mercoledì 15 agosto 2018

MADAGASCAR: Cathedral - Nosy Mitsio - Nosy Be e dintorni



Dopo la traversata Seychelles-Madagascar che a detta di tutti è stata davvero fortunata, ci godiamo appieno lo splendido ancoraggio denominato “Cathedral”. Si tratta di una specie di anfiteatro naturale composto da quattro isolette, distanti meno di un miglio l’una dall’altra; Anjombavola è la più grande e la più alta; nessuna è abitata stabilmente, le uniche presenze umane sono a bordo di povere barche locali, che portano qui per qualche ora piccoli gruppi di turisti/gitanti.




Poco dopo di noi arriva un’altra barca; è Island Pearl II, Amel Super Maramu gemella di Refola. Lo skipper armatore è Colin, un australiano di Sydney con 4 amici a bordo; anche lui è diretto in Sudafrica e prendiamo accordi per tenerci in contatto e navigare insieme.
Caliamo l’ancora inizialmente ad est di Ambatomarangitsi, ma durante la notte ci ritroviamo esposti al vento, con la costa sottovento ed un po' di onda in prua. Abbiamo così conferma di quanto ci era stato anticipato da altri navigatori: i venti principali sono in regime di brezza, ed hanno orari precisi. A mezzogiorno si alza una brezza di mare da ovest che dura fino alle 21, poi inizia la brezza di terra da est, fino a mezza mattina; notare che la brezza di terra può raggiungere i 20 nodi.  
Per stare più tranquilli, il mattino seguente ci spostiamo a sudovest di Anjombavola (12°15.791’S 48°58.365’E), fondo sabbioso sui 16 metri, dove troviamo riparo da entrambe le brezze.
Sabato 4 agosto salpiamo di buonora diretti a Nosy (che significa isola) Mitsio, distante circa 50 miglia. Partiamo con un leggero vento da est, sugli 8 nodi, ed avanziamo con vela e motore. Verso le 11, leggermente in anticipo, siamo investiti dalla brezza da ovest, che ci consente di proseguire a vela fino a destinazione. Island Pearl II è partita appena un po’ prima di noi, con la stessa meta: l’ingaggio è inevitabile. Una competizione senza storia, Refola li lascia indietro di misura, anche se onestamente va detto che avevano il dinghy al traino…
Alle 16 arriviamo a Nosy Mitsio e approdiamo a Maribe Bay, ampia e protetta da entrambe le brezze; caliamo l’ancora su un fondale sabbioso di 9-10 metri (12°54.403’S 48°34.719’E).
Tra le 4 barche alla ruota, ritroviamo il catamarano di tedeschi Moyo e l’Halberg Rassy 53 New Dawn di Paul, che erano insieme a noi alle Chagos.
Con Paul, incontrato per la prima volta in maggio alle Maldive, avevamo legato molto, perciò ritrovarsi è una grande festa. Quando era partito dalle Chagos, contemporaneamente a noi, aveva problemi di salute e aveva fatto rotta su Mayotte (un’isola territorio francese d’oltremare, ad ovest della punta settentrionale del Madagascar) per curarsi presso l’ospedale locale. Ci racconta che dopo una cura di alcuni giorni, sbarcata la coppia di giovani svedesi che aveva a bordo, ha ripreso la navigazione dando un passaggio ad una giovane velista diretta a Nosy Be.

A Maribe Bay c’è un piccolo villaggio. Gente povera che vive di pesca, usando piccole barche con bilanciere, armate con rudimentali vele a terzo. Un locale viene sottobordo chiedendo uno scambio di aragoste per delle magliette, lo invitiamo a portare il pescato per valutare lo scambio, ma le aragoste non arriveranno.


Lunedì 6 agosto partiamo da Nosy Mitsio alle 7.05, diretti a Nosy Be, a 44 miglia. Paul di New Dawn, con il suo nuovo marinaio Harry, salpa per primo, poi noi, e a seguire Island Pearl II. L’ingaggio questa volta è con Paul, ma non riusciamo a rosicchiare nulla; il vento è da est sui 19-20 nodi e procediamo di bolina larga, a 8,5 nodi. Solo quando il vento cala diventiamo più performanti di lui e guadagniamo circa un miglio, superandolo. Ma alle 10.30 il vento cala quasi completamente, e tutti siamo costretti a dare motore; ci consola il fatto che la navigazione sia stata allietata dalla pesca: un bel wahoo ed un tonno sui 4-5 kg.

Alle 15.30 siamo nella baia di Helville, il principale centro abitato dell’isola di Nosy Be, dove ancoriamo su un fondale fangoso di 10-12 metri (13°24.500’S 48°17.077’E).
Nonostante sia un po’ tardi, Lilli ed io andiamo a terra per vedere se è possibile effettuare velocemente le pratiche di ingresso, per prelevare un po’ di soldi e comprare una SIM card locale. Gentilmente Paul si offre per accompagnarci e mostrarci dove trovare le cose essenziali che cerchiamo.
L’atterraggio col dinghy, all’interno dell’area portuale, si fa su un corto pontile galleggiante utilizzato dalle numerose piccole barche a motore che fanno la spola tra Nosy Be, le isole qui intorno e la terraferma (o più propriamente la main land, terra principale, come viene chiamato il Madagascar). Su questo pontile galleggiante staziona quasi stabilmente un giovanotto di nome Jimmy, che col suo aiutante Cool fa la guardia al gommone, prende in consegna le immondizie, presta assistenza per le pratiche di check-in e check -out, per il rifornimento di gasolio e per gli acquisti da fare in città. Le sue tariffe sono 10.000 Ari (2,6 €) per tenere il dinghy un giorno, 40.000 Ari (circa 10 €) per assistenza di una giornata nelle pratiche e negli acquisti.
Come arriviamo Jimmy prende in consegna il dinghy, ma ci dice che è troppo tardi per il check-in e ci rimanda all’indomani mattina.
La nostra posizione a terra è irregolare (nessun timbro sul passaporto, siamo per il momento clandestini!), ma Paul ci esorta a mostrare indifferenza davanti al gabbiotto della polizia e con lui varchiamo il cancello del porto, verso la città. Sentendoci un po’ dei fuorilegge camminiamo velocemente; Paul ci accompagna allo sportello ATM, alla compagnia dei telefoni (Telma) dove compriamo la SIM card (circa 30 euro per 6 giga di dati + 6 notturni + un po’ di credito voce), ci fa vedere il supermercato Shampion e la boulangerie per le baguette ed infine il mercato ortofrutticolo, che sta per chiudere, dove comunque riusciamo a comprare un po’ di verdura.
Il giorno seguente, insieme all’equipaggio di Island Pearl II e accompagnati da Jimmy, ci rechiamo al posto di polizia del porto, che fa le funzioni di ufficio immigrazione, per le pratiche di ingresso. In pochi minuti ci rendiamo conto che le regole non sono chiare, e soprattutto che comandano loro.
Preavvisati della corruzione dilagante, ci eravamo informati via internet sul costo dei visti; ma non si può discutere, ci impongono in malo modo il pagamento in euro, al cambio deciso da loro: 35 € a persona per il visto di un mese, 80.000 Ari (20 €) di tassa per la barca, 50.000 Ari (13 €) per timbrare i passaporti, 20.000 Ari (10 €) di mancia per ritirare i passaporti, infine 60.000 Ari (15€) per il permesso di navigazione. Siamo un po’ contrariati dall’atteggiamento arrogante, ma non possiamo che subire, ed in fondo non hanno rubato neanche tanto…
L’ufficiale che ci ha redatto il permesso di navigazione è una persona molto gentile e disponibile, completamente diversa dei poliziotti.
Esaurite le incombenze burocratiche (passaporti e permesso di navigazione saranno pronti nel pomeriggio), Jimmy si mette alla guida del gruppo di 10 persone formato dagli equipaggi di Island Pearl II e Refola e ci porta in giro per la cittadina, mostrandoci vari negozi ed ovviamente il mercato, che visto in pieno giorno ci appare più animato e colorato del pomeriggio precedente.


Helville è molto movimentata, i piccoli edifici sulla strada principale sono in stile coloniale, mentre le vie laterali appaiono molto più grezze e povere. Ha un aeroporto internazionale, molti ristoranti, e c’è un discreto giro di gente, soprattutto turisti, diretti qui ed alle isole vicine; i mezzi di “trasporto pubblico” sono i tuk-tuk: mini taxi ape Piaggio con 3 posti, 500 Ari a persona (0,13 €).

Alle 13 pranziamo tutti insieme al ristorante Oasis, io e Colin concordiamo di offrire il pranzo a Jimmy, che sembra gradire. Assaggiamo ed apprezziamo il filetto di zebu, tipica mucca locale con la gobba: circa 6 € a testa per un piattone gustoso, birra compresa.


Sappiamo che nei dintorni di Nosy Be ci sono molte delle barche con cui abbiamo passato le splendide tre settimane alle Chagos: Amandla con Fabio e Liza e Peacifique con Leslie e Phil, Grasshopper con Jeff e Chery, Muck con Rudy e Doris, Tehanili con Phil e Karel.
Prendiamo accordi con Fabio per vederci a Nosy Sakatia, una piccola isola ad ovest di Nosy Be.
Giovedì 9 agosto costeggiamo per 12 miglia il versante occidentale di Nosy Be ed ancoriamo a sud est di Sakatia, su un fondale sabbioso di 15-16 metri (13°18.960’S 48°09.779’E).
A terra c’è un bel resort con centro diving.

La particolarità del posto sono le grosse tartarughe marine che vanno a “brucare” le sottili alghe sul fondo; con la bassa marea riesci ad avvicinarle fino a toccarle, senza affatto intimidirle o impaurirle.
L’acqua a Sakatia è particolarmente trasparente: ne approfittiamo per pulire la carena.




Sabato 11 agosto salpiamo per Tani Keli, un piccolo isolotto a sud di Nosy Be, a circa 11 miglia da Sakatia; è un parco marino, dove non è permesso sostare per la notte.
Vi arriviamo alle 12.25: a sud dell’isola c’è una ampia zona sabbiosa con fondale 8-10 metri, che aumenta gradatamente fino a 24. Prendiamo un gavitello, perché voglio approfittare della sosta con l’ancora a bordo per tagliare le prime tre maglie della catena, che sono arrugginite.
L’acqua è di una trasparenza eccezionale. Con maschera e pinne vado a controllare il corpo morto, un bel plinto di cemento, che sembra conficcato nella sabbia; la cima è sana e robusta, per cui tutto OK. I guardiani del parco vengono a riscuotere la tassa: 20.000 Ari per persona (circa 5 €).
Dopo il taglio della catena, ci concediamo un bel bagno e un bel pranzo. Siamo un po' esposti alla brezza di mare da ovest e c’è un po' di onda, combinata con la marea che si sta alzando. Sto pensando di spostarci quando improvvisamente realizzo che ci stiamo già muovendo: abbiamo trascinato il corpo morto almeno 100 metri e abbiamo ormai una profondità di 26 metri sotto la chiglia! Questa volta non sono stato previdente: avrei dovuto attenuare la tensione esercitata sul corpo morto allungando di molto la cima con cui vi eravamo legati… Purtroppo non posso rimediare; non ci resta che mollare la cima dal gavitello, ormai sommerso, e andare via.
Mettiamo la prua su Nosy Komba, un’altra piccola isola un miglio a SSE di Nosy Be.

sabato 4 agosto 2018

ARRIVATI IN MADAGASCAR!

Questa piccola traversata, di poco più di 600 miglia, l'abbiamo forse sofferta più nelle attese e nella preparazione che non nella realtà.
Lilli, colpita dalla lettura dei portolani e suggestionata dagli avvertimenti di altri navigatori, era disposta ad andare a Zanzibar piuttosto che affrontare questo tratto di mare. Per tranquillizzarla ho dovuto rassicurarla in mille modi, e alla fine è prevalso il buon senso.
L'incertezza su data e orario di partenza è comunque durata fino alle ultime due ore: il nostro "routier/meteorologo" Des ci dice inizialmente che la partenza di lunedì 30 è perfetta, ma quando gli confermiamo che accettiamo il suo consiglio ci ricorda che dobbiamo assolutamente arrivare in quattro giorni, prima del 3 agosto alle 18.00 UTC, perché allora in prossimità del capo D'Ambra i venti rinforzeranno oltre i 25 nodi. Ops!
Il mio istinto mi aveva già suggerito che era meglio anticipare e a questo punto non ho dubbi: fisso la partenza per domenica 29 luglio subito dopo pranzo, in modo da avere un margine di sicurezza in caso di imprevisti.
Prima però c'è del lavoro non procrastinabile da fare: la pompa elettrica della sentina non scarica, bisogna smontarla e capire perché. Provvediamo, sostituiamo la valvola di aspirazione, e riprende a funzionare regolarmente. Procedo poi ai controlli di routine: livello dell'olio e girante del generatore. Tralascio la girante del motore, controllata circa un mese fa, che non ha mai dato problemi.
Alle 14.55 partiamo con un vento fresco sui 16-18 nodi, che di bolina diventano 23-25; con randa piena e genoa ridotto quasi a metà, Refola stringe discretamente e procediamo a 6-7 nodi di velocità, con un angolo apparente di 45-50°. Dopo numerose settimane di ancoraggi rilassanti affrontiamo una navigazione dura e scomoda, ma siamo determinati e preparati. Organizziamo per la notte turni di due ore con parziale sovrapposizione (mezz'ora con chi smonta, un'ora da soli e mezz'ora con chi monta); nelle prime ore ripassiamo tutti insieme le procedure di emergenza e le norme di sicurezza.
Dopo il primo giorno il vento cala progressivamente fino a 10 nodi ed anche il mare passa ad un'onda lunga, quasi piacevole.
Martedì 31 luglio, durante il mio turno di guardia dalle 21 alle 23, la velocità scende a 4-5 nodi; decido quindi di caricare le batterie dando motore, invece di accendere come al solito il generatore. All'avvio, però, sento un rumore strano, quasi un gorgoglio, di cui non riesco ad identificare l'origine. Controllo lo scarico dell'acqua e, anche se non riesco a valutarne la portata, sembra OK; scendo in sala motore e vedo comparire un po' di fumo, ma anche di questo non riesco ad identificare l'origine … sembra il tubo che porta alla marmitta… subito penso alla girante della pompa dell'acqua, infatti metto la mano sopra il coperchio della pompa e … cacchio se scotta! Spengo immediatamente il motore: dall'avvio saranno passati non più di 2 minuti.
Avrei voglia di verificare subito cosa sia successo, di sicuro bisogna smontare la girante, ma il motore è troppo caldo, la temperatura dell'acqua è salita a 100°.
Nel frattempo proseguiamo a vela e per fortuna la velocità torna sui 5 nodi; lascio le consegne a Cristina che mi dà il cambio: far andare la barca il più possibile, anche con un angolo al vento meno stretto.
Il mio prossimo turno di guardia sarebbe alle 4.30, ma metto la sveglia alle 2.00. Anche Lilli, che a quell'ora dovrebbe smontare, rimane al suo posto davanti al timone, mentre il Gianca mi dà una mano in sala motore.
Per prima cosa controlliamo la girante. Le mancano diverse pale, il flusso dell'acqua era ridotto ma non interrotto del tutto (in effetti un po' di scarico c'era). Iniziamo le operazioni di smontaggio che si rivelano molto più complicate del solito; per togliere la vecchia e montare la girante nuova impieghiamo più di 2 ore (nel frattempo, all'arrivo di Angelo, Lilli va a dormire).
Provo ad accendere il motore, ma c'è ancora un problema: vediamo uscire acqua, copiosamente, dalla marmitta. È troppo tardi per lavorare ancora; rimando al giorno dopo la ricerca del guasto, ma non sono affatto tranquillo. Sulla nostra rotta ci sono due gruppi di isole, che passeremo sopravento; sono ancora lontane, a circa 90 miglia, ma dobbiamo sapere se abbiamo il motore funzionante, altrimenti uno scarso di vento potrebbe metterci in difficoltà, o addirittura essere fatale.
Il mio riposo è tormentato da questi pensieri fissi, e di primo mattino ci rimettiamo a lavoro: ricontrollo la perdita, l'acqua esce dall'imboccatura del tubo di scarico, probabilmente con il surriscaldamento si sono allentate le fascette; smonto il tubo e metto del silicone da alta temperatura, stringo le fascette e metto in moto…la tenuta c'è, ma esce ancora acqua sotto la marmitta.
Smonto allora la marmitta: è bucata! L'anno scorso, a Pangkor, un problema simile è capitato al nostro amico francese Gerard di Cassiopee: la girante danneggiata aveva ridotto il volume dell'acqua nel circuito di raffreddamento, e a causa dell'alta temperatura dei fumi di scarico la marmitta, che è di plastica, si è praticamente fusa. Non appena saputa la sua esperienza, mi sono affrettato ad ordinare una marmitta di scorta, che ora viene giusto buona per il ricambio. Che fortuna!
Sostituita anche la marmitta, tutto riprende a funzionare, e finalmente posso tirare un sospiro di sollievo!
L'ultimo giorno di navigazione il vento rinforza gradatamente fino a 20 nodi, con raffiche a 25, il mare è di nuovo corto con onde sui 2-2,5 metri. La velocità, anche a vele ridotte, si mantiene sui 7-8 nodi. Il beccheggio e la barca inclinata mettono a dura prova il nostro riposo in cuccetta, interrotto ogni tanto dal tonfo di Refola nel cavo dell'onda.
Per fortuna questa situazione dura solo poche ore, perché siamo ormai in prossimità del capo D'Ambra. Una volta lasciato il capo al traverso, con più di 24 ore di anticipo rispetto alla "dead line" (termine ultimo) indicatoci da Des, il mare si calma velocemente. Ora possiamo immaginare cosa vuol dire fare questo passaggio nelle condizioni qui più abituali, cioè con venti che raggiungono i 30-35 nodi.
Alle 14.20 di giovedì 2 agosto ancoriamo a Nosi Ambatomarangitsi, soprannominata "Cathedral" per la forma delle sue isole. È un posto splendido, dove ci gustiamo un meritato riposo (12°15.576'S 48°58.208'E).
Abbiamo percorso 628 miglia in 4 giorni scarsi, con una media 6,5 nodi.

domenica 29 luglio 2018

Seychelles : LA DIGUE e di nuovo a Mahè



Il 12 luglio lasciamo la Baia di St. Anne e l’isola di Praslin. Solo 4 miglia ci separano dalla nostra meta, l’isola di La Digue. Partiamo quindi con calma, dopo pranzo, e in un’oretta siamo davanti al piccolo porto, dove vediamo già ormeggiate una decina di barche, con ancora e lunghe cime a terra.
Appena dentro, un giovane locale attrae la nostra attenzione fischiando e gesticolando dalla banchina dei traghetti; in breve capiamo che ci sta offrendo assistenza per la manovra. Seguendo le sue indicazioni, ci affianchiamo momentaneamente al molo, per calare in acqua il dinghy e preparare le cime. Mentre il giovane a bordo del nostro gommone va a fissare a terra i nostri più lunghi cavi d’ormeggio, gettiamo l’ancora e arretriamo in corrispondenza dello scivolo. Pochi minuti dopo di noi entra in porto anche Kiwi Dream; il ragazzotto, sempre a bordo del nostro gommone, porta a terra anche le loro cime. Siamo affiancati e a contatto di parabordi, ma ben sistemati (4°20.860’S 55°49.758’E). 
Terminate le manovre viene fuori che il giovanotto non è un ormeggiatore del porto, come pensavamo, bensì un noleggiatore di biciclette! Un po’ stupiti, gli lasciamo una piccola mancia, che lui accetta chiedendo anche una birra.
È luna nuova e l’escursione di marea si fa più sensibile: dagli usuali 100-110 centimetri si arriva ora a 1,4 metri. Siamo comunque tranquilli perché con la minima abbiamo ancora 25 centimetri sotto la nostra chiglia.
Delle tre isole che abbiamo visitato, la piccola La Digue è quella che ci è piaciuta di più. Il turismo, molto fiorente, non ha prodotto finora alcun danno all’ambiente e al paesaggio. Ci sono pochissime auto, qualche pulmino degli alberghi, ed essenzialmente tutti si muovono in bicicletta. Una delle attività più redditizie per i locali è infatti l’affitto delle bici, di cui abbiamo usufruito anche noi: 100-150 Rp/giorno (6-9 €).



Le spiagge sono una più bella dell’altra, con finissima sabbia bianca e quelle rocce granitiche che rappresentano l’attrazione più peculiare delle Seychelles, e a noi ricordano tanto la nostra Sardegna. 




Nonostante il fascino delle spiagge, però, fare il bagno non è propriamente agevole: soprattutto nel versante ovest dell’isola, più protetto, con la bassa marea l’acqua arriva al massimo alle caviglie!
Con Mirella e Umberto passiamo una giornata nel grande parco L’Union (ingresso a pagamento, 125 Rp), dove oltre alle belle spiagge costellate di roccioni granitici si trovano coltivazioni di vaniglia ed un grande recinto di tartarughe giganti di terra.






L’atmosfera dell’isola è rilassata e tranquilla. Ci sono molti ristoranti, in cui si mangia abbastanza bene e a prezzi contenuti. Domenica 15 luglio, per la finale del mondiale di calcio, prenotiamo un tavolo per sei (noi quattro più Anne ed Alan di Kiwi Dream) in un ristorante con grande schermo: la maggior parte dei clienti tifa per la Francia, noi siamo per la Croazia … ed è andata come è andata.

Per la spesa ci sono tre supermercati, non molto grandi, mentre per il carburante il distributore è proprio sul porto (vicino allo scivolo), si può fare rifornimento con le taniche.
Dopo qualche giorno di piacevole soggiorno, martedì 17 luglio lasciamo La Digue per far ritorno a Mahè. Kiwi Dream, che ci ha preceduti, ci avvisa che la baia di Marine Charter dove abbiamo ancorato in precedenza è stracolma di barche, perciò decidiamo di ancorare circa un miglio più a sud, nel largo canale tra Eden Island e Angel Fish Bay Side Marina (4°38.350’S 55°28.355’E); l’acqua non è trasparente, ma senz’altro più pulita che al Marine Charter. Possiamo fare acqua con il dissalatore e pulire la carena.
Eden Island è un’isoletta completamente occupata da un grande complesso turistico-residenziale di tipo terra-mare, con prestigiose villette a schiera dotate di pontili. Sul versante sud c’è un grande e apparentemente lussuoso marina, con prezzi adeguati alla struttura (per la nostra barca, circa 70 € a notte, più acqua ed elettricità). Oltre ai numerosi bar, gelaterie, ristoranti, non poteva certo mancare un vasto grande centro commerciale. Vista la vicinanza (mezzo miglio) più volte col dinghy  andiamo a rifornirci di pane e cibo fresco nel supermercato “Spar” e soprattutto presso una rivendita di prodotti italiani d’importazione, “Mamma Mia”.

Riprendono inoltre i contatti con la piccola comunità dei naviganti.
Pino, facendo arrivare i pezzi del suo vecchio Perkins dall’Inghilterra, è riuscito a sistemare il motore della sua barca; ha però dovuto cambiare i suoi programmi: non avendo ottenuto l’importazione permanente della barca, ha preso il largo ed è partito per il Madagascar.
Conosciamo gli australiani Brett e Mandy, armatori di Levanteia, anch’essi diretti in Madagascar. Da loro apprendiamo che, dopo un mese di permanenza alle Seychelles, è necessario avviare la pratica per l’importazione temporanea della barca.  Si tratta di una regola introdotta da poco tempo, di cui noi eravamo totalmente all’oscuro… e il nostro primo mese è scaduto il 16 luglio!
La burocrazia delle Seychelles diventa così la nostra principale preoccupazione, non solo per l’importazione temporanea di Refola (che non abbiamo richiesto), ma anche per riuscire a recuperare la nuova cucina Techimpex che abbiamo ordinato da SVB in Germania, prima di partire per Praslin. Seguiamo su internet la spedizione da Brema: la cucina è arrivata il 18 luglio, ma pare che l’operazione di sdoganamento richieda diversi giorni, oltre la mediazione di un agente. Per fortuna il gentilissimo Graham, gestore dell’Angel Fish Bay Side Marina, ci fornisce tutte le indicazioni necessarie e ci mette a disposizione  il suo agente.
Sabato 21 luglio, dopo una bella cena al ristorante italiano “La dolce vita”, Mirella e Umberto ci lasciano per far ritorno in Italia; durante la loro vacanza il tempo non è stato sempre bellissimo e di bagni ne abbiamo fatti davvero pochi, ma almeno siamo stati in buona compagnia.
Il 23 luglio l’equipaggio si rimpolpa con l’arrivo degli amici Giancarlo, Angelo e Cristina, new entry oltre che moglie di Angelo. Navigheranno con noi fino al Sudafrica.
Al loro arrivo la situazione è ancora incerta: non sappiamo quando ci verrà consegnata la nuova cucina, non sappiamo se saremo costretti a richiedere l’importazione temporanea della barca, se saremo multati per il ritardo… Decidiamo di fare gli gnorri e avviamo la procedura per l’uscita dalle Seychelles, presentando come prescritto un modulo di “richiesta clearance”. E aspettiamo…
La navigazione tra le Seychelles ed il Madagascar è considerata tra le più difficili nell’oceano Indiano: bisogna attraversare un tratto di circa 300 miglia a NE del capo D’Ambra, zona di forti correnti dove gli alisei di SE, in luglio e agosto, rinforzano spesso a 30-35 nodi, alzando una notevole onda. Fin da quando eravamo alle Chagos, la pericolosità di questo passaggio e le strategie per affrontarlo sono state al centro delle conversazioni con gli altri naviganti, che ci hanno informato dell’esistenza di un ormai anziano navigatore oceanico, Des, che dopo aver percorso in lungo e in largo l’Indiano a bordo della sua barca Gambit risiede ora a Durban ed offre gratuitamente la sua consulenza sulle previsioni e sulle rotte a chiunque voglia raggiungere il Sudafrica. Gli scriviamo e diventiamo anche noi suoi clienti, o per meglio dire suoi “protetti”.
In attesa di poter definire una data di partenza, consulto ogni giorno numerosi siti di previsioni meteo, e via mail mi confronto con Des.  
Finalmente, nel pomeriggio del 25 luglio, ci viene consegnata la nuova cucina.
Ora dobbiamo “solo” smontare la vecchia (che ultimamente aveva dato molti problemi, tra cui due fuochi non funzionanti), adattare e montare la nuova … ed ottenere la clearance di uscita.
Abbiamo la fortuna di avere a bordo il Gianca, che fin dalla nascita di Refola ci ha accompagnato in tanti viaggi, ed è un grande esperto di lavori in barca; grazie alla sua esperienza, la nuova cucina viene velocemente adattata e montata, mentre la vecchia finisce nel deposito immondizie dell’Angel Fish Bay Side Marina. Un problema risolto!
Resta ora la questione della clearance: perseverando nella nostra politica dello “gnorri”, ci rechiamo all’ufficio della SMSA (Seychelles Marine Safety Administration) per vedere l’esito della nostra richiesta di uscita. Incredibilmente, senza proferire parola, ci riconsegnano il modulo. Richiesta APPROVATA!
Velocemente, prima che ci ripensino, compiamo le altre tappe della via crucis di uscita: immigrazione (dove ci timbrano l’uscita per sabato 28), Harbour Master (dove paghiamo 5.985 Rp, circa 355 €, per i 42 giorni trascorsi alle Seychelles) e infine dogana, dove restiamo col fiato sospeso finché non ci consegnano l’agognata clearance. È fatta! Siamo liberi di andare, coi documenti in ordine, e senza multa.
La sera di venerdì 27, come alcuni miliardi di persone nel mondo, ci godiamo dal nostro tranquillo ancoraggio lo spettacolo dell’eclissi di luna.

Ora resta da capire quando partire per il Madagascar.
Sabato 28 ci spostiamo sul versante NW di Mahè, nella grande baia di fronte alla spiaggia di Beau Vallon, e caliamo l’ancora (4°36.544’S 55°25.541’E). La baia è ben protetta dall’onda, ma grossi nuvoloni grigi ci scaricano addosso ogni tanto grossi scrosci di pioggia.
Oggi, domenica 29 luglio, sciogliamo le riserve. Partiremo nel primo pomeriggio: dobbiamo raggiungere Capo d’Ambre prima di venerdì 3 agosto, quando i temibili venti della zona rinforzeranno.
Ci risentiamo non appena avremo acquistato un sim card madascaregna!

mercoledì 18 luglio 2018

SEYCHELLES: Praslin


Ricostituito l’equipaggio di Refola, ci prepariamo a lasciare Mahè per iniziare il nostro giro seychelliano.
Alla vigilia della partenza vediamo entrare nella baia dello Yacht Club il catamarano Vamonos del nostro amico australiano Terry, conosciuto in Sri Lanka e ritrovato poi alle Maldive.
Ne abbiamo parlato l’ultima volta quando ad Himmafushi, Maldive, ci aveva raccontato del dinghy rubato e dell’agente che voleva intascarsi una salata multa inventata (vedi blog del 29 aprile 2018), ma le sue disavventure non si sono fermate. Alle Chagos, da altri navigatori, abbiamo saputo che Terry non aveva trovato un dinghy sostitutivo, che aveva perso un’elica, che il suo equipaggio lo aveva abbandonato. Determinato a proseguire il suo viaggio era arrivato a Gan, l’ultima isola a sud delle Maldive dove siamo stati anche noi: durante un temporale con forti raffiche, l’ancora gli ha arato ed è andato a finire sugli scogli, per fortuna senza grossi danni. Le ultime notizie dicevano che stava cercando di rimediare una nuova elica per riprendere la navigazione.
Siamo quindi molto contenti di vederlo arrivare alle Seychelles: ha navigato fino a qui direttamente dalle Maldive, in solitario, con un solo motore e sempre senza dinghy. Cenando tutti insieme su Kiwi Dream Terry ci racconta di aver ordinato la nuova elica in Australia e che ha in programma di andare nel piccolo cantiere vicino all’aeroporto per alare la barca e fare i lavori.

Visto che è ancora senza dinghy, gli offro il nostro vecchio Arimar, tenuto di scorta, impacchettato e stivato in un gavone di prua dal lontano 2013. Purtroppo, quando lo tiriamo fuori dalla sacca, troviamo una spiacevole sorpresa: è scollato in diversi punti, inutilizzabile se non dopo un lungo lavoro di pulizia e nuova incollatura. Comprensibilmente Terry rinuncia a prenderlo, così decidiamo di lasciarlo in omaggio allo Yacht Club.
Il vento che per circa tre giorni aveva soffiato nella baia senza sosta, sui 15 nodi con raffiche a 25, scompare quasi completamente il 5 luglio, data di partenza fissata insieme a Kiwi Dream, con cui navigheremo di conserva. Una nuova smotorata fino a Baia Chevalier, nella parte NW dell’isola di Praslin, a 27 miglia.
Alle 14.30 ancoriamo davanti ad una bellissima spiaggia, denominata Anse Lazio, su un fondale sabbioso di 9 metri (4°17.501’S 55°41.968’E). Nonostante la quasi totale assenza di vento c’è un po' di risacca, che rende leggermente rollante l’ancoraggio e difficoltoso l’atterraggio con il dinghy.

La zona è molto frequentata dai catamarani della flotta charter delle Seychelles, ma la baia è molto grande; siamo arrivati a contare 15 imbarcazioni in rada, senza patire gli effetti del sovraffollamento.
A differenza di altre spiagge raggiungibili solo attraverso impervi sentieri, Anse Lazio è collegata con una strada ai centri abitati dell’isola. Le guide dicono sia stata votata come la spiaggia più bella del mondo: forse è un po’ esagerato, ma i grossi massi di roccia granitica che la costellano sono senza dubbio stupendi e impressionanti. Per atterrare con il dinghy il posto più agevole è l’estremità SW della spiaggia, parzialmente protetta dalle rocce.

A terra ci sono due ristoranti ed un simpatico bar, “Honesty”, gestito da una gentile signora tedesca trasferitasi alle Seychelles 16 anni orsono; nella zona NE, dietro la spiaggia, c’è un piccolo recinto che ospita sei tartarughe di terra giganti (belle da vedere, anche se lo spazio a loro dedicato sembra davvero troppo ridotto). Alcuni taxi propongono escursioni all’interno dell’isola per 400 Rupie (circa 25 €). 


Alan di Kiwi Dream porta la bicicletta a terra e fa un giro di perlustrazione fino a Baia St. Anne, nel sud dell’isola, dove scopre un sacco di cose interessanti: la baia è accessibile attraverso un canale segnalato, ci sono diverse barche all’ancora, anche di dimensioni simili alle nostre, la protezione è buona con qualsiasi tempo, c’è un pontile galleggiante con una base della Dream Yacht Charter. Proprio presso di loro trova un dinghy per il nostro comune amico australiano Terry: la Dream Yacht Charter vende infatti dinghy usati, con piccoli difetti, a prezzi stracciati. Circa 60 € per un gommone in pvc con grossi tubolari e chiglia in vetroresina. Un buon affare per Terry!
La sosta ad Anse Lazio dura tre giorni, dedicati principalmente … alla pulizia della carena! Durante la navigazione a motore da Mahè avevo notato che con 1800 g/min. la velocità non superava i 4,7 nodi: piuttosto bassa, almeno un nodo e mezzo al di sotto della normale prestazione. Corrente contraria, forse? Una volta arrivati scendo in acqua come di consueto per controllare l’ancora. La sorpresa è trovare l’opera viva di Refola trasformata in una specie di coral garden: fiori colorati ed alghe su un fondo gelatinoso, non riesco a credere ai miei occhi! Avevo pulito la carena prima di partire dalle Chagos, perciò tutta questa flora si è sviluppata tra il 16 giugno ed il 5 luglio nella baia Marine Charter di Mahè.

Ci mettiamo tutti all’opera: Lilli, Umberto ed io, prima con il raschietto, poi con la spugna abrasiva. Alan di Kiwi Dream ci dà una grossa mano, grazie alla sua notevole acquaticità e resistenza in apnea; con le bombole e due immersioni di un’ora riesco a completare il lavoro sulla chiglia e sul timone.
Sempre insieme a Kiwi Dream, il 9 luglio, ci spostiamo a Baia St. Anne nella parte SE di Praslin: sono appena 6 miglia, che bordeggiando diventano 14 perché approfittiamo di un bel vento sui 15-17 nodi da sud e ci concediamo un paio d’ore di bella navigazione di bolina.

Baia St. Anne è aperta a SE e molto ampia, ma è navigabile e protetta solo in una piccola parte sul versante SW; un canale segnalato da boe rosse e verdi lungo un miglio conduce all’area di ormeggio, che è riparata da un lungo frangiflutti, alla testa del quale arrivano i traghetti di linea per la Digue e Victoria.
Parallelo al frangiflutti, un pontile galleggiante viene usato come base dalla Dream Yacht Charter, mentre nel bacino delimitato a SE dal pontile e a NW da una piccola isoletta sono posizionati alcuni gavitelli per le barche in transito; solo per barche a pescaggio ridotto la porzione navigabile si estende nel canale tra la piccola isola e Praslin, fino all’Anse L’Amour.
Robert (tel. +248 2770267) gestisce alcune boe: ogni barca ne prende due, una a prua e l’altra a poppa, per tenere la barca orientata all’uscita e non subire il rollio. Noi ormeggiamo in posizione 4°20.797’S 55°45.859’E su fondale di 7-8 metri, e paghiamo 500 Rp per tre notti (circa 30 €); per andare a terra il dinghy si può lasciare alla radice del pontile galleggiante.

Praslin è famosa per essere l’unica isola al mondo in cui cresce il “Coco de Mer”, una varietà di palma da cocco la cui noce ha forma e dimensioni del tutto particolari, che richiamano un bacino femminile. Nella foresta ci sono due grandi parchi (ingresso a pagamento) in cui anche accompagnati da guide si possono vedere il Coco de Mer e altre piante autoctone che qui si sviluppano spontaneamente e con abbondanza, come la cannella e la vaniglia. Optiamo per visitare il parco Ferdinand Natura Reserve, più economico e più vicino al nostro ancoraggio. Giulia, la nostra guida, mette insieme un gruppo di 30 persone e ci conduce fino alla sommità della collina, da cui si gode una strepitosa vista su baia St. Anne.



Lungo il percorso, con diverse soste, ci spiega tutto sul Coco de Mer: come nasce, come si riproduce, solo dopo 25 anni si distingue la pianta femmina che produce le noci dalla pianta maschio che impollina; i frutti impiegano 7 anni a maturare e possono raggiungere il peso di 30 kg!





Un’altra mezza giornata la trascorriamo scorrazzando per l’isola sugli autobus locali. Esperienza divertente: oltre all’aspetto panoramico, il viaggio è già di per sé un’attrazione, per la guida decisamente sportiva che hanno questi autisti in strade strette e ripide, con incroci a bruciapelo nelle curve.
Prezzo estremamente modico: un biglietto, indipendentemente dalla lunghezza del percorso, costa 7 Rp  a persona (0,42 €).
I tre giorni di sosta a baia St. Anne scorrono quindi piacevoli e veloci, giovedì 12 luglio lasciamo il tranquillo ormeggio e insieme a Kiwi Dream ci spostiamo di 4 miglia, fino all’isola La Digue.

mercoledì 11 luglio 2018

SEYCHELLES: Mahe, Victoria


Dopo una lunga pausa, riprendiamo il racconto del nostro giro.
Eravamo rimasti a sabato 16 giugno quando, appena arrivati dalle Chagos alle Seychelles, ancoriamo nell’area di quarantena in attesa che gli ufficiali di dogana e immigrazione ci raggiungano a bordo per le pratiche. Alle 16.30 il Port Control ci comunica che la lancia arriverà entro un’ora. Infatti, alle 17.30, ecco arrivare la pilotina che sbarca gli uomini di immigrazione, custom e quarantena; le operazioni si svolgono alla velocità della luce, non c’è nemmeno il tempo di fare qualche domanda: in fretta e furia mi fanno compilare e firmare svariati moduli, ci rilasciano un avviso di pagamento di 300 Rupie (18 €) per la Capitaneria, dopo di che ci dicono di ammainare la bandiera gialla e se ne vanno con la pilotina, rimasta a breve distanza ad aspettare.
Forse perché era sabato pomeriggio, ma questa è stata in assoluto la procedura di ingresso più veloce che abbiamo mai sostenuto fino ad oggi.
Domenica mattina ci spostiamo di due miglia dall’ancoraggio quarantena alla baia denominata Harbour Marine Charter; Hodoul Island divide la baia in due zone, quella a sud più ampia per il diporto, quella a nord occupata dal Fishing Port, dove sono ormeggiate piccoli pescherecci e, nella parte più prossima all’ingresso, gigantesche navi da pesca. Gettiamo l’ancora nella parte esterna della baia, su un fondale di 6-7 metri di sabbia (4°37.510’S 55°27.527’E).


Ci sono numerosi gavitelli, alcuni liberi dove spesso le barche di passaggio si attaccano temporaneamente.
In fondo alla baia, nella parte SW, il Mahe Yacht Club gestisce un pontile per piccole barche, ed un pontiletto per i dinghy; bagni, docce e lavanderia sono a disposizione diventando soci temporanei al costo di 150 Rp/settimana per barca (circa 10 €); un bar ed un ristorante completano la struttura.
La zona ovest della baia è occupata invece dai pontili galleggianti del distributore di carburante e dalla base del Marina Charter, la cui attività principale consiste in escursioni giornaliere con grandi catamarani.
Caliamo in acqua il dinghy e ci rechiamo allo Yacht Club: il bar è aperto, ma apprendiamo che di domenica tutti i negozi sono chiusi, tranne quelli indiani e che lo stesso sarà lunedì (“Public Holiday”, festa nazionale).  
Ci avviamo a piedi verso il centro della cittadina di Victoria, poco distante. Siamo fortunati, troviamo l’ATM per prelevare valuta locale ed un piccolo emporio indiano che vende anche le sim-card telefoniche. Lilli è sollevata perché può finalmente mettersi in contatto con la sua famiglia e organizzare il rientro a casa.
Per volare entrambi in Italia dobbiamo trovare un posto sicuro dove lasciare Refola senza patemi, così nel pomeriggio andiamo con il dinghy all’Angel Fish Bayside Marina, dove Adina aveva trovato posto per lasciare la barca ed aveva conosciuto il gestore Graham, persona competente e disponibile.
L’Angel Fish, costituito da due piccoli pontili più una passerella galleggiante, si trova di fronte al lussuoso Eden Island Marina, sulla sponda ovest del ponte che collega Mahe ad Eden Island.
Graham non c’è (è domenica!), ma grazie alla guardia del servizio di sicurezza riusciamo a parlare con lui al telefono e ci diamo appuntamento per l’indomani.
Tramite e-mail prendiamo contatto con l’assicurazione sanitaria, che prevede in caso di decesso di un congiunto il rimborso del biglietto aereo; ci viene confermato il rimborso, per una persona, del solo biglietto di andata.
L’indomani lunedì 18 giugno, Graham ci comunica che all’Angel Fish non c’è posto per noi, ma ci rende disponibile la bassissima passerella in plastica, utilizzabile mettendo ancora e cime a terra. È una soluzione precaria, che non ci farebbe stare tranquilli. Lo ringraziamo per la sua gentilezza ma decliniamo l’offerta. Mostrandosi molto comprensivo, ci dice che possiamo contare su di lui per qualsiasi altra cosa di cui avessimo bisogno.
Facciamo un giro anche all’Eden Island Marina, dove vediamo alcuni posti liberi nell’area di ampliamento di fronte all’Angel Fish, ma gli uffici sono chiusi e non è possibile avere informazioni né sui prezzi, né sulla reale disponibilità.
A questo punto l’idea di tornare in Italia insieme comincia a sfumare. Lilli ha fretta di raggiungere la famiglia e Refola non può restare una settimana abbandonata all’ancora. In breve la decisione è presa: volerà da sola ed io rimarrò all’ancora nell’Harbour Marine Charter.  In serata acquistiamo on-line il suo biglietto aereo.
Dopo il lungo weekend, finalmente martedì 19 riaprono gli uffici: prima andiamo all’immigrazione per ottenere per Lilli il permesso di rientrare alle Seychelles senza un biglietto aereo di uscita e, già che ci siamo, analogo permesso anche per gli amici che ci raggiungeranno il 23 luglio; poi passiamo in capitaneria per saldare l’avviso di pagamento consegnatoci al check-in: la signorina, molto gentile, ritira i documenti originali della barca e ci consegna i passi da seguire per la procedura di uscita ed un prospetto di calcolo delle tasse di stazionamento e navigazione; si pagherà tutto all’uscita e solo allora ci verranno restituiti i documenti della barca.
La sera stessa Lilli prende il volo per l’Italia, ed io rimango solo, senza la mia metà.
Casualmente, prima della partenza di Lilli, allo Yacht Club conosciamo Pino, velista romano in pensione dopo aver lavorato a lungo nelle ambasciate africane. Almeno potò parlare in italiano con qualcuno, visto che per tutto il resto dovrò arrangiarmi senza la mia traduttrice privata. Non bisogna perdersi d’animo, ci sono molte cose da fare!
Comincio subito mercoledì 20 giugno inviando un messaggio a Graham con una lista di cose che devo acquistare, oltre alla bombola del gas da caricare. Mi risponde subito, dicendomi che ha tempo e che mi può accompagnare con la sua auto. “Splendido” dico io, così passa a prendermi allo Yacht Club.
La zona per gli acquisti (hardware shop, articoli nautici ecc) è concentrata in una località chiamata “Providence”, circa 4 km a sud dell’Harbour Marine Charter, sulla strada verso l’aeroporto; purtroppo non trovo molto di quello che cerco.
Per caricare la bombola invece si va alla società che gestisce anche i distributori di carburante e che si trova vicino all’autorità portuale e vicino anche al nostro ancoraggio. Graham mi dice che da alcuni mesi sono diventati molto fiscali: prima di essere caricata, la bombola deve essere certificata da un ente locale, che deve verificarne l’integrità e le scadenze di revisione. 
La mia bombola quanto ad integrità è nuova, comprata lo scorso anno a Phuket, ma la signora a cui abbiamo chiesto di risparmiarci questa verifica è inflessibile.
Passiamo all’ente certificatore, che sancisce: “Sì la bombola è in buono stato, ma non si vedono la data di fabbricazione, né le scadenze di revisione, perciò per essere utilizzata bisogna cambiare la valvola ed acquistare un nuovo regolatore di pressione”.
Per fortuna Graham intuisce le scritte in lingua Thai sulla bombola e mi viene in soccorso “In Thailandia hanno un calendario diverso, questo numero stampato corrisponde a marzo 2017!”. Fa vedere al dirigente certificatore la corrispondenza delle date con internet; la faccenda si conclude positivamente, il dirigente invierà via mail al distributore la certificazione.
Nel centro di Mahe c’è un bel mercato ortofrutticolo, un piccolo mercato del pesce, una boulangerie con ottime baguette e molti altri piccoli negozi, oltre a due ristoranti di cui uno, “La dolce vita”, dichiara inequivocabilmente l’origine italiana.
Circa 1 km a sud dell’Harbour Marine Charter, c’è l’Hypermarket, ben fornito di tutti i prodotti, dai surgelati alla verdura ecc..
Nella zona del Fishing Port c’è un negozio fornitissimo per la pesca ed un altro specializzato per revisioni delle zattere ed elettronica SEYCMI, dove porto per un controllo la mia radio SSB Icom. Risultato: la radio è a posto; vengono a bordo per una verifica dell’impianto ed anche questo funziona regolarmente; in effetti dopo aver ricollegato antenna accordatore ecc., qualcosa è cambiato, probabilmente il connettore tra accordatore e radio era un po' ossidato. Verificheremo se funziona davvero quando saremo nuovamente in navigazione…
Tra una cosa e un’altra faccio quattro chiacchiere con Pino. Lui conosceva già le Seychelles per esserci stato in vacanza più volte ed ha pensato bene di venirci con la barca e di fare base qui, dopo aver ottenuto l’“Esportazione permanente” della barca, che lo libera dai limiti (e dai costi) delle barche in transito. È arrivato dall’Italia con il suo vecchio Dufour in marzo, attraverso il Mar Rosso, con un viaggio che sembra più una Odissea, tra guasti e sorprese; con lui c’era un giovane italiano, Francesco, che appena messo piede a terra ha preso il primo aereo al volo! Ed eccolo qui solo soletto, come me, ad aspettare alcuni pezzi di ricambio per il suo motore.
I giorni passano abbastanza velocemente, sento Lilli al telefono mattina e sera, e mi conforta il fatto di saperla circondata dai suoi familiari e dall’affetto delle sue amiche.
La mia solitudine comunque è praticamente finita. Il 26 giugno arrivano gli amici di Kiwi Dream conosciuti alle Chagos, il 28 Umberto, fratello di Lilli, con Mirella ed il 29 finalmente ritorna anche Lilli.
Ricomposto l’equipaggio, ci dedichiamo ad un po’ di turismo: noleggiamo un’auto per un paio di giorni, giriamo tutta l’isola, belle le spiagge a nord riparate in questa stagione e belle anche le spiagge ad ovest.







Leghiamo molto anche con Alan e Anne di Kiwi Dream: gli inviti a cena si susseguono con frequenza, e decidiamo di partire insieme il 5 luglio per il giro alle isole limitrofe, Praslin e La Digue.