lunedì 19 giugno 2023

DA NEWPORT A BOSTON


Mercoledì 24 maggio alle 8.45 lasciamo Newport per una tappa di 45 miglia fino a Martha’s Vineyard, una delle isole più rinomate ed esclusive della East Coast americana. C’è pochissimo vento, andiamo a motore. Ecco i nostri due nuovi ospiti:

Fabrizio e Jesus si sono ambientati subito su Refola, e mostrano di apprezzare enormemente la filosofia che sta dietro alle barche Amel, almeno quelle vecchiotte come la nostra: attenzione massima alla sicurezza e al comfort, soluzioni semplici per evitare il più possibile problemi e preoccupazioni. Proprio spinti dal loro interesse per le Amel erano venuti a trovarci all’inizio di luglio 2022 sul pontile del Regatta Point Marina di Deltaville, dove tengono stabilmente il loro Catalina 46 Water Dawg. Scambi di cene e aperitivi, e da allora siamo rimasti sempre in contatto: sono venuti a trovarci a Verona durante le vacanze di Natale 2022, hanno dato un’occhiata a Refola nel cantiere Stingray Point durante la nostra assenza…  Nel momento in cui hanno espresso il desiderio di provare un’esperienza di navigazione su una barca Amel, siamo stati ben lieti di proporre loro un giro su Refola. Fabrizio è nato a Cantù e vive da trent’anni negli USA, Jesus è originario di Portorico, ma parla benissimo l’italiano: la conversazione è facile!!! Abbiamo due Fabrizi a bordo: per non fare confusione Lilli li ribattezza Fabrizio Ita e Fabrizio Usa.

Arriviamo a Martha’s Vineyard alle 16. Attendiamo l’apertura di uno stretto ponte mobile ed entriamo nella vasta laguna dove ancoriamo in 4-5 metri di fondale fangoso (41°27.207’N 70°35.082’W).


 


Con la solita eccezione di Lilli, andiamo a terra con il dinghy e scopriamo un paesino carino a vocazione prettamente turistica, tanti bei negozi, soprattutto di abbigliamento, un sacco di gente a passeggio. Prima di rientrare ci fermiamo in una pescheria e compriamo una buona quantità di cozze, da cucinare in barca.

Una volta a bordo, vediamo Jesus assumere il ruolo di chef e prepararci una pepata di cozze al pomodoro con spaghetti, una prelibatezza!

Venerdì 26 maggio alle 8.15 attendiamo nuovamente l’apertura del piccolo ponte e mettiamo la prua su Nantucket, a 30 miglia, altra gemma turistica di questa parte di costa americana sull’atlantico.

Ci troviamo in una zona di alta pressione, sui 1024 millibar, e il poco vento che c’è ci viene principalmente sul naso: navighiamo a motore e arriviamo alle 13.25.


Il canale di accesso alla grande baia su cui si affaccia la cittadina di Nantucket si trova sul versante settentrionale dell’isola. Gran parte dell’area è occupata da gavitelli e, rispettando lo spazio di manovra per i numerosi traghetti provenienti da Martha’s, Newport, Boston, resta davvero poco posto per ancorare. Prendiamo quindi, al costo di 65 $ /notte, una boa (41°17.001N 70°05.449’W).

Caliamo il dinghy per un giro di perlustrazione a terra (lasciando ancora una volta Lilli in barca) e troviamo un paese che si sviluppa quasi completamente intorno al porto, con numerosissimi negozi, bar, ristoranti, tutti molto frequentati. Dopo questo bagno di folla siamo ben contanti di risalire a bordo per l’aperitivo serale, con il nostro solito Gin&Tonic.

Il giorno seguente programmiamo una partenza nel tardo pomeriggio, alle 17.35, per raggiungere Cape Cod, una penisola a forma di uncino, ambita meta estiva non solo per i locali (siamo ormai in Massachusetts), ma per tutto il nord est americano. La nostra meta è Provincetown, la distanza da coprire 86 miglia. Finalmente troviamo un po’ di vento: 10-15 nodi da SW; iniziamo con vela e motore fino alle 21.30, poi solo vela con il vento in poppa fino a destino.


La notte scorre tranquilla; all’alba, dopo aver aggirato a nord la penisola, arriviamo avvolti in un panorama incantato: una lunga striscia di dune di sabbia, che ci introduce nella grande baia di Provincetown.

Alle 7.15 caliamo l’ancora in prossimità dell’ingresso E del porto, su un fondale sabbioso di 4-5 metri (42°03.174N 70°10.416W).

Fabrizio e Jesus conoscono bene questa zona: per molti anni, quando ancora vivevano a NYC (ora la loro casa è in New Jersey, in mezzo ai boschi) facevano base a Provincetown per le vacanze. Hanno ancora molti amici qui, con cui sono restati in contatto; già il primo giorno infatti scendiamo a terra nel pomeriggio per incontrarne alcuni, con cui avevano preso appuntamento. Poi giriamo per il centro, gremito di gente, passeggiando ancora una volta tra negozi, bar, ristoranti e belle case.




Il giorno seguente gli amici di Fabrizio e Jesus ci invitano a casa loro per un drink (e non solo). L’invito era esteso anche a Lilli, ma lei declina per i noti motivi. La casa è bellissima, a tre piani, con un’incantevole vista panoramica sulla baia. Ci vengono offerti, oltre all’aperitivo, torta, caffè, gelato; tutto squisito.

 

Sulla via del ritorno, non manchiamo di fermarci in pescheria: ci facciamo preparare due grosse aragoste (cucinate a vapore) per la nostra cena a bordo. Le aragoste locali, bisogna riconoscerlo, meritano tutta la loro fama: sono infatti buonissime, con due grosse chele come i nostri astici e tanta carne all’interno.

Mercoledì 31 maggio alle ore 9.00 salpiamo per Boston, a 48 miglia. Abbiamo poco vento da SE, che prendiamo al gran lasco; procediamo a vela e motore fino alle 17.00, quando arriviamo al Boston Harbour Shipyard & Marina, dove avevamo prenotato un ormeggio (come sempre “salato”), attraverso l’efficiente motore di ricerca Dokcwa.




Anche a Boston avremo un cambio di equipaggio: scendono Fabrizio e Jesus, con i quali siamo stati benissimo e di cui sentiremo la mancanza (solo fino alla prossima volta) e arriveranno i “veterani” Angelo e Cristina, già compagni di tante avventure, che rimarranno a bordo fino al Mediterraneo.

Evvai !!!!

 

 

mercoledì 7 giugno 2023

Da Long Island, NY a Newport, RI

 

Alle 10,55 di lunedì 8 maggio lasciamo, insalutati ospiti, l’Hudson Point Marina di New Jersey City, di fronte a Manhattan. In tanti anni non ci era mai successo di stare in un marina per giorni senza vedere alcuno: né marinai, né receptionist, neanche addetti alle pulizie! Il pagamento, salatissimo, avviene automaticamente tramite l’applicazione Dockwa sulla carta di credito, immediatamente all’arrivo. Dopo di che ci si può scordare di avere assistenza, informazioni e qualunque altra cosa. Ogni commento è superfluo. 

Dal Marina aggiriamo a sud Low Manhattan col suo Financial District, passiamo sotto i ponti di Brooklyn e di Manhattan e proseguiamo risalendo l’East River. 


L’East River ci conduce nel Long Island Sound, il braccio di mare che separa il Connecticut, a Nord, da Long Island, a Sud. La prima sosta sarà a Port Washington, distante 21 miglia.

Il nostro giovane amico, nonché meccanico, Will ci aveva messo in guardia su un punto critico di questo percorso: si tratta di Hell Gate (porta dell’inferno!) dove le forti correnti creano turbolenze e gorghi che possono mettere in difficoltà le imbarcazioni. È necessario, dice Will, raggiungere Hell Gate durante la slack (la stanca, quando la corrente si inverte). Lilli si mette a studiare il nuovo libro che Will ci ha consigliato di comprare e calcola l’orario migliore; io programmo la partenza per le 10.55 e superiamo il punto critico alle 12.40, circondati da una calma assoluta. Programmazione e tempismo perfetti.

Alle 14.55 giungiamo a destinazione, ancoriamo fuori dal vastissimo campo boe, su un fondale fangoso di circa 5,5 metri (40°49.642N 73°42.799’W).

Mentre Lilli, sempre infortunata, e Ornella, solidale, restano in barca, noi uomini facciamo un’escursione a terra con il dinghy. Abbiamo due mete, entrambe poco distanti: il negozio della West Marine dove acquistiamo il nuovo gancio per la catena dell’ancora con la relativa cima e un supermercato per un piccolo rabbocco alla cambusa.

Il giorno seguente, come pattuito, ci raggiunge Will, che finalmente riesce a portare a termine la sostituzione delle cinghie degli alternatori.

Mercoledì 10 maggio salpiamo diretti ad Oyster Bay, a 19 miglia. Partenza alle 9.55, arrivo alle 13.10, ancoriamo in un tratto libero da boe su 4-6 metri di fondale fangoso (40°52.886’N 73°31.375’W).

Il tempo incerto non ci invoglia a scendere a terra ma in compenso assistiamo ad una regata serale, con tanto di barca giuria e campo segnalato.

Dopo Oyster Bay, nel programma, avevo inserito una puntata a Thimbles Island, Connecticut, sul versante nord del Long Island Sound; ma la distanza, di 45 miglia, non piace a Lilli che preferisce tappe più brevi. La accontento perché è il suo compleanno: l’11 maggio navighiamo solo 26 miglia, fino a Port Jefferson. C’è poco vento, procediamo a motore e arriviamo alle 13.40; ancoriamo a nord del campo boe, su 4-6 metri di sabbia-fango (40°57.275’N 73°04.506’W).

Port Jefferson è una cittadina molto animata e turistica, la gente vi arriva in macchina da New York City, oppure col traghetto di linea da Bridgeport, Connecticut.

La tappa successiva è di avvicinamento a Sag Harbour. Ci fermiamo per la notte a Truman Beach, distante 40 miglia che percorriamo a motore, senza vento; solo nell’ultimo tratto arriva un venticello sui 14-15 nodi da SW, ma l’insenatura è ampia e tranquilla, ancoriamo su 6 metri di fondale sabbioso (41°08.423’N 72°19.887’W).

Il giorno successivo ci restano 18 miglia per raggiungere Sag Harbour; prima di ancorare ci riforniamo di diesel ed acqua al distributore del marina e ci spostiamo poi appena fuori dal campo boe, dove caliamo l’ancora in 3 metri d’acqua con fondale fangoso (41°00.588’N 72°17.777’W).

Anche Sag Harbour è una cittadina a vocazione turistica. Ci restiamo 5 giorni, recandoci a terra quasi tutti i giorni per varie attività: un giorno (solo noi maschietti) noleggio biciclette ed escursione sulla costa oceanica (distante 12 km in direzione sud), un pomeriggio/sera cena fuori per una bella pizza, una mattina dedicata alla lavanderia. La povera Lilli rimane sempre in barca, in paziente attesa.

 



Giovedì 18 maggio salpiamo da Sag Harbour alle 9.45, diretti a Block Island, a 40 miglia. All’inizio un debole vento da NE, praticamente sul naso, ci costringe a motore per più di un’ora. Ma verso le 11, rinforzandosi e girando prima a SW e poi a SE, ci permette di fare una stupenda veleggiata: 8-9 nodi di velocità, con 1,5 nodi di corrente a favore ed un vento apparente di 10-15 nodi.

Arriviamo a Block Island alle 15.30 e ancoriamo su 4-5 metri d’acqua, con fondale di fango duro (41°11.476’N 71°34.532’W). Venerdì 19 doveva essere dedicato alla visita dell’isola (Ornella aveva letto nella sua guida che si tratta di un luogo interessante) ma la giornata non è bella e fa freddo, tanto che nessuno ha voglia di andare a terra. Restiamo a ciondolare in barca e comunque, dopo ampia discussione, decidiamo non prolungare la sosta e di partire il giorno successivo.

Così facciamo: alle 9,30 di sabato 20 maggio salpiamo alla volta di Newport, Rhode Island, a 23 miglia. Piove, c’è scarsa visibilità e vento a raffiche da SW fino a 30 nodi. Lo prendiamo al gran lasco e non ci crea problemi. Alle 13 siamo a destino, sotto una pioggia a tratti torrenziale.

Sappiamo da mesi che proprio in questi giorni a Newport sono presenti le barche della Ocean Race (la ex Volvo Ocean Race), la maratona velica intorno al mondo iniziata il 15 gennaio ad Alicante in Spagna che si concluderà a inizio luglio col gran finale, per la prima volta in Italia, a Genova.

Proprio il 20 maggio era prevista per queste barche “da guerra” la In-port race, una breve regata che si svolge in ogni punto di sosta (il cui risultato non influenza la graduatoria finale dell’Ocean Race, tranne che in caso di parità di punteggio). Noi eravamo preoccupati di infilarci all’arrivo nel campo di regata, ma apprendiamo già al mattino che la In-port race è cancellata a causa delle avverse condizioni meteo: poca visibilità, vento troppo rafficoso. Riusciamo così a raggiungere, senza disturbare, il pontile del Newport Harbor Hotel & Marina (41°29.278N 71°19.035W) dove avevamo prenotato l’ormeggio per quattro notti, ai soliti incredibili prezzi cui i marina USA ci stanno purtroppo abituando: “solo” 242 $ al giorno!

La In-port race viene riprogrammata per domenica 21 maggio, quando il tempo finalmente si ristabilisce, con il cielo sereno e un bel sole caldo. In barba al pubblico pagante (275 $ a persona) Umberto, Fabrizio ed io riusciamo ad assistervi da un piccolo gazebo poco distante dal Marina. Non capiamo granché delle regole di regata, ma ci godiamo ugualmente lo spettacolo, per noi gratuito! Conclusa la gara, senza rientrare in porto, le barche sono partite per la quinta tappa dell’Ocean Race, di 3500 miglia, fino ad Aarhus, Danimarca.

Andiamo a visitare, poco distante dal Marina, il festival delle ostriche: un capannone brulicante di gente dove numerosi banchi offrivano vari tipi di ostriche al “modico”  prezzo di 3 $ cad.


Lunedì 22 è il giorno della partenza di Umberto ed Ornella, che in serata prenderanno da Boston l’aereo che li riporterà a casa. Per non correre rischi di arrivare tardi avevano prenotato con grande anticipo con Lyft (equivalente, ma meno caro di Uber) un taxi che avrebbe dovuto venirli a prendere alle 14,45. Ebbene, abbiamo capito che la prenotazione delle corse NON è una buona cosa. Per ben due volte, a pochi minuti dall’arrivo al Newport Harbor Hotel & Marina, l’autista rinuncia alla corsa lasciandoci in un’attesa sempre più nervosa, che si conclude dopo quasi un’ora. Alla fine, per fortuna, ce l’hanno fatta e in aeroporto tutto è filato liscio. Abbiamo trascorso con loro delle belle settimane e sicuramente ci mancheranno.

Martedì 23, cambio di equipaggio: arrivano i nostri amici americani Fabrizio e Jesus, che navigheranno con noi fino a Boston.

L’avventura continua…

martedì 16 maggio 2023

TURISTI A NEW YORK

 

Meteorologicamente parlando, a New York, siamo stati davvero sfortunati. In particolare la prima parte del soggiorno - dall’arrivo il 26 aprile fino al 3 maggio, quando eravamo alla boa nella Sheepshead Bay a sud di Brooklyn - è stata segnata da brutto tempo, con tanta pioggia e vento forte.

Frank decide di sbarcare la stessa sera del 26, per trasferirsi da sua cugina che abita proprio a Brooklyn; ci salutiamo con una cena di commiato da “Randazzo”, un ristorante un tempo famoso per gustosi piatti a base di vongole. Probabilmente, col passare degli anni, la tradizione della cucina italiana si è un po’ “diluita” (letteralmente); fatto sta che ad Ornella e Umberto sono stati serviti spaghetti alle vongole che annegavano nel brodo, mentre è andata meglio a chi aveva ordinato calamari o bistecca. Con l’occasione della cena conosciamo la cugina di Frank, Loretta, che ci consegna la pompa Whale MK5, che avevamo ordinato su Amazon.

Il 27 aprile, nostra prima giornata newyorkese, si presenta con un cielo già poco rassicurante. Non scendiamo dalla barca: Ornella e Lilli si dedicano alle pulizie ed alla selezione delle cose da vedere in città, Umberto ed io alla manutenzione della barca. Sostituiamo la pompa di sentina, controlliamo la cinghia dell’alternatore da 12 V che ricarica la batteria di avviamento, la cui spia sul quadro motore si era accesa durante la notte di navigazione precedente all’arrivo. La troviamo un po’molla, proviamo a smontarla ma non riusciamo: la vite che sostiene l’alternatore è troppo stretta e non si riesce ad allentare.

Occorre chiamare un meccanico. Viene a bordo il giovane Will. Appura subito che le cinghie che ho a bordo di scorta sono per l’altro alternatore di potenza (a 24V), e quella per i 12V va ordinata; in ogni caso fallisce anche lui il tentativo di rimuovere la cinghia da sostituire.

Ci diamo appuntamento per la settimana successiva, quando ci sposteremo all’Hudson Point Marina.

Con i loro studi approfonditi Ornella e Lilli hanno scoperto come muoverci a NYC facilmente ed in economia: compriamo un abbonamento settimanale per bus e metropolitana (Metrocard, 33 $ a testa, corse illimitate). 

Il 28 aprile, in una giornata grigia, fredda e ventosa, affrontiamo il “viaggio” verso il ponte di Brooklyn (autobus B4 fino alla stazione Metro, poi linea Q, circa 50 minuti di percorrenza). Non si può negare che la vista dei due ponti, denominati senza troppa fantasia di Brooklyn e di Manhattan, con sullo sfondo i grattacieli della city, mantiene intatto il suo fascino nonostante le nuvole. 




Pranziamo al Time Out Market, in un grande, suggestivo fabbricato in mattoni rossi originariamente adibito a magazzino.

Un panino, una birra e a seguire una passeggiata per le vie più storiche di Brooklyn, che ci richiamavano continuamente le immagini più belle di “C’era una volta in America” e le fantastiche musiche del nostro amato Ennio.


Soddisfatti ancorché infreddoliti rientriamo alla base. Il Marina che ci ospita (Miramar Yacht Club, solo boe, 45 $ a notte) è in realtà un piccolo circolo nautico, frequentato da persone gentilissime ed ospitali; tra queste Tino, arrivato negli USA con i genitori quando era ancora un bambino. Parla un italiano un po’ stentato ma si fa capire e ci invita per il giorno seguente alla cena con tutti i soci, a base di specialità nostrane. Accettiamo con piacere, ringraziamo e torniamo in barca.

Ci aspetta purtroppo una notte un po’ agitata: 30-35 nodi di vento, pioggia a tratti torrenziale. Il mattino dopo il vento è sceso sui 25 nodi, ma il cielo continua ad essere minaccioso, con nuvole cariche di pioggia. 

Il dinghy, che incautamente non avevamo tirato su, è pieno d’acqua, col serbatoio della benzina che galleggia. Lilli si veste da palombaro (stivali, cerata, tuta termica) e procede allo svuotamento, sgottando con energia. Per precauzione pensiamo sia meglio rinforzare con un ulteriore cavo l’ormeggio alla boa, così Umberto ed io trainiamo a prua il dinghy, Lilli passerà la nuova cima nell’anello della boa e ce la porgerà da sotto. L’operazione si conclude in pochi minuti, Lilli risale a bordo e siamo tutti più tranquilli. La giornata però è un vero schifo, la più brutta della nostra permanenza a New York. FOTO Non ci moviamo dalla barca, verso le 18 in un momento di calma, vado ad informare Tino e gli amici del circolo che non parteciperemo alla festa.

Domenica 30 tentiamo nuovamente la sorte; vorremmo vedere Prospect Park e lo storico quartiere di Park Slope, a detta di molti tra i più affascinanti di Brooklyn, ma purtroppo ci coglie nuovamente la pioggia. Cambiamo programma: riprendiamo la metropolitana e ci avviamo a Central, la stazione ferroviaria di cui Lilli ed io ci eravamo innamorati nel lontano 2002. In particolare abbiamo un bellissimo ricordo di un Oyster Bar, con un lungo buffet di ostriche di mille qualità diverse. Per ritrovarlo giriamo la stazione, gremita di gente, in lungo e in largo ma dopo un po’ ci rassegniamo: nessuna traccia del nostro Oyster Bar, e per giunta un ristorante per nulla di charme che serve ostriche ed altri piatti è chiuso per turno settimanale! Si risolve con l’ennesimo panino … 



Dedichiamo un’altra buona mezz’ora alla ricerca del negozio della compagnia ferroviaria in cui avevamo comprato nel 2002 la locandina della metro di NYC, di cui vorremmo comprare l’edizione 2023. Lilli si incaponisce e dopo aver chiesto ad almeno 10 persone riusciamo a trovare il negozio e a fare l’acquisto. Mettiamo il naso fuori dalla stazione giusto per realizzare che piove a dirotto. Neanche parlarne di fare una passeggiata nella vicina 5th Avenue!

Un po’ mogi, affrontiamo il viaggio di ritorno per raggiungere Refola. Ci attende un finale a sorpresa: la pioggia che ci ha accompagnato tutto il giorno, aumenta via via che ci avviciniamo al Miramar, per diventare letteralmente torrenziale non appena saliamo sul dinghy. Raggiungiamo la barca completamente fradici. In materia di sfortuna Fantozzi, rispetto a noi, è solo un dilettante.

Lunedì primo maggio Lilli ed Ornella partono in autobus alla ricerca di una lavanderia a gettoni (impossibile asciugare il bucato in barca); Umberto ed io, invece, incontriamo Tino nella sede del circolo, che si offre di accompagnarci in macchina a fare la spesa da un importatore italiano.

A questo punto, visto il tempo inclemente, prolunghiamo di due giorni la permanenza a Sheepshead Bay.

In tutto questo, Lilli è sempre più preoccupata per il suo ginocchio. Dopo la scivolata sul pontile di Atlantic City, le fa spesso male e non riesce a caricare il peso sulla gamba sinistra. Ha comprato un bastone a cui si appoggia per camminare, ma preferisce stare a riposo.

Martedì 2 maggio infatti decide di restare in barca, mentre Umberto, Ornella ed io ci rechiamo al quartiere Little Italy di Manhattan, pranziamo da “Amici”, un ristorante italiano, e poi giriamo un po' l’attigua China Town.



Mercoledì 3 maggio alle 8.00 molliamo l’ormeggio. Occorre passare con l’alta marea il punto critico di basso fondale nel canale di accesso a Sheepshead Bay. Anche questa volta tutto fila liscio e alle 11.30 siamo ormeggiati all’Hudson Point Marina, un marina estremamente costoso che di ottimo ha solo la posizione (dall’altra parte del fiume Hudson, proprio di fronte al nuovo Trade Center e al Memorial delle torri gemelle), mentre i servizi sono scarsi (un solo bagno unisex per tutti, niente wifi, niente bar né accoglienza).


Nel pomeriggio arriva Fabrizio, nuovo membro dell’equipaggio. Non lo conoscevamo personalmente, solo per telefono, ma ci era stato raccomandato dall’amico Michele di
Bella Storia e le attese sono state confermate.

Giovedì 4 maggio, lasciando Lilli in barca sempre a causa del ginocchio, prendiamo il traghetto che attraversa l’Hudson e visitiamo il Ground Zero, compreso il museo dedicato all’11 settembre 2001.




Venerdì 5 i nostri amici tentano di recarsi a piedi alla vicina Ellis Island per visitare il Museo dell’Immigrazione; l’impresa non ha successo perché il ponte che collega la terra ferma all’isola è utilizzabile solo dal personale che vi lavora: i turisti devono per forza andarci coi traghetti! Lilli ed io restiamo a bordo. Lei per il solito dolore al ginocchio ed anche perché mi deve assistere con l’inglese: torna infatti a trovarci il giovane meccanico Will per cambiare le benedette cinghie dell’alternatore. Ma anche questa volta il tentativo di svitare il bullone di fissaggio fallisce. Per non lasciare nulla di intentato con Will ci rechiamo ad un negozio di ferramenta, distante 4 km, per acquistare una chiave speciale per bulloni spanati, che purtroppo non troviamo. Finora non abbiamo raggiunto grossi risultati con Will, ma è un ragazzo molto a modo e Lilli lo ha praticamente adottato (lo invita a cena, con sua morosa, per la sera dopo); nel frattempo lui ordinerà l’attrezzo e poi ci raggiungerà per fare il lavoro al nostro prossimo ancoraggio, Port Washington.

Il 6 maggio programmiamo un giro in bici a Central Park. Finalmente il cielo è azzurro e Lilli, che non lascia Refola da una settimana, rompe gli indugi e decide di partecipare. Il parco è super affollato (è sabato, la prima bella giornata dopo tante nuvole e pioggia) ma comunque estremamente gradevole. Pedaliamo piacevolmente per oltre 10 km tra alberi, prati e laghetti; Lilli regge bene la prova della bicicletta, ma un po' meno la camminata sulla 5th Avenue e a Time Square. 


La sera non riesce quasi a muoversi ma tiene botta perché abbiamo a cena Will con la sua fidanzata Arianne, che vive a Manhattan. Passiamo una bella serata, Will ci indica sulla cartografia Navionics alcuni buoni ancoraggi per le nostre tappe a venire.

Domenica 7 maggio, Umberto Fabrizio ed io ci rechiamo in taxi ad un distributore dove carichiamo la bombola del gas. Le indicazioni per trovarlo ci sono state fornite dai nostri preziosi amici americani Fabrizio (omonimia) e Jesus, che nel pomeriggio ci vengono a trovare (abitano poco distante da qui, in New Jersey) e si fermano a cena per gustare l’insalata di avocado e arance preparata da Ornella ed il risotto di zucca cucinato dal sottoscritto.

Si conclude così la nostra avventura nella Grande Mela: domani 8 maggio inizia il nostro percorso nel Long Island Sound, che separa il versante meridionale del Connecticut da Long Island.

giovedì 4 maggio 2023

PHILADELPHIA e poi … arrivo a New York

Venerdì 14 aprile salpiamo alle 10.30. La tappa fino a Philadelphia è breve, 36 miglia di risalita del fiume Delaware, di cui nel primo tratto affrontiamo la corrente contraria. L’orario di partenza è stato schedulato per arrivare dopo le 18, quando la marea è in aumento dopo la bassa delle 16.15. Il gentilissimo dockmaster Rich Goodman, con cui siamo in contatto da settimane, ci ha raccomandato questo orario perché il marina è stato dragato poco tempo fa a 6 piedi (1,80 metri, contro il nostro pescaggio di 2,05). Dopo le 18 la marea dovrebbe essere + 60 centimetri: arriviamo alle 18.10 e infatti tutto fila liscio. Rich è sul pontile ad attenderci, per prendere le cime di ormeggio e darci tutte le istruzioni per entrare e uscire dal Marina, che è completamente deserto; apre ufficialmente il 1° maggio e sembra che ci abbiano fatto un gran piacere ad offrirci l’ormeggio a un prezzo contenuto (636 US$ per una settimana, comprensivi di acqua ed elettricità ma senza servizi). La posizione è 39°56.585N 75°08.422’W, i pontili galleggianti a pettine, il fondale fangoso ha profondità da 2,8 a 1,8 metri, infatti in bassa marea ci appoggiamo dolcemente sul fondo. Siamo vicinissimi al centro storico e alle principali attrazioni turistiche.

Philadelphia è una grande città, la sesta più popolosa degli USA e una delle più ricche di storia: proprio qui venne firmata, nel 1776, la dichiarazione di indipendenza delle 13 colonie britanniche.

Per una settimana conduciamo una vita da perfetti turisti: iniziamo dal Museo della Rivoluzione Americana, ben allestito con numerose sale tematiche dove vengono riprodotti continuamente filmati esplicativi molto ben curati.

Organizziamo una gita di una giornata, in treno, nella contea di Lancaster; da lì un pulmino ci conduce, insieme ad un’altra decina di persone, in giro per le curatissime campagne dove vivono gli Amish, appartenenti ad una comunità religiosa di origine germanica che giunse in America a metà del ‘600. Al di là del fatto che la loro presenza sia in parte diventata un’attrazione turistica, le persone che abbiamo visto muoversi e lavorare si mantengono fedeli a norme e tradizioni per noi del tutto inusuali, dall’abbigliamento estremamente semplice al divieto di guidare automezzi e mezzi meccanici (utilizzano infatti carrozze ed aratri trainati da cavalli), dal rifiuto della corrente elettrica se non autogenerata (con pannelli solari e gas propano) alla scelta di educare i bambini in un sistema scolastico proprio. Ci ha colpito il fatto che i giovani, per un periodo di alcuni anni dall’adolescenza alla prima giovinezza, possano fare esperienze simili ai ragazzi nostrani (cellulari, T-shirt, berretti sportivi, per le ragazze trucco e tacchi), ma entro i 25 anni devono decidere se vogliono rimanere nella comunità o andarsene: la guida ci ha detto che l’85 % decidono di rimanere!




Non ci siamo fatti mancare nemmeno, come altre centinaia di turisti, una visita alla scalinata resa celebre nel 1976 dagli allenamenti di Sylvester Stallone, nei panni di Rocky Balboa.

Nel complesso Philadelphia ci è piaciuta molto e possiamo dire di averla girata in lungo e in largo.

 




Venerdì 21 aprile alle 12.15 molliamo gli ormeggi per iniziare la discesa del Delaware River verso l’oceano. Il percorso è molto lungo; navighiamo 35 miglia e dopo le 18 ci fermiamo nuovamente nel poco affascinante ancoraggio del 13 aprile, in prossimità del Canale di Chesapeake e Delaware.

Il mattino successivo riprendiamo la navigazione nel fiume, per una tappa di 41 miglia. All’inizio subiamo una corrente contraria di circa 1,5-2 nodi, e confidiamo di andar meglio quando si invertirà. Ma col passare delle ore la situazione in realtà peggiora: il vento da SE, che abbiamo dritto sul naso,  via via rinforza fino a 25-30 nodi, alzando un’onda ripida e corta che ci stoppa continuamente. Col motore a 2400 giri la velocità arriva a stento a 4 nodi. Raggiungiamo faticosamente la meta ed alle 18.15 diamo ancora appena fuori dall’area di ancoraggio delle navi, fondale di sabbia 8-9 metri (38°59.952’N 75°14.485’W).

Siamo stanchi e provati. Nelle prime ore subiamo un forte rollio, poi il vento gira a NW ed il moto ondoso si calma; stiamo tranquilli fino a circa le 3.00 del mattino, quando il vento riprende a soffiare a 20-25 nodi; alle 4 Umberto mi sveglia: ha sentito un gran botto e infatti si è spezzato il cavo di ritenuta della catena (che si usa per scaricare il verricello dallo sforzo dell'ormeggio). Come già successo l’anno scorso alle Bahamas, abbiamo perso il gancio che si artiglia alla catena. In via provvisoria, sostituisco il forte cavo spezzato con altri tre cavi più leggeri, che annodo alla catena in punti diversi.

Torniamo a dormire per un paio d’ore; fatta colazione, alle 8 iniziamo le manovre per salpare. Le sorprese sembrano non finire mai: l’ancora è talmente affondata nel fango che non riusciamo a tirarla su. Finalmente, dopo una decina di minuti di tentativi, riusciamo a spedarla e a mettere la prua verso l’oceano Atlantico.

Abbiamo il vento in poppa, è tutta un’altra musica rispetto al giorno precedente: l’onda non si sente, andiamo a vela di solo genoa alla media di 6 nodi. La destinazione è Cape May. Alle 13.00 entriamo nel canale che porta alla cittadina e a numerosi piccoli marina, per accorgerci che non c’è una vera e propria area di ancoraggio (sono in corso grossi lavori di dragaggio). 


La profondità è sui 4-5 metri, ma appena fuori dai segnali si abbatte ad 1 metro! In assenza di alternative, e grazie al fatto che il vento è orientato nel senso del canale caliamo l’ancora trasformando così Refola in una sorta di spartitraffico tra le imbarcazioni in entrata e in uscita. Per fortuna nessuno si lamenta.

Ci godiamo una notte di calma, dormiamo di gusto, e alle 7,50 di martedì 24 aprile ripartiamo alla volta di Atlantic City, distante circa 35 miglia.

Avanzando un po' a vela, un po' a motore arriviamo alle 14,30.


Ci rechiamo subito al distributore di gasolio per fare rifornimento (39°22.569’N 74°25.674’W); è un self service, che purtroppo con le nostre carte di credito europee non riusciamo a far funzionare; chiamiamo gli addetti del marina e con loro l’operazione ha successo. Sarà per la spesa (circa 350 US$), sarà perché gli siamo risultati simpatici, ci offrono di restare ormeggiati al pontile e ci forniscono le password per utilizzare i servizi e per entrare e uscire liberamente dal marina.

Non avremmo mai immaginato tanta fortuna: un ormeggio sicuro e per di più gratuito, che ci permette di cenare al vicino Golden Nugget, grande albergo con annesso casinò. Dicono che Atlantic City sia la Las Vegas della costa est: per noi abbastanza deludente. Mille slot machine, nessuna atmosfera.

Né ci fa cambiare idea la camminata della mattina dopo: solite ampie strade incrociate a 90°, edifici anonimi, negozi anonimi. Senza troppi rimpianti alle 16.50 del 25 aprile molliamo gli ormeggi con destinazione New York, a 92 miglia. Eolo ci concede qualche ora a vela, che gustiamo alla grande con un apparente al traverso sui 10-12 nodi, poi cambia idea; il vento gira, sul nostro naso, e quindi … a motore fino a destino.

La nostra meta è nella zona meridionale di Brooklyn: Sheepshead Bay, che ha un canale di accesso con un basso fondale da affrontare solo con alta marea, quindi verso mezzogiorno. Siamo in anticipo: alle 7.00 passiamo sotto l’imponente Ponte di Verrazzano, che unisce Brooklyn a Staten Island, e abbiamo tutto il tempo per prendercela comoda. 


Alle 9.00 siamo davanti alla statua della Libertà; anche se il cielo non è libero da nubi come vorremmo, il contesto rimane fascinoso. 

Siamo intenti a scattare foto, in atmosfera giocosa, quando veniamo avvicinati dalla Guardia Costiera per un’ispezione a bordo; lasciandoci proseguire a bassa velocità, ci accostano per far salire due uomini a bordo di Refola.


L’ispezione riguarda soprattutto le dotazioni di sicurezza e dei servizi: giubbetti di salvataggio, razzi di segnalazione, estintori, serbatoi acque nere, regole di navigazione nelle acque territoriali, di cui è prescritto la presenza a bordo in formato cartaceo. Lilli, furbissima, si scusa affermando che ne abbiamo copia in formato elettronico, sul computer. È andato tutto bene, alla fine ci salutano come vecchi amici augurandoci buona navigazione.

Alle 10 circa invertiamo la rotta per raggiungere Sheepshead Bay; passiamo nuovamente sotto il Ponte di Verrazzano, aggiriamo i versanti occidentale e meridionale di Brooklyn, superiamo il punto critico col basso fondale (a poco più di mezza marea registriamo pochi centimetri di acqua sotto la chiglia) e alle 11.50 prendiamo la boa assegnataci da David, il gestore del Miramar Yacht Club (40°34.886’N 73°56.238’W). Sotto un cielo che nel frattempo è diventato plumbeo, inizia la nostra avventura newyorkese…