venerdì 10 luglio 2015

BANKS - GAUA ISLAND (SANTA MARIA)


Sabato 4 luglio salpiamo alle 6.45 per raggiungere Gaua, la prima isola del gruppo delle Banks, distante 64 miglia. Ai tempi in cui le Vanuatu erano governate da una inusuale gestione condivisa tra francesi ed inglesi, il cosiddetto "Condominium", Gaua Island faceva parte del territorio francese e si chiamava Santa Maria. Quando le Vanuatu, nel 1980, conquistarono l'indipendenza, cambiò nome in Gaua.
Dai grib file vediamo che il vento sarà debole, ma speriamo che la previsione sia "un po' sbagliata" e di trovare una brezza più sostenuta. Ovviamente, per una volta che avremmo voluto vederli smentiti, i dati dei grib file sono super corretti. Abbiamo 5 nodi di vento apparente al gran lasco; per mantenere una velocità accettabile ed arrivare prima del buio, diamo motore al minimo per tutto il percorso, solo nelle ultime 8 miglia il vento sale a 10-12 nodi.
In prossimità della Punta Ngere Malak, per non farci mancare niente, troviamo anche una corrente contraria di circa 2 nodi. Comunque alle 16.15 gettiamo l'ancora a Pwetevut Bay, nella parte SW di Gaua, fondo di sabbia nera sui 10 metri, acqua limpidissima (14°18.789'S 167°25.840'E). Unico neo: un rollio in certi momenti eccessivo.
Dopo di noi arriva un grosso catamarano a motore, con a bordo una coppia, bandiera francese (i locali ci diranno poi che viene dalla Nuova Caledonia). Il comitato di accoglienza locale si dà fare e propone di organizzare l'indomani, per le due barche, uno spettacolo di Water Music.
La Water Music è un'antica tradizione esistente solo nell'isola di Gaua: il "concerto" si svolge in riva al mare, le "musiciste" sono solo donne. In gruppo scendono in acqua fino alla cintura e battendo ritmicamente le mani sulla superficie, con particolari movimenti delle dita, producono diversi suoni che nell'insieme formano una sorta di musica, la musica dell'acqua.
L'invito ci alletta, ma non altrettanto l'idea di passare un'altra notte a rollare... non senza un certo dispiacere, decliniamo.
L'indomani mattina ripartiamo costeggiando in senso orario l'isola, per raggiungere sul lato nord-est il nuovo ancoraggio che dovrebbe essere più protetto dall'onda, Lusalava Bay.
Passando davanti a Ngere Aro Point, a NW di Gaua, facciamo una puntata nella baia per verificare i fondali e la possibilità di un eventuale ancoraggio: in effetti il posto è riparato a NE ed a SW dal reef e non entra onda, i fondali vanno dai 10 ai 14 metri, potrebbe essere una valida alternativa a Pwetevut Bay.
Riprendiamo il nostro giro fino a Lusalava Bay, una baia protetta da un vasto arco di barriera corallina su cui si apre un varco largo circa 350 metri. La guida indica un way point di accesso (da cui bisogna procedere con rotta 200°) ed un way point per l'ancoraggio, aggiungendo che la cartografia Navionics, in quest'area, è poco precisa e che pertanto è consigliabile entrare in condizioni di buona visibilità. In effetti, quando posizioniamo i due way point sul plotter e sull'IPad, ci rendiamo conto che sulla cartografia l'ancoraggio risulta a terra: c'è uno scarto di circa 0,6 miglia a NW!
Il mare frange forte sul reef, rendendolo molto visibile; una volta arrivati al way point di ingresso (14°12.000'S 167°34.362'E), distinguiamo bene l'ampio passaggio. Evitando di basarci sulla cartografia, con la solita cautela avanziamo a vista fino all'ancoraggio, tenendoci a debita distanza dai fondali azzurro chiaro e marrone.
Alle 12.45 caliamo l'ancora su un fondale di sabbia e banchi di corallo sui 7-9 metri, filando 50 metri di catena (14°12.444'S 167°34.114'E). Mi tuffo in acqua per controllare l'ancora: la vedo ben affondata nella sabbia, ed anche un bel tratto di catena è sulla sabbia, ma tutto intorno alla barca, nonostante l'acqua sia un po' torbida, riesco a vedere molte formazioni di corallo. Sono basse, non rischiamo di toccarle con la chiglia, ma la catena durante il brandeggio potrebbe non solo incattivarsi ma anche rovinarle. Per evitare entrambe queste eventualità, fissiamo una boa alla catena, in modo da tenerla sospesa fra i 30 e 40 metri di calumo.
Come ormai è consuetudine, appena terminiamo le manovre di ancoraggio si avvicinano con discrezione un paio di canoe, per i soliti convenevoli di benvenuto.
Nel pomeriggio il cielo diventa nero e siamo investiti da una pioggia torrenziale, che prosegue a tratti fino a notte inoltrata; l'ancoraggio comunque risulta sicuro e confortevole, tranne un leggero rollio che appare solo con l'alta marea.
Il mattino dopo scendiamo a terra; c'è un punto preciso della baia in cui si può atterrare col dinghy, indicato da una roccia nera su cui è stata posta un'ancora rovesciata.
Le prime case del villaggio sono già in prossimità del mare, e poi proseguono ai bordi della strada principale che arriva fino all'aeroporto, a circa 2 km; sono tutte capanne tradizionali, con i tetti di foglie di palma.
Una ci colpisce per l'aspetto particolarmente curato: si tratta infatti di una Guest House, con piccoli bungalow immersi in un giardino fiorito. Purtroppo, ha l'aria di non vedere molti clienti.
Poco distante, in un pianoro ombreggiato da un gigantesco albero di baniano, troviamo una capanna davvero bella, a due piani. Un signore ci fornisce alcune informazioni "turistiche": c'è la possibilità di fare escursioni al centro dell'isola, dove ci sono un grande lago di acqua dolce (secondo la Lonely Planet il più grande del Pacifico), una bella cascata ed un vulcano, oppure di assistere ad uno spettacolo di Water Music. L'escursione, con guida locale, comporta una marcia di 3 ore all'andata e 3 ore al ritorno; per la Water Music sono disponibili due gruppi di donne, uno al prezzo di 5000 vatu e l'altro a 10000. Chiediamo ragione di questa differenza e ci sembra di capire che dipende dal numero di "musiciste".
Le 6 ore di camminata mal si adattano a noi pigroni, mentre per lo spettacolo pensiamo meglio aspettare un'altra barca, per condividere la spesa (confidavamo che ci raggiungesse il catamarano incontrato il giorno prima).
Una volta rientrati in barca, controllo le previsioni meteo: avremo un po' di vento solo domani, poi ci saranno due giorni di piatta. La decisione è presa: domani si parte! La Water Music sarà per la prossima volta .

Le foto di Gaua (Santa Maria)


Gaua è la prima isola del gruppo delle Banks che visitiamo.
A Lusalava Bay, il punto più facile per l’atterraggio col dinghy è indicato da un'ancora rovesciata piantata su una roccia nera, che nella foto sembra invece una piccozza da montagna. Ma di piccozze non ce ne sono molte, da queste parti …

Un’insolita  (e bellissima) capanna a due piani.

Il “kava bar”, dove il pomeriggio i locali gustano la loro bevanda preferita

Questo invece è il presidio sanitario del villaggio



lunedì 6 luglio 2015

MAEWO: Betarara e Lelevela


Partiamo da una notizia di carattere culinario: durante la lunga sosta a Lungaville, prolungata di un giorno a causa del mal di schiena di Lilli, abbiamo pensato di prepararci un roast-beef all'italiana. Avevamo nel congelatore un bel pezzo di carne, acquistato in Nuova Zelanda, avevamo la ricetta lasciataci insieme a molte altre dall'amico Rino, che era a bordo di Refola l'anno scorso ed aveva appena frequentato un corso di cucina. Scongelata la carne, faccio caso all'etichetta: "Corned Beef". Come tutti sanno, la scelta della carne è fondamentale per la buona riuscita del roast-beef. Un po' allarmato chiedo a Lilli: cosa sarà? filetto? controfiletto? Mi risponde un po' distratta "non so".
Beh, ormai sono in ballo quindi preparo gli aromi, aggiungo il vino bianco e lascio marinare una notte. La cottura risulta perfetta, al taglio la carne è rosata; quando assaggiamo, sentiamo che la carne è salata, eppure non ho ancora messo il sale... un po' tardivamente, Lilli controlla sul vocabolario il significato di "corned" e scopre che si tratta di carne salata. Abbiamo fatto un bel roast-beef di carne salata! Se Rino fosse stato presente gli si sarebbero contorte le budella; ma in assenza di testimoni Lilli ed io abbiamo trovato il risultato piuttosto soddisfacente.
Ma torniamo al nostro viaggio: giovedì 2 luglio alle 6.45 salpiamo da Luganville e per la prima volta non sappiamo esattamente dove andremo... o meglio, la nostra destinazione è il gruppo delle isole Banks, appendice settentrionale delle Vanuatu, ma la rotta e le tappe per arrivarci dipenderanno dal vento.
La prima opzione è tornare a Maewo e risalire verso nord la sua costa occidentale, in modo da essere protetti dall'onda. Questa ipotesi comporta però tenere una rotta di 67°, impossibile con il vento che alla partenza soffia da 90°. Il piano B prevede di fare rotta verso nord, lungo la costa orientale di Espirito Santo.
Tutto dipende quindi dal vento che troveremo fuori dal lungo canale di Luganville . ebbene, siamo fortunati: appena fuori dal canale, il vento gira a 110° e rinforza a 18-22 nodi, consentendoci di tenere grado più grado meno la rotta per Maewo.
Peccato che quando raggiungiamo l'isola di Ambae, all'improvviso, il vento scompaia completamente costringendoci a costeggiarla per tre ore a motore. Per consolazione ci mangiamo dei gustosissimi panini caldi al roast-beef salato, impreziositi da pomodorini e salsa tartare.
Il vento riappare verso la fine dell'isola, e riusciamo a navigare a vela per le ultime 16 miglia fino a Betarara, un villaggio al centro della costa ovest di Maewo.
Alle 16.30 ancoriamo sul wp segnalato sulla guida delle Vanuatu "All Ports lead to Vanuatu", dove avremmo dovuto trovare un fondale di 7-11 metri di sabbia, mentre in realtà troviamo poca sabbia e tanti coralli (15°05.442'S 168°04.554'E).
Comunque l'ancora tiene bene, l'acqua è pulita e trasparente ed anche se c'è un discreto rollio, decidiamo di fermarci per la notte.
L'indomani prima di salpare facciamo un giro a terra con il dinghy: c'è un passaggio tra il reef che conduce in una sorta di minuscolo porticciolo naturale, dotato addirittura di un piccolo molo in cemento, visibile anche da fuori grazie ad un palo alto circa 2 metri.
Notiamo subito una grande differenza con il primo villaggio visitato nella parte sud di Maewo (Asanvari): qui ci sono strade (non certo asfaltate ma carrozzabili), vediamo circolare auto e motorini, c'è una banca, una chiesa importante, mucche al pascolo, illuminazione stradale (leggi: 5 o 6 lampioni) che sfruttano il generatore della scuola. C'è anche un servizio di taxi-boat (una barca gialla) per Loloway sull'isola di Ambae.
Durante la nostra passeggiata veniamo colti dalla pioggia in prossimità della scuola, dove alcuni operai che stavano facendo lavori di ampliamento ci invitano a ripararci. La scuola è già molto grande, le costruzioni verdi sono dedicate alla primaria e quelle azzurre alla secondaria. Dalle finestre aperte salutiamo i ragazzini, molto curiosi e subito attratti (e distratti) dalla nostra presenza; tutti indossano camicette verdi o azzurre, come le loro aule. Sotto una tettoia in foglie di palma e bambù, che aveva l'aria di essere una specie di laboratorio/officina, vediamo un banco da lavoro, un tornio e materiale da costruzione, segno che vengono insegnate anche specializzazioni tecniche. Abbiamo trovato il Galileo Ferraris del Pacifico!
Ritornando verso il mare troviamo un gruppo di persone intente a costruire un grande ambiente; anche questi ci accolgono con grande cordialità: tutti si presentano e ci stringono la mano. Ci spiegano che la struttura in legno che stanno costruendo, con un alto tetto spiovente, è destinata ad ospitare turisti e gente di passaggio. Ci invitano ad osservare le travi in bambù, il tetto a falde con foglie di palma, e con un certo orgoglio ci fanno notare che non usano chiodi o viti, ma legacci di diverso spessore, ricavati dalle canne di bambù sfilacciate. Il lavoro era cominciato da appena due giorni, ma loro speravano di completarlo già l'indomani, anche con l'aiuto dei ragazzi "del Ferraris", che li avrebbero raggiunti alla fine delle lezioni. Il "capo" del team, che ci ha illustrato la tecnica di costruzione e la sua destinazione, aveva l'aria di essere una persona colta e di esperienza; indossava una tuta da lavoro verde, ordinata e pulita, e si è scusato con noi di non poter essere
adeguatamente ospitale. Avrebbe voluto offrirci della frutta fresca, ma doveva andare avanti col lavoro. L'abbiamo ringraziato di cuore, pensando che probabilmente era un professore della scuola o forse addirittura il Chief (capo) del villaggio.
Risaliti a bordo, salpiamo per raggiungere l'ultimo ancoraggio sull'isola di Maewo, appena 8 miglia più a nord, Lelevela Bay. Caliamo il ferro su un fondale di 9 metri, con sabbia e pochi coralli, acqua sempre limpidissima; per fortuna è meno rollante del precedente (14°58.748'S 167°25.840'E).
Appena abbiamo terminato la manovra di ancoraggio si avvicina con discrezione una canoa. Soliti sorrisi, convenevoli e presentazioni: James ha tre figli e Lilli prontamente gli offre delle caramelle da portare ai suoi bambini.
Dopo circa un'ora James torna con una stuoia ed una borsa di paglia intrecciate dalla moglie, in segno di gratitudine per il nostro gesto; lo scambio è talmente impari che invitiamo James a salire a bordo, mentre Lilli corre sottocoperta a rimediare qualche piccolo dono: una maglietta e una birra per lui, una pashmina tunisina per la moglie ed una bustina di ami da pesca.
Nel frattempo si avvicinano altre due canoe. "E' il Chief del villaggio - ci dice James - con tre dei suoi figli". Si fermano ad ammirare la barca, possiamo non invitarli a salire? David, il Chief, ci racconta di avere sette figli, i tre maschi qui con lui (il più grande avrà avuto 15 anni) e quattro bambine più piccole. Molto cortesemente ci invita ad una "degustazione" di Kava nel tardo pomeriggio, ed al nostro timido "no grazie" ci offre allora della frutta fresca, che accettiamo volentieri. Lilli resta in barca a far la guardia alle canoe, mentre David, i suoi ragazzi ed io andiamo a terra col dinghy: David mi indica il passaggio tra i reef, ed approdiamo in una spiaggetta riparata, vicino alla sua casa. Il posto è molto bello e curato, ricco di vegetazione, tra cui spicca una grande buganvillea dai fiori rossi attorniata da 4 - 5 capanne.
David mi presenta la moglie che è in attesa dell'ottavo figlio, poi dà disposizioni alla tribù dei suoi figli per andare a raccogliere la frutta per noi; lui nel frattempo mi guida attraverso il suo "garden" coltivato: taro, kava, peperoncini, giganteschi alberi di papaie, insomma un paradiso terrestre. Vedendomi estasiato, sorrideva soddisfatto e compiaciuto.
Quando torniamo alla sua capanna stanno rientrando anche i figli che depositano il raccolto: mandarini, cocchi, papaie, banane. David con grande abilità pulisce i cocchi ed apre in due dei grossi frutti simili all'avocado, di cui si mangia il midollo, dal gusto simile alla noce.
Carichiamo tutto sul dinghy e torniamo alla barca, mentre il resto della famiglia ci saluta calorosamente dalla spiaggia.
Chiedo a David cosa posso offrire in cambio, ma la mia domanda sembra coglierlo di sorpresa: il suo era davvero un puro gesto di generosità e accoglienza, senza alcuna attesa di essere ricambiato. Con l'aiuto di Lilli cerchiamo di capire cosa può far loro piacere e così gli diamo l'ultima bottiglietta di rum, tre sigari e 2000 vatu (circa 18 ?).
Ci salutiamo: "Domani partiamo presto, ma è un arrivederci. Ritorneremo, forse l'anno prossimo". David annuisce, sempre sorridente, e ritorna con i suoi figli a casa.
Questo è un posto un cui mi sarebbe piaciuto restare qualche giorno, magari per coinvolgere David in una battuta di pesca a bordo di Refola, sono sicuro che l'avrebbe molto apprezzato...

Le foto di Betarara e Lelevela (Maewo)


Il minuscolo porticciolo naturale, dotato addirittura di un piccolo molo in cemento, del villaggio di Betarara. All’ancora, sullo sfondo, Refola

Un inusuale (per noi) scenario: mucche al pascolo tra altissime palme da cocco

La chiesa del villaggio


Sotto una pioggia sottile ma intensa, ci ripariamo nel grande complesso scolastico di Betarara …

… per scoprire che abbiamo trovato il Galileo Ferraris del Pacifico!

La costruzione della nuova struttura destinata ad ospitare turisti e gente di passaggio: travi in bambù, tetto a falde con foglie di palma, senza chiodi né viti, ma legacci di diverso spessore, ricavati dalle canne di bambù sfilacciate.

All’ancoraggio successivo sull'isola di Maewo, Lelevela Bay, ci viene a trovare in canoa David, il capo (chief) del villaggio, che ci invita a vedere casa sua e la sua numerosa famiglia.

Intorno alla sua grande capanna è tutto un guardino fiorito, con orti rigogliosi

David sguinzaglia i suoi ragazzi a raccogliere frutta e verdura per noi …

Per loro sembra un nuovo gioco …

Rientrati in barca stracarichi di doni, cerchiamo di ricambiare e scattiamo la classica foto ricordo



mercoledì 1 luglio 2015

ESPIRITU SANTO – Luganville

 

15:31.40S 167:09.81E

Venerdì 26 giugno partenza alle 6.30. Il trasferimento da Ambae a Luganville con un vento da ESE sui 15-20 nodi è rapido: nella prima parte, sottovento ad Ambae, filiamo veloci su un bel mare piatto mentre una volta usciti dalla protezioni dell'isola ci becchiamo una “bella” onda corta, al traverso, sui 2-3 metri.

Alle 14.00 siamo ancorati davanti al Beachfront Resort, fondale di sabbia sugli 8-9 metri (15° 31.402'S 167° 09.810'E).
Il posto ci era stato segnalato dagli amici di Libero e Joel, non per le sue attrattive ma come l'unico vicino alla città. Con il vento da E a SE c'è un fetch di circa 6 miglia, e con 20 nodi di vento si forma un'onda corta che arriva ad un metro.
Ce ne rendiamo conto il giorno seguente, quando andiamo a terra con il dinghy per fare la spesa e prelevare contante: un'operazione da sbarco dei marines!
La reception del resort è molto ospitale con gli yachts. Quando ci presentiamo, senza neanche un soldo di moneta locale, il gestore stesso ci anticipa i soldi per pagare il taxi e andare a prelevare! Il Beachfront Resort ha addirittura predisposto una piccola guida (2015 Cruising yacht guide), con preziose informazioni su quello che si può trovare in città, e l'elenco dei servizi messi a disposizione degli equipaggi: bagni, docce, lavanderia, deposito rifiuti (a prezzi molto contenuti), e soprattutto, gratis, una connessione internet che rispetto ai parametri locali è velocissima. Grazie alla nostra antenna Radiolabs, captiamo la rete anche dalla barca.



Il centro città è a circa 4 km dal resort, subito ad est del Serakata River che sfocia a poche centinaia di metri dal nostro ancoraggio. Sulla strada passano continuamente piccoli taxi, con 200 vatu (1,8 €) si paga una corsa per 2 persone.
In città facciamo tutte le nostre commissioni: prelievo allo sportello ATM, spesa al supermercato e al mercato ortofrutticolo, rifornimento (con 3 taniche) di carburante.
Ci concediamo un pranzetto al nostro resort e poi con il dinghy stracarico affrontiamo il difficile compito di guadagnare il largo, tra le onde che frangono sulla spiaggia: bagno assicurato, baguette insaporite dall'acqua di mare, come gran parte della spesa, contrattura muscolare per Lilli.
I giorni successivi rimaniamo in barca a ballare con un bel beccheggio provocato da un vento costante sui 20-25 nodi. Il cielo è grigio, l'acqua grigio/marrone, nessuna voglia di tornare a terra, per fortuna abbiamo la connessione ad internet, che ci permette di spedire tante cose arretrate, finora rimandate.
D'altra parte a Luganville non c'è poi molto da vedere, il mercato ortofrutticolo è piccolissimo rispetto a quello di Port Vila, supermercati e negozi sono soprattutto “cinesi”, e non c'è nient'altro.
Finalmente mercoledì 1° luglio torna un po' di sole, Lilli sta meglio con la sua contrattura lombare, io mi faccio un altro sbarco (e relativo bagno) con il dinghy per depositare le immondizie; domani riprenderemo la rotta verso nord.



domenica 28 giugno 2015

Maewo (Asanvari Bay) e Ambae (Vahine Bay)

15:16.61S 167:58.45E

Martedì 23 giugno proseguiamo la nostra marcia di avvicinamento a Luganville, con una tappa di 13 miglia fino alla vicina isola di Maewo, anche questa, come Pentecoste, lunga e stretta, orientata longitudinalmente.
Appena fuori dalla baia di Loltong, il vento da SE sui 15-18 nodi, che rinforza a 18-22 tra le due isole, ci spinge velocemente alla nostra destinazione, Asanvari, il villaggio più meridionale di Maewo. La baia è riparata, anche da sud, da una punta che si estende circa un miglio verso ovest.
Alle 11.00 diamo ancora su un fondale di 17 metri, con poca sabbia e tanti coralli, davanti alla spiaggia (15°22.576'S 168°08.816'E); caliamo 70 metri di catena e l'ancora, alla prova della retromarcia, tiene.
Come d'abitudine, mi tuffo ugualmente in acqua per verificare e vedo che l'ancora è posizionata ai margini di una macchia di sabbia e la catena passa sopra ad alcune croste coralline poco elevate dal fondo; proseguo la mia esplorazione dei dintorni e mi rendo conto che il fondale sabbioso sui 10 metri, descritto dal portolano, si trova circa 100 metri più ad est, dove peraltro è ancorata un'altra barca. Ci sono anche due gavitelli; controllo quello più ad ovest: pur avendo una grossa cima fissata ad una catena sul fondo, non dà troppa affidabilità, il cavo è pieno di incrostazioni ed ha l'aria di non vedere manutenzione da molti anni.
Vista la profondità del nostro ancoraggio, rifletto se sia più opportuno spostarci più ad est, ma tenendo conto che la cartografia elettronica su Navionics ed Open CPN è carente, che la foto satellitare che vediamo su SAS Planet non ha un dettaglio adeguato, che l'ancora tiene e la nostra sosta sarà breve, decido di restare dove siamo.

Per andare a terra c'è un piccolo dinghy passage, che secondo la guida dovrebbe essere segnalato da una boa nera, che però non c'è. Il passaggio tra i reef è comunque ben visibile, se non si ha il sole in faccia, e punta perpendicolare alla costa all'inizio della spiaggia, sul lato est.
Quando atterriamo ci riceve Iris, il cui padre aveva avviato uno Yacht Club, purtroppo gravemente danneggiato dal ciclone del marzo scorso; ora ne stanno costruendo uno più grande, ma i lavori vanno a rilento, probabilmente per mancanza di soldi.

Iris ci accompagna da Erika, una simpatica giovane signora che oltre ad essere madre di 3 bambini gestisce una piccola guest house con un piccolo ristorante. Erika si propone come nostro “Tour Operator”: ci farà da guida e cucinerà per noi. Decidiamo di spendere così gli ultimi vatu che ci rimangono: gita alla cascata sulla collina, pranzo al ristorante, pane fresco da portare in barca, il tutto per 4000 vatu (circa 36€).

Facciamo una passeggiata fino alla costa sud, esposta al vento e all'onda; poco distante si vede l’isola di Pentecoste.



I sentieri del villaggio (qui non ci sono strade, non ci sono veicoli di nessuna natura) sono curatissimi, delimitati da piante che noi diremmo ornamentali ma che qui sono estremamente comuni. Anche le capanne hanno un aspetto pulito e ordinato, molto più che altrove.

Ad un certo punto del nostro giro incontriamo tre ragazzine appena uscite da scuola, che attaccano discorso e ci accompagnano per un tratto. Notiamo che una di queste cammina tenendo sollevato il tallone sinistro, quando le chiediamo perché ci mostra un taglio di circa 2 cm sotto il piede, che ha da qualche giorno; nonostante ciò, cammina scalza sul sentiero sterrato. Le promettiamo che l'indomani porteremo ad Iris (che è sua zia) il necessario per disinfettare e fare una medicazione con fasciatura protettiva. Ci sorride felice.
Sull'angolo SE della baia c'è una cascata che arriva quasi al mare. Proprio accanto, un simpatico signore di nome Alex ha costruito un ristorante con terrazza, molto curato nei particolari; un posto incantevole, di un tono superiore rispetto a quelli visti finora. Quando arriviamo Alex sta suonando la chitarra davanti alla cascata, ci accoglie e ci racconta che il ristorante è tutto quello che ha (e non è poco, da queste parti).



Per fortuna il ciclone ha distrutto solo il moletto che aveva costruito per facilitare l'accesso con il dinghy. Ci informa sul menù: pollo, gamberi, granchi del cocco, verdure, birra; naturalmente gamberi e granchi vanno ordinati per tempo, non sono sempre disponibili. D'altra parte nel villaggio non c'è elettricità, niente frigo per conservare i cibi, tutto quello che serve si prende al momento e si cucina.
Annotiamo nel nostro libro di bordo il telefono di Alex, per avvisarlo quando torneremo una prossima volta e fermarci a gustare i suoi piatti.
Il giorno seguente consegniamo ad Iris il piccolo kit per la medicazione di sua nipote ed alle 9 siamo puntuali all'appuntamento con Erika, che ci conduce, attraverso un ripido sentiero tra boschi e palmeti, alla cascata. Sulla via del ritorno troviamo un paio di infradito abbandonate (una è rotta), immediatamente pensiamo alla nipote di Iris e le raccogliamo. Prima del pranzo da Erika abbiamo il tempo per fare un po' di snorkelling sulla punta SW della baia, tornare in barca per una doccia e riparare la ciabattina. Altro passaggio da Iris, che sembra gradire il pensiero, e poi al ristorante di Erika, dove a parte la sua gentilezza il cibo è … commestibile!
Giovedì 25 salpiamo per Ambae. Sulla punta nord di quest'isola, a circa 13 miglia da Asanvari, ci sono due ancoraggi: Lolowai Bay e Vahine Bay. Il primo è in una baia, su cui si affaccia il villaggio, quasi totalmente chiusa da un reef; il passaggio di accesso ha un fondale minimo di 2 metri, quindi meglio entrare con l'alta marea; a terra, ma poco visibile, c'è un allineamento per 220° su due triangoli bianchi semi nascosti dalla vegetazione.
Noi preferiamo Vahine, per non aver limitazioni sull'orario di arrivo e partenza; alle 12.00 ancoriamo dietro un alto costone roccioso che ripara da est e ci divide da Lolowai, fondale di sabbia nera sui 6-7 metri, acqua limpidissima (15°16.616'S 167°58.456'E).

Ancoraggio solitario e tranquillo, non ci sono capanne né presenze umane; Lilli nota subito un gran numero di grossi pipistrelli volare in cielo, e comincia ad avere lugubri pensieri. È strano vedere pipistrelli volare di giorno, ma a Vahine si può! Li osserviamo con il binocolo: come se qualcosa li richiamasse, si alzano in volo tutti insieme, svolazzano un po' emettendo i loro verso sinistri, poi di colpo, tutti insieme, ritornano su alcuni alberi, riempiendoli, e si mettono a testa in giù.
Nel pomeriggio aggiriamo con il dinghy il costone roccioso ed andiamo a vedere l'altra baia, Lolowai. È sicuramente molto più protetta, anche a nord, da una serie di scogli, ma l'acqua è meno limpida di quella di Vahine Bay.

Atterriamo davanti alle prime case del villaggio e subito notiamo che non ci sono capanne, ma solo costruzioni in muratura, con tetti in lamiera ondulata.

C'è un supermarket “vero” (che fa anche consegne a domicilio), un magazzino di materiali edili. Per la prima volta, qui alle Vanuatu, vediamo lavori di ristrutturazione e costruzione di case tradizionali, con blocchetti di cemento. Sembra di essere in un altro mondo, rispetto a quello appena lasciato a Maewo, a sole 13 miglia da qui. L'ospedale (dopo l'esperienza fatta da Luciano, andiamo sempre a vedere i presidi sanitari che incontriamo) ha una specie di hall semicoperta dove c'è addirittura un televisore, cosa che non abbiamo visto nell'ospedale di Port Vila! Poco distante, un grande spiazzo attrezzato con una centrale di pannelli solari, un dissalatore con 5 grossi serbatoi di riserva d'acqua, il tutto frutto di cooperazione internazionale (Australia, Nuova Zelanda, Cina).

Non conosciamo le origini di questa “ricchezza”, di sicuro l'isola è anche piena di alberi da cocco, segno che c'è una discreta attività di raccolta della copra; forse questa abbondanza ha creato più benessere alla gente dell'isola e poi, come dice il proverbio, piove sempre sul bagnato. Lilli, più maliziosa e abituata alle vicende di casa nostra, ipotizza che forse il Presidente delle Vanuatu è nato ad Ambae.
Quando rientriamo in barca al nostro ancoraggio solitario, vediamo un branco di pesci tipo sarago saltare fuori dall'acqua per quattro volte, tutti insieme, e poi ripetere l'evoluzione a breve distanza. Secondo noi volevano dirci “Bentornati!”, peccato non aver avuto una telecamera pronta per filmarli.
Con l'imbrunire cessano i voli in stormo dei pipistrelli; strano, dovrebbe essere il momento più proficuo per procurarsi insetti da mangiare. Quando è ormai buio, mi soffermo in pozzetto ad ascoltare i loro versi, più simili a ranocchie che ad uccelli. Mi sembra di distinguere qualche “voce” solitaria a cui altri rispondono in coro, forse c'è una riunione lassù tra gli alberi, forse discutono animatamente … mi viene in mente la commedia “Gli uccelli” di Aristofane … ma la riunione va troppo per le lunghe, per il sottoscritto meglio andare a dormire, domani la sveglia è alle 5, ci aspetta un tappone di 50 miglia fino a Luganville.

giovedì 25 giugno 2015

Pentecost: Waterfall e Loltong

 15:32.68S 168:08.81E

Domenica 21 giugno da Londot (o Wali Bay) ci spostiamo di sole 8 miglia più a nord, a Waterfall Bay, "baia della cascata", ben visibile anche dal mare, a 15 minuti di cammino dalla spiaggia.

In assenza totale di vento (ma per fortuna anche di onda) ci rassegniamo ad un trasferimento a motore, che però è stato ravvivato da una bella pesca alla traina: un wahoo sui 20 chili.

Questa volta facciamo meno fatica; mentre io lo tenevo con il raffio fuori bordo, Lilli gli ha versato nella bocca spalancata mezzo bicchiere di aceto balsamico; il pesce ha smesso di dimenarsi ed è stato più semplice tirarlo in coperta.

Alle 10.15 siamo già a destinazione, ci sono altre 3 barche, gettiamo l'ancora su un fondale di 11 metri, di sabbia e sassi (15°47.112'S 168°09.690'E).

Non appena finito l'ancoraggio, alcuni ragazzini a bordo delle loro tipiche canoe si portano ad una trentina di metri da Refola, ci guardano e sembrano non avere il coraggio di avvicinarsi di più. Li chiamiamo e mostriamo loro la nostra preda: spalancano gli occhi, uno di loro lo riconosce ed esclama "wahoo!!!". "Ti piace, lo vuoi?" chiedo. "Yes yes thank you thank you". Il più piccolo dei ragazzetti, entusiasta, sale a bordo. Lilli ci scatta una foto, il pesce è quasi più alto di lui.

Caricano il wahoo nella piccola canoa e ritornano molto eccitati verso la spiaggia, ripetendoci più volte: "we'll come back" (torniamo).

Circa un'ora dopo tornano con due grosse papaie ed un sacchetto di piccoli peperoni di coltivazione locale; molto contenti li ringraziamo a nostra volta. Ma non basta, nel pomeriggio, sempre in canoa, il piccolo ragazzo torna con il papà, che viene personalmente a ringraziare ulteriormente, porgendoci un casco di piccole banane e due grossi frutti di cui non sappiamo il nome.

Insomma questo pesce ha fatto colpo, e probabilmente si è sparsa la voce nel villaggio; il giorno seguente quando andiamo a terra, troviamo sulla spiaggia un anziano signore che, dopo le presentazioni ed i soliti convenevoli, ci chiede se abbiamo del pesce. "Ne abbiamo pescato uno e lo abbiamo regalato ieri ad alcuni ragazzi" dice Lilli. Il signore sembra dispiaciuto e deluso: "Non l'hanno condiviso", come se questa fosse stata una mancanza ad una regola generale.

Da parte nostra vedere apprezzato questo regalo ci ha dato una grande soddisfazione, e ci siamo ripromessi, con grande gioia di Lilli, che d'ora in poi tutto quello che pescheremo, a parte qualche piccolo pesciolino per noi, lo regaleremo alla gente del villaggio.

Lunedì 22 risaliamo la costa di Pentecoste di altre 17 miglia, fino a Loltong, quasi all'estremità settentrionale dell'isola.

Loltong è l'unica vera baia di Pentecoste, profonda 2 miglia, con una pass tra 2 bassi fondali corallini che la riparano anche dall'onda di risacca, l'ancoraggio è pertanto particolarmente tranquillo e protetto.

Il cielo è coperto e non c'è una grande visibilità; a facilitare l'ingresso c'è però un allineamento

(dal waypoint 15° 32,65 S 168° 07,89 E, grosso modo sull'asse trasversale della baia ) di 70° su due mede triangolari sovrapposte, posizionate sulla spiaggia. Una volta dentro, caliamo l'ancora su 5-6 metri d'acqua; i fondali sono di sabbia con macchie e numerose teste di corallo.

Facciamo un giro a terra. A sinistra delle mede c'è una capanna che funge da Yacht Club, dove (ci ha detto Cristiano passato di qui qualche giorno fa) c'è anche servizio di ristorante, ma che al nostro passaggio era chiuso. Le capanne del villaggio sono molto curate, la gente come sempre gentile ed amichevole, un anziano signore che ci riceve sulla spiaggia, ci invita ad entrare nella sua piccola capanna per mostrarci alcune sculture di legno intarsiato, fatte da lui.

Questa parte dell'isola è ricca di sorgenti; un grosso tubo proveniente da una di queste, sulla collina, distribuisce acqua a tutto il villaggio. Nella nostra passeggiata troviamo tre ragazzine socievoli che ci fanno da guida, ci mostrano una Guest House molto carina ma senza clienti, il campo da calcio, dove tra i ragazzi che giocano a pallone ce n'è uno che indossa la maglia azzurra dell'Italia. Il villaggio dispone di due scuole, una di lingua francese e l'altra di lingua inglese, mentre le attrazioni per i turisti sono la custom dance e una visita alla "caverna del mistero" (Mystery cave") ... noi soprassediamo e rientriamo in barca, abbiamo finito i soldi in valuta locale e dobbiamo arrivare in fretta a Luganville, la seconda grossa città delle Vanuatu, per rimpinguare le scorte e prelevare un po' di moneta locale.

Questa volta niente foto, purtroppo quelle che avevamo si sono perse nel trasferimento dalla macchina fotografica al pc.