Venerdi 12 giugno 2026, alle 10.00 in punto, salpiamo da Westamanneyjar. Davanti a noi si aprono 395 miglia di Nord Atlantico, direzione Isole Faroe. Nei giorni precedenti abbiamo studiato i modelli meteo fino allo sfinimento: l’instabilità è la norma da queste parti, e alla fine la finestra migliore, o forse sarebbe meglio dire “la meno peggio” è questa. Si parte. Fuori dal porto troviamo un vento leggero sui 5 nodi da ESE che ci soffia quasi sul naso: non abbastanza per far correre la barca, ma sufficiente per aiutarci. Apriamo la randa e poggiamo col motore a 1800 giri, avanzando nel blu. Il Nord Atlantico però non resta mai uguale a se stesso per molto a lungo. Nel pomeriggio il vento decide di collaborare: gira a SW e rinforza sui 15-18 nodi. E’ il momento che ogni marinaio aspetta. Apriamo tutte le vele , il motore finalmente tace e la barca si inclina, procedendo sicura tra le onde. Le ore successive diventano una danza continua contro la variabilità del vento: un valzer di cambio assetto di vele, aggiustamenti di rotta e accensioni strategiche del motore per non perdere il passo. Alle 23.00 un tramonto da favola.
La navigazione prosegue allo stesso
modo, seguendo le variazioni capricciose del vento per le intere giornate di
sabato e domenica.
Verso le 18 avvistiamo le prime isole
delle Faroe con le loro alte e spettacolari coste rocciose. A sud di Vagar, mentre ci apprestiamo ad
entrare nel cuore dell’arcipelago diretti a Thorshavn, riceviamo un bel segno
di benvenuto: abbiamo ben 2-3 nodi di corrente a favore con un vento al
traverso da nord di 5 nodi. La barca che vola letteralmente a 8-9 nodi in
totale assenza di onda. Una goduria. Ma l’illusione dura poco. Non appena
imbocchiamo il canale a nord di Sandoy, una brutta sorpresa. Come un
interruttore che si gira, la corrente si inverte di colpo ed aumenta rabbiosa:
5 nodi contrari. La barca quasi si impianta. Portiamo il motore a 2500 giri, l’elica
spinge forte, ma la velocità non riesce a superare un frustrante 2-3 nodi. E’
una lotta millimetro su millimetro contro un fiume invisibile, che si prolunga
per 5 interminabili ore.
Finalmente, alle 4.00 del mattino, siamo
a destinazione ed entriamo nel porto di Thorshavn. Il pontile del distributore è
decisamente corto per Refola, ma con un po'
di manovra e sangue freddo riusciamo ad accostare e a fare carburante. Subito
dopo ci spostiamo per l’ormeggio definitivo, in fondo alla baia (62°00.543’N
6°46.344’W). Una volta assicurate le cime e spenti gli strumenti, tiriamo un
grande sospiro di sollievo e di soddisfazione e poco dopo crolliamo tutti in un
sonno profondo.
Più tardi, davanti ad un caffè caldo,
ci riuniamo nel quadrato per il consueto briefing. L’esperienza della notte
appena trascorsa ha lasciato il segno: concordiamo che tentare di esplorare l’arcipelago
via mare, con le correnti micidiali che abbiamo sperimentato, sarebbe un vero calvario.
La decisione viene presa all’unanimità e con un sorriso: la barca resta al
sicuro in porto. Noleggeremo un’auto. Dopotutto, quassù tunnel e ponti
collegano quasi tutto; per qualche giorno i nostri spostamenti si misureranno
in kilometri orari e non in miglia marine.