sabato 4 agosto 2018

ARRIVATI IN MADAGASCAR!

Questa piccola traversata, di poco più di 600 miglia, l'abbiamo forse sofferta più nelle attese e nella preparazione che non nella realtà.
Lilli, colpita dalla lettura dei portolani e suggestionata dagli avvertimenti di altri navigatori, era disposta ad andare a Zanzibar piuttosto che affrontare questo tratto di mare. Per tranquillizzarla ho dovuto rassicurarla in mille modi, e alla fine è prevalso il buon senso.
L'incertezza su data e orario di partenza è comunque durata fino alle ultime due ore: il nostro "routier/meteorologo" Des ci dice inizialmente che la partenza di lunedì 30 è perfetta, ma quando gli confermiamo che accettiamo il suo consiglio ci ricorda che dobbiamo assolutamente arrivare in quattro giorni, prima del 3 agosto alle 18.00 UTC, perché allora in prossimità del capo D'Ambra i venti rinforzeranno oltre i 25 nodi. Ops!
Il mio istinto mi aveva già suggerito che era meglio anticipare e a questo punto non ho dubbi: fisso la partenza per domenica 29 luglio subito dopo pranzo, in modo da avere un margine di sicurezza in caso di imprevisti.
Prima però c'è del lavoro non procrastinabile da fare: la pompa elettrica della sentina non scarica, bisogna smontarla e capire perché. Provvediamo, sostituiamo la valvola di aspirazione, e riprende a funzionare regolarmente. Procedo poi ai controlli di routine: livello dell'olio e girante del generatore. Tralascio la girante del motore, controllata circa un mese fa, che non ha mai dato problemi.
Alle 14.55 partiamo con un vento fresco sui 16-18 nodi, che di bolina diventano 23-25; con randa piena e genoa ridotto quasi a metà, Refola stringe discretamente e procediamo a 6-7 nodi di velocità, con un angolo apparente di 45-50°. Dopo numerose settimane di ancoraggi rilassanti affrontiamo una navigazione dura e scomoda, ma siamo determinati e preparati. Organizziamo per la notte turni di due ore con parziale sovrapposizione (mezz'ora con chi smonta, un'ora da soli e mezz'ora con chi monta); nelle prime ore ripassiamo tutti insieme le procedure di emergenza e le norme di sicurezza.
Dopo il primo giorno il vento cala progressivamente fino a 10 nodi ed anche il mare passa ad un'onda lunga, quasi piacevole.
Martedì 31 luglio, durante il mio turno di guardia dalle 21 alle 23, la velocità scende a 4-5 nodi; decido quindi di caricare le batterie dando motore, invece di accendere come al solito il generatore. All'avvio, però, sento un rumore strano, quasi un gorgoglio, di cui non riesco ad identificare l'origine. Controllo lo scarico dell'acqua e, anche se non riesco a valutarne la portata, sembra OK; scendo in sala motore e vedo comparire un po' di fumo, ma anche di questo non riesco ad identificare l'origine … sembra il tubo che porta alla marmitta… subito penso alla girante della pompa dell'acqua, infatti metto la mano sopra il coperchio della pompa e … cacchio se scotta! Spengo immediatamente il motore: dall'avvio saranno passati non più di 2 minuti.
Avrei voglia di verificare subito cosa sia successo, di sicuro bisogna smontare la girante, ma il motore è troppo caldo, la temperatura dell'acqua è salita a 100°.
Nel frattempo proseguiamo a vela e per fortuna la velocità torna sui 5 nodi; lascio le consegne a Cristina che mi dà il cambio: far andare la barca il più possibile, anche con un angolo al vento meno stretto.
Il mio prossimo turno di guardia sarebbe alle 4.30, ma metto la sveglia alle 2.00. Anche Lilli, che a quell'ora dovrebbe smontare, rimane al suo posto davanti al timone, mentre il Gianca mi dà una mano in sala motore.
Per prima cosa controlliamo la girante. Le mancano diverse pale, il flusso dell'acqua era ridotto ma non interrotto del tutto (in effetti un po' di scarico c'era). Iniziamo le operazioni di smontaggio che si rivelano molto più complicate del solito; per togliere la vecchia e montare la girante nuova impieghiamo più di 2 ore (nel frattempo, all'arrivo di Angelo, Lilli va a dormire).
Provo ad accendere il motore, ma c'è ancora un problema: vediamo uscire acqua, copiosamente, dalla marmitta. È troppo tardi per lavorare ancora; rimando al giorno dopo la ricerca del guasto, ma non sono affatto tranquillo. Sulla nostra rotta ci sono due gruppi di isole, che passeremo sopravento; sono ancora lontane, a circa 90 miglia, ma dobbiamo sapere se abbiamo il motore funzionante, altrimenti uno scarso di vento potrebbe metterci in difficoltà, o addirittura essere fatale.
Il mio riposo è tormentato da questi pensieri fissi, e di primo mattino ci rimettiamo a lavoro: ricontrollo la perdita, l'acqua esce dall'imboccatura del tubo di scarico, probabilmente con il surriscaldamento si sono allentate le fascette; smonto il tubo e metto del silicone da alta temperatura, stringo le fascette e metto in moto…la tenuta c'è, ma esce ancora acqua sotto la marmitta.
Smonto allora la marmitta: è bucata! L'anno scorso, a Pangkor, un problema simile è capitato al nostro amico francese Gerard di Cassiopee: la girante danneggiata aveva ridotto il volume dell'acqua nel circuito di raffreddamento, e a causa dell'alta temperatura dei fumi di scarico la marmitta, che è di plastica, si è praticamente fusa. Non appena saputa la sua esperienza, mi sono affrettato ad ordinare una marmitta di scorta, che ora viene giusto buona per il ricambio. Che fortuna!
Sostituita anche la marmitta, tutto riprende a funzionare, e finalmente posso tirare un sospiro di sollievo!
L'ultimo giorno di navigazione il vento rinforza gradatamente fino a 20 nodi, con raffiche a 25, il mare è di nuovo corto con onde sui 2-2,5 metri. La velocità, anche a vele ridotte, si mantiene sui 7-8 nodi. Il beccheggio e la barca inclinata mettono a dura prova il nostro riposo in cuccetta, interrotto ogni tanto dal tonfo di Refola nel cavo dell'onda.
Per fortuna questa situazione dura solo poche ore, perché siamo ormai in prossimità del capo D'Ambra. Una volta lasciato il capo al traverso, con più di 24 ore di anticipo rispetto alla "dead line" (termine ultimo) indicatoci da Des, il mare si calma velocemente. Ora possiamo immaginare cosa vuol dire fare questo passaggio nelle condizioni qui più abituali, cioè con venti che raggiungono i 30-35 nodi.
Alle 14.20 di giovedì 2 agosto ancoriamo a Nosi Ambatomarangitsi, soprannominata "Cathedral" per la forma delle sue isole. È un posto splendido, dove ci gustiamo un meritato riposo (12°15.576'S 48°58.208'E).
Abbiamo percorso 628 miglia in 4 giorni scarsi, con una media 6,5 nodi.

domenica 29 luglio 2018

Seychelles : LA DIGUE e di nuovo a Mahè



Il 12 luglio lasciamo la Baia di St. Anne e l’isola di Praslin. Solo 4 miglia ci separano dalla nostra meta, l’isola di La Digue. Partiamo quindi con calma, dopo pranzo, e in un’oretta siamo davanti al piccolo porto, dove vediamo già ormeggiate una decina di barche, con ancora e lunghe cime a terra.
Appena dentro, un giovane locale attrae la nostra attenzione fischiando e gesticolando dalla banchina dei traghetti; in breve capiamo che ci sta offrendo assistenza per la manovra. Seguendo le sue indicazioni, ci affianchiamo momentaneamente al molo, per calare in acqua il dinghy e preparare le cime. Mentre il giovane a bordo del nostro gommone va a fissare a terra i nostri più lunghi cavi d’ormeggio, gettiamo l’ancora e arretriamo in corrispondenza dello scivolo. Pochi minuti dopo di noi entra in porto anche Kiwi Dream; il ragazzotto, sempre a bordo del nostro gommone, porta a terra anche le loro cime. Siamo affiancati e a contatto di parabordi, ma ben sistemati (4°20.860’S 55°49.758’E). 
Terminate le manovre viene fuori che il giovanotto non è un ormeggiatore del porto, come pensavamo, bensì un noleggiatore di biciclette! Un po’ stupiti, gli lasciamo una piccola mancia, che lui accetta chiedendo anche una birra.
È luna nuova e l’escursione di marea si fa più sensibile: dagli usuali 100-110 centimetri si arriva ora a 1,4 metri. Siamo comunque tranquilli perché con la minima abbiamo ancora 25 centimetri sotto la nostra chiglia.
Delle tre isole che abbiamo visitato, la piccola La Digue è quella che ci è piaciuta di più. Il turismo, molto fiorente, non ha prodotto finora alcun danno all’ambiente e al paesaggio. Ci sono pochissime auto, qualche pulmino degli alberghi, ed essenzialmente tutti si muovono in bicicletta. Una delle attività più redditizie per i locali è infatti l’affitto delle bici, di cui abbiamo usufruito anche noi: 100-150 Rp/giorno (6-9 €).



Le spiagge sono una più bella dell’altra, con finissima sabbia bianca e quelle rocce granitiche che rappresentano l’attrazione più peculiare delle Seychelles, e a noi ricordano tanto la nostra Sardegna. 




Nonostante il fascino delle spiagge, però, fare il bagno non è propriamente agevole: soprattutto nel versante ovest dell’isola, più protetto, con la bassa marea l’acqua arriva al massimo alle caviglie!
Con Mirella e Umberto passiamo una giornata nel grande parco L’Union (ingresso a pagamento, 125 Rp), dove oltre alle belle spiagge costellate di roccioni granitici si trovano coltivazioni di vaniglia ed un grande recinto di tartarughe giganti di terra.






L’atmosfera dell’isola è rilassata e tranquilla. Ci sono molti ristoranti, in cui si mangia abbastanza bene e a prezzi contenuti. Domenica 15 luglio, per la finale del mondiale di calcio, prenotiamo un tavolo per sei (noi quattro più Anne ed Alan di Kiwi Dream) in un ristorante con grande schermo: la maggior parte dei clienti tifa per la Francia, noi siamo per la Croazia … ed è andata come è andata.

Per la spesa ci sono tre supermercati, non molto grandi, mentre per il carburante il distributore è proprio sul porto (vicino allo scivolo), si può fare rifornimento con le taniche.
Dopo qualche giorno di piacevole soggiorno, martedì 17 luglio lasciamo La Digue per far ritorno a Mahè. Kiwi Dream, che ci ha preceduti, ci avvisa che la baia di Marine Charter dove abbiamo ancorato in precedenza è stracolma di barche, perciò decidiamo di ancorare circa un miglio più a sud, nel largo canale tra Eden Island e Angel Fish Bay Side Marina (4°38.350’S 55°28.355’E); l’acqua non è trasparente, ma senz’altro più pulita che al Marine Charter. Possiamo fare acqua con il dissalatore e pulire la carena.
Eden Island è un’isoletta completamente occupata da un grande complesso turistico-residenziale di tipo terra-mare, con prestigiose villette a schiera dotate di pontili. Sul versante sud c’è un grande e apparentemente lussuoso marina, con prezzi adeguati alla struttura (per la nostra barca, circa 70 € a notte, più acqua ed elettricità). Oltre ai numerosi bar, gelaterie, ristoranti, non poteva certo mancare un vasto grande centro commerciale. Vista la vicinanza (mezzo miglio) più volte col dinghy  andiamo a rifornirci di pane e cibo fresco nel supermercato “Spar” e soprattutto presso una rivendita di prodotti italiani d’importazione, “Mamma Mia”.

Riprendono inoltre i contatti con la piccola comunità dei naviganti.
Pino, facendo arrivare i pezzi del suo vecchio Perkins dall’Inghilterra, è riuscito a sistemare il motore della sua barca; ha però dovuto cambiare i suoi programmi: non avendo ottenuto l’importazione permanente della barca, ha preso il largo ed è partito per il Madagascar.
Conosciamo gli australiani Brett e Mandy, armatori di Levanteia, anch’essi diretti in Madagascar. Da loro apprendiamo che, dopo un mese di permanenza alle Seychelles, è necessario avviare la pratica per l’importazione temporanea della barca.  Si tratta di una regola introdotta da poco tempo, di cui noi eravamo totalmente all’oscuro… e il nostro primo mese è scaduto il 16 luglio!
La burocrazia delle Seychelles diventa così la nostra principale preoccupazione, non solo per l’importazione temporanea di Refola (che non abbiamo richiesto), ma anche per riuscire a recuperare la nuova cucina Techimpex che abbiamo ordinato da SVB in Germania, prima di partire per Praslin. Seguiamo su internet la spedizione da Brema: la cucina è arrivata il 18 luglio, ma pare che l’operazione di sdoganamento richieda diversi giorni, oltre la mediazione di un agente. Per fortuna il gentilissimo Graham, gestore dell’Angel Fish Bay Side Marina, ci fornisce tutte le indicazioni necessarie e ci mette a disposizione  il suo agente.
Sabato 21 luglio, dopo una bella cena al ristorante italiano “La dolce vita”, Mirella e Umberto ci lasciano per far ritorno in Italia; durante la loro vacanza il tempo non è stato sempre bellissimo e di bagni ne abbiamo fatti davvero pochi, ma almeno siamo stati in buona compagnia.
Il 23 luglio l’equipaggio si rimpolpa con l’arrivo degli amici Giancarlo, Angelo e Cristina, new entry oltre che moglie di Angelo. Navigheranno con noi fino al Sudafrica.
Al loro arrivo la situazione è ancora incerta: non sappiamo quando ci verrà consegnata la nuova cucina, non sappiamo se saremo costretti a richiedere l’importazione temporanea della barca, se saremo multati per il ritardo… Decidiamo di fare gli gnorri e avviamo la procedura per l’uscita dalle Seychelles, presentando come prescritto un modulo di “richiesta clearance”. E aspettiamo…
La navigazione tra le Seychelles ed il Madagascar è considerata tra le più difficili nell’oceano Indiano: bisogna attraversare un tratto di circa 300 miglia a NE del capo D’Ambra, zona di forti correnti dove gli alisei di SE, in luglio e agosto, rinforzano spesso a 30-35 nodi, alzando una notevole onda. Fin da quando eravamo alle Chagos, la pericolosità di questo passaggio e le strategie per affrontarlo sono state al centro delle conversazioni con gli altri naviganti, che ci hanno informato dell’esistenza di un ormai anziano navigatore oceanico, Des, che dopo aver percorso in lungo e in largo l’Indiano a bordo della sua barca Gambit risiede ora a Durban ed offre gratuitamente la sua consulenza sulle previsioni e sulle rotte a chiunque voglia raggiungere il Sudafrica. Gli scriviamo e diventiamo anche noi suoi clienti, o per meglio dire suoi “protetti”.
In attesa di poter definire una data di partenza, consulto ogni giorno numerosi siti di previsioni meteo, e via mail mi confronto con Des.  
Finalmente, nel pomeriggio del 25 luglio, ci viene consegnata la nuova cucina.
Ora dobbiamo “solo” smontare la vecchia (che ultimamente aveva dato molti problemi, tra cui due fuochi non funzionanti), adattare e montare la nuova … ed ottenere la clearance di uscita.
Abbiamo la fortuna di avere a bordo il Gianca, che fin dalla nascita di Refola ci ha accompagnato in tanti viaggi, ed è un grande esperto di lavori in barca; grazie alla sua esperienza, la nuova cucina viene velocemente adattata e montata, mentre la vecchia finisce nel deposito immondizie dell’Angel Fish Bay Side Marina. Un problema risolto!
Resta ora la questione della clearance: perseverando nella nostra politica dello “gnorri”, ci rechiamo all’ufficio della SMSA (Seychelles Marine Safety Administration) per vedere l’esito della nostra richiesta di uscita. Incredibilmente, senza proferire parola, ci riconsegnano il modulo. Richiesta APPROVATA!
Velocemente, prima che ci ripensino, compiamo le altre tappe della via crucis di uscita: immigrazione (dove ci timbrano l’uscita per sabato 28), Harbour Master (dove paghiamo 5.985 Rp, circa 355 €, per i 42 giorni trascorsi alle Seychelles) e infine dogana, dove restiamo col fiato sospeso finché non ci consegnano l’agognata clearance. È fatta! Siamo liberi di andare, coi documenti in ordine, e senza multa.
La sera di venerdì 27, come alcuni miliardi di persone nel mondo, ci godiamo dal nostro tranquillo ancoraggio lo spettacolo dell’eclissi di luna.

Ora resta da capire quando partire per il Madagascar.
Sabato 28 ci spostiamo sul versante NW di Mahè, nella grande baia di fronte alla spiaggia di Beau Vallon, e caliamo l’ancora (4°36.544’S 55°25.541’E). La baia è ben protetta dall’onda, ma grossi nuvoloni grigi ci scaricano addosso ogni tanto grossi scrosci di pioggia.
Oggi, domenica 29 luglio, sciogliamo le riserve. Partiremo nel primo pomeriggio: dobbiamo raggiungere Capo d’Ambre prima di venerdì 3 agosto, quando i temibili venti della zona rinforzeranno.
Ci risentiamo non appena avremo acquistato un sim card madascaregna!

mercoledì 18 luglio 2018

SEYCHELLES: Praslin


Ricostituito l’equipaggio di Refola, ci prepariamo a lasciare Mahè per iniziare il nostro giro seychelliano.
Alla vigilia della partenza vediamo entrare nella baia dello Yacht Club il catamarano Vamonos del nostro amico australiano Terry, conosciuto in Sri Lanka e ritrovato poi alle Maldive.
Ne abbiamo parlato l’ultima volta quando ad Himmafushi, Maldive, ci aveva raccontato del dinghy rubato e dell’agente che voleva intascarsi una salata multa inventata (vedi blog del 29 aprile 2018), ma le sue disavventure non si sono fermate. Alle Chagos, da altri navigatori, abbiamo saputo che Terry non aveva trovato un dinghy sostitutivo, che aveva perso un’elica, che il suo equipaggio lo aveva abbandonato. Determinato a proseguire il suo viaggio era arrivato a Gan, l’ultima isola a sud delle Maldive dove siamo stati anche noi: durante un temporale con forti raffiche, l’ancora gli ha arato ed è andato a finire sugli scogli, per fortuna senza grossi danni. Le ultime notizie dicevano che stava cercando di rimediare una nuova elica per riprendere la navigazione.
Siamo quindi molto contenti di vederlo arrivare alle Seychelles: ha navigato fino a qui direttamente dalle Maldive, in solitario, con un solo motore e sempre senza dinghy. Cenando tutti insieme su Kiwi Dream Terry ci racconta di aver ordinato la nuova elica in Australia e che ha in programma di andare nel piccolo cantiere vicino all’aeroporto per alare la barca e fare i lavori.

Visto che è ancora senza dinghy, gli offro il nostro vecchio Arimar, tenuto di scorta, impacchettato e stivato in un gavone di prua dal lontano 2013. Purtroppo, quando lo tiriamo fuori dalla sacca, troviamo una spiacevole sorpresa: è scollato in diversi punti, inutilizzabile se non dopo un lungo lavoro di pulizia e nuova incollatura. Comprensibilmente Terry rinuncia a prenderlo, così decidiamo di lasciarlo in omaggio allo Yacht Club.
Il vento che per circa tre giorni aveva soffiato nella baia senza sosta, sui 15 nodi con raffiche a 25, scompare quasi completamente il 5 luglio, data di partenza fissata insieme a Kiwi Dream, con cui navigheremo di conserva. Una nuova smotorata fino a Baia Chevalier, nella parte NW dell’isola di Praslin, a 27 miglia.
Alle 14.30 ancoriamo davanti ad una bellissima spiaggia, denominata Anse Lazio, su un fondale sabbioso di 9 metri (4°17.501’S 55°41.968’E). Nonostante la quasi totale assenza di vento c’è un po' di risacca, che rende leggermente rollante l’ancoraggio e difficoltoso l’atterraggio con il dinghy.

La zona è molto frequentata dai catamarani della flotta charter delle Seychelles, ma la baia è molto grande; siamo arrivati a contare 15 imbarcazioni in rada, senza patire gli effetti del sovraffollamento.
A differenza di altre spiagge raggiungibili solo attraverso impervi sentieri, Anse Lazio è collegata con una strada ai centri abitati dell’isola. Le guide dicono sia stata votata come la spiaggia più bella del mondo: forse è un po’ esagerato, ma i grossi massi di roccia granitica che la costellano sono senza dubbio stupendi e impressionanti. Per atterrare con il dinghy il posto più agevole è l’estremità SW della spiaggia, parzialmente protetta dalle rocce.

A terra ci sono due ristoranti ed un simpatico bar, “Honesty”, gestito da una gentile signora tedesca trasferitasi alle Seychelles 16 anni orsono; nella zona NE, dietro la spiaggia, c’è un piccolo recinto che ospita sei tartarughe di terra giganti (belle da vedere, anche se lo spazio a loro dedicato sembra davvero troppo ridotto). Alcuni taxi propongono escursioni all’interno dell’isola per 400 Rupie (circa 25 €). 


Alan di Kiwi Dream porta la bicicletta a terra e fa un giro di perlustrazione fino a Baia St. Anne, nel sud dell’isola, dove scopre un sacco di cose interessanti: la baia è accessibile attraverso un canale segnalato, ci sono diverse barche all’ancora, anche di dimensioni simili alle nostre, la protezione è buona con qualsiasi tempo, c’è un pontile galleggiante con una base della Dream Yacht Charter. Proprio presso di loro trova un dinghy per il nostro comune amico australiano Terry: la Dream Yacht Charter vende infatti dinghy usati, con piccoli difetti, a prezzi stracciati. Circa 60 € per un gommone in pvc con grossi tubolari e chiglia in vetroresina. Un buon affare per Terry!
La sosta ad Anse Lazio dura tre giorni, dedicati principalmente … alla pulizia della carena! Durante la navigazione a motore da Mahè avevo notato che con 1800 g/min. la velocità non superava i 4,7 nodi: piuttosto bassa, almeno un nodo e mezzo al di sotto della normale prestazione. Corrente contraria, forse? Una volta arrivati scendo in acqua come di consueto per controllare l’ancora. La sorpresa è trovare l’opera viva di Refola trasformata in una specie di coral garden: fiori colorati ed alghe su un fondo gelatinoso, non riesco a credere ai miei occhi! Avevo pulito la carena prima di partire dalle Chagos, perciò tutta questa flora si è sviluppata tra il 16 giugno ed il 5 luglio nella baia Marine Charter di Mahè.

Ci mettiamo tutti all’opera: Lilli, Umberto ed io, prima con il raschietto, poi con la spugna abrasiva. Alan di Kiwi Dream ci dà una grossa mano, grazie alla sua notevole acquaticità e resistenza in apnea; con le bombole e due immersioni di un’ora riesco a completare il lavoro sulla chiglia e sul timone.
Sempre insieme a Kiwi Dream, il 9 luglio, ci spostiamo a Baia St. Anne nella parte SE di Praslin: sono appena 6 miglia, che bordeggiando diventano 14 perché approfittiamo di un bel vento sui 15-17 nodi da sud e ci concediamo un paio d’ore di bella navigazione di bolina.

Baia St. Anne è aperta a SE e molto ampia, ma è navigabile e protetta solo in una piccola parte sul versante SW; un canale segnalato da boe rosse e verdi lungo un miglio conduce all’area di ormeggio, che è riparata da un lungo frangiflutti, alla testa del quale arrivano i traghetti di linea per la Digue e Victoria.
Parallelo al frangiflutti, un pontile galleggiante viene usato come base dalla Dream Yacht Charter, mentre nel bacino delimitato a SE dal pontile e a NW da una piccola isoletta sono posizionati alcuni gavitelli per le barche in transito; solo per barche a pescaggio ridotto la porzione navigabile si estende nel canale tra la piccola isola e Praslin, fino all’Anse L’Amour.
Robert (tel. +248 2770267) gestisce alcune boe: ogni barca ne prende due, una a prua e l’altra a poppa, per tenere la barca orientata all’uscita e non subire il rollio. Noi ormeggiamo in posizione 4°20.797’S 55°45.859’E su fondale di 7-8 metri, e paghiamo 500 Rp per tre notti (circa 30 €); per andare a terra il dinghy si può lasciare alla radice del pontile galleggiante.

Praslin è famosa per essere l’unica isola al mondo in cui cresce il “Coco de Mer”, una varietà di palma da cocco la cui noce ha forma e dimensioni del tutto particolari, che richiamano un bacino femminile. Nella foresta ci sono due grandi parchi (ingresso a pagamento) in cui anche accompagnati da guide si possono vedere il Coco de Mer e altre piante autoctone che qui si sviluppano spontaneamente e con abbondanza, come la cannella e la vaniglia. Optiamo per visitare il parco Ferdinand Natura Reserve, più economico e più vicino al nostro ancoraggio. Giulia, la nostra guida, mette insieme un gruppo di 30 persone e ci conduce fino alla sommità della collina, da cui si gode una strepitosa vista su baia St. Anne.



Lungo il percorso, con diverse soste, ci spiega tutto sul Coco de Mer: come nasce, come si riproduce, solo dopo 25 anni si distingue la pianta femmina che produce le noci dalla pianta maschio che impollina; i frutti impiegano 7 anni a maturare e possono raggiungere il peso di 30 kg!





Un’altra mezza giornata la trascorriamo scorrazzando per l’isola sugli autobus locali. Esperienza divertente: oltre all’aspetto panoramico, il viaggio è già di per sé un’attrazione, per la guida decisamente sportiva che hanno questi autisti in strade strette e ripide, con incroci a bruciapelo nelle curve.
Prezzo estremamente modico: un biglietto, indipendentemente dalla lunghezza del percorso, costa 7 Rp  a persona (0,42 €).
I tre giorni di sosta a baia St. Anne scorrono quindi piacevoli e veloci, giovedì 12 luglio lasciamo il tranquillo ormeggio e insieme a Kiwi Dream ci spostiamo di 4 miglia, fino all’isola La Digue.

mercoledì 11 luglio 2018

SEYCHELLES: Mahe, Victoria


Dopo una lunga pausa, riprendiamo il racconto del nostro giro.
Eravamo rimasti a sabato 16 giugno quando, appena arrivati dalle Chagos alle Seychelles, ancoriamo nell’area di quarantena in attesa che gli ufficiali di dogana e immigrazione ci raggiungano a bordo per le pratiche. Alle 16.30 il Port Control ci comunica che la lancia arriverà entro un’ora. Infatti, alle 17.30, ecco arrivare la pilotina che sbarca gli uomini di immigrazione, custom e quarantena; le operazioni si svolgono alla velocità della luce, non c’è nemmeno il tempo di fare qualche domanda: in fretta e furia mi fanno compilare e firmare svariati moduli, ci rilasciano un avviso di pagamento di 300 Rupie (18 €) per la Capitaneria, dopo di che ci dicono di ammainare la bandiera gialla e se ne vanno con la pilotina, rimasta a breve distanza ad aspettare.
Forse perché era sabato pomeriggio, ma questa è stata in assoluto la procedura di ingresso più veloce che abbiamo mai sostenuto fino ad oggi.
Domenica mattina ci spostiamo di due miglia dall’ancoraggio quarantena alla baia denominata Harbour Marine Charter; Hodoul Island divide la baia in due zone, quella a sud più ampia per il diporto, quella a nord occupata dal Fishing Port, dove sono ormeggiate piccoli pescherecci e, nella parte più prossima all’ingresso, gigantesche navi da pesca. Gettiamo l’ancora nella parte esterna della baia, su un fondale di 6-7 metri di sabbia (4°37.510’S 55°27.527’E).


Ci sono numerosi gavitelli, alcuni liberi dove spesso le barche di passaggio si attaccano temporaneamente.
In fondo alla baia, nella parte SW, il Mahe Yacht Club gestisce un pontile per piccole barche, ed un pontiletto per i dinghy; bagni, docce e lavanderia sono a disposizione diventando soci temporanei al costo di 150 Rp/settimana per barca (circa 10 €); un bar ed un ristorante completano la struttura.
La zona ovest della baia è occupata invece dai pontili galleggianti del distributore di carburante e dalla base del Marina Charter, la cui attività principale consiste in escursioni giornaliere con grandi catamarani.
Caliamo in acqua il dinghy e ci rechiamo allo Yacht Club: il bar è aperto, ma apprendiamo che di domenica tutti i negozi sono chiusi, tranne quelli indiani e che lo stesso sarà lunedì (“Public Holiday”, festa nazionale).  
Ci avviamo a piedi verso il centro della cittadina di Victoria, poco distante. Siamo fortunati, troviamo l’ATM per prelevare valuta locale ed un piccolo emporio indiano che vende anche le sim-card telefoniche. Lilli è sollevata perché può finalmente mettersi in contatto con la sua famiglia e organizzare il rientro a casa.
Per volare entrambi in Italia dobbiamo trovare un posto sicuro dove lasciare Refola senza patemi, così nel pomeriggio andiamo con il dinghy all’Angel Fish Bayside Marina, dove Adina aveva trovato posto per lasciare la barca ed aveva conosciuto il gestore Graham, persona competente e disponibile.
L’Angel Fish, costituito da due piccoli pontili più una passerella galleggiante, si trova di fronte al lussuoso Eden Island Marina, sulla sponda ovest del ponte che collega Mahe ad Eden Island.
Graham non c’è (è domenica!), ma grazie alla guardia del servizio di sicurezza riusciamo a parlare con lui al telefono e ci diamo appuntamento per l’indomani.
Tramite e-mail prendiamo contatto con l’assicurazione sanitaria, che prevede in caso di decesso di un congiunto il rimborso del biglietto aereo; ci viene confermato il rimborso, per una persona, del solo biglietto di andata.
L’indomani lunedì 18 giugno, Graham ci comunica che all’Angel Fish non c’è posto per noi, ma ci rende disponibile la bassissima passerella in plastica, utilizzabile mettendo ancora e cime a terra. È una soluzione precaria, che non ci farebbe stare tranquilli. Lo ringraziamo per la sua gentilezza ma decliniamo l’offerta. Mostrandosi molto comprensivo, ci dice che possiamo contare su di lui per qualsiasi altra cosa di cui avessimo bisogno.
Facciamo un giro anche all’Eden Island Marina, dove vediamo alcuni posti liberi nell’area di ampliamento di fronte all’Angel Fish, ma gli uffici sono chiusi e non è possibile avere informazioni né sui prezzi, né sulla reale disponibilità.
A questo punto l’idea di tornare in Italia insieme comincia a sfumare. Lilli ha fretta di raggiungere la famiglia e Refola non può restare una settimana abbandonata all’ancora. In breve la decisione è presa: volerà da sola ed io rimarrò all’ancora nell’Harbour Marine Charter.  In serata acquistiamo on-line il suo biglietto aereo.
Dopo il lungo weekend, finalmente martedì 19 riaprono gli uffici: prima andiamo all’immigrazione per ottenere per Lilli il permesso di rientrare alle Seychelles senza un biglietto aereo di uscita e, già che ci siamo, analogo permesso anche per gli amici che ci raggiungeranno il 23 luglio; poi passiamo in capitaneria per saldare l’avviso di pagamento consegnatoci al check-in: la signorina, molto gentile, ritira i documenti originali della barca e ci consegna i passi da seguire per la procedura di uscita ed un prospetto di calcolo delle tasse di stazionamento e navigazione; si pagherà tutto all’uscita e solo allora ci verranno restituiti i documenti della barca.
La sera stessa Lilli prende il volo per l’Italia, ed io rimango solo, senza la mia metà.
Casualmente, prima della partenza di Lilli, allo Yacht Club conosciamo Pino, velista romano in pensione dopo aver lavorato a lungo nelle ambasciate africane. Almeno potò parlare in italiano con qualcuno, visto che per tutto il resto dovrò arrangiarmi senza la mia traduttrice privata. Non bisogna perdersi d’animo, ci sono molte cose da fare!
Comincio subito mercoledì 20 giugno inviando un messaggio a Graham con una lista di cose che devo acquistare, oltre alla bombola del gas da caricare. Mi risponde subito, dicendomi che ha tempo e che mi può accompagnare con la sua auto. “Splendido” dico io, così passa a prendermi allo Yacht Club.
La zona per gli acquisti (hardware shop, articoli nautici ecc) è concentrata in una località chiamata “Providence”, circa 4 km a sud dell’Harbour Marine Charter, sulla strada verso l’aeroporto; purtroppo non trovo molto di quello che cerco.
Per caricare la bombola invece si va alla società che gestisce anche i distributori di carburante e che si trova vicino all’autorità portuale e vicino anche al nostro ancoraggio. Graham mi dice che da alcuni mesi sono diventati molto fiscali: prima di essere caricata, la bombola deve essere certificata da un ente locale, che deve verificarne l’integrità e le scadenze di revisione. 
La mia bombola quanto ad integrità è nuova, comprata lo scorso anno a Phuket, ma la signora a cui abbiamo chiesto di risparmiarci questa verifica è inflessibile.
Passiamo all’ente certificatore, che sancisce: “Sì la bombola è in buono stato, ma non si vedono la data di fabbricazione, né le scadenze di revisione, perciò per essere utilizzata bisogna cambiare la valvola ed acquistare un nuovo regolatore di pressione”.
Per fortuna Graham intuisce le scritte in lingua Thai sulla bombola e mi viene in soccorso “In Thailandia hanno un calendario diverso, questo numero stampato corrisponde a marzo 2017!”. Fa vedere al dirigente certificatore la corrispondenza delle date con internet; la faccenda si conclude positivamente, il dirigente invierà via mail al distributore la certificazione.
Nel centro di Mahe c’è un bel mercato ortofrutticolo, un piccolo mercato del pesce, una boulangerie con ottime baguette e molti altri piccoli negozi, oltre a due ristoranti di cui uno, “La dolce vita”, dichiara inequivocabilmente l’origine italiana.
Circa 1 km a sud dell’Harbour Marine Charter, c’è l’Hypermarket, ben fornito di tutti i prodotti, dai surgelati alla verdura ecc..
Nella zona del Fishing Port c’è un negozio fornitissimo per la pesca ed un altro specializzato per revisioni delle zattere ed elettronica SEYCMI, dove porto per un controllo la mia radio SSB Icom. Risultato: la radio è a posto; vengono a bordo per una verifica dell’impianto ed anche questo funziona regolarmente; in effetti dopo aver ricollegato antenna accordatore ecc., qualcosa è cambiato, probabilmente il connettore tra accordatore e radio era un po' ossidato. Verificheremo se funziona davvero quando saremo nuovamente in navigazione…
Tra una cosa e un’altra faccio quattro chiacchiere con Pino. Lui conosceva già le Seychelles per esserci stato in vacanza più volte ed ha pensato bene di venirci con la barca e di fare base qui, dopo aver ottenuto l’“Esportazione permanente” della barca, che lo libera dai limiti (e dai costi) delle barche in transito. È arrivato dall’Italia con il suo vecchio Dufour in marzo, attraverso il Mar Rosso, con un viaggio che sembra più una Odissea, tra guasti e sorprese; con lui c’era un giovane italiano, Francesco, che appena messo piede a terra ha preso il primo aereo al volo! Ed eccolo qui solo soletto, come me, ad aspettare alcuni pezzi di ricambio per il suo motore.
I giorni passano abbastanza velocemente, sento Lilli al telefono mattina e sera, e mi conforta il fatto di saperla circondata dai suoi familiari e dall’affetto delle sue amiche.
La mia solitudine comunque è praticamente finita. Il 26 giugno arrivano gli amici di Kiwi Dream conosciuti alle Chagos, il 28 Umberto, fratello di Lilli, con Mirella ed il 29 finalmente ritorna anche Lilli.
Ricomposto l’equipaggio, ci dedichiamo ad un po’ di turismo: noleggiamo un’auto per un paio di giorni, giriamo tutta l’isola, belle le spiagge a nord riparate in questa stagione e belle anche le spiagge ad ovest.







Leghiamo molto anche con Alan e Anne di Kiwi Dream: gli inviti a cena si susseguono con frequenza, e decidiamo di partire insieme il 5 luglio per il giro alle isole limitrofe, Praslin e La Digue.

lunedì 18 giugno 2018

TRAVERSATA CHAGOS - SEYCHELLES



Riprendere il mare dopo tre settimane all’ancora è sempre un po' dura: ci si deve riabituare al rollio continuo e i bioritmi sono sovvertiti dai turni di guardia. Sembra quasi di navigare per la prima volta.
È il 10 giugno: per i 7-8 giorni di percorrenza previsti (1020 miglia) le previsioni meteo sono buone, con venti tra i 14 e i 18 nodi da SE; salpiamo l’ancora lentamente per pulire per bene la catena, che cominciava ad essere attaccata da piccole e giovani formazioni coralline.
Newdawn è partita mezz’ora prima di noi; seguendo la traccia del nostro ingresso navighiamo nell’atollo per poco meno di 3 miglia e giungiamo alla pass: 5 metri di acqua sotto la chiglia nel punto più basso e… siamo fuori, di nuovo in mare aperto.
Il primo tratto di 30 miglia con rotta 245° per uscire dal gruppo delle Chagos è una goduria: abbiamo il vento al traverso sui 16-18 nodi e con genoa, randa e mezzana spiegati voliamo a 8 nodi.
Dopo aver scapolato a dritta l’atollo di Peros Bahnos, la nostra rotta diventa 273° e qui finisce la pacchia: non riusciamo a tenere la rotta perché il vento arriva quasi in poppa piena e l’onda da SSE rischia di farci strambare, inoltre il vento apparente si riduce notevolmente, e la velocità cala drasticamente.

Morale: riusciamo a tenere una rotta di circa 260°, che ci farà allungare il percorso. Ma non è questo a impensierirci, abbiamo tempo; ciò che ci preoccupa veramente sono le continue sollecitazioni alle vele e alla struttura. In modo particolare, insieme a noi, soffre il genoa. Succede infatti che quando il vento apparente diminuisce a 7-8 nodi e l’onda che arriva fa rollare la barca, la vela si affloscia per poi gonfiarsi bruscamente, provocando terribili strattoni sulla scotta e sullo strallo. Per evitarli ho avvolto la randa e lasciato la mezzana, ottenendo minore velocità ma un migliore angolo verso la meta. 

Do istruzioni a Lilli: “il compromesso migliore è tenere il vento tra i 120-150 dalla prua”. In questo modo il rollio è più contenuto, come pure le brusche sollecitazioni.
Il primo giorno e la prima notte sono quindi segnati da un po' di patimento, per noi che fatichiamo a riposare, e per la barca. “Ce la farà a sopportare tutto questo senza che si rompa qualcosa?” Sono arrivato al punto di sussurrarle: “Tieni duro Refola, appena possibile tornerai a galoppare a briglia sciolta”. E lei, paziente, come sempre ha dato il meglio di sé: 6,5 nodi di velocità media è buona, 157 miglia percorse nelle 24 ore.
Il secondo giorno le cose vanno un po' meglio: Lilli ed io riusciamo a riposare meglio ed anche le sollecitazioni sulla struttura diventano abbastanza sporadiche. Verso sera il vento aumenta, stabilizzandosi tra i 16 ed i 18 nodi, e di conseguenza monta anche il mare: abbiamo onde sui 3 metri, con qualche treno che arriva a 4 metri e si avvicina minaccioso al giardinetto, per poi scivolare sotto la barca.

La seconda notte alle 3 do il cambio a Lilli, che mi mostra sul plotter la presenza di strani oggetti rilevati dall’AIS. Sono 6 “cose”, a circa 5-6 miglia di distanza una dall’altra, a formare un grande rettangolo. L’AIS ci fornisce dati non facili da interpretare: hanno una velocità bassissima, tra 0,5 e 1,5 nodi, nomi quasi identici “Lowrance1 net5”, “Lowrance1 net3”, “Lowrance2 net4” etc. Di uno solo è riportata la grandezza: lunghezza 8 metri, baglio 3 metri. Cosa cavolo sono?
Mando a riposare Lilli e tengo sotto controllo il plotter; gli “oggetti” si comportano come dei pescherecci, cambiano più volte direzione e si muovono a bassissima velocità, quasi fossero alla deriva.
Passo in mezzo al “rettangolo” della loro formazione. Andando a vela non ho grande margine di manovra, poggiare solo 2-3°, orzare 30-40°. È buio pesto. Supero due di queste “cose” a meno di un miglio di distanza: solo col binocolo riesco a scorgere una luce bianca lampeggiante, mentre sul radar non c’è traccia della loro presenza. Sono un po’ teso: …e se avessero delle reti galleggianti? Si chiamano Net 1, Net 2 ecc., e “net” significa rete; ho anche pensato ad un’azione di pirateria, quando siamo nel mezzo questi ci attaccano… cosa possiamo fare per difenderci? Scappare? se orzo con il vento al traverso posso arrivare a fare 8-9 nodi, c’è un bel mare agitato ed una piccola barca a motore può avere dei problemi… poi ho il bazooka di mia fabbricazione (vedi blog “LANGKAWI, ADDIO MALESIA”) … la fantasia corre…
Solo dopo due ore, superato tutto il gruppo, comincio a rilassarmi, ma il mistero rimane. Alle 6, quando già albeggia, torna Lilli. Di buono c’è che il mio turno è volato e … me ne vado a riposare.
La velocità media del secondo giorno è di 6,79 nodi, 163 miglia percorse nelle 24 ore.
La sera del terzo giorno siamo di nuovo circondati da un gruppo, ancora più numeroso, di “UFO”: questa volta i bersagli AIS si chiamano “Win 10 net1”, “Win 10 net2” ecc.; a Lilli è sembrato di vedere che una nave appena incrociata, non dotata di AIS, si fermasse ad un “Win 10”.
La nave senza AIS non è visibile sul radar. Questa volta è Lilli a correre con la fantasia: “Ecco, guarda quelle luci, non si allontanano, ci stanno inseguendo!”… era solo un cargo che ci ha raggiunto e superato a 2 miglia di distanza.
La velocità media del terzo giorno 6,37 nodi, 153 miglia nelle 24 ore.
Ogni giorno seguiamo alle 13.00 UTC (18.00 per l’orologio di bordo) il net inglese dei navigatori nell’Oceano Indiano. Purtroppo continuiamo a sentire tutti, ma nessuno sente noi. Grande frustrazione quando Lilli, rispondendo alla domanda “Ci sono altre barche che vogliono parlare?” urla nel microfono “This is Refola, Refola. Do you copy me?” e dall’altra parte di sente “Nothing heard”.



Dal tardo pomeriggio del terzo giorno il vento rinforza sui 18-20 nodi, con raffiche a 25, e gira inoltre di 10-15° verso sud. Questo ci permette di riaprire la randa e di poggiare, recuperando così piano piano 20 miglia di fuori rotta. In compenso il mare diventa più impegnativo: grandi rollate, velocità 7-8-9 nodi e planate sull’onda a 10 nodi.
La velocità media del quarto giorno è di 7,5 nodi, 180 miglia nelle 24 ore.
Ora stiamo tutti meglio, Refola non soffre più le fastidiose sollecitazioni e corre veloce e sicura sulle onde. Sembra volerci mostrare la sua contentezza regalandoci i dolci suoni della barca che accarezza il mare: “Gluich, gloich, splaith”.
Dal pomeriggio del quarto giorno il vento cala sui 11-14 nodi, sempre da SSE; con le tre vele a riva la velocità non scende mai sotto i 6 nodi; la media del quinto giorno è 6,6 nodi, 160 miglia percorse, alle 12 mancano 189 miglia all’arrivo.
Cominciamo ad intravvedere nell’ETA indicato dal plotter, la possibilità di atterrare sabato 16, un giorno prima del previsto!
Il quinto giorno calo la traina, per la prima volta in questa traversata; dopo pochi minuti sento il sibilo del mulinello, vado di corsa a chiudere la frizione ma sembra che la preda abbia mollato; comincio a recuperare per controllare se c’è ancora l’esca e durante il recupero avverto un altro strattone… “Ma allora c’è qualcosa di attaccato”, penso. Recupero più in fretta fino a quando vedo l’esca libera a pelo d’acqua a tre metri dalla barca, con dietro un bel pesce vela che la stava inseguendo per agguantarla. Sono talmente sorpreso che non ho la prontezza di interrompere il recupero… passano pochi secondi, l’esca esce dall’acqua ed il pesce se ne va a bocca asciutta. Incredibile: per la prima volta in vita mia ho visto un pesce inseguire l’amo senza riuscire a prenderlo!
Purtroppo, nel pomeriggio, questo penultimo giorno di navigazione è stato sconvolto da una terribile notizia proveniente dall’Italia. È mancato il papà di Lilli, cui lei era fortemente legata. Grande dolore, grande impotenza, siamo in mezzo al mare e non possiamo che proseguire. Per la prima volta quella notte Lilli non si presenta puntuale al cambio turno. Vado a chiamarla. Si era profondamente addormentata solo da pochi minuti, ma si è fatta forza ed ha preso il suo posto al timone. Anche questa è la vita dei marinai.
Dalla sera di venerdì 15 il vento cala sui 10 - 12 nodi e gira ad ESE, ma compensiamo la riduzione di velocità con 10 ore di vela e motore a 1500 giri/minuto. La mattina di sabato 16 ritorna sui 13-15 nodi da SE; siamo ormai all’interno del banco Seychelles, velocemente passiamo da 1000 metri di profondità a 50 e l’onda oceanica si spiana.
La media del sesto giorno è di 6,6 nodi, 160 miglia percorse; alle 12 mancano 30 miglia all’arrivo.
Prima di imboccare il Cerf Passage, chiediamo al Port Control sul canale 12 VHF l’autorizzazione ad entrare nell’harbour; dopo aver posto alcune domande: spelling del nome della barca, da dove veniamo, quante persone a bordo, ci accordano il permesso di ancorare nell’area di quarantena.

Alle 16.30 ancoriamo nell’area contrassegnata, 200 metri a sud della boa rossa n.6 che segnala il canale principale (4°37.079’S 55°28.475’E), su un fondale sabbioso di 17-18 metri.
Abbiamo percorso 1026 miglia in 6 giorni, 7 ore e 30 minuti alla media di 6,77 nodi.
Tutto è andato bene, solo lo sguardo di Lilli è un po’ appannato e lontano. Con la mente lei è in Italia, dove tornerà tra qualche giorno.

CHAGOS - il villaggio dei navigatori



La nostra sosta a Salomon Islands, Chagos, si protrae dal 21 maggio al 10 giugno; non siamo abituati a stare fermi tanto tempo nello stesso posto, per noi è una sensazione nuova, a cui peraltro non fatichiamo ad adeguarci: si coltivano amicizie, non c’è mai fretta, c’è tempo per tutto, l’orologio non serve, il sole più di sempre scandisce le attività della giornata. Siamo in un luogo completamente isolato, disabitato se non da pesci e uccelli, senza villaggi, senza elettricità, senza connessioni; ma in realtà un villaggio c’è, ed è costituito dagli equipaggi delle barche in transito: quasi tutti si fermano un mese, ed è normale che in situazioni del genere, ancorati a pochi metri uno dall’altro, si venga a creare una vera e propria comunità. La radio VHF è sempre accesa, e si usa come il telefono di casa. “Noi andiamo a fare snorkeling nella pass, chi vuole venire?” “Che ne dite di un drink sulla spiaggia questa sera alle 5?” In una giornata di pioggia, per fortuna l’unica, Leslie di Paseafique ha addirittura coinvolto tutti, via VHF, nella soluzione di un cruciverba!  
Poi ci sono le occasioni speciali.
Il 29 maggio il Full Moon Party, festa sulla spiaggia per salutare la luna piena: ci si ritrova verso le 17.30, si comincia a preparare un grande fuoco per quando - presto - arriverà il buio. Tutti portano qualcosa da mangiare, pasta, riso, bocconcini vari, pesce al cartoccio, frittata. C’è ampia scelta ed abbondanza, si può assaggiare un po’ di tutto. Per le bevande l’uso è generalmente più personale, ma Niels e Margareth di Unwind hanno preparato due litri di pinacolada per tutti, servita con ghiaccio, noi abbiamo portato una bottiglia di Valpolicella. Illuminato dalla luna, lo scenario che ci circonda è ancora più affascinante. Il tempo trascorre velocemente e alle 22 Lilli ed io siamo fra i primi a rientrare in barca.




Più o meno lo stesso rituale si svolge il 2 giugno: questa volta la “scusa” è il compleanno di Leslie. Lei e suo marito Phil, entrambi australiani, sono partiti per il giro del mondo nel 2015. È strano, all’inizio del nostro viaggio ci sembrava che tutti fossero più anziani e con più esperienza di noi, mentre ora ci rendiamo conto di essere tra le persone più vecchie e con più miglia sulle spalle … Ma questo ovviamente non ci impedisce di goderci la festa; oltretutto le due casseruole di pizza che abbiamo portato hanno avuto grande successo e sono state molto apprezzata da tutti.




Un altro modo per passare il tempo è pescare, semplicemente calando il filo dalla barca ferma. Paul di Newdawn, che in questo modo aveva preso un paio di grossi pesci, mi ha dato alcuni piccoli pezzi di pesce da usare come esca. Li ho messi nel freezer e quando ho iniziato ad utilizzarli il risultato è stato stupefacente: neanche il tempo di calare in acqua l’amo ricoperto e una decina di metri di filo, che subito il sibilo del mulinello segnala la presa. Ci vuole quasi più tempo a liberare l’amo e a preparare la nuova esca, che non a tirar su la preda successiva. In breve arrivano in coperta quattro pescioni, di cui uno di dimensioni tali da saziare almeno 4-5 persone.
Ma col passare dei giorni, dopo aver tirato su in mattinata un bello snapper sui 5 kg., mi rendo conto che le prese sono ora tutte di grossa taglia, talmente grandi da non riuscire ad issarle a bordo: diverse volte hanno strappato tutto o addirittura storto l’amo. Rimango inizialmente un po’ perplesso, ma poi mi spiego l’arcano. Pulito il pescato, usavo gettare in acqua teste ed interiora e questo ha richiamato gli squali. Uno di questi, di piccole dimensioni, ha addentato la mia esca arrivando fino a pelo d’acqua, per poi mollare la presa. A questo punto ho smesso di pescare, ma gli squali hanno continuato per giorni a girare numerosi intorno alla barca. Ho visto anche un “lemon” (di taglia più grossa dei “pinna nera”) che si aggirava minaccioso come fa un leone nel suo territorio.
Tra il primo e il 3 maggio sono arrivate altre sei barche, di cui tre già incontrate e conosciute in precedenza alle Maldive. Tra i nuovi arrivati ci colpisce particolarmente Dustin, un americano che naviga in solitario nonostante abbia il solo braccio destro ed una protesi alla gamba sinistra. Dustin è giovane, sui 35-40 anni, simpatico, sorridente, per nulla imbarazzato del suo handicap. Ce ne aveva parlato anche Fabio di Amandla, che lo aveva incontrato a Gan (Sri Lanka); lo vediamo salire in testa d’albero, appeso al banzico con le gambe (una vera e una finta) che abbracciavano l’albero, e trafficare con il solo braccio destro sulla luce di fonda e sull’antenna VHF. Sapendo per esperienza quanto è disagevole lavorare lassù, resto ammirato di fronte all’energia e alle capacità di Dustin, davvero incredibili.
Il 3 maggio la nuova “scusa” per il party serale sulla spiaggia è la partenza di due barche: Unwind diretta a Rodriguez e Axiom diretta in Madagascar. Baci e abbracci come fossimo vecchi amici, anche se ci conosciamo da appena una settimana.
Le partenze, che di solito avvengono al mattino, sono sempre emozionanti: squilli di tromba, fischi, campane, lancio di fuochi scaduti. E poi ancora gli ultimi saluti via VHF.
Un giorno poco ventoso, con l’acqua della laguna quasi piatta, Lilli ed io facciamo col dinghy un’escursione di circa 3 miglia e mezzo fino all’isola di Boddam, nella parte SW dell’atollo. È l’isola più grande e fino agli inizi degli anni ‘70, prima della vera e propria deportazione che hanno subito i chagossiani, vi abitavano circa 500 persone (ci ripromettiamo di approfondire, in un futuro blog, la tormentata storia di questo remoto arcipelago). Troviamo infatti i resti di un molo, di una chiesa e di abitazioni in pietra, ormai quasi sommersi dalla vegetazione. I naviganti in transito hanno allestito in un rudere vicino al molo una parodia di “Yacht Club”: sul muro esterno un finto radiotelefono, scritte di benvenuto, addirittura un finto ATM, con tastiera e monitor in cartone; all’interno, bandiere e l’immancabile “Log Book” dove ogni barca scrive qualche riga, lasciando biglietti da visita, foto e disegni. Un rito a cui anche noi, ovviamente, non ci sottraiamo. Purtroppo l’isola è infestata da zanzare e moscerini. Dopo un breve giretto Lilli, esasperata, torna alla spiaggia e si butta in acqua.










La raggiungo velocemente e facciamo un po' di snorkeling nella baia antistante il vecchio villaggio, dove ci sono tre boe fissate ai coralli con grossi cimoni. Ancorare qui con la barca sarebbe alquanto complicato: non solo ci sono estesi banchi di corallo quasi affioranti, ma anche nelle acque libere il fondale non è sabbioso ma disseminato di coralli, con grosse patate che si alzano anche notevolmente; il consiglio della guida, per chi voglia fermarsi qui, è di crearsi il proprio mooring, usando qualche metro di catena fissata direttamente sul corallo.
Ogni giorno, alle 13 e alle 2.00 UTC, seguiamo sulla radio SSB il net inglese dell’Oceano Indiano; noi riusciamo a sentire discretamente quasi tutti (anche se la comprensione dell’inglese per radio non è facile nemmeno per Lilli), ma purtroppo nessuno, tranne le barche ancorate vicino a noi, sente le nostre chiamate. Faccio qualche tentativo cambiando l’antenna a stilo con il paterazzo isolato, ma sostanzialmente non c’è differenza. Circa due mesi fa abbiamo parlato con Giorgio e Tonino in Sudafrica, nonché coi radioamatori in Italia; cosa può essere successo? Molto gentilmente, Phil di Paseafique passa due intere mattine a bordo di Refola per aiutarmi a risolvere il problema: abbiamo rifatto alcuni collegamenti tra antenne e accordatore e lavorato sull’alimentazione della radio. Abbiamo ottenuto un miglioramento della ricezione, ma purtroppo la trasmissione è sempre deficitaria: le barche partite dalle Chagos, già a 50 miglia di distanza, non ci sentono più. Phil mi ha fatto notare che quando si va in trasmissione ci dovrebbe essere un notevole assorbimento di corrente, che da me non si verifica. Allora il problema potrebbe essere nella radio, non nelle antenne … mah, continueremo i test.
Ormai si avvicina la nostra partenza: mancano pochi giorni all’11 giugno, quando scade il nostro permesso alle Chagos. È ora di tenere sotto controllo le previsioni meteo e di prepararci a riprendere il mare. Ci attende una traversata di poco più di mille miglia, fino alle Seychelles. Sulla carta è un trasferimento facile, in cui il “pericolo” è rimanere senza vento e con poco gasolio. Ma in questa fase dell’anno gli alisei di SE dovrebbero essere stabili, e dovrebbe essere improbabile rimanere “a piedi”.
Il 9-10 giugno sembra aprirsi una buona finestra meteo: dopo alcuni giorni di venti leggeri da sud e da SW, riprende il SE. È deciso: partiremo domenica 10.
Il sabato sera, una coppia di canadesi invita tutti gli equipaggi a bordo del loro catamarano Tula 2, per aperitivo e cena. Noi dobbiamo ancora tirare su il motore fuoribordo e posizionare il dinghy in coperta, e pertanto malvolentieri decliniamo l’invito; ci dispiace ancor più perché due giorni fa, a bordo di Anthem, sono arrivati l’australiano Adrien e la vicentina Marianna, una ragazza simpatica che ha anche il grande pregio di parlare italiano!
La mattina del 10, prima di noi, salpa Newdawn: Paul ha cambiato itinerario rispetto a quello originario che lo avrebbe portato a Rodriguez; per problemi di salute che speriamo non gravi ora è diretto a Mayotte, dove ha preso contatti con una clinica.
I soliti saluti, poi è il nostro turno: tra gli squilli di tromba dirigiamo la prua sulla pass di uscita. Il cielo è sereno, c’è un bel sole ed un vento da SE, sui 16 nodi. Partenza perfetta!