendo praticamente alla lettera le istruzioni di Tom e Susie, una coppia di inglesi che a bordo di "Adina" hanno fatto nel 2015 lo stesso nostro itinerario. Il loro dettagliato report, disponibile sia su Noonsite che sul loro sito yachtadina.co.uk, descrive la dislocazione dei vari uffici, con tanto di coordinate, la loro nomenclatura  indonesiana, come raggiungere le varie località, insomma tutte quelle notizie utili per districarsi quando ci sono difficoltà di comunicazione. Qui infatti pochissimi parlano o capiscono l'inglese.
Per andare a terra, sempre seguendo le indicazioni di Adina, utilizziamo un pontile in legno della polizia nell'angolo nord della baia, adiacente ad un piccolo torrente. Timidamente proviamo a dire in indonesiano "possiamo attraccare qui?" … i poliziotti apprezzano il nostro goffo tentativo di esprimerci nella loro lingua e si fanno in quattro per aiutarci.
Con i nostri appunti sempre a portata di mano, iniziamo dall'Harbour Master, poi la Custom che ci fissa l'appuntamento per l'ispezione a bordo, poi la quarantena, nel pomeriggio completiamo le pratiche con l'immigrazione. Questi ultimi due uffici sono molto distanti, d'altronde la città di Jayapura si espande per una trentina di km, e ha ormai conglobato i piccoli paesi circostanti. Per spostarsi si utilizzano pulmini da 6 posti: quelli bianchi per il centro città, quelli blu per l'aeroporto e quelli verdi per i quartieri periferici; le tariffe variano da 2000 a 4000 Rupie (0,15-0,25 €); se invece si utilizza un pulmino in via esclusiva, come un taxi, la tariffa è circa 250.000 rupie/ora (circa 15 €), ma i prezzi sono trattabili.
Per andare agli uffici della quarantena, che sono decentrati e fuori dal raggio dei pulmini di linea, l'autista del pulmino bianco che ci aveva portato al porto ci chiede 250.000 rupie che contrattando diventano 200.000. Forse l'autista, che spiaccicava qualche parola di inglese, ci ha preso in simpatia, o forse ha apprezzato che lo aiutassimo a spingere quando il pulmino non partiva, comunque ci ha scarrozzato per l'intera mattinata nei vari uffici e a fare acquisti!
L'ispezione a bordo da parte della Custom è stata meticolosa: sono arrivati in sei con una lancia, hanno accostato, in quattro sono saliti su Refola ed hanno rovistato dappertutto. Ci sono limitazioni per l'importazione dell'alcool, un litro a persona, ma per non avere problemi noi abbiamo dichiarato tutte e 16 le bottiglie di vino che abbiamo, facendo gli gnorri sulla birra. Nell'ispezione hanno scovato altre tre bottiglie che avevamo dimenticato sotto la cuccetta di prua (erano lì dal  2012!), ma per fortuna non hanno preso provvedimenti, per loro l'importante è che l'alcool sia per uso personale e che non scenda a terra. Tutto si è risolto felicemente, li abbiamo omaggiati di una bottiglia che (a detta loro) sarebbe stata messa in una vetrina e non assolutamente bevuta. Peccato per loro, era una bottiglia di Valpolicella comprata alle Vanuatu!
Il giorno dopo iniziamo la trafila per ottenere la clearance di uscita dal porto e dalla quarantena ed il permesso della polizia per girare nella provincia. Scopriremo poi che la clearance di quarantena e il permesso della polizia erano perfettamente inutili.
Lilli ed io abbiamo sentito un'immediata simpatia per questa città e per la sua gente così gentile ed ospitale, che esprime, seppure in un inglese stentato, grande voglia di comunicare. Molte persone incontrate sottolineavano con orgoglio di essere papuani, non indonesiani. Lilli è andata in estasi quando un giovane, dopo averle chiesto fuoco per accendere una sigaretta, ha iniziato a chiacchierare e saputo che siamo italiani le ha detto: "Mi piace la musica italiana … gregorio ...". Mentre lei si stupiva che Francesco De Gregori fosse conosciuto anche qui, lui ha attivato la musica sul suo cellulare facendole sentire … un canto gregoriano! Lilli avrebbe voluto baciarlo, ma si è trattenuta, e con un grande sorriso gli ha detto: "Anch'io amo la musica gregoriana!".   
Altro motivo di attrazione, i prezzi bassi: a Lilli non è sembrato vero trovare sigarette a 1,5 € al pacchetto, la simcard per internet (45 giorni di validità e 6 giga dati) a circa 5 €, al ristorante, con vista sulla baia e su Refola, mangiamo in due con 20 €.
C'è perfino un centro commerciale moderno, su cinque piani, con ipermercato alimentare, negozi di abbigliamento di grandi marche e ristoranti vari. 
Ci saremmo volentieri fermati un po' più a lungo, ma abbiamo ancora molto mare davanti a noi... così, rifornita la cambusa, domenica 21 agosto subito dopo l'alba salpiamo per Biak, a 300 miglia.

Vanimo, ultima sosta in PNG

2°41.046'S 141°17.840'E
Alle 6.50 di sabato 13 agosto salpiamo da Mal Island. Usciamo dal gruppo delle Ninigo attraverso la pass che separa Ahu Island dall'isolotto Pelepa, a sud di Ahu; la profondità minima nella pass è di 13 metri, e troviamo circa 1 nodo di corrente entrante.
Finalmente abbiamo un vento costante sui 14-15 nodi: quasi non ci sembra vero, dopo settimane di motore, così ci godiamo queste 200 miglia, a vele spiegate fino a Vanimo.
Alle 14.30 di domenica 14 gettiamo l'ancora in prossimità del molo, nell'angolo SE di Vanimo Harbour (2°41.046'S 141°17.840'E).
Vanimo rappresenta per noi una tappa importante, perché dobbiamo ritirare presso il Consolato il visto per l'Indonesia (richiesto, tramite un agente con sede a Bali, quando eravamo ancora in Nuova Zelanda) e ottenere la clearance di uscita dalla Papua Nuova Guinea. Ci impensierisce il controllo dell'immigrazione: abbiamo sforato il termine di 30 giorni fissato per chi come noi non ha un visto di ingresso in PNG, che scadeva il 6 agosto. Ci faranno problemi?
Un po' ansiosi lunedì 15 agosto, alle 8.15 di mattina, siamo già nell'ufficio dell'Harbour Master per iniziare le pratiche.
Gli altri navigatori passati di qui hanno scritto che l'Harbour Master è molto "helpful" e "yacht friendly", cioè che fornisce aiuto e assistenza agli yacht in transito. Con disappunto veniamo a sapere che l'Harbour Master è cambiato, ma non così, per fortuna, la gentilezza e disponibilità del nuovo incaricato e dei suoi collaboratori. Ad uno di questi, infatti, il capo consegna le chiavi della propria auto per accompagnarci agli uffici della Custom, distanti circa 2-3 km.
L'ufficiale della Custom ritira la clearance interna che ci avevano rilasciato a Kavieng e ci consegna un certificato che attesta il nostro arrivo  a Vanimo, rimandandoci però al giorno della partenza per il ritiro della clearance di uscita dalla PNG; con sollievo apprendiamo che lui stesso potrà timbrare l'uscita sui nostri passaporti, evitandoci di passare dall'ufficio immigrazione. Forse questo ci aiuterà a farla franca!
Quando usciamo dall'ufficio della Custom realizziamo che il nostro autista non c'è più, se n'è andato senza dirci niente! Perplessi ci guardiamo intorno per capire come fare a tornare indietro, ma dopo un attimo un simpatico personaggio della Biosecurity ci offre il suo aiuto e ci porta prima al Consolato Indonesiano, e poi addirittura a fare acquisti.
Al Consolato sembra tutto facile: compiliamo qualche modulo, consegniamo copia della "sponsor letter" della nostra agente di Bali e del CAIT (permesso di navigazione in acque indonesiane, ottenuto sempre tramite la stessa agente). "Venite a ritirare il visto alle 14" ci dice l'impiegato.
Scarrozzati dal nostro "autista personale", facciamo un giro per i (piuttosto miseri) negozi. Vanimo è l'ultima città della Papua Nuova Guinea, a circa 50 km dal confine con l'Indonesia, ma non per questo diversa dalle altre viste in precedenza: alcuni supermercati cinesi, 2-3 negozi di ferramenta e casalinghi, un mercato grande ma povero, con molti banchi vuoti.
Le abitazioni sono sparpagliate nel verde fuori dal centro commerciale, ma un grande tabellone davanti al palazzo della provincia mostra il piano cinquantennale di sviluppo della città (2016-2066). Questa sì che è lungimiranza!
Rientriamo in barca per pranzare velocemente ed alle 13,45, sotto un'implacabile canicola, ci rechiamo a piedi al consolato indonesiano.
E qui inizia il calvario: un altro impiegato, di grado superiore, ci comunica che sono necessari documenti originali, o almeno delle copie a colori. "Ma non abbiamo originali, abbiamo ricevuto tutto via mail dalla nostra agente!" dice Lilli. "Tornate domani" è la laconica risposta, che ci lascia ancora una volta perplessi e un po' preoccupati.
Non ci perdiamo d'animo e nel frattempo organizziamo il rifornimento di carburante: con vento così scarso, ahimè, i consumi di gasolio sono alle stelle!!!
Il giorno successivo torniamo al Consolato. L'impiegato "superiore" ripete che non può accettare i nostri documenti, ma noi insistiamo che non abbiamo altro da produrre, e che i documenti sono validi, timbrati e firmati… Ci dice di aspettare. Una buona mezz'ora di attesa e poi veniamo fatti entrare in una saletta con un grande tavolo, per parlare con uno ancora più importante (che sia il console in persona?). Ci fa domande sullo scopo del nostro viaggio, ci assicura che l'Indonesia è felice di accogliere le barche, ma ... le procedure … bla, bla, bla. Vedendo che butta male, gli dico: "Per favore, ci aiuti!". Lilli gli mostra sull'I-Phone la mail ricevuta dall'agente, e la inoltra all'indirizzo del Consolato. Senza sapere come andrà a finire, veniamo rimandati alle panchine di attesa. Solo dopo un'altra ora veniamo chiamati allo sportello, dove finalmente ci consegnano i passaporti, con incollato il visto indonesiano. È fatta!!!!
Se ci va dritta anche con l'uscita dalla PNG, apriamo una bottiglia (l'ultima) di prosecco!
Mercoledì 17 agosto di buonora l'impiegato dell'Harbour Master ci riaccompagna alla Custom: in 10 minuti otteniamo la clearance di uscita e i timbri sui passaporti, senza alcuna difficoltà. Siamo liberi di partire!
Alle 9.30 salpiamo: perdiamo mezzora per lavare catena e ancora, intrise di fango, e mettiamo la prua su Jayapura, nostra prima meta Indonesiana, a 38 miglia.

NOTE PRATICHE PER I NAVIGATORI:
VANIMO HARBOUR: per motivi di sicurezza l'ancoraggio consigliato da altri navigatori è il più vicino possibile al molo, facendo attenzione a non intralciare le manovre delle navi: essendo una zona illuminata, è più difficile subire intrusioni a bordo e furti. In ogni caso è sempre consigliabile chiudere la barca quando si va a terra, e non lasciare in coperta niente che possa essere rimosso.
All'arrivo abbiamo chiamato via VHF il Port Controll per chiedere il permesso di ancorare: nessuna risposta, ma era domenica e sicuramente l'ufficio era chiuso. Abbiamo ancorato, senza problemi, nell'angolo SE di Vanimo Harbour (2°41.046'S 141°17.840'E); fondale di sabbia/fango, profondità sui 5-6 metri.
ATTERRAGGIO: per andare a terra col dinghy il posto più sicuro è a destra del molo, dietro al relitto, dove c'è anche uno scivolo un po' rovinato; non è comodissimo, perché con la bassa marea bisogna camminare sulle rocce, ma almeno si può lucchettare il dinghy al relitto.

FORMALITÀ: l'ufficio dell'Harbour Master si trova alle spalle del molo, seminascosto dai container; il cancello di ingresso è proprio a fianco dello scivolo suddetto.
La Custom si trova a circa 3 km, proseguendo sulla strada tra la spiaggia e l'aereoporto, al primo incrocio a sinistra, Best National Building; comunque presentandosi all'Harbour Master, c'è la possibilità di essere accompagnati in auto.
L'Immigrazione ha normalmente sede all'aeroporto, ma il timbro di ingresso o uscita si può ottenere dalla Custom.
Il Consolato è a circa 800 metri dal grande incrocio accanto al porto; è necessario compilare un modulo e allegare 2 foto tessera, e pagare 120 kina a persona (circa 36 €).
CARBURANTE: ci sono due compagnie  che vendono carburante in barili (drum) da 200 litri, oltre ad un paio di distributori dove si può far rifornimento con le taniche. Noi abbiamo utilizzato la compagnia più vicina al nostro ancoraggio (200 metri dopo l'Harbour Master), J.B. Distributors LTD. Abbiamo pagato 3,25 k/litro, il prezzo più caro in PNG, consegna dei barili sul molo, dove abbiamo accostato con la barca, previa autorizzazione dell'Harbour Master; sono attrezzati di pompa e filtro ed il personale fornisce assistenza per il travaso.

martedì 16 agosto 2016

PNG: NINIGO ISLANDS

1°23.530'S  144°10.723'E
Mercoledì 10 agosto, alle 6.30, salpiamo senza problemi dall'ancoraggio di Akib e alle 7.20 siamo già fuori dal West Passage, ampio e senza corrente; abbiamo 10 nodi di vento da sud, al gran lasco per la nostra rotta, ma anche una bella onda incrociata: al mascone di dritta, per il vento che ha soffiato nella notte, al giardinetto a sinistra per il vento attuale. Quando l'onda arriva a prua, la velocità scende fino a 4 nodi, per poi riportarsi lentamente sui 6.
La velocità media di 6 nodi ci è assolutamente necessaria per percorrere le 60 miglia della tappa ed arrivare con una buona luce: morale della favola, dobbiamo dare anche questa volta un aiutino col motore, per compensare i rallentamenti causati dall'onda.
Rimettiamo la traina con un nuovo polipetto di plastica colorata e verso mezzogiorno ecco il sibilo del mulinello; recupero con estrema facilità i primi 50 metri di filo, poi la preda comincia a tirare e a saltare fuori dall'acqua. È bel un pesce spada, ad occhio di un metro e mezzo, salta fuori  dall'acqua in verticale e scuotendo la testa cerca di sputare l'esca, uno spettacolo! Dopo 5-6 tentativi riesce a liberarsi: è stato bravo, si è guadagnato la libertà, sono quasi più contento che deluso. E come me Lilli, ovviamente, che parteggia sempre per i pesci.
Ormai possiamo vedere ad occhio nudo le altissime palme sulle isole che compongono il Ninigo Group. Lo scenario ricorda un po' quello delle Tuamotu. Qui si svolge ogni anno una grande regata di canoe a vela, di cui abbiamo saputo da altri navigatori e da internet; pare sia un avvenimento seguito ed importante, cui purtroppo non potremo assistere perché alla data fatidica (26 agosto) saremo già in Indonesia.
Aggiriamo a nord le Ninigo Islands e passiamo nel Mataran Passage, il canale che separa la barriera di Ninigo e Pelleluhu Islands, largo circa 500 metri e lungo 2,5 miglia. A vederlo sulla carta e sulle immagini satellitari è piuttosto impressionante, ma in realtà è facile da percorrere; sulle "Admiralty Sailing Directions" viene descritto come sicuro, con profondità minima 36 metri. Incontriamo alcune canoe a vela con giovani locali intenti alla pesca, che ci salutano calorosamente.
Anche noi, proprio verso la fine del canale, peschiamo una bel carangide sui 5-6 chili.
L'ancoraggio prescelto è quello consigliatoci da Bob, a nord di Longan Island; la cartografia  elettronica Navionics e C-Map non è di alcun aiuto (totalmente senza dettagli), solo l'immagine satellitare mostra una piccola apertura nel reef. Quando siamo a circa un miglio dalla pass, una canoa ci viene incontro e ci fa segno di fermarci; a bordo c'è Oscar, che ci dà il benvenuto e si offre di salire a bordo per pilotarci all'ancoraggio: ringrazio educatamente, ma declino l'offerta.
Avanziamo lentamente verso la punta est di Longan Island; la visibilità è discreta, abbiamo il sole alle spalle, ma dobbiamo fare un po' di gimcana tra macchie di reef affiorante. Nell'ultimo tratto un'altra canoa ci guida fino al punto in cui gettare l'ancora: siamo al centro di una piccola laguna contornata da reef, dove c'è posto alla ruota per una sola barca, il fondo è di sabbia sugli 8 metri, ma ci sono alcune patate di corallo piuttosto insidiose. Filiamo 40 metri di catena e mettiamo la solita boa a 30 metri, per tenere la catena sollevata dal fondo (1°13.129'S 144°17.707'E); in alternativa a questo, che è il punto più interno, circa 500 metri prima c'è un altro slargo sabbioso con profondità sui 12 metri.
Terminata la manovra, sono le 15.30; si avvicina la canoa che ci ha guidato all'ancoraggio, con a bordo Campbell e la figlia sui 13 anni. Ci dà il suo benvenuto porgendoci alcune banane ed una pentola ancora calda con della zucca cotta: "Per la cena", ci dice. Noi restiamo un po' sorpresi, non eravamo mai stati oggetto di tanta ospitalità, e per ricambiare gli regaliamo il pescato di un paio d'ore prima.
Poco dopo arriva un'altra canoa con a bordo due donne e due bambini, che chiedono di salire a bordo, porgendoci due papaie e una piccola anguria: sono la moglie di Oscar e sua cognata, e riconosciamo in loro le persone viste nelle foto  di Peter e Margareta, la coppia di australiani incontrati a Kavieng. Ancora parole di benvenuto, e l'offerta di aragoste, che i loro figli più grandi andrebbero a pescare per noi. "Sì, un'aragosta ci farebbe piacere!" dico io, così ci accordiamo che i ragazzi ci porteranno le aragoste in cambio di una bottiglia di whisky.
Le visite continuano anche il giorno dopo: Campbell, accompagnato dalla moglie Nellie e dal nipotino, si presenta con due cocchi freschi ed una grande pentola con dentro un pollo, spennato e pronto per essere cucinato. A parte l'orrore di Lilli alla vista del cadavere di pollo con zampe e tutto, siamo davvero colpiti da tanta gentilezza e generosità. Ci chiedono se possiamo andare a casa loro, sulla spiaggia a pochi metri, per dare un'occhiata al loro impianto elettrico, formato da pannelli solari, regolatore di carica e batterie, che ha qualche problema. "Volentieri, verso le 11 facciamo un giro" rispondo.
Arrivano i ragazzi di Oscar con 6 (dico, sei!) grosse aragoste: diamo loro la bottiglia di whisky (acquistata al duty free di Port Vila per 6 €) e se ne vanno soddisfatti. Per noi un nuovo lavoro: dobbiamo cuocere le aragoste al più presto, visto che il freezer ormai lo teniamo spento, per ridurre il consumo delle batterie. La giornata si preannuncia decisamente intensa!
A casa di Campbell il problema più grande è la batteria, regalatagli da una barca di passaggio: misura 9,5 V ed il pannello non riesce a caricarla, segno che ormai è andata. Gli offro una delle mie che ho scollegato, che non è in ottimo stato, ma sempre meglio della sua; gli regalo anche un regolatore di carica che non uso più, e lui si dimostra felice come una pasqua.
Campbell ci presenta la nipote, insegnante alla locale scuola primaria: giovane donna sulla trentina, sveglia e preparata, ha studiato a Lorengau e dopo alcuni anni di insegnamento in isole lontane è stata finalmente trasferita qui, nella sua isola natale. Molto gentile, ci accompagna a vedere la sua casa e ci presenta il marito, occupato a mettere a punto la canoa a vela per la regata.

Proseguiamo il giro fino alla scuola, dove registriamo sul libro degli ospiti la nostra presenza e conosciamo Justin, un altro giovane insegnante, che ci chiede se possiamo cambiargli delle Rupie, la valuta indonesiana, con delle Kine; ci accordiamo che venga a farci visita in barca nel primo pomeriggio.
Poco dopo il nostro ritorno in barca siamo nuovamente raggiunti da Campbell, che questa volta ci invita a cena a casa sua. Il fratello di Oscar viene a chiedere di caricargli il cellulare e di controllare un piccolo amplificatore (cinese) appena comprato e non funzionante, altri ancora a portarci frutta che non riusciremmo mai a mangiare e che quindi, scusandoci, rifiutiamo. Insomma la giornata prosegue senza un attimo di tregua, né d'altra parte possiamo rimandare i visitatori all'indomani, perché ci sposteremo a sud di Ninigo. Non so come, ma tra una cosa e l'altra riusciamo a cuocere, contemporaneamente su tre pentole, le sei aragoste!
L'ultima visita è quella di Oscar, che viene con la moglie e un'altra coppia di amici a portarci il "vero" Log Book dei navigatori di passaggio, avvertendoci che eventuali altri libri che ci venissero mostrati non sono validi. Anche qui non possiamo non notare una certa competizione tra i locali, in particolare tra Oscar e Campbell. Il primo trova a ridire perfino sul luogo di ancoraggio indicatoci dal secondo (troppo piccolo per la nostra barca), lui ci avrebbe condotto in un'area più ampia e sicura! Ovviamente noi facciamo finta di niente e manteniamo una posizione equidistante, mostrandoci con tutti gentili e grati.
Oscar, come tutti qui, è presissimo dalla regata delle canoe a vela: è molto orgoglioso della sua canoa lunga 9 metri e vuole a tutti i costi vincere la competizione, i cui premi tra l'altro sono in denaro, messo a disposizione dal Governo.
Concludiamo la densa giornata con la cena da Campbell, alle 18.30. Hanno apparecchiato una tavola sulla spiaggia, e riservato per noi i piatti e le posate più belle. Veniamo ancora una volta ringraziati per i doni e per il controllo dell'impianto; prima di iniziare la cena Campbell dice una preghiera in cui chiede al Signore di proteggere anche noi, durante il nostro lungo viaggio.
Il mattino seguente salpiamo, mentre dalla spiaggia la famiglia di Campbell ci saluta sbracciandosi; siamo diretti a Mal Island, la più meridionale delle isole del gruppo, a 15 miglia. Seguendo la mappa satellitare percorriamo il passaggio tra Meman Island e Logan Island verso sud, fondale minimo 10 metri; poi, finalmente a vela con 15 nodi di vento da ESE, proseguiamo all'interno della grande laguna, profonda e senza pericoli.
Ancoriamo nella parte occidentale di Mal Island, su un fondale di sabbia sui 14 metri (1°23.530'S 144°10.723'E).
Come ci avevano annunciato i "velisti" di Longan, troviamo un'altra barca a vela ancorata poco distante. È per noi un evento straordinario, in questa stagione: finora di barche ne abbiamo incontrato una a Kavieng, una ad Alotau, due ad Honiara. Recandosi a terra, i nostri "vicini" passano a salutarci: sono americani, Philip e Leslie, lui di origini italiane (cognome DiNuovo). La loro barca si chiama Carina, di cui abbiamo letto alcuni report su Noonsite; provengono dalle Filippine e proseguiranno per la Micronesia; si fermano alle Ninigo per la regata, sono in stretto contatto col comitato organizzatore e intendono mettere a disposizione ulteriori premi (cime, strumenti per la pesca etc) per i primi classificati.
Purtroppo l'incontro si limita a quattro chiacchiere e scambi di informazioni: per noi, domani,  un'altra alzataccia all'alba, per raggiungere la nostra ultima destinazione in Papua Nuova Guinea, Vanimo, a 200 miglia.