sabato 15 luglio 2023

CANADA, e arrivo a Saint Pierre

La traversata verso la Nova Scotia, provincia atlantica del Canada, inizia alle 16 del 14 giugno; la nostra rotta è ESE e nel primo tratto troviamo un bel venticello da SW sui 12-15 nodi, che ci permette di navigare a vela fino alle 22 circa, quando purtroppo il vento ci gira in prua costringendoci a motore fino all’arrivo. La mattina del 15 giugno, a circa 3 miglia dalla costa, veniamo avvolti da una fitta nebbia che ci accompagna per tutto il lungo canale di accesso a Yarmouth e fino al Killam Brothers Marina, dove avevamo prenotato un posto in banchina.


Alle 11.55 ormeggiamo all’inglese sul pontile esterno (43°50.194N 66°07.387W).

L’atterraggio a Yarmouth non era in realtà la nostra prima scelta: inizialmente avevamo previsto e prenotato un posto allo Shelburne Harbour Yacht Club & Marina, un’ottantina di miglia più avanti in direzione est. Ma è emerso poi che proprio la contea di Shelburne era tra le più colpite dai disastrosi incendi che stavano funestando la Nova Scotia, tanto che la segreteria del Marina ci ha avvisato che l’intera baia era stata chiusa alla navigazione per consentire ai Canadair (che curiosamente proprio in Canada sono chiamati “water bomber jets”) di rifornirsi d’acqua per combattere il fuoco. Da qui la ricerca di un nuovo posto in cui atterrare e fare anche le pratiche di ingresso, che ci ha portato a Yarmouth.

Il check-in con la dogana si rivela abbastanza semplice: prima una telefonata (la scheda americana della Verizon funziona anche in Canada) al numero 1 888 226 7277, in cui Lilli fornisce tutti i dati della barca e dell’equipaggio, poi la visita a bordo di due agenti, molto cordiali, che ci hanno pure timbrato i passaporti (cosa molto gradita per poter provare di aver lasciato gli Stati Uniti).

A Yarmouth ci sono circa 4 metri di marea e vedere Refola alzarsi ed abbassarsi ogni 6 ore fa un certo effetto. Per fortuna i pontili sono galleggianti e non dobbiamo preoccuparci delle cime di ormeggio.


Nei tre giorni di permanenza ci concediamo un’ottima cena al ristorante vicino al marina, dove spendendo relativamente poco gustiamo del pesce squisito, dall’aragosta all’halibut. Riusciamo fortunosamente anche a riparare lo scambiatore del generatore, cui si era rotta la chiusura posteriore: telefoniamo ad un meccanico indicatoci dal manager del marina; ci chiede di inviare una foto dello scambiatore; viene a bordo lo stesso pomeriggio (di sabato) portando con sé uno scambiatore uguale al nostro, ne smonta la chiusura e la reinstalla sul nostro pezzo. Veloce ed efficiente, in 5 minuti si è guadagnato 200 $ canadesi, compresivi anche del suo scambiatore, che ci lascia come ricambio.

Domenica 18 giugno ci svegliamo circondati dalla nebbia, che ormai abbiamo capito essere parte essenziale del menu meteorologico di queste zone. Alle 8.30 lasciamo Yarmouth con destinazione Barrington Passage, a 45 miglia; col passare delle ore la nebbia diventa sempre più fitta; ma fortunatamente si dirada al nostro arrivo, alle 16.30. Ancoriamo nella parte NW della grande baia, su 3-5 metri di fondale con fango duro, ottimo tenitore (43°29.756’N 65°38.545’W).

Il giorno seguente un’altra tappa di 46 miglia ci porta a Locke Island: sotto un cielo per lo più nuvoloso, con qualche squarcio di azzurro, navighiamo un po' a vela e un po' a motore fino all’arrivo; alle 16.20 caliamo l’ancora in acque tranquillissime, su un fondale fangoso di 4-5 metri (43°42.277’N 65°06.505’W).

Un ancoraggio splendido, ben riparato da tutti i quadranti, appena fuori dal porticciolo di Lockeport, piccola e tradizionale cittadina di pescatori della Nuova Scozia. In serata ci godiamo un tramonto mozzafiato; la costa intensamente frastagliata di questa parte del Canada, con le sue mille isole e le ampie baie, ci sta davvero affascinando. 


Saremmo tentati di fermarci, ma la nostra tabella di marcia ci impone di arrivare ad Halifax sabato 24 giugno, e pertanto martedì 20 alle 8.55 salpiamo con destinazione Liverpool, a 37 miglia. Finalmente un’alta pressione a 1023 mb ci regala un bel sole e un cielo pulito come non lo vedevamo da molto tempo. In compenso c’è poco vento e procediamo a motore: alle 15.25 raggiungiamo la grande baia a SE della cittadina, dove ancoriamo su fondale, sempre fangoso, di 5-6 metri (44°02.608’N 64°42.239’W). 


Andiamo a terra con il dinghy, percorrendo il canale segnalato a nord dell’ancoraggio, navigabile fino al ponte, dove una piccola struttura può ospitare 2-3 barche. Noi proseguiamo sotto il ponte e ormeggiamo al dinghy dock comunale. C’è una grande piazza con un ufficio turistico; vista la scarsa recettività per le barche, sarà probabilmente dedicato ad escursionisti in bicicletta!

Facciamo un po' di spesa al vicino supermercato e rientriamo in barca. Lilli ci spetta per l’aperitivo!

Il 21 giugno, dopo una notte tranquillissima senza il minimo rumore o disturbo, salpiamo diretti a Lunenburg, distante 35 miglia. All’inizio il vento è pochissimo e andiamo a motore, consolati da uno splendido sole, ma all’ora di pranzo arriva finalmente un po’ di vento e riusciamo a spiegare le vele. Alle 14.50 siamo a destino; caliamo l’ancora davanti al paese, appena fuori dal campo boe, sul “solito” fondale fangoso di 4-5 metri (44°22.358’N 64°18.457’W).

Eravamo al corrente che Lunenburg fosse una famosa attrazione turistica, patrimonio dell’Unesco, ma pur preparati restiamo ugualmente colpiti dallo scenario che ci circonda: a terra piccole costruzioni in legno, colorate a tinte forti rese ancor più vivaci dalla vivida luce del sole, e intorno a noi molte barche all’ancora ed ormeggiate ai pontili. È fantastico!


Scendiamo a terra e questa volta, armata del bastone acquistato a New York, anche Lilli si unisce a noi. C’è un sacco di gente in giro, per le strade e nei numerosi negozi, bar e ristoranti.

 




Visitiamo il museo del mare, dove sono esposti strumenti e attrezzatura di pesca, prototipi in scala di barche d’altri tempi, insomma un complesso espositivo su tre piani che impieghiamo due giorni a vedere interamente.

 

 





Venerdì 23 giugno partiamo per l’ultima breve tappa di avvicinamento ad Halifax: 26 miglia fino a Church Point. C’è poco vento ma riusciamo ad andare a vela, seppur lentamente; arriviamo alle 15.25 in una piccola baia tranquilla. Ci sono zone con scogli semi-affioranti e fondo roccioso, ma riusciamo a trovare uno spazio sabbioso in cui caliamo l’ancora su 5-6 metri (44°28.372’N 63°46.816’W). Ancora una volta il panorama è molto suggestivo: una piccola chiesa, poche case, un’isoletta che diventa tale solo con l’alta marea.



Verso il tramonto veniamo avvolti da una nebbia fittissima; trascorriamo la notte immobili sull’acqua scura e super piatta.

Il giorno seguente, perfettamente allineati alla tabella di marcia, partiamo per Halifax. Sono altre 26 miglia che però questa volta navighiamo con un bel SW sui 12-16 nodi; procediamo a vela fino a metà del profondo fiordo, sormontato da bellissime ville, che conduce al marina Armdale. 



A
rriviamo alle 13.30 e ormeggiamo all’inglese al pontile del carburante (44°38.159’N 63°36.855’W).

L’Armdale è un piccolo Yacht Club molto attivo (durante la nostra permanenza ha organizzato due regate molto partecipate). Non ha posti in banchina per barche superiori a 40 piedi, e per questo ci hanno fatto ormeggiare nel lungo pontile del distributore. C’è un ristorante carino ed abbastanza economico, ma i servizi sono invece piuttosto carenti: una sola doccia per maschi e femmine, solo due WC, niente lavanderia.


Il 27 giugno c’è un altro cambio di equipaggio, un po’ diverso dai precedenti: per la prima volta Lilli lascia
Refola (e me) e rientra a casa da sola. Non ha voglia di affrontare la quinta traversata atlantica e in più il dolore al ginocchio, così persistente, merita approfondimenti. Nello stesso giorno arrivano il veterano Gianca, compagno di molteplici avventure su Refola fin dall’acquisto nel 2004, e Giovanna, amica dal Paterazzo.

Per facilitare gli spostamenti per/da l’aeroporto, rimpinguare la cambusa, e portare il bucato alla lavanderia automatica decidiamo di noleggiare un’auto per due giorni.

Fra tutte le cose da fare la sosta viene prolungata a sei giorni: il 30 giugno siamo finalmente pronti a riprendere il mare.

Alle 9,45 circondati da una spessa coltre di nebbia molliamo gli ormeggi e seguiamo la traccia dell’arrivo fino a raggiunger il mare aperto, o meglio l’Atlantico. Inizialmente avevo previsto un paio di tappe intermedie prima dell’arcipelago Saint Pierre e Miquelon, che sarà la base di partenza per la traversata verso le Azzorre. Ma dopo aver navigato nella densa foschia per un centinaio di miglia, quando è il momento di intraprendere l’ultimo bordo che doveva condurci a Tor Bay, la prima sosta, con una breve consultazione dell’equipaggio decido di proseguire per altre 240 miglia fino alla destinazione finale, Saint Pierre.

La nebbia non ci abbandona, ma il vento stabilizzato da SE sui 10- 16 nodi ci permette velocità medie di 7-8 nodi, al punto che arriviamo alle 20.30 del 2 luglio: è ancora chiaro ma un dispettoso nebbione riduce la visibilità meno di 50 metri. Aguzzando la vista riusciamo ad avvicinarci e ad ormeggiare all’unico grande pontile davanti al marina della scuola di vela.

Siamo un po’ provati ma soddisfatti: Angelo prepara un bel Negroni per festeggiare l’arrivo, poi una ciotola di minestrone caldo e infine … tutti a nanna!

 

 

 

 

domenica 2 luglio 2023

Da BOSTON (MASSACHUSSETTS) al MAINE

 

A Boston, con l'equipaggio modificato dall'arrivo di Angelo e Cristina, rimaniamo cinque giorni: il tempo non è dei migliori, piove spesso e fa freddo, ma questo non ci impedisce (con la solita eccezione di Lilli) di andare in città per fare acquisti e visitare il centro.

Boston è una città molto bella, ricca di storia, tra le più “antiche” degli USA; c’è una grossa comunità di italiani discendenti dai primi migranti, molti dei quali originari di Napoli.


Tra le altre cose, ho una missione importante da compiere: spostare la SIM card americana (che finora avevamo potuto installare solo sul telefono di Lilli) sul nuovo cellulare che ho ordinato in Italia e che Angelo e Cristina ci hanno cortesemente portato a bordo. Trattandosi di operazione delicata, ci rechiamo nel negozio della Verizon dove l’attivazione viene eseguita in pochi minuti.

Lunedì 5 giugno alle 10.30, dopo aver fatto il pieno di gasolio e riempito per scorta 8 taniche da 20 litri, lasciamo Boston con destinazione Gloucester, a 26 miglia, per noi ultima tappa del Massachussetts.

Abbiamo un vento da nord sui 12-14 nodi, e la nostra rotta è tra i 20° e i 30°; navighiamo a vela e motore fino all’arrivo. Alle 15.25 ancoriamo su un fondale fangoso di 6-7 metri (42°36.439’N 70°40.414’W).

Gloucester è un importante centro per l'industria del pesce (allevamenti, pesca, conservazione), nonché una popolare località turistica nel periodo estivo, che al nostro passaggio sembra ancora ben di là da venire. Tra la gente di mare è famosa perché proprio da qui, nel film La tempesta perfetta, parte lo sfortunato peschereccio Andrea Gail capitanato da George Clooney. Il film è tratto dall’omonimo libro di Sebastian Junger, basato su una storia drammaticamente vera: nell’ottobre del 1991 una tempesta di eccezionale potenza e durata si abbatté su una vastissima area dell’Atlantico settentrionale, cogliendo di sorpresa numerose imbarcazioni da pesca. Alla fine della tempesta, dieci giorni di ricognizioni aeree per trovare superstiti non diedero alcun risultato: in totale persero la vita 13 uomini, di cui 6 appartenenti al peschereccio Andrea Gail. Anche la terraferma non fu risparmiata e Gloucester fu particolarmente colpita: molte case e attività distrutte dalla tempesta, strade e aeroporti chiusi, migliaia di persone senza corrente elettrica. 

Non certo per superstizione, ma per rispettare il nostro programma, il giorno seguente alle 8.30 lasciamo l’ancoraggio di Gloucester diretti a Portsmouth, distante 42 miglia. Con un vento rinforzato sui 16 nodi da WNW e rotta 344° procediamo a vela di bolina fino all’arrivo. Alle 15.30 ancoriamo sul limite di un campo boe su una profondità di 4,5-6 metri e fondale fangoso (43°04.765’N 70°42.474’W).

Convinti di essere entrati in un nuovo stato, il New Hampshire, comunichiamo il nostro arrivo alla dogana attraverso la app CBP Roam. Ci sfuggiva che la cittadina di Portsmouth appartiene sì allo stato del New Hampshire, ma il Piscataqua River su cui si affaccia segna il confine tra il New Hampshire ed il Maine. Poco dopo ci chiama un agente da Portsmouth, un po’ irritato, perché abbiamo ancorato nel Maine! Noi siamo già in apprensione perché la licenza di navigazione in acque USA scade l’8 giugno, tra 48 ore, e sicuramente non possiamo essere in Canada così presto. Ma l’addetto non fa alcun riferimento alla licenza e anche Lilli si guarda bene dal farlo. Chiede invece cosa dobbiamo fare per uscire dagli USA, visto che il Maine è l’ultimo stato della nostra rotta verso Nord: “Just leave!” (dovete solo andarvene) è la secca risposta. Restiamo un po' di stucco, ma prendiamo atto: non li chiameremo più e proseguiremo per la nostra strada.

Mercoledì 7 giugno alle 7.20 lasciamo Portsmouth diretti a Portland, a 49 miglia; il vento è leggero, circa 10 nodi da NW, ma riusciamo a navigare a vela fino a destino. Arriviamo alle 16.15 e questa volta, invece di ancorare, prendiamo una boa in prossimità del marina. Passano le ore e fino a sera nessuno viene a reclamare il pagamento.

Il giorno successivo scendiamo a terra per fare un po' di spesa al supermercato e per acquistare la bandiera di cortesia del Canada, di cui a breve avremo bisogno. Camminiamo per chilometri fino al negozio della West Marine: non ne sono forniti!


Rientriamo in barca e nel pomeriggio Fabrizio ed io facciamo un altro tentativo: con il dinghy ci spostiamo verso il lato NE della città, approdiamo in un marina con annesso un rimessaggio bello e ordinato per barche anche grandi, dotato di un grosso travel; chiediamo ed otteniamo il permesso di lasciare il dinghy, ci facciamo l’ultimo chilometro di camminata fino all’Hamilton Marine, dove finalmente troviamo la bandiera del Canada.

Il 9 giugno alle 8.30 lasciamo Portland per un’altra breve tappa di 34 miglia fino a Boothbay Harbor. Abbiamo poco vento da est, praticamente sul naso, procediamo a motore. La navigazione nel Maine richiede particolare attenzione a causa delle numerosissime, piccole boette che segnalano le gabbie per la cattura delle aragoste; sono migliaia, a grappoli, a volte talmente fitte da creare un vero labirinto. Decisamente sconsigliata la navigazione notturna in queste acque!

Secondo problema: nebbie e foschie la fanno da padrone; nel nostro passaggio in certi tratti la visibilità si riduce a 200 metri. Una fitta nebbia ci accompagna fin dentro la baia di Boothbay, ma si dissolve proprio all’arrivo; non c’è spazio per ancorare, tutta l’area è disseminata di gavitelli: molti sono occupati (per lo più barche da pesca), ma ce n’è anche di liberi e quindi … alle 14.45 prendiamo una boa e stiamo a vedere che succede.

Scendiamo a terra (tutti tranne Lilli) per guardarci un po’ intorno. Boothbay Harbor è un simpatico posto che sembra vivere principalmente di turismo e di pesca. Nella cittadina negozi e negozietti di souvenir, abbigliamento, oggetti vari; nella baia osserviamo l’intensa attività dei pescatori che con barche medio-piccole portano a terra il pescato  a tutte le ore. 




Il giorno seguente si avvicina un giovane pescatore, proprietario della boa che occupiamo, che ci domanda per quanto tempo ne abbiamo bisogno; sussurriamo che vorremmo restare un’altra notte e lui risponde che non c’è problema, possiamo farlo gratuitamente. Il nostro stupore cresce ulteriormente quando ci chiede se gradiamo del pesce e soprattutto quando, poco dopo, torna ad affiancarsi per regalarci un chilo e mezzo di merluzzo freschissimo, già sfilettato e pronto per essere cucinato. Il Maine già ci piaceva, ma adesso lo adoriamo.

Domenica 11 giugno salpiamo alle 8.35 con destinazione North Haven, a 43 miglia. La giornata è grigia, con foschia e nebbia a banchi; il vento è da SW, 8-15 nodi; procediamo a vela aguzzando la vista per non incappare nelle boe. Alle 15.40 raggiungiamo la meta e caliamo l’ancora a SW del paese, su fondale fangoso di 5-6 metri (44°07.474’N 68°01.964’W).

Prima del tramonto riceviamo una visita della U.S. Custom and Border Protection: un grosso gommone di affianca, ci chiedono il permesso di salire a bordo. “Ovviamente, prego!” risponde prontamente Lilli, mentre il cuore (e non solo il suo) batte forte perché la nostra licenza di navigazione è scaduta da tre giorni e siamo ancora negli USA! Ma gli ufficiali sono cortesi e cordiali: controllano i passaporti e i documenti della barca, non fanno cenno alla licenza e poi… “tutto ok, buona navigazione!”. Una volta che si sono allontanati, Lilli chiede razione doppia di gin&tonic.



Lunedì 12 giugno alle 8.35, salpiamo per l’ultima destinazione statunitense: Bar Harbour, distante 47 miglia. Foschia e nebbia a banchi sono le protagoniste della giornata, il vento è leggero, sui 6-7 nodi da SW; procediamo a vela con l’ausilio del motore.


Arriviamo alle 15.25: faccio il solito giro di ricognizione per cercare un punto idoneo all’ancoraggio, quando da una chiatta che sta controllando i gavitelli ci urlano che è vietato dare ancora nel campo boe, e ci consigliano di prendere la boa n.2, sufficientemente robusta per la nostra barca. Accettiamo il consiglio e ci leghiamo al gavitello indicatoci, mentre un barchino ci raggiunge per comunicarci che la tariffa è 45 $/notte. Come a New York, ma va bene lo stesso!

Il giorno seguente scendiamo a terra; passiamo dall’Harbor Master e paghiamo la boa per 2 giorni in quanto il vento contrario sui 20 nodi ci induce a rimandare la partenza. Una puntata al supermercato per integrare la cambusa, e quando usciamo carichi di borse, realizziamo che non ci sono taxi, né altre soluzioni tipo Uber o Lyft. Risolviamo con l’antico sistema dell’autostop.

Mercoledì 14 giugno, alle 16.00, lasciamo definitivamente il Maine e tutti gli Stati Uniti: con una tappa di 101 miglia raggiungeremo il Canada, dove registreremo l’ingresso a Yarmouth, in Nova Scotia.

lunedì 19 giugno 2023

DA NEWPORT A BOSTON


Mercoledì 24 maggio alle 8.45 lasciamo Newport per una tappa di 45 miglia fino a Martha’s Vineyard, una delle isole più rinomate ed esclusive della East Coast americana. C’è pochissimo vento, andiamo a motore. Ecco i nostri due nuovi ospiti:

Fabrizio e Jesus si sono ambientati subito su Refola, e mostrano di apprezzare enormemente la filosofia che sta dietro alle barche Amel, almeno quelle vecchiotte come la nostra: attenzione massima alla sicurezza e al comfort, soluzioni semplici per evitare il più possibile problemi e preoccupazioni. Proprio spinti dal loro interesse per le Amel erano venuti a trovarci all’inizio di luglio 2022 sul pontile del Regatta Point Marina di Deltaville, dove tengono stabilmente il loro Catalina 46 Water Dawg. Scambi di cene e aperitivi, e da allora siamo rimasti sempre in contatto: sono venuti a trovarci a Verona durante le vacanze di Natale 2022, hanno dato un’occhiata a Refola nel cantiere Stingray Point durante la nostra assenza…  Nel momento in cui hanno espresso il desiderio di provare un’esperienza di navigazione su una barca Amel, siamo stati ben lieti di proporre loro un giro su Refola. Fabrizio è nato a Cantù e vive da trent’anni negli USA, Jesus è originario di Portorico, ma parla benissimo l’italiano: la conversazione è facile!!! Abbiamo due Fabrizi a bordo: per non fare confusione Lilli li ribattezza Fabrizio Ita e Fabrizio Usa.

Arriviamo a Martha’s Vineyard alle 16. Attendiamo l’apertura di uno stretto ponte mobile ed entriamo nella vasta laguna dove ancoriamo in 4-5 metri di fondale fangoso (41°27.207’N 70°35.082’W).


 


Con la solita eccezione di Lilli, andiamo a terra con il dinghy e scopriamo un paesino carino a vocazione prettamente turistica, tanti bei negozi, soprattutto di abbigliamento, un sacco di gente a passeggio. Prima di rientrare ci fermiamo in una pescheria e compriamo una buona quantità di cozze, da cucinare in barca.

Una volta a bordo, vediamo Jesus assumere il ruolo di chef e prepararci una pepata di cozze al pomodoro con spaghetti, una prelibatezza!

Venerdì 26 maggio alle 8.15 attendiamo nuovamente l’apertura del piccolo ponte e mettiamo la prua su Nantucket, a 30 miglia, altra gemma turistica di questa parte di costa americana sull’atlantico.

Ci troviamo in una zona di alta pressione, sui 1024 millibar, e il poco vento che c’è ci viene principalmente sul naso: navighiamo a motore e arriviamo alle 13.25.


Il canale di accesso alla grande baia su cui si affaccia la cittadina di Nantucket si trova sul versante settentrionale dell’isola. Gran parte dell’area è occupata da gavitelli e, rispettando lo spazio di manovra per i numerosi traghetti provenienti da Martha’s, Newport, Boston, resta davvero poco posto per ancorare. Prendiamo quindi, al costo di 65 $ /notte, una boa (41°17.001N 70°05.449’W).

Caliamo il dinghy per un giro di perlustrazione a terra (lasciando ancora una volta Lilli in barca) e troviamo un paese che si sviluppa quasi completamente intorno al porto, con numerosissimi negozi, bar, ristoranti, tutti molto frequentati. Dopo questo bagno di folla siamo ben contanti di risalire a bordo per l’aperitivo serale, con il nostro solito Gin&Tonic.

Il giorno seguente programmiamo una partenza nel tardo pomeriggio, alle 17.35, per raggiungere Cape Cod, una penisola a forma di uncino, ambita meta estiva non solo per i locali (siamo ormai in Massachusetts), ma per tutto il nord est americano. La nostra meta è Provincetown, la distanza da coprire 86 miglia. Finalmente troviamo un po’ di vento: 10-15 nodi da SW; iniziamo con vela e motore fino alle 21.30, poi solo vela con il vento in poppa fino a destino.


La notte scorre tranquilla; all’alba, dopo aver aggirato a nord la penisola, arriviamo avvolti in un panorama incantato: una lunga striscia di dune di sabbia, che ci introduce nella grande baia di Provincetown.

Alle 7.15 caliamo l’ancora in prossimità dell’ingresso E del porto, su un fondale sabbioso di 4-5 metri (42°03.174N 70°10.416W).

Fabrizio e Jesus conoscono bene questa zona: per molti anni, quando ancora vivevano a NYC (ora la loro casa è in New Jersey, in mezzo ai boschi) facevano base a Provincetown per le vacanze. Hanno ancora molti amici qui, con cui sono restati in contatto; già il primo giorno infatti scendiamo a terra nel pomeriggio per incontrarne alcuni, con cui avevano preso appuntamento. Poi giriamo per il centro, gremito di gente, passeggiando ancora una volta tra negozi, bar, ristoranti e belle case.




Il giorno seguente gli amici di Fabrizio e Jesus ci invitano a casa loro per un drink (e non solo). L’invito era esteso anche a Lilli, ma lei declina per i noti motivi. La casa è bellissima, a tre piani, con un’incantevole vista panoramica sulla baia. Ci vengono offerti, oltre all’aperitivo, torta, caffè, gelato; tutto squisito.

 

Sulla via del ritorno, non manchiamo di fermarci in pescheria: ci facciamo preparare due grosse aragoste (cucinate a vapore) per la nostra cena a bordo. Le aragoste locali, bisogna riconoscerlo, meritano tutta la loro fama: sono infatti buonissime, con due grosse chele come i nostri astici e tanta carne all’interno.

Mercoledì 31 maggio alle ore 9.00 salpiamo per Boston, a 48 miglia. Abbiamo poco vento da SE, che prendiamo al gran lasco; procediamo a vela e motore fino alle 17.00, quando arriviamo al Boston Harbour Shipyard & Marina, dove avevamo prenotato un ormeggio (come sempre “salato”), attraverso l’efficiente motore di ricerca Dokcwa.




Anche a Boston avremo un cambio di equipaggio: scendono Fabrizio e Jesus, con i quali siamo stati benissimo e di cui sentiremo la mancanza (solo fino alla prossima volta) e arriveranno i “veterani” Angelo e Cristina, già compagni di tante avventure, che rimarranno a bordo fino al Mediterraneo.

Evvai !!!!

 

 

mercoledì 7 giugno 2023

Da Long Island, NY a Newport, RI

 

Alle 10,55 di lunedì 8 maggio lasciamo, insalutati ospiti, l’Hudson Point Marina di New Jersey City, di fronte a Manhattan. In tanti anni non ci era mai successo di stare in un marina per giorni senza vedere alcuno: né marinai, né receptionist, neanche addetti alle pulizie! Il pagamento, salatissimo, avviene automaticamente tramite l’applicazione Dockwa sulla carta di credito, immediatamente all’arrivo. Dopo di che ci si può scordare di avere assistenza, informazioni e qualunque altra cosa. Ogni commento è superfluo. 

Dal Marina aggiriamo a sud Low Manhattan col suo Financial District, passiamo sotto i ponti di Brooklyn e di Manhattan e proseguiamo risalendo l’East River. 


L’East River ci conduce nel Long Island Sound, il braccio di mare che separa il Connecticut, a Nord, da Long Island, a Sud. La prima sosta sarà a Port Washington, distante 21 miglia.

Il nostro giovane amico, nonché meccanico, Will ci aveva messo in guardia su un punto critico di questo percorso: si tratta di Hell Gate (porta dell’inferno!) dove le forti correnti creano turbolenze e gorghi che possono mettere in difficoltà le imbarcazioni. È necessario, dice Will, raggiungere Hell Gate durante la slack (la stanca, quando la corrente si inverte). Lilli si mette a studiare il nuovo libro che Will ci ha consigliato di comprare e calcola l’orario migliore; io programmo la partenza per le 10.55 e superiamo il punto critico alle 12.40, circondati da una calma assoluta. Programmazione e tempismo perfetti.

Alle 14.55 giungiamo a destinazione, ancoriamo fuori dal vastissimo campo boe, su un fondale fangoso di circa 5,5 metri (40°49.642N 73°42.799’W).

Mentre Lilli, sempre infortunata, e Ornella, solidale, restano in barca, noi uomini facciamo un’escursione a terra con il dinghy. Abbiamo due mete, entrambe poco distanti: il negozio della West Marine dove acquistiamo il nuovo gancio per la catena dell’ancora con la relativa cima e un supermercato per un piccolo rabbocco alla cambusa.

Il giorno seguente, come pattuito, ci raggiunge Will, che finalmente riesce a portare a termine la sostituzione delle cinghie degli alternatori.

Mercoledì 10 maggio salpiamo diretti ad Oyster Bay, a 19 miglia. Partenza alle 9.55, arrivo alle 13.10, ancoriamo in un tratto libero da boe su 4-6 metri di fondale fangoso (40°52.886’N 73°31.375’W).

Il tempo incerto non ci invoglia a scendere a terra ma in compenso assistiamo ad una regata serale, con tanto di barca giuria e campo segnalato.

Dopo Oyster Bay, nel programma, avevo inserito una puntata a Thimbles Island, Connecticut, sul versante nord del Long Island Sound; ma la distanza, di 45 miglia, non piace a Lilli che preferisce tappe più brevi. La accontento perché è il suo compleanno: l’11 maggio navighiamo solo 26 miglia, fino a Port Jefferson. C’è poco vento, procediamo a motore e arriviamo alle 13.40; ancoriamo a nord del campo boe, su 4-6 metri di sabbia-fango (40°57.275’N 73°04.506’W).

Port Jefferson è una cittadina molto animata e turistica, la gente vi arriva in macchina da New York City, oppure col traghetto di linea da Bridgeport, Connecticut.

La tappa successiva è di avvicinamento a Sag Harbour. Ci fermiamo per la notte a Truman Beach, distante 40 miglia che percorriamo a motore, senza vento; solo nell’ultimo tratto arriva un venticello sui 14-15 nodi da SW, ma l’insenatura è ampia e tranquilla, ancoriamo su 6 metri di fondale sabbioso (41°08.423’N 72°19.887’W).

Il giorno successivo ci restano 18 miglia per raggiungere Sag Harbour; prima di ancorare ci riforniamo di diesel ed acqua al distributore del marina e ci spostiamo poi appena fuori dal campo boe, dove caliamo l’ancora in 3 metri d’acqua con fondale fangoso (41°00.588’N 72°17.777’W).

Anche Sag Harbour è una cittadina a vocazione turistica. Ci restiamo 5 giorni, recandoci a terra quasi tutti i giorni per varie attività: un giorno (solo noi maschietti) noleggio biciclette ed escursione sulla costa oceanica (distante 12 km in direzione sud), un pomeriggio/sera cena fuori per una bella pizza, una mattina dedicata alla lavanderia. La povera Lilli rimane sempre in barca, in paziente attesa.

 



Giovedì 18 maggio salpiamo da Sag Harbour alle 9.45, diretti a Block Island, a 40 miglia. All’inizio un debole vento da NE, praticamente sul naso, ci costringe a motore per più di un’ora. Ma verso le 11, rinforzandosi e girando prima a SW e poi a SE, ci permette di fare una stupenda veleggiata: 8-9 nodi di velocità, con 1,5 nodi di corrente a favore ed un vento apparente di 10-15 nodi.

Arriviamo a Block Island alle 15.30 e ancoriamo su 4-5 metri d’acqua, con fondale di fango duro (41°11.476’N 71°34.532’W). Venerdì 19 doveva essere dedicato alla visita dell’isola (Ornella aveva letto nella sua guida che si tratta di un luogo interessante) ma la giornata non è bella e fa freddo, tanto che nessuno ha voglia di andare a terra. Restiamo a ciondolare in barca e comunque, dopo ampia discussione, decidiamo non prolungare la sosta e di partire il giorno successivo.

Così facciamo: alle 9,30 di sabato 20 maggio salpiamo alla volta di Newport, Rhode Island, a 23 miglia. Piove, c’è scarsa visibilità e vento a raffiche da SW fino a 30 nodi. Lo prendiamo al gran lasco e non ci crea problemi. Alle 13 siamo a destino, sotto una pioggia a tratti torrenziale.

Sappiamo da mesi che proprio in questi giorni a Newport sono presenti le barche della Ocean Race (la ex Volvo Ocean Race), la maratona velica intorno al mondo iniziata il 15 gennaio ad Alicante in Spagna che si concluderà a inizio luglio col gran finale, per la prima volta in Italia, a Genova.

Proprio il 20 maggio era prevista per queste barche “da guerra” la In-port race, una breve regata che si svolge in ogni punto di sosta (il cui risultato non influenza la graduatoria finale dell’Ocean Race, tranne che in caso di parità di punteggio). Noi eravamo preoccupati di infilarci all’arrivo nel campo di regata, ma apprendiamo già al mattino che la In-port race è cancellata a causa delle avverse condizioni meteo: poca visibilità, vento troppo rafficoso. Riusciamo così a raggiungere, senza disturbare, il pontile del Newport Harbor Hotel & Marina (41°29.278N 71°19.035W) dove avevamo prenotato l’ormeggio per quattro notti, ai soliti incredibili prezzi cui i marina USA ci stanno purtroppo abituando: “solo” 242 $ al giorno!

La In-port race viene riprogrammata per domenica 21 maggio, quando il tempo finalmente si ristabilisce, con il cielo sereno e un bel sole caldo. In barba al pubblico pagante (275 $ a persona) Umberto, Fabrizio ed io riusciamo ad assistervi da un piccolo gazebo poco distante dal Marina. Non capiamo granché delle regole di regata, ma ci godiamo ugualmente lo spettacolo, per noi gratuito! Conclusa la gara, senza rientrare in porto, le barche sono partite per la quinta tappa dell’Ocean Race, di 3500 miglia, fino ad Aarhus, Danimarca.

Andiamo a visitare, poco distante dal Marina, il festival delle ostriche: un capannone brulicante di gente dove numerosi banchi offrivano vari tipi di ostriche al “modico”  prezzo di 3 $ cad.


Lunedì 22 è il giorno della partenza di Umberto ed Ornella, che in serata prenderanno da Boston l’aereo che li riporterà a casa. Per non correre rischi di arrivare tardi avevano prenotato con grande anticipo con Lyft (equivalente, ma meno caro di Uber) un taxi che avrebbe dovuto venirli a prendere alle 14,45. Ebbene, abbiamo capito che la prenotazione delle corse NON è una buona cosa. Per ben due volte, a pochi minuti dall’arrivo al Newport Harbor Hotel & Marina, l’autista rinuncia alla corsa lasciandoci in un’attesa sempre più nervosa, che si conclude dopo quasi un’ora. Alla fine, per fortuna, ce l’hanno fatta e in aeroporto tutto è filato liscio. Abbiamo trascorso con loro delle belle settimane e sicuramente ci mancheranno.

Martedì 23, cambio di equipaggio: arrivano i nostri amici americani Fabrizio e Jesus, che navigheranno con noi fino a Boston.

L’avventura continua…