giovedì 12 maggio 2022

Bahamas: le penultime isole e Nassau

 

Domenica 24 aprile lasciamo Shroud Cay. Pensavamo di fare una breve tappa, fino a Normans Cay, ma arrivati là il posto non ci appare molto attraente: area di ancoraggio circondata da bassi fondali e distante da terra, e in più senza segnale telefonico. Decidiamo di proseguire fino all’isola successiva, Highborne Cay, dove peraltro riusciamo già a scorgere il profilo di un’alta antenna per telecomunicazioni. Ecco la nostra meta!

L’ancoraggio questa volta ci soddisfa molto: fondale sabbioso di 5-6 metri (24°42.645’N 76°49.774’W); volendo c’è anche un marina molto protetto, con profondità accessibili anche al nostro pescaggio.

Andiamo a visitarlo con il dinghy. Non appena mettiamo piede a terra siamo avvicinati da un signore che con modi cortesi ci chiede di cosa abbiamo bisogno, perché l’isola è privata e l’accesso è limitato solo al negozio e al pontile del carburante. Ovviamente siamo colti da un’improvvisa necessità di comprare qualcosa ed entriamo nel negozio, discretamente fornito anche di cibo fresco. Non poniamo attenzione ai prezzi e la paghiamo cara: usciamo con quattro cose, dopo aver pagato più di 50 US$!

Il giorno seguente, con un’altra scusa, torniamo a fare visita al marina. Notiamo all’ingresso un affollamento di persone e incuriositi andiamo a vedere: stanno sfilettando una montagna di pesci, degli splendidi dorado, e gettano gli scarti in mare, per la gioia di una moltitudine di squali che si azzuffano per conquistarsi il rancio lasciando appena qualche brandello ai numerosi gabbiani che tentano di partecipare al banchetto.


Dopo aver osservato la perizia e la cura con cui svolge la sfilettatura, chiediamo al giovane uomo se il pesce è in vendita; ci risponde di no, quello che vediamo è il frutto della sua giornata di pesca. Ci osserva a sua volta, pensieroso, poi ci chiede quanti siamo a bordo e ci invita a prendere una busta di nailon alle sue spalle. Obbediamo senza capire e restiamo sbalorditi quando lo vediamo riempire la busta di filetti di pesce e porgercela, con un sorriso. Lo ringraziamo della sua generosità e, forse per compensare la fortuna di aver ricevuto un regalo così bello e inatteso, entriamo un’altra volta nel negozio dove compriamo altre quattro cose spendendo i soliti 50 US$. L’ago della bilancia della fortuna torna al centro!

Al pontile dei dinghy, prima di rientrare in barca, assistiamo ad una scena curiosa: l’addetto alla sorveglianza ha ora sulla spalla un grosso pappagallo, che accarezza amorevolmente; vedendoci arrivare fa partire col cellulare una canzoncina che il pappagallo evidentemente apprezza e conosce perfettamente, tanto da accompagnarla, quasi danzando e cantando, con movimenti della testa e del corpo e la sua voce sgraziata.


Dopo tre giorni di sosta ad Highbourne, giovedì 28 aprile salpiamo per andare ad Allens Cay. Navighiamo 5 miglia, ma in linea d’aria ci spostiamo di appena 2-3 miglia; l’antenna delle telecomunicazioni è ancora ben visibile e infatti riceviamo un forte segnale. Anche Allens Cay è un posto piacevole: diamo fondo ad ovest dell’isola, su un fondale sabbioso di 5-6 metri (24°44.963’N 76°50.499’W); la particolarità di questo grappolo di isolotti, che lo rende meta privilegiata per i motoscafi pieni di turisti in gita giornaliera da Nassau, è di essere abitati esclusivamente da una grande comunità di iguane.  In realtà non sono molto belle, a Lilli addirittura fanno un po’ schifo, e sembrano quasi ammaestrate: quando arrivano i turisti si avvicinano a frotte, muovendosi veloci, perché sanno che ai turisti (anch’essi ammaestrati) sono stati consegnati spiedini con chicchi d’uva, di cui a quanto pare le iguane sono ghiotte.




Ci concediamo due giorni di relax, con bagni in acqua super trasparente, ma ahimè la vacanza di Angelo e Cristina sta per finire e dobbiamo raggiungere Nassau, a 32 miglia, dove loro prenderanno l’aereo per tornare a casa. In un primo tempo avevamo pensato di evitare il passaggio sotto i due ponti di Nassau e fare il lungo giro esterno che passa a nord, ma ad una lettura più attenta della carta nautica vediamo che entrambi i ponti hanno una luce di 21 metri in alta marea: noi impegniamo 20 metri e 80 cm compresa l’antenna e arriveremo in bassa marea. Si cambia percorso!

Non senza emozione alle 15 del 1° maggio passiamo indenni sotto i due ponti che uniscono New Providence, l’isola dove si trova la capitale delle Bahamas Nassau e Paradise Island, un grande isolotto privato che ospita il gigantesco ed iconico Atlantis Resort.



La zona di ancoraggio è di fronte al marina più occidentale (Bay Street Marina). Stiamo cercando il posto più adatto per calare l’ancora quando, a causa di un errore della cartografia elettronica Navionics, ci impiantiamo su un fondale morbido di 2 metri (Refola ne pesca 2,05 e, come detto, siamo in bassa marea). Non è una situazione di pericolo e la chiglia di sicuro non ha subito danni, ma dobbiamo aspettare circa due ore prima che la marea alzandosi ci liberi e ci permetta finalmente di ancorare (25°04.781’N 77°19.784’W).

Nassau è una vera città, con tante automobili ed un traffico intenso, a cui non siamo più abituati. A poca distanza dal nostro ancoraggio, nella parte occidentale della città, c’è il centro storico e la zona portuale dove ormeggiano ogni giorno da due a quattro enormi navi da crociera, che arrivano all’alba e se ne vanno al tramonto dopo aver inondato di turisti la città, che infatti è piena di negozi di gioelli, articoli da regalo e alla moda, negozi di liquori.



Per vedere qualcosa di New Providence ci affidiamo alla rete di pulmini pubblici: un grande giro spendendo 1 US$ a testa!!!!

Venerdì 6 maggio salutiamo Angelo e Cristina, che voleranno a Linate via Washington e Monaco. Siamo stati bene con loro da quando sono arrivati a Le Marin in Martinica, il 15 marzo, e sicuramente ci mancheranno.

Ora dobbiamo fare un rabbocco di cambusa e, appena il meteo ci darà una buona finestra, raggiungeremo la nostra ultima isola delle Bahamas, Bimini, dove faremo le pratiche di uscita per mettere la prua SULL’AMERICA, PRECISAMENTE A WEST PALM BEACH, FLORIDA!!!

 

lunedì 25 aprile 2022

Bahamas: Exuma Cays Land and Sea Park

Dall’ancoraggio di Big Galliot Cay visitiamo con il dinghy l’isola vicina, Cave Cay, un’isola privata dotata di pista d’atterraggio per piccoli aerei e di un vero marina super protetto, a cui possono accedere però solo barche con pescaggio ridotto, max 1 metro e mezzo. Al ritorno da questa escursione (circa 3 miglia tra andata e ritorno) troviamo un po’ d’onda e grazie al vento al traverso rientriamo su Refola bagnati come pulcini.


Venerdì 15 aprile salpiamo alle 8.10 in marea crescente, sulla pass troviamo piccole e aguzze onde stazionarie; appena fuori ci mettiamo in rotta 325° e spieghiamo le vele.

Il vento sui 15-17 nodi al gran lasco ci consente una velocità di 6-7 nodi, alle 11.20 entriamo nella pass di Staniel Cay e attraverso un tortuoso percorso irto di scogli e bassi fondali, che affrontiamo con estrema cautela, giungiamo ad un ampio spazio senza onda ma con un forte giro di corrente dove sono posizionate 4 boe di ormeggio. Ne prendiamo una: cime e redance sembrano in ottimo stato (24°10.808’N 76°26.761’W). Siamo di fronte ad un’alta antenna per le comunicazioni, quindi segnale forte assicurato, e molto vicini alla principale attrazione del luogo: la grotta marina dove furono girato parecchie scene famose del film “007 Thunderball”. 

Staniel Cay ha una forte vocazione turistica: c’è uno Yacht Club molto frequentato, un piccolo marina che offre anche bungalows e camere, una pista di atterraggio per piccoli aerei, con parecchi voli giornalieri. Non ci sono automobili, ma solo (poche) mini-car elettriche. Nel complesso tutto gradevole, anche grazie alle piccole dimensioni.

A differenza di Lilli ed Angelo, Cristina ed io non ci facciamo mancare la nuotata nella grotta di Thunderball, che qui chiamiano “il grotto”. Nella bassa marea, quando la corrente è più debole, l’isolotto del “grotto” può essere attraversato a nuoto iniziando dall’accesso sul lato ovest fino ad uscire sul lato est: bei coralli e tripudio di pesci coloratissimi.




Confortati da una connessione eccellente, passiamo a Staniel Cay tre giorni; ci concediamo un aperitivo serale al bar dello Yacht Club ed ammiriamo una quantità di grossi squali aggirarsi tra le barche.



Il mattino del 18 aprile (lunedì di Pasqua), quando eravamo pronti a mollare gli ormeggi, puntuale come una cambiale arriva un giovane dal volto sorridente: deve riscuotere la tariffa della boa, 20 US$/notte. Dopo un primo moto di delusione (ci eravamo illusi che fosse gratuita), volentieri versiamo l’obolo dei 60 US$, dal momento che nel frattempo avevamo appreso che le boe gestite dal Marina costano 50 US$ a notte; ma poi, vedendo il ragazzotto allontanarsi velocemente senza accostare le altre barche sulle boe vicine, pensiamo: “Però, che tempismo… se veniva due minuti dopo eravamo già liberi!” e a seguire: “ma sarà stato veramente l’omino delle boe? Era così sorridente, neanche una ricevuta…”.

Vabbè, lasciamo perdere. Partiamo alle 9.20 diretti a O’Briens Cay, a 13 miglia, primo sito che fa parte del parco naturale delle isole Exuma – Exuma Cays Land and Sea Park; alle 11.35 prendiamo una boa libera su un fondo sabbioso di 4-5 metri (24°19.378’N 76°33.447’W).

Nel pomeriggio col dinghy visitiamo il vicino “Coral Garden”, di cui ci aveva parlato l’amico Luciano Raspolini: bel corallo e pesci colorati. A poca distanza andiamo a vedere pure il sito di un relitto, segnalato con una boa, di un piccolo aereo caduto.




Il giorno seguente, martedì 19 aprile, ci spostiamo di circa 11 miglia fino a Warderick Wells Cay, quartier generale dell’Exuma Park. Prima di arrivare prenotiamo via VHF una boa, visto nel canale non è possibile ancorare e secondo le previsioni nei prossimi giorni ci sarà vento forte.

Il canale ha una forma quasi circolare, vi si accede attraverso una coppia di boe rosso-verde, 3 boe sono all’esterno, mentre una ventina sono dopo il “cancello”; sono tutte dotate di galleggianti e grossi cavi, in ottimo stato di manutenzione. A terra una spiaggetta con lettini in plastica a disposizione dei visitatori e due grandi costruzioni in legno: una, sovrastante il pontile per i dinghy, ospita l’ufficio del Park (che vende anche alcuni articoli da regalo estremamente costosi) e un magazzino attrezzato per la manutenzione delle boe; l’altra, distante circa 100 metri, è riservata all’alloggio del personale del parco.



Anche qui passiamo 3 giorni. La boa ci costa 50 US$/notte, non c’è traccia di segnale telefonico. Solo in cambio di 6 birre otteniamo da un guardiano la password di una rete locale, che però è disponibile solo in prossimità dell’ufficio e non dalla barca… comunque sempre meglio di niente.

Venerdì 22, alle 9.35, lasciamo Warderick Wells Cay per raggiungere Shroud Cay, a 18 miglia, ultima tappa dell’Exuma Park; questa volta però invece che uscire in oceano navighiamo nel percorso interno alla barriera, praticamente senza onda, con un vento fresco sui 20-25 nodi che prendiamo al traverso e ci fa volare alla meta. Alle 12.20 diamo ancora ad ovest dell’isola, su un fondale di sabbia di 4-5 metri (24°31.433’N 76°48.106’W).

Ci sono molte barche. C’è anche un campo boe con alcuni posti liberi, ma vediamo sulla carta che per raggiungerle bisogna superare alcuni fondali limitati, tra 1,8 e 2,0 metri: noi preferiamo andare sul sicuro e ci fermiamo prima.

Il giorno seguente con il dinghy facciamo un’escursione in una sorta di palude interna, dove si può entrare solo con l’alta marea. “Palude” non rende la bellezza del luogo, ricco di mangrovie e con acqua super trasparente; più volte dobbiamo sollevare il motore, scendere dal gommone e trainarlo nell’acqua bassa. Un paesaggio straordinario ed immobile, a pochi metri dall’oceano ruggente.

sabato 16 aprile 2022

Dalle Isole Vergini Britanniche alle Bahamas

 La navigazione dalle Vergini Britanniche, Jost Van Dyke, fino alla Repubblica Dominicana è molto piacevole: vento al gran lasco, all’inizio con raffiche a 20 nodi, che poi il giorno seguente cala mediamente tra 8 e 14 nodi. Navigando sempre a vela arriviamo al Marina di Puerto Bahia alle 11.30 di domenica 27 marzo (19°11.678’N 69°21.339’W).

Il Marina di Puerto Bahia è una struttura moderna che integra un grande resort, due piscine e due ristoranti, oltre a un piccolo supermarket. Per la comodità dei naviganti (al momento non ci sono più di 10 barche) ospita pure gli uffici di immigrazione, custom e capitaneria. I prezzi, naturalmente, sono adeguati a tanto lusso...

Un gentile signore che lavora al Marina ci noleggia la sua auto per 65 US$; ne approfittiamo per fare un giro turistico nella penisola di Samanà, estremità nord orientale della Repubblica Dominicana. Il traffico è abbastanza caotico e le strade non sono in ottime condizioni, con un sacco di buche e lunghi tratti non asfaltati, senza contare i numerosi dossi finalizzati a ridurre la velocità dei numerosi veicoli in circolazione. Visitiamo un paio di lunghe spiagge affacciate sull’Atlantico.

Pranziamo in un bellissimo ristorante stile “open space”: senza pareti verticali, con un altissimo tetto di legno sorretto da possenti colonne intarsiate, a due passi dall’oceano. Cibo buono, prezzo super accettabile. 


Non perdiamo l’occasione per un rabbocco alla cambusa e completiamo il giro a Sanchez, centro famoso per i camarones (gamberi). Ne acquistiamo 1 chilo per la cena e rientriamo in barca prima del buio.

Mercoledì 30 marzo alle 12.00 lasciamo Puerto Bahia per una tappa di 120 miglia fino all’Ocean World Marina, sulla costa settentrionale della Repubblica Dominicana. Dobbiamo aggirare in senso antiorario la penisola di Samanà: un lungo tratto che siamo costretti a percorrere a motore, con il vento da E-NE dritto sul naso. Quando modifichiamo la rotta per NW, con il vento che rimane costante da E-NE, possiamo procedere a vela, un po’ disturbati per tutta la notte dall’onda di 2-3 metri al giardinetto.

Alle 11 del mattino di giovedì 31, con il vento per l’occasione aumentato a 18-22 nodi, imbocchiamo il canale di accesso all’Ocean World Marina, segnalato da boe rosse e verdi (le rosse da lasciare a dritta), che presenta alla fine una stretta curva a gomito a sinistra. Una volta dentro, si è riparati dall’onda che frange incessante sull’alta muraglia del frangiflutti. Anche qui pochissime barche, meno ancora che a Puerto Bahia, e anche qui siamo all’interno di un ampio complesso turistico con alberghi, parco acquatico, piscine e ristoranti.

Noleggiamo un’auto per fare la spesa in città a Puerto Plata e per ricaricare la bombola del gas, operazione questa che si rivela alquanto complicata: dobbiamo cambiare l’attacco della bombola e sostituire il riduttore di pressione. In un negozio che vende ogni genere di merce troviamo modo di fare tutto e ce la caviamo con una spesa complessiva di 36 US$. Visitiamo il centro storico di Puerto Plata, carino ed accogliente, con case coloniali e piccole viuzze. Pranziamo a Casa 40, un bistrò gestito da giovani professionali e preparati e paghiamo 12 € a testa per 4 piatti originali comprese le bevande.


Fissiamo la partenza per sabato 2 aprile: la destinazione è Grand Turk, capoluogo dell’arcipelago Turk appartenente alla nazione insulare di Turks & Caicos. Il personale dell’Ocean World Marina ci avvisa della necessità di fare un tampone, senza aggiungere altre incombenze. Noi eseguiamo (65 US$ a testa) ed alle 15.00 molliamo gli ormeggi.

Navighiamo veloci con vento al traverso e onda sui 2-3 metri; riduciamo la velatura per non arrivare di notte. Alle 9.00 del mattino di domenica 3 aprile caliamo l’ancora davanti al vecchio molo di Gran Turk (21°26.085N 71°09.066’W).

Messo in acqua il dinghy, Lilli ed io ci rechiamo a terra per le consuete pratiche d’ingresso, ma ci attende un’amara sorpresa. L’addetto della dogana ci chiede come prima cosa se abbiamo fatto la pratica on-line per il permesso sanitario. “No – rispondiamo – ma abbiamo fatto il test ed è negativo!”. “Mi dispiace – dice lui – tornate in barca e richiedete il permesso on-line. Quando lo otterrete, e potrebbero volerci due giorni, tornate qui. Nel frattempo, non potete scendere a terra.” Siamo avviliti e frustrati: siamo senza connessione perché non abbiamo una sim card locale, e non possiamo procurarcela perché ci è proibito muoverci a terra. Rientriamo in barca e a malincuore prendiamo la decisione: rinunciamo alla sosta nelle Turks & Caicos e ci dirigiamo immediatamente al più vicino porto d’ingresso delle Bahamas, Mayaguana, dove speriamo di arrivare prima che scada la validità del tampone fatto in Repubblica Dominicana.

Una notte di riposo e lunedì 4 aprile alle 13.30 ripartiamo per la nuova tappa di 126 miglia. Arriviamo dopo 24 ore, il 5 aprile, ad Abraham’s Bay, sul versante meridionale di Mayaguana. È una vasta area (4,5 x 1,6 miglia) che di “baia” ha solo di nome, visto che è delimitata su due lati da una lunga barriera corallina. Entriamo dalla pass di SW, che offre fondali più generosi, navighiamo a vista su profondità ridotte per circa 1 miglio ed ancoriamo su un fondale sabbioso di circa 4 metri (22°19.913’N 73°01.551W).

È già ora di pranzo ma non possiamo rimandare le pratiche di ingresso perché la scadenza del nostro tampone è proprio il 5 aprile. Lilli ed io ci armiamo di coraggio e ci rechiamo a terra col dinghy. Il motore fuoribordo, nominalmente di 9,8 CV, per problemi di carburazione ne produce realmente solo 2. Impieghiamo un’ora per percorrere le 3,5 miglia e raggiungere l’agognato molo, cui si accede attraverso un angusto passaggio malamente segnalato da minuscoli paletti (che infatti noi manchiamo di scorgere). A seguire, una bella camminata di 20 minuti per trovare gli uffici governativi. Arriviamo che è quasi orario di chiusura, l’ufficio è pieno di persone che sono qui dal mattino; dopo qualche quarto d’ora d’attesa ci viene detto di tornare il mattino successivo alle ore 9. Rassegnati, ci avviamo verso il dinghy subendo un’ulteriore delusione: il negozietto che dovrebbe vendere le sim card, in contrasto con gli orari di apertura indicati, è superchiuso. Quando riusciamo a tornare in barca Lilli per la gioia bacia la tuga di Refola.

La mattina dopo, il 6 aprile alle 7.40, l’avventura ricomincia. Questa volta siamo attrezzati con borsa stagna e cerate antispruzzo, e ovviamente non sbagliamo l’imbocco del canale per il molo. Tutto bene quindi? No. Raggiunto l’ufficio governativo, un’altra doccia fredda: le pratiche sono ferme perché internet non funziona in tutta l’isola, non si sa quando verrà ripristinata la linea.

Attendiamo pazienti facendo nel frattempo amicizia con la gentile signora che ci segue, da noi soprannominata Yellow Lady. Mentre Lilli non molla la postazione io vado al negozio della compagnia telefonica BCT (aperto solo al mattino) e compro 2 sim card, una per noi e l’altra per Angelo e Cristina. In sole 5 ore riusciamo ad ottenere il permesso di navigazione ed i timbri di ingresso sui passaporti. Felici come pasque affrontiamo la “traversata” col nostro dinghy-tartaruga ed alle 15.15 siamo in barca, distrutti dalla fatica ma soddisfatti.

Finalmente ristabiliti i contatti col mondo, sentiamo Luciano Raspolini, un amico trentino che sta navigando alle Bahamas; concordiamo di incontrarci entro sabato a George Town sull’Exuma Sound, prima che arrivi il vento da nord.

Giovedì 7 aprile affrontiamo una tappa di 154 miglia fino a Conception Island: partiamo alle 9.50 con vento in poppa piena sui 15-20 nodi; un’altra navigazione notturna e arriviamo l’indomani, venerdì 8 aprile, alle 12.00.

Mettiamo l’ancora sulla baia ad W dell’isola, su un fondale di 8 metri di sabbia, acqua trasparente e pulita con una visibilità eccezionale (23°50.946’N 75°07.417’W).

Ci sono un’altra decina di barche, ma la baia è molto grande perciò c’è molto spazio; facciamo un bagno tonificante (l’acqua non è caldissima), vediamo un paio di razze sul fondo muoversi sospettose, ci gustiamo il tramonto a ovest con un corposo gin-tonic.

Sabato 9 aprile ci spostiamo di 42 miglia a SW; partiamo all’alba per arrivare con una buona luce; all’inizio il vento che prendiamo al traverso, ancorché debole, ci permette di procedere a vela con una buona media sui 6 nodi, poi verso metà percorso ci gira in prua e dobbiamo accendere il motore. Alle 13 affrontiamo la pass di ingresso all’Exuma Sound seguendo la rotta indicata dalla cartografia Navionics che vediamo sul plotter esterno. Proseguiamo fino alla zona di ancoraggio di cui Luciano ci ha inviato le coordinate; alle 14.10 caliamo l’ancora a fianco del Westerly Petrel Blue di Luciano, su un fondale di 4 metri di sabbia finissima, ottima tenitrice (23°30.801’N 75°44.998’W).

Nel frattempo il vento è rinforzato da NW a 20-25 nodi, ma l’ancoraggio con 40 metri di catena tiene bene. Luciano viene a trovarci e ci regala mille suggerimenti ed utili informazioni: avendo trascorso qui 3 stagioni, conosce le Bahamas come le sue tasche. Lo invitiamo a cena con il suo compagno di viaggio per il giorno successivo.  Una serata allegra e piacevole.

Lunedì salutiamo Petrel Blue: Luciano passerà da Cuba per poi terminare la stagione in Guatemala; noi invece ci tratteniamo ancora un paio di giorni in attesa che il vento cali e giri ad est.

Salpiamo mercoledì 13 aprile per una tappa di 40 miglia fino a Big Galliot Cay: sveglia prima dell’alba, consueta abbondante colazione, ed alle 7.00 tiriamo su l’ancora e percorriamo verso NW il lungo canale che ci porta in mare aperto, alle 8.00 siamo fuori e mettiamo vela.

Vento da est al giardinetto sui 15-20 nodi e mare sui 2-3 metri ci procurano un rollio rilevante e fastidioso, che l’equipaggio di Refola regge stoicamente. Alle 12.30 siamo davanti alla pass, che la cartografia Navionics indica soggetta a forti correnti; la affrontiamo con rotta 220° ed in effetti troviamo una corrente a favore di circa 2-3 nodi; aggiriamo, lasciandolo a dritta, un piccolo isolotto e dopo un’ampia perlustrazione del fondale ancoriamo su un fondo di sabbia dura sui 6-7 metri (23°55.317’N 76°17.326’W).


Il posto è suggestivo, i colori dell’acqua stupendi. Nei: 1) il vento non ci molla mai, mentre una volta ancorati si preferirebbe un po’ di quiete; 2) il mare sembra deserto: a parte una tartaruga gigante, non vediamo un pesce neanche col binocolo. Ma non ci lamentiamo…

venerdì 25 marzo 2022

Da Martinica alle Isole Vergini Britanniche

Per l’arrivo di Angelo e Cristina lasciamo l’ancoraggio e prendiamo un posto in banchina al Marina di Le Marin. Il volo è in orario, abbiamo organizzato che Sandro, un autista italiano che vive qui da alcuni anni, vada a prelevarli all’aeroporto di Fort de France. Tutto va secondo i piani ed alle 17.30 del 15 marzo il nuovo equipaggio di Refola è al completo.

Mercoledì 16 marzo i ragazzi del Caribe Marin hanno fatto un buon lavoro cambiando la sartia bassa anteriore sinistra e il bozzello in testa all’albero di mezzana, hanno inoltre messo in forza tutte le altre sartie, spesa totale 854 €.

Giovedì 17 è stata la volta invece della parte elettronica: il Vhf guasto non è riparabile, necessita comprarne uno nuovo, optiamo per il Raymarine Ray 70 che paghiamo 590 €, compreso il montaggio. Giovedì abbiamo anche noleggiato una vettura, utilizzata da Angelo e Cristina per completare la cambusa. Venerdì otteniamo un altro giorno di banchina spostandoci di ormeggio, così ne approfittiamo per fare un giro turistico con l’auto.

Costeggiamo la parte est dell’isola che risaliamo fino a Le Lorraine, poi attraversiamo la zona montagnosa e arriviamo a S. Pierre, la vecchia capitale distrutta da una eruzione vulcanica nel 1904.

Risaliamo la costa ovest fino alla Plage du Ceron, indi scendiamo per la strada costiera, molto scorrevole fino a Forte de France. Qui il traffico è molto sostenuto, anche perché siamo a fine giornata e c’è il movimento di rientro dal lavoro.  Facciamo poi l’ultima deviazione a Le Diamant, una località turistica sulla costa sud e rientriamo a Le Marin alle 19 quando è già buio.

Sabato 19 marzo alle 11.00 lasciamo Le Marin con destinazione Les Saintes (Guadalupa) a 116 miglia.

La navigazione è agevole finché siamo sottovento alla Martinica, ma successivamente, nel tratto di oceano aperto tra Martinica e Dominica, il vento rinforza con raffiche a 27-30 nodi che prendiamo di bolina e onda al traverso sui 2-3 metri. Arrugginiti come siamo ci sentiamo un po’ provati e alle 22 decidiamo di fermarci a Roseau, prendiamo una boa in località Charlotte du Ville per 30 US $, ceniamo e ci buttiamo in branda.

Il mattino seguente salpiamo alle 6.15 per le ultime 41 miglia, stesso copione del giorno precedente: procediamo bene con vento leggero e senza onda coperti dalla Dominica, poi il mare diventa agitato con raffiche di vento a 30 nodi. Arriviamo a Les Saintes alle 12.30 e ancoriamo nell’Anse a Cointe, ad ovest di Terre de Haut, appena fuori dal campo boe.





Qui inizia la discussione con Lilli sulla possibilità di evitare tratte di bolina con vento forte, non siamo più giovani e forti dice, e dobbiamo misurarci secondo altri parametri.

Il 21 marzo, lunedì, salpiamo con destinazione Statia a 134 miglia, nessun problema sottovento alla Guadalupa fino a Deshaies, poi subiamo ancora mare agitato e rinforzi di vento con continui groppi.

Passiamo sottovento a Monserrat, a debita distanza in quanto l’isola ha un vulcano attivo e può sputare in ogni momento lapilli e cenere. La navigazione diventa più tranquilla quando siamo sottovento a Nevis e Saint Kitt. Arriviamo alle 6.00 del mattino del 22 marzo, con le prime luci dell’alba caliamo l’ancora nella baia di fronte alla città Oranjestadt, fondale sui 12 metri di sabbia (17°28.873’N 62°59.596’W). Una lauta colazione e poi ci concediamo un meritato riposo.

Ripartiamo lo stesso pomeriggio, alle 15: davanti a noi le ultime 118 miglia caraibiche che ci condurranno alle British Virgin Islands, nell’isola Jost Van Dyke. Finalmente una navigazione tranquilla e piacevole, di quelle che piacciono a Lilli: vento portante, mediamente da 120° da pruavia, randa e mezzana, velocità media sui 6 nodi, una stellata da favola con ¾ di luna calante.




Verso le 8.00 del 23 marzo, quando è già chiaro da un pezzo, entriamo nell’arcipelago da sud attraverso il Salt Island Passage, percorriamo verso ovest il Sir Francis Drake Channel e poi passando a ovest di Tortola, puntiamo a nord su Jost Van Dyke, Great Harbour, disseminata di boe. Sono le 9.50 quando prendiamo una boa libera verso l’interno della baia, nella zona più protetta.




Nel tardo pomeriggio una sorpresa: il campo boe funziona con prenotazione telematica attraverso apposita app. E noi che aspettavamo l’arrivo dell’omino in barchetta per pagare…! Scopriamo l’arcano solo quando un dinghy con a bordo 4 americani ci accosta per reclamare la boa che loro avevano già prenotato e pagato. Con modi gentili ci spiegano l’organizzazione del campo: le boe arancioni, una ventina, devono essere prenotate e pagate in anticipo via internet; le 8 boe bianche sono di chi arriva prima, e vengono pagate in contanti all’apposito omino che passa a riscuotere nel pomeriggio. 40 US$ per notte le arancioni, 30 US$ le bianche.

Andiamo su internet e verifichiamo effettivamente che tutte le boe arancioni intorno a noi, comprese quelle libere, sono prenotate. Le boe bianche sono tutte occupate, quindi non ci resta che mollare gli ormeggi e ancorare quasi all’esterno della baia, su un fondale di terreno duro con sassi. La profondità è di circa 4 metri; calo 50 metri di catena, provo la tenuta con 2000 giri a marcia indietro, scendo in acqua con maschera e pinne per verificare la posizione dell’ancora. Per una notte possiamo stare tranquilli.  Il mattino seguente alle 8.00 si libera una boa bianca, ci spostiamo e stiamo un altro giorno fermi.

Decidiamo di partire venerdì 25 marzo nel primo pomeriggio per una tappa di 267 miglia fino a Samanà, nella Repubblica Dominicana. Il vento dovrebbe essere in poppa, perciò più favorevole, speriamo in bene…

mercoledì 9 marzo 2022

Martinica 2022 - 10 anni dopo

 Gli ultimi giorni a Trinidad sono volati.

Venerdì 11 febbraio ci hanno riconsegnato il generatore, con la nuova scheda elettronica, già testato e funzionante. Rimontarlo al suo posto in sala motore è stato ancora più difficile che tirarlo fuori, ma alla fine gli abili tecnici della Tropical Power ce l’hanno fatta.

Lunedì 14 il potente travel lift del Peake Yacht Services ha riportato Refola in acqua. La manovra di ormeggio al pontile ci ha fatto un po' tribolare: un vento al traverso sui 15 nodi con raffiche a 20 ci faceva scadere velocemente e non riuscivamo a prendere la boa da legare a prua. Per fortuna ci è venuto in soccorso con il suo dinghy Guglielmo, un giovane amico di una barca vicina, che ha preso la nostra cima, l’ha legata alla boa e ce l’ha riportata in barca, mentre noi arretravamo verso il pontile.

Mille altri lavori ci aspettano: armare il genoa e rimettere a segno le manovre della randa che erano state smontate, riarmare le drizze, pulire e lucidare gli alberi, senza dimenticare l’organizzazione e il rabbocco della cambusa, le pratiche di uscita presso immigrazione e dogana, e per gradire infine il tampone anti-covid, che per fortuna abbiamo potuto fare in loco (utile servizio messo a disposizione dal cantiere).

Dedichiamo le ultime serate a salutare gli amici. Oltre ad Antonio ed Adriano che sono quasi di famiglia, ci sono due simpatiche coppie: gli australiani Mark ed Eva di Silent Progression, che metteranno la prua verso Panama e il Pacifico, e Francesco e Clotilde (lui italiano, lei francese). Con il loro Hallberg-Rassy 43 Saint Amour erano arrivati dall’Uruguay ma sono stati fermati a Trinidad dal Covid. Come noi hanno lasciato la barca al Peake per due anni, ed ora il loro programma è di rientrare a casa in aereo, spedendo la barca in Mediterraneo via nave.

Il 22 febbraio, sotto un’acqua torrenziale che ci perseguita tutto il giorno (ma la stagione delle piogge non doveva essere finita?) ci rechiamo con il dinghy all’immigrazione e alla dogana, poco distanti. Con in mano la clearance doganale possiamo fare incetta di vino e liquori al duty free furbescamente collocato a pochi metri dagli uffici doganali.

Finalmente, mercoledì 23 febbraio alle 7.40, salpiamo con destinazione Martinica a 250 miglia.

Usciti dal canale che separa Trinidad dal Venezuela spieghiamo genoa e randa e di bolina stretta risaliamo verso NW per 8 ore fino alle 16. Il mare è un po’ formato e l’andatura non è tra le più comode, ma la gioia di essere di nuovo per mare ci fa superare ogni disagio. Prima del tramonto avvolgiamo il genoa e con randa e motore correggiamo il fuori rotta.

Siamo in acque pericolose, funestate dalle scorribande dei pirati venezuelani, che raggiungono le barche con velocissime lance e, nella migliore delle ipotesi, rapinano i navigatori di tutto quanto gli è possibile portare via. Alle ipotesi peggiori è meglio non pensare… Il pericolo mi induce a lasciare spenti fin dalla partenza AIS e radar, attraverso cui “i cattivi” ci potrebbero individuare, e a non accendere nemmeno, quando arriva il crepuscolo, le luci di navigazione.

Il cielo in buona parte nuvoloso, la luna calante rendono la notte particolarmente buia. Lilli si fa un po’ nervosa e mi chiede: “Quando riaccendiamo tutto?” “Quando avremo raggiunto Grenada”, le rispondo.

Per fortuna verso mezzanotte intravvediamo all’orizzonte il bagliore delle luci di Grenada. Ci sembra di distinguere anche, a grande distanza, luci di navi. All’ancora? In navigazione? Lilli insiste per accendere luci di via e AIS (“non è che per non essere visti dai pirati finiamo speronati da una nave?”) e minaccia l’ammutinamento. Attendo ancora un po’, e quando stimo, rispetto alla nostra posizione, l’attacco dei pirati altamente improbabile, accendo luci e strumenti e la spedisco in branda.

Nel frattempo, appena superata la punta SW di Grenada, incrociamo la rotta che a gennaio 2013 ci portava con varie tappe da Granada alle Antille Olandesi, a Cartagena in Colombia e infine a Panama. Ora sì che possiamo dire di aver fatto il giro del mondo! Lilli pensava che per considerare compiuta la circumnavigazione fosse sufficiente raggiungere la longitudine di partenza (per noi E 004° 49' 54" di Port Napoleon, Francia, da cui siamo partiti nell’estate 2012) e quindi abbiamo festeggiato l’avvenimento nel 2019 durante la traversata dalla Namibia a Sant’Elena, ma poi Francesco di Saint Amour ci ha detto che la latitudine non basta, bisogna incrociare la propria rotta!

Nella notte, dopo Grenada, costeggiamo il lato W di tutte le Grenadine, Carriacou, Union Island, Mayreau, Canouan, Bequia, Saint Vincent, Saint Lucia. Alle 10 di venerdì 25 febbraio raggiungiamo Martinica: ancoriamo a nord del Club Mediterranee in posizione 14°27.573N 60°52.549W.

Siamo molto soddisfatti: dopo due anni di “territudine” forzata abbiamo tutti (Lilli, Refola ed io) reagito bene al mare, i turni di 3 ore hanno funzionato benissimo, abbiamo scampato il pericolo dei pirati e completato il giro del mondo. Il momento merita di essere festeggiato con una bottiglia di prosecco ghiacciato!

Andiamo a terra con il dinghy per le formalità d’ingresso, che qui si svolgono molto facilmente compilando un modulo sul PC messo a disposizione nell’ufficio del Marina du Marin; il documento viene stampato, si pagano 5 € et voilà, la procedura è completata. Chiediamo se è possibile anticipare l’ingresso al marina (prenotato via internet per 5 gg da domenica 27), ma la risposta è negativa.




Prendiamo contatto con gli uffici di Caraibe Marine per il controllo del rigging (sartiame) e ci danno appuntamento per lunedì 28 febbraio, mentre per gli interventi sull’elettronica (il VHF che non trasmette, l’aggiornamento del numero MMSI sull’Epirb di scorta e sulla radio SSB a onde corte) ci rimandano verso il fine settimana, in quanto c’è il carnevale e i tecnici sono in vacanza. Domenica 27 entriamo al Marina du Marin, al molo 5 posto 64; siamo a fianco di Michele, un veronese che fa charter su un Sun Odissey dal nome accattivante,
Bella storia. Naturalmente entriamo subito in sintonia e festeggiamo l’incontro con un bel gin-tonic serale, come vecchi amici.

Il controllo effettuato sul rigging (140 €) ci riserva alcune sorprese: una sartia bassa dell’albero di maestra è da cambiare, è necessario tirare alcuni arridatoi, ma la sorpresa più grande è che l’intervento non si può fare prima del 16 marzo!

Con il meccanico Didier combiniamo un appuntamento per sabato 5 marzo: ormeggiamo affiancati al vecchio catamarano da lui trasformato in officina, e gli facciamo sostituire i parastrappi dell’invertitore.



Un altro problema riscontrato è al motore fuoribordo Tohatsu: non tiene il minimo e non dà potenza quando si accelera. Ci viene in aiuto Michele passandoci nome e telefono del meccanico Pierre; viene a trovarci giovedì 3 marzo e conclude il lavoro il giorno dopo. Una fortuna, perché a quanto pare tutti i tecnici sono oberati di lavoro e risolvere qualsiasi problema in tempi brevi è davvero difficile.

Ora i giorni passano lenti in attesa della nuova sartia. Per il momento abbiamo accantonato l’ipotesi di attraversare l’Atlantico e rientrare in Europa. Nel frattempo siamo stati allietati da una bella notizia: gli amici Angelo e Cristina, veterani su Refola, ci raggiungeranno il 15 marzo per restare con noi fino alle Bahamas.



lunedì 10 gennaio 2022

DI NUOVO A TRINIDAD !

Il 20 novembre appena passato, dopo un tempo che ci è parso infinito (1 anno, 8 mesi e 13 giorni) siamo finalmente tornati a Trinidad. Tristi eventi familiari e la pandemia, con relativa chiusura delle frontiere, ci hanno costretti a stare così a lungo lontani da Refola, che ci ha aspettato paziente al Peake Yacht Services di Chaguaramas. Nel frattempo le abbiamo fatto una bella sorpresa: abbiamo dismesso la bandiera belga e siamo tornati al nostro bel tricolore con le quattro repubbliche marinare! 
Trascorriamo le prime tre notti in una delle camere che il Peake offre ai clienti: costosa e per niente lussuosa (80 US$/notte, la lasciamo appena troviamo una valida alternativa).
Il nostro primo pensiero è rivedere Refola. All’esterno la troviamo sporchissima. La coperta, le cime delle manovre fisse, il dinghy, le rivestiture in origine rosse ci appaiono quasi irriconoscibili: tutto è nero e pieno di muffa. Ci guardiamo sconsolati temendo il peggio anche all’interno, ma tiriamo un sospiro di sollievo vedendo che sotto coperta tutto è in ordine; i deumidificatori manuali al sale hanno fatto il loro dovere, non c’è traccia di muffa.
Verifichiamo subito che il nero all’esterno viene via abbastanza facilmente, basta armarsi di spazzola, acqua e tanta pazienza. Un compito di Lilli, che passerà giorni e giorni inginocchiata a ripulire tutto centimetro per centimetro.
Dal canto mio ho pronta la lista, come al solito lunga, dei lavori da fare:
- provvedo al cambio della bronzina asse/elica
- revisiono il boiler, lavo l’interno e sostituisco le parti elettriche ormai arrugginite
- smonto il portellone di accesso alla sala motore e inserisco delle placche di rinforzo in acciaio per fermare i due rigonfiamenti che si sono formati in corrispondenza del martinetto di apertura
- chiamo una ditta specializzata per la pulizia del serbatoio del gasolio: filtrano in più passaggi i 400 litri presenti e raschiano con cura il fondo del serbatoio (costo 2.000 TT$, circa 255 €)


- cancello dallo specchio di poppa il vecchio porto di registrazione (‘S-Gravenhage, assegnatoci ai tempi della bandiera olandese) e con l’occasione rifaccio fare anche la scritta “Refola” che ormai era tutta rovinata


- dopo che Lilli ha completato la pulizia della coperta, facciamo lucidare l’opera morta, levigare l’opera viva e stendere l’antivegetativa.

Devo affrontare il problema zattera di salvataggio: abbiamo a bordo ancora quella originale, che come la barca ha ormai 17 anni. È stata revisionata più volte, durante il giro del mondo, ma non sempre (scopriamo) in modo affidabile. La consegniamo a Marine Safety, poco distante dal Peake. La aprono, la ispezionano e ci chiamano: la nostra veterana non ha superato il test. Innanzitutto, all’ultima revisione del 2017, la cordicella che provoca l’apertura era stata mal collegata (sostanzialmente, buttandola in acqua, l’autogonfiabile se ne sarebbe andata per conto suo…); inoltre c’erano un paio di piccoli fori, si sarebbe sgonfiata in una giornata. Decisamente abbastanza per prendere una decisione: ordiniamo una nuova zattera, questa volta per 6 persone anziché 8, con grab bag separata per cibo e acqua (costo 2.100 US$).
E veniamo alla nota dolente: il generatore. Il problema, che nel 2020 ci aveva fatto penare durante la navigazione da Jacarè (Brasile) a Trinidad, pare derivare dalla scheda elettronica per il controllo della tensione, che è da sostituire. La cosa non sarebbe in sé complicata e avrei potuto provvedervi io stesso. Ma poiché il generatore mostrava anche lui la sua età, con molte parti arrugginite da ripulire e ridipingere, ho preferito affidare tutto ad una ditta di Trinidad, la Tropical Power, che avevo già contattato nel febbraio 2020. Hanno ordinato la scheda negli Stati Uniti ed il 9 dicembre sono venuti a ritirare il generatore. Sbarcarlo è stata un’impresa: nonostante l’ampiezza del portellone di accesso alla sala motore gli esperti della Tropical Power hanno faticato non poco per farlo uscire, appeso ad un grosso gancio manovrato con maestria da un tecnico a bordo del camion-gru.



È passato un mese e la scheda sembra essere ferma a Miami, in attesa che la dogana permetta il suo trasporto a Trinidad. E così noi siamo bloccati sull’invaso, impossibilitati ad andare in acqua finché il camion-gru non ci avrà riportato e rimontato il generatore… un’attesa davvero frustrante.
Fino al 28 dicembre abbiamo dormito in un B&B alle porte della capitale Port of Spain, piuttosto spartano ma economicissimo (circa 16 €/notte). Eravamo a Saint James, una zona tranquilla piena di scuole e college, e facevamo ogni giorno la spola “casa”-cantiere con un’auto a noleggio altrettanto economica (di nuovo 16 €/giorno, talmente economica che la teniamo anche adesso che viviamo in barca).
La gente di Trinidad è in generale gentile e ci ha colpito molto vederla così rispettosa delle regole anti-covid: tutti indossano la mascherina anche all’aperto, i negozi hanno attrezzato all’ingresso lavandini, sempre riforniti di sapone e carta asciugamani, e nei più grandi ci sono guardie giurate a controllare che i clienti non entrino senza aver igienizzato le mani. È in corso la campagna di vaccinazione, aperta gratuitamente anche agli stranieri: alcuni navigatori presenti al cantiere ne hanno approfittato, noi no perché abbiamo fatto la 3^ dose in Italia prima di partire.
La vigilia di Natale il Peake ha organizzato una colazione rinfresco a cui sono stati invitati tutti gli equipaggi delle barche presenti. Un piccolo gruppo, alla fine, una ventina scarsa di persone. La qualità del cibo non era entusiasmante (per Lilli era immangiabile), ma abbiamo apprezzato il pensiero. La sera dell’ultimo dell’anno, per andare sul sicuro, abbiamo organizzato una spaghettata aglio, olio e peperoncino seguiti da gamberi saltati in padella; abbiamo invitato Antonio e Adriano, due navigatori solitari italiani, che hanno portato lo spumante e dei filetti di squalo niente male. 
Per tirare il fiato, tra un lavoro e un altro, ci siamo concessi un paio di escursioni turistiche che si sono rivelate come minimo piuttosto avventurose. 
La prima è stata nella zona intorno alla città di Diego Martin; volevamo raggiungere un punto panoramico sulla costa settentrionale dell’isola e abbiamo imboccato l’unica strada possibile, che dopo un primo tratto agevole ha cominciato a inerpicarsi su per la montagna con curve sempre più strette e pendenza sempre maggiore. Per me che guidavo, è stata una fatica più che una gita e anche Lilli non si è divertita granché: la strada non era affatto panoramica e quando improvvisamente siamo arrivati alla fine, segnata dal cancello di una stazione radio, abbiamo dato una veloce occhiata all’oceano che si intravvedeva appena sotto di noi e siamo stati ben lieti di fare dietro front e tornare alla base.
La seconda è stata un’escursione di un’intera giornata. Da Port of Spain ci dirigiamo a sud fino a San Fernando, dove deviamo ad est fino a raggiungere la costa. Percorriamo in direzione nord un lungo rettifilo affacciato sull’Atlantico: una lunga, bellissima spiaggia, totalmente deserta. 



Fin qui tutto bene, poi arriva il colpo di genio. Vogliamo vedere Maracas Bay, una delle spiagge più famose di Trinidad.  Google Map ci consiglia di ritornare a Port of Spain e da lì prendere la strada principale, ma noi, impavidi e cocciuti, decidiamo di provare un percorso alternativo: una stradina secondaria che dal villaggio di Arima dovrebbe condurci alla costa settentrionale, dove si trova Maracas Bay. Morale: imboccata verso le 15, la strada all’inizio piacevole e ben asfaltata diventa man mano che avanziamo sempre più stretta e disconnessa. Continuiamo a salire circondati da un bosco fittissimo, e presto il fondo pieno di buche non ci permette una velocità superiore a 10 km/ora … perdiamo il segnale telefonico e non riusciamo a valutare quanto manca all’arrivo. Per farla breve, veniamo colti dal buio quando siamo ancora in montagna, con il carburante che inizia a scarseggiare e la carica del telefono che sta terminando. Riusciamo sì ad arrivare a Maracas Bay, ma ovviamente non vediamo niente perché è buio pesto. Delusione ampiamente superata del sollievo di essere tornati “nella civiltà”, dove facciamo rifornimento di benzina e ci affrettiamo a raggiungere la nostra stanzetta, felici di ritrovare un letto e di aver evitato una nottataccia in macchina in un bosco di montagna…
Ora non vediamo l’ora di ritornare in acqua e lasciare Trinidad appena possibile. La prima destinazione sarà Martinica, per completare alcune riparazioni presso la base Amel; lì valuteremo la situazione: se sarà possibile proseguiremo verso le isole Turk and Kaicos e poi le Bahamas, per risalire infine la costa est degli USA fino ad Halifax in Canada. Nel caso ci fossero difficoltà a causa del Covid, abbiamo il piano B: riattraversare l’Atlantico a maggio e rientrare, dopo 10 anni, in Mediterraneo.