mercoledì 25 maggio 2022

Refola alla scoperta dell'America: West Palm Beach e Fort Pierce (Florida)

 Partendo dalle Bahamas la rotta per raggiungere gli Stati Uniti, o più precisamente la Florida, deve necessariamente attraversare lo stretto di Florida e con esso la corrente del Golfo, che ha intensità variabile ma direzione stabile: spinge sempre verso nord.

Proprio per questo il nostro piano di navigazione prevede un primo tratto con rotta 290°, per raggiungere nel più breve tempo possibile la fascia della corrente; una volta entrati nel flusso, puntiamo con rotta 330° su un WP costiero posizionato circa 20 miglia più a sud della nostra destinazione, che è West Palm Beach. A condurci a destino ci penserà la corrente.

Il piano funziona: serata e notte passano tranquillamente, senza sorprese, con un traffico navale non troppo intenso, presente solo nella parte orientale del canale. Come al solito per le navigazioni notturne ci avvicendiamo in turni di tre ore; una volta in vista della costa Lilli incontra qualche difficoltà nell’interpretare le molteplici luci. Dopo anni di navigazione d’altura ci vuole un po’ ad abituarsi alla navigazione costiera, e tanto più in America dove c’è un aeroporto ogni 30 km, con una frequenza di aerei che supera di gran lunga quella dei nostri treni regionali. Per non parlare delle luci di terra, a dir poco fantasiose.

Alle 7.30 di martedì 17 maggio siamo davanti all’ingresso di West Palm Beach.


Imbocchiamo il canale, ben indicato da segnali rossi e verdi (rossi a dritta, verdi a sinistra!), che percorriamo senza difficoltà durante la stanca di marea. Alle 8.00 ancoriamo di fronte alla dogana, dove formalizzeremo l’ingresso, su un fondale sabbioso di circa 7 metri (26°45.981’N 80°02.589’W).

Gli amici Richard e Odette sul piccolo catamarano White Cat arrivano poco dopo.

Sulle pratiche di ingresso e di navigazione negli USA bisognerebbe scrivere un libro. Di recente è stata introdotta una APP (CBP Roam), scaricabile gratuitamente sui cellulari, che dovrebbe facilitare le operazioni. Per essere pronta e non ritrovarsi impreparata Lilli l’aveva scaricata e studiata da tempo, all’inizio anche con l’aiuto di Cristina che le ha generosamente sacrificato non poche ore del suo tempo di vacanza alle Bahamas. Ma la preparazione e lo studio non sono valsi a molto: al momento di spedire il form per registrare l’ingresso negli USA, appare subito evidente che la APP non gradisce di essere usata con un numero italiano, ne vuole uno americano! Il problema va risolto: dobbiamo assolutamente procurarci, e in fretta, una sim-card americana. Il nostro amico Richard ha già fatto in mattinata un primo tentativo, fallito perché non ha trovato un posto sicuro in cui lasciare il dinghy. Insieme facciamo un nuovo piano di battaglia: atterreremo col gommone di Richard nel posto più vicino possibile al negozio T-Mobile (distante circa un chilometro) e poiché questo approdo si trova sotto un ponte e non c’è possibilità di legare il dinghy, io resterò di guardia mentre Lilli e Richard andranno ad acquistare le sim-card. Ritornano dopo circa 90 minuti con le schede; noi abbiamo scelto l’opzione tutto incluso, traffico illimitato per 60 $ / mese, ma scopriamo presto che questo vale solo per il mio cellulare, mentre usando l’hot spot per connettere il pc, il tablet ed il cellulare di Lilli il traffico è limitato a 15 giga/mese. Ce li faremo bastare!

Prima di sera Lilli riesce, tramite la app CBP Roam, ad inviare all’ufficio Custom & Border Protection la comunicazione del nostro arrivo. Fatta questa prima operazione la procedura prevede che l’equipaggio al completo si presenti all’ufficio CBP per l’identificazione; l’indomani mattina, lavati e stirati, siamo tutti e quattro alla Custom: c’è un po' di coda e dobbiamo fare la fila, ma alla fine dopo circa due ore, con grande sollievo di Lilli, siamo ufficialmente autorizzati a stare negli Stati Uniti d’America per 6 mesi e Refola ha un permesso di navigazione di un anno. D’ora in poi, a quanto pare, dovremo solo comunicare i nostri spostamenti tramite la app.

Tutti contenti, insieme agli amici neozelandesi, rientriamo alle barche e prendiamo accordi per festeggiare l’evento con una bottiglia di prosecco.


Purtroppo invece, solo qualche ora dopo, Odette ci comunica che insospettita dal mal di gola che avvertiva da giorni ha fatto il test per il Covid ed è risultato positivo. È dispiaciuta e preoccupata, teme di averci contagiato, ma Lilli la consola e rassicura: siamo due vecchie rocce… il festeggiamento viene rinviato a data da destinarsi.

Il giorno dopo Richard e Odette decidono di ripartire: visto che devono stare in isolamento tanto vale guadagnare miglia verso nord. Noi ci fermiamo qualche giorno in più, anche perché pur essendo rocce preferiamo esser sicuri di non aver beccato il Covid.

West Palm Beach non è un posto dalle grandi attrattive. Grandi strade assolate a 4 corsie, nessuno a piedi, traffico incessante di auto e camion. Sabato 21 maggio, dovendo fare un po’ di spesa, andiamo con il dinghy al Marina Municipale, dove paghiamo 16 $ per ormeggiare il dinghy; facciamo una lunga camminata sotto il sole per raggiungere il supermercato Publix, ben fornito e non troppo caro; per rinfrancarci pranziamo al ristorante del marina e rientriamo in barca.

Stiamo bene e sono passati tre giorni: la giovane Odette non ci ha trasmesso il covid e quindi possiamo ripartire, limitandoci comunque ad una breve tappa giornaliera: 54 miglia fino a Fort Pierce. 

Domenica 22 maggio salpiamo alle 9.00 e grazie a vento e corrente favorevoli alle 16.00 siamo davanti all’ingresso di Fort Pierce; alle 16.30 ancoriamo in acque piatte su un fondale di 4-5 metri (27°27.909’N 80°18.519’W). Siamo al margine dell’Atlantic Intracoastal Waterway, l’autostrada d’acqua che dalla Florida risale fino a New York; è un’alternativa alla navigazione esterna nell’oceano, ma non adatta a noi per due motivi: la maggior parte dei ponti fissi ha una luce di 65 piedi ed il nostro albero di maestra con le antenne ne misura 68, ed i fondali in bassa marea sono spesso troppo limitati per il nostro pescaggio di 2,05 metri. 

La corrente di marea è notevole ed orienta la barca anche a dispetto del vento, così la prua di Refola si rivolge per 6 ore verso l’uscita in oceano e per 6 ore nella direzione opposta, ma nel complesso l’ormeggio è tranquillo.


Caliamo il dinghy per andare a terra; il marina poco distante non accetta visitatori e non ci lascia attraccare, dobbiamo percorrere oltre un miglio fino al Marina Municipale.

Visitiamo la minuscola cittadina e pranziamo in un locale tipicamente americano, con un numero spropositato di schermi sintonizzati su diversi canali.

 



Per il prosieguo del nostro viaggio aspettiamo da Richard e Odette informazioni sulle profondità del canale d’ingresso a St. Augustine, dove dovremmo ritrovarci. Speriamo arrivino buone notizie!

lunedì 16 maggio 2022

Ultime (dis)avventure alle Bahamas

 

Martedì 10 maggio, alle 7 del mattino, siamo pronti a salpare. Via VHF chiamiamo come prescritto la Capitaneria di Porto per chiedere il permesso di uscire dal porto di Nassau, ma ci viene negato. “Una nave da crociera sta arrivando, dovete aspettare che entri e completi le manovre di ormeggio.” Attendiamo pazienti una buona mezz’ora, richiamiamo e … stessa risposta: ne sta arrivando un’altra. La cosa si ripete una terza volta finché, prima che una quarta nave si profili all’orizzonte, alle 9.20 salpiamo e lasciamo Nassau senza chiamare nessuno.

A bordo del loro piccolo catamarano “White Cat”, ci seguono a ruota Richard e Odette, giovane coppia neozelandese. Non appena fuori dal porto, insieme a un bel vento da nord sui 15-18 nodi, troviamo un mare un po’ incrociato con onde di 1 metro-1 metro e mezzo che non impensieriscono Refola, ma preoccupano invece la povera Odette che soffre il mare: dopo neanche cinque minuti di sballonzolamento ci chiamano alla radio per dirci che tornano indietro per aspettare condizioni migliori.

Un peccato perché dopo circa mezzo miglio l’onda fastidiosa si è già placata. Alle 15 circa siamo a Chub Cay, dove è prevista la sosta notturna in un ancoraggio a detta di tutti un po’ rollante. Poiché siamo in anticipo, decidiamo di seguire un’indicazione trovata su Facebook nel gruppo “Bahamas Land & Sea”: si tratta di un punto di ancoraggio in mezzo al nulla, su fondale di circa 4 metri, che dovrebbe trovarsi 18 miglia più a nord, 2 miglia a NNE di un segnale luminoso che indica il “NW Shoal”, basso fondale di NW. Il navigatore autore di questo post sostiene di avervi ancorato almeno una ventina di volte, senza alcun problema. Proseguiamo quindi in direzione NW ed alle 18.15 giungiamo in prossimità delle coordinate trovate su Facebook: nessuna traccia del segnale che avrebbe dovuto esserci, comunque il fondale è sabbioso, la profondità sui 4-5 metri. Caliamo l’ancora e 50 metri di catena. Effettivamente non si rolla, ma il vento stabile sui 18-20 nodi provoca un discreto beccheggio, con una piccola onda corta e aguzza (25°30.843’N 78°13.890’W).

Passiamo una notte tranquilla ed il mattino seguente ci alziamo prima dell’alba per affrontare la tappa di 70 miglia fino a Bimini. Mentre facciamo colazione sentiamo un forte rumore a prua, che sembra venire dal salpancora. A forza di saltare sulla piccola onda aguzza, l’impiombatura del cavo parastrappi ha ceduto ed il nostro gancio bello e robusto, dopo quasi 18 anni di onorato servizio, è finito in mare. Ci dispiace lasciarlo, ma abbiamo fretta di partire.

Salpiamo alle 6.15 dell’11 maggio (compleanno di Lilli!) e mettiamo la prua verso NW; il vento da nord, all’inizio sui 12-14 nodi, poi aumenta a 15-18. Procediamo a vela; siamo sul Great Bahama Bank, un estesissimo basso fondale su cui navighiamo per miglia e miglia su 4-5 metri d’acqua.

Alle 15 aggiriamo a nord l’isola di Bimini, ne costeggiamo il lato occidentale ed alle 16 siamo davanti al passaggio che conduce all’interno della laguna, ignari della difficoltà in cui a momenti incapperemo. La marea è crescente, il nostro pescaggio di 2,05 metri non dovrebbe creare problemi; c’è però un’onda da ovest abbastanza importante, di circa 1 metro, che spinge verso terra; a completare il quadro, una serie di segnali rossi e verdi che ci provocano disorientamento. Lilli ed io stiamo discutendo cercando di interpretarli quando sentiamo la chiglia sbattere con fragore sul fondo di sabbia con piccole rocce. Aumento istintivamente i giri al motore, ma la barca non si muove. L’onda successiva ci spinge in avanti, ma di nuovo tocchiamo il fondo e siamo di nuovo fermi. Sono secondi interminabili: mentre io resto al timone per essere pronto a manovrare appena liberi Lilli chiama al VHF per avere consigli da altre barche. Rispondono in due ma nel frattempo ci siamo disincagliati: un’onda finalmente ci solleva abbastanza da liberarci.

Ripreso il fiato, imbocchiamo il canale che adesso vediamo chiaramente, con i rossi a destra e i verdi a sinistra. Lo percorriamo tutto, superando numerosi marina, fino a raggiungere la zona di ancoraggio che avevamo prescelto, prossima all’estremità settentrionale dell’isola, lato laguna. Alle 17.00, finalmente, caliamo l’ancora in acque perfettamente piatte, su un fondale di sabbia di 4-5 metri (25°45.196’N 79°16.550’W). Lilli richiama al VHF per dire che va tutto bene.

Va davvero tutto bene? Refola è forte e non ha riportato danni, ma noi restiamo scossi ed increduli per giorni, continuando a chiederci dove abbiamo sbagliato.

Andiamo a vedere un relitto spiaggiato sul lato occidentale dell’isola e per due volte ci rechiamo col dinghy all’ingresso per cercare di comprendere la dinamica dell’incaglio, ma non è semplice: tutto si è svolto in 5 minuti, la traccia sul plotter indica che siamo passati SUL segnale verde, ma non ricordiamo se lo abbiamo lasciato a sinistra o a dritta.






 Ho pilotato fidandomi della cartografia Navionics, mantenendomi su profondità che dovevano essere sui 4 metri, ma probabilmente la cartografia elettronica è imprecisa e l’onda ha fatto la differenza. Vogliamo però essere sinceri: a differenza di quanto eravamo soliti fare nelle pass del Pacifico, non ci siamo preparati adeguatamente a questo ingresso. Se lo avessimo fatto, avremmo saputo che è sconsigliato affrontarlo con onda da W, che i bassi fondali lì intorno sono “shifting sand”, ovvero bassi fondali che vengono continuamente spostati dall’effetto di maree, correnti e mareggiate. In buona sostanza, avremmo dovuto aspettare un momento più favorevole, come ha fatto il catamarano che ci precedeva, che ha proseguito verso gli ancoraggi di Bimini sud. Lezione imparata!  

Il nostro ancoraggio è molto tranquillo, l’acqua è scura ma in compenso ultra piatta. A movimentare la situazione ci pensano gli idrovolanti, che più volte al giorno usano la laguna come pista di atterraggio, talvolta sembrando sfiorare i nostri alberi.




Nelle spedizioni di studio sulla disavventura dell’ingresso troviamo il tempo di fare un giro a terra ad Alice Town. Lasciamo il dinghy al Brown’s Marina e andiamo in cerca della dogana (dove faremo l’uscita), per vederne collocazione e orari. Pranziamo in un ristorantino: io prendo un piatto tipico delle Bahamas, il conch fritto, il mollusco che vive in grosse conchiglie a 3 o 5 punte. Discreto, ma non entusiasmante. Chiediamo al Brown’s Marina quanto costerebbe l’ormeggio per Refola: “1,75 US$/piede - ci risponde l’addetto - ma chiamatemi prima di arrivare per essere sicuri che ci sia posto”. Quest’ultima precisazione ci sembra un po' esagerata, visto che il marina è praticamente vuoto; inoltre il tizio ci chiede 10 $ per aver lasciato due ore il dinghy al suo pontile. Negative vibrations: non passeremo qui l’ultima notte prima della partenza.

 


Nel frattempo arrivano anche gli amici neozelandesi sul piccolo “White Cat”; decidiamo insieme di partire lunedì sera e fare navigazione notturna attraversando il Canale di Florida e la corrente del golfo con rotta su West Palm Beach. Lilli è contenta: temeva un arrivo serale con l’incombenza del buio, mentre atterrare di mattina le crea meno ansia.

 


Alle 18.30 di lunedì 16 maggio tiriamo su l’ancora e percorriamo le 3 miglia di canale fino alla pass. Mille volte abbiamo recitato a memoria, come fosse una poesia, il percorso di uscita: un alto palo da lasciare a sinistra, due segnali rossi da lasciare a sinistra fino a raggiungere un verde da lasciare a destra, superato il quale si accosta di 90° a dritta e lasciando a sinistra l’ultimo rosso si è fuori! La situazione è tranquilla, poco vento, acque calme e poca onda, ma noi proviamo ugualmente un po' di apprensione. Finalmente affrontiamo l’uscita: io al timone, Lilli al mio fianco che mi ripete continuamente la profondità che legge sullo strumento digitale sottocoperta.

In pochi minuti siamo fuori: gran sospiro di sollievo e rotta su West Palm Beach, USA!

 

 

 

giovedì 12 maggio 2022

Bahamas: le penultime isole e Nassau

 

Domenica 24 aprile lasciamo Shroud Cay. Pensavamo di fare una breve tappa, fino a Normans Cay, ma arrivati là il posto non ci appare molto attraente: area di ancoraggio circondata da bassi fondali e distante da terra, e in più senza segnale telefonico. Decidiamo di proseguire fino all’isola successiva, Highborne Cay, dove peraltro riusciamo già a scorgere il profilo di un’alta antenna per telecomunicazioni. Ecco la nostra meta!

L’ancoraggio questa volta ci soddisfa molto: fondale sabbioso di 5-6 metri (24°42.645’N 76°49.774’W); volendo c’è anche un marina molto protetto, con profondità accessibili anche al nostro pescaggio.

Andiamo a visitarlo con il dinghy. Non appena mettiamo piede a terra siamo avvicinati da un signore che con modi cortesi ci chiede di cosa abbiamo bisogno, perché l’isola è privata e l’accesso è limitato solo al negozio e al pontile del carburante. Ovviamente siamo colti da un’improvvisa necessità di comprare qualcosa ed entriamo nel negozio, discretamente fornito anche di cibo fresco. Non poniamo attenzione ai prezzi e la paghiamo cara: usciamo con quattro cose, dopo aver pagato più di 50 US$!

Il giorno seguente, con un’altra scusa, torniamo a fare visita al marina. Notiamo all’ingresso un affollamento di persone e incuriositi andiamo a vedere: stanno sfilettando una montagna di pesci, degli splendidi dorado, e gettano gli scarti in mare, per la gioia di una moltitudine di squali che si azzuffano per conquistarsi il rancio lasciando appena qualche brandello ai numerosi gabbiani che tentano di partecipare al banchetto.


Dopo aver osservato la perizia e la cura con cui svolge la sfilettatura, chiediamo al giovane uomo se il pesce è in vendita; ci risponde di no, quello che vediamo è il frutto della sua giornata di pesca. Ci osserva a sua volta, pensieroso, poi ci chiede quanti siamo a bordo e ci invita a prendere una busta di nailon alle sue spalle. Obbediamo senza capire e restiamo sbalorditi quando lo vediamo riempire la busta di filetti di pesce e porgercela, con un sorriso. Lo ringraziamo della sua generosità e, forse per compensare la fortuna di aver ricevuto un regalo così bello e inatteso, entriamo un’altra volta nel negozio dove compriamo altre quattro cose spendendo i soliti 50 US$. L’ago della bilancia della fortuna torna al centro!

Al pontile dei dinghy, prima di rientrare in barca, assistiamo ad una scena curiosa: l’addetto alla sorveglianza ha ora sulla spalla un grosso pappagallo, che accarezza amorevolmente; vedendoci arrivare fa partire col cellulare una canzoncina che il pappagallo evidentemente apprezza e conosce perfettamente, tanto da accompagnarla, quasi danzando e cantando, con movimenti della testa e del corpo e la sua voce sgraziata.


Dopo tre giorni di sosta ad Highbourne, giovedì 28 aprile salpiamo per andare ad Allens Cay. Navighiamo 5 miglia, ma in linea d’aria ci spostiamo di appena 2-3 miglia; l’antenna delle telecomunicazioni è ancora ben visibile e infatti riceviamo un forte segnale. Anche Allens Cay è un posto piacevole: diamo fondo ad ovest dell’isola, su un fondale sabbioso di 5-6 metri (24°44.963’N 76°50.499’W); la particolarità di questo grappolo di isolotti, che lo rende meta privilegiata per i motoscafi pieni di turisti in gita giornaliera da Nassau, è di essere abitati esclusivamente da una grande comunità di iguane.  In realtà non sono molto belle, a Lilli addirittura fanno un po’ schifo, e sembrano quasi ammaestrate: quando arrivano i turisti si avvicinano a frotte, muovendosi veloci, perché sanno che ai turisti (anch’essi ammaestrati) sono stati consegnati spiedini con chicchi d’uva, di cui a quanto pare le iguane sono ghiotte.




Ci concediamo due giorni di relax, con bagni in acqua super trasparente, ma ahimè la vacanza di Angelo e Cristina sta per finire e dobbiamo raggiungere Nassau, a 32 miglia, dove loro prenderanno l’aereo per tornare a casa. In un primo tempo avevamo pensato di evitare il passaggio sotto i due ponti di Nassau e fare il lungo giro esterno che passa a nord, ma ad una lettura più attenta della carta nautica vediamo che entrambi i ponti hanno una luce di 21 metri in alta marea: noi impegniamo 20 metri e 80 cm compresa l’antenna e arriveremo in bassa marea. Si cambia percorso!

Non senza emozione alle 15 del 1° maggio passiamo indenni sotto i due ponti che uniscono New Providence, l’isola dove si trova la capitale delle Bahamas Nassau e Paradise Island, un grande isolotto privato che ospita il gigantesco ed iconico Atlantis Resort.



La zona di ancoraggio è di fronte al marina più occidentale (Bay Street Marina). Stiamo cercando il posto più adatto per calare l’ancora quando, a causa di un errore della cartografia elettronica Navionics, ci impiantiamo su un fondale morbido di 2 metri (Refola ne pesca 2,05 e, come detto, siamo in bassa marea). Non è una situazione di pericolo e la chiglia di sicuro non ha subito danni, ma dobbiamo aspettare circa due ore prima che la marea alzandosi ci liberi e ci permetta finalmente di ancorare (25°04.781’N 77°19.784’W).

Nassau è una vera città, con tante automobili ed un traffico intenso, a cui non siamo più abituati. A poca distanza dal nostro ancoraggio, nella parte occidentale della città, c’è il centro storico e la zona portuale dove ormeggiano ogni giorno da due a quattro enormi navi da crociera, che arrivano all’alba e se ne vanno al tramonto dopo aver inondato di turisti la città, che infatti è piena di negozi di gioelli, articoli da regalo e alla moda, negozi di liquori.



Per vedere qualcosa di New Providence ci affidiamo alla rete di pulmini pubblici: un grande giro spendendo 1 US$ a testa!!!!

Venerdì 6 maggio salutiamo Angelo e Cristina, che voleranno a Linate via Washington e Monaco. Siamo stati bene con loro da quando sono arrivati a Le Marin in Martinica, il 15 marzo, e sicuramente ci mancheranno.

Ora dobbiamo fare un rabbocco di cambusa e, appena il meteo ci darà una buona finestra, raggiungeremo la nostra ultima isola delle Bahamas, Bimini, dove faremo le pratiche di uscita per mettere la prua SULL’AMERICA, PRECISAMENTE A WEST PALM BEACH, FLORIDA!!!

 

lunedì 25 aprile 2022

Bahamas: Exuma Cays Land and Sea Park

Dall’ancoraggio di Big Galliot Cay visitiamo con il dinghy l’isola vicina, Cave Cay, un’isola privata dotata di pista d’atterraggio per piccoli aerei e di un vero marina super protetto, a cui possono accedere però solo barche con pescaggio ridotto, max 1 metro e mezzo. Al ritorno da questa escursione (circa 3 miglia tra andata e ritorno) troviamo un po’ d’onda e grazie al vento al traverso rientriamo su Refola bagnati come pulcini.


Venerdì 15 aprile salpiamo alle 8.10 in marea crescente, sulla pass troviamo piccole e aguzze onde stazionarie; appena fuori ci mettiamo in rotta 325° e spieghiamo le vele.

Il vento sui 15-17 nodi al gran lasco ci consente una velocità di 6-7 nodi, alle 11.20 entriamo nella pass di Staniel Cay e attraverso un tortuoso percorso irto di scogli e bassi fondali, che affrontiamo con estrema cautela, giungiamo ad un ampio spazio senza onda ma con un forte giro di corrente dove sono posizionate 4 boe di ormeggio. Ne prendiamo una: cime e redance sembrano in ottimo stato (24°10.808’N 76°26.761’W). Siamo di fronte ad un’alta antenna per le comunicazioni, quindi segnale forte assicurato, e molto vicini alla principale attrazione del luogo: la grotta marina dove furono girato parecchie scene famose del film “007 Thunderball”. 

Staniel Cay ha una forte vocazione turistica: c’è uno Yacht Club molto frequentato, un piccolo marina che offre anche bungalows e camere, una pista di atterraggio per piccoli aerei, con parecchi voli giornalieri. Non ci sono automobili, ma solo (poche) mini-car elettriche. Nel complesso tutto gradevole, anche grazie alle piccole dimensioni.

A differenza di Lilli ed Angelo, Cristina ed io non ci facciamo mancare la nuotata nella grotta di Thunderball, che qui chiamiano “il grotto”. Nella bassa marea, quando la corrente è più debole, l’isolotto del “grotto” può essere attraversato a nuoto iniziando dall’accesso sul lato ovest fino ad uscire sul lato est: bei coralli e tripudio di pesci coloratissimi.




Confortati da una connessione eccellente, passiamo a Staniel Cay tre giorni; ci concediamo un aperitivo serale al bar dello Yacht Club ed ammiriamo una quantità di grossi squali aggirarsi tra le barche.



Il mattino del 18 aprile (lunedì di Pasqua), quando eravamo pronti a mollare gli ormeggi, puntuale come una cambiale arriva un giovane dal volto sorridente: deve riscuotere la tariffa della boa, 20 US$/notte. Dopo un primo moto di delusione (ci eravamo illusi che fosse gratuita), volentieri versiamo l’obolo dei 60 US$, dal momento che nel frattempo avevamo appreso che le boe gestite dal Marina costano 50 US$ a notte; ma poi, vedendo il ragazzotto allontanarsi velocemente senza accostare le altre barche sulle boe vicine, pensiamo: “Però, che tempismo… se veniva due minuti dopo eravamo già liberi!” e a seguire: “ma sarà stato veramente l’omino delle boe? Era così sorridente, neanche una ricevuta…”.

Vabbè, lasciamo perdere. Partiamo alle 9.20 diretti a O’Briens Cay, a 13 miglia, primo sito che fa parte del parco naturale delle isole Exuma – Exuma Cays Land and Sea Park; alle 11.35 prendiamo una boa libera su un fondo sabbioso di 4-5 metri (24°19.378’N 76°33.447’W).

Nel pomeriggio col dinghy visitiamo il vicino “Coral Garden”, di cui ci aveva parlato l’amico Luciano Raspolini: bel corallo e pesci colorati. A poca distanza andiamo a vedere pure il sito di un relitto, segnalato con una boa, di un piccolo aereo caduto.




Il giorno seguente, martedì 19 aprile, ci spostiamo di circa 11 miglia fino a Warderick Wells Cay, quartier generale dell’Exuma Park. Prima di arrivare prenotiamo via VHF una boa, visto nel canale non è possibile ancorare e secondo le previsioni nei prossimi giorni ci sarà vento forte.

Il canale ha una forma quasi circolare, vi si accede attraverso una coppia di boe rosso-verde, 3 boe sono all’esterno, mentre una ventina sono dopo il “cancello”; sono tutte dotate di galleggianti e grossi cavi, in ottimo stato di manutenzione. A terra una spiaggetta con lettini in plastica a disposizione dei visitatori e due grandi costruzioni in legno: una, sovrastante il pontile per i dinghy, ospita l’ufficio del Park (che vende anche alcuni articoli da regalo estremamente costosi) e un magazzino attrezzato per la manutenzione delle boe; l’altra, distante circa 100 metri, è riservata all’alloggio del personale del parco.



Anche qui passiamo 3 giorni. La boa ci costa 50 US$/notte, non c’è traccia di segnale telefonico. Solo in cambio di 6 birre otteniamo da un guardiano la password di una rete locale, che però è disponibile solo in prossimità dell’ufficio e non dalla barca… comunque sempre meglio di niente.

Venerdì 22, alle 9.35, lasciamo Warderick Wells Cay per raggiungere Shroud Cay, a 18 miglia, ultima tappa dell’Exuma Park; questa volta però invece che uscire in oceano navighiamo nel percorso interno alla barriera, praticamente senza onda, con un vento fresco sui 20-25 nodi che prendiamo al traverso e ci fa volare alla meta. Alle 12.20 diamo ancora ad ovest dell’isola, su un fondale di sabbia di 4-5 metri (24°31.433’N 76°48.106’W).

Ci sono molte barche. C’è anche un campo boe con alcuni posti liberi, ma vediamo sulla carta che per raggiungerle bisogna superare alcuni fondali limitati, tra 1,8 e 2,0 metri: noi preferiamo andare sul sicuro e ci fermiamo prima.

Il giorno seguente con il dinghy facciamo un’escursione in una sorta di palude interna, dove si può entrare solo con l’alta marea. “Palude” non rende la bellezza del luogo, ricco di mangrovie e con acqua super trasparente; più volte dobbiamo sollevare il motore, scendere dal gommone e trainarlo nell’acqua bassa. Un paesaggio straordinario ed immobile, a pochi metri dall’oceano ruggente.

sabato 16 aprile 2022

Dalle Isole Vergini Britanniche alle Bahamas

 La navigazione dalle Vergini Britanniche, Jost Van Dyke, fino alla Repubblica Dominicana è molto piacevole: vento al gran lasco, all’inizio con raffiche a 20 nodi, che poi il giorno seguente cala mediamente tra 8 e 14 nodi. Navigando sempre a vela arriviamo al Marina di Puerto Bahia alle 11.30 di domenica 27 marzo (19°11.678’N 69°21.339’W).

Il Marina di Puerto Bahia è una struttura moderna che integra un grande resort, due piscine e due ristoranti, oltre a un piccolo supermarket. Per la comodità dei naviganti (al momento non ci sono più di 10 barche) ospita pure gli uffici di immigrazione, custom e capitaneria. I prezzi, naturalmente, sono adeguati a tanto lusso...

Un gentile signore che lavora al Marina ci noleggia la sua auto per 65 US$; ne approfittiamo per fare un giro turistico nella penisola di Samanà, estremità nord orientale della Repubblica Dominicana. Il traffico è abbastanza caotico e le strade non sono in ottime condizioni, con un sacco di buche e lunghi tratti non asfaltati, senza contare i numerosi dossi finalizzati a ridurre la velocità dei numerosi veicoli in circolazione. Visitiamo un paio di lunghe spiagge affacciate sull’Atlantico.

Pranziamo in un bellissimo ristorante stile “open space”: senza pareti verticali, con un altissimo tetto di legno sorretto da possenti colonne intarsiate, a due passi dall’oceano. Cibo buono, prezzo super accettabile. 


Non perdiamo l’occasione per un rabbocco alla cambusa e completiamo il giro a Sanchez, centro famoso per i camarones (gamberi). Ne acquistiamo 1 chilo per la cena e rientriamo in barca prima del buio.

Mercoledì 30 marzo alle 12.00 lasciamo Puerto Bahia per una tappa di 120 miglia fino all’Ocean World Marina, sulla costa settentrionale della Repubblica Dominicana. Dobbiamo aggirare in senso antiorario la penisola di Samanà: un lungo tratto che siamo costretti a percorrere a motore, con il vento da E-NE dritto sul naso. Quando modifichiamo la rotta per NW, con il vento che rimane costante da E-NE, possiamo procedere a vela, un po’ disturbati per tutta la notte dall’onda di 2-3 metri al giardinetto.

Alle 11 del mattino di giovedì 31, con il vento per l’occasione aumentato a 18-22 nodi, imbocchiamo il canale di accesso all’Ocean World Marina, segnalato da boe rosse e verdi (le rosse da lasciare a dritta), che presenta alla fine una stretta curva a gomito a sinistra. Una volta dentro, si è riparati dall’onda che frange incessante sull’alta muraglia del frangiflutti. Anche qui pochissime barche, meno ancora che a Puerto Bahia, e anche qui siamo all’interno di un ampio complesso turistico con alberghi, parco acquatico, piscine e ristoranti.

Noleggiamo un’auto per fare la spesa in città a Puerto Plata e per ricaricare la bombola del gas, operazione questa che si rivela alquanto complicata: dobbiamo cambiare l’attacco della bombola e sostituire il riduttore di pressione. In un negozio che vende ogni genere di merce troviamo modo di fare tutto e ce la caviamo con una spesa complessiva di 36 US$. Visitiamo il centro storico di Puerto Plata, carino ed accogliente, con case coloniali e piccole viuzze. Pranziamo a Casa 40, un bistrò gestito da giovani professionali e preparati e paghiamo 12 € a testa per 4 piatti originali comprese le bevande.


Fissiamo la partenza per sabato 2 aprile: la destinazione è Grand Turk, capoluogo dell’arcipelago Turk appartenente alla nazione insulare di Turks & Caicos. Il personale dell’Ocean World Marina ci avvisa della necessità di fare un tampone, senza aggiungere altre incombenze. Noi eseguiamo (65 US$ a testa) ed alle 15.00 molliamo gli ormeggi.

Navighiamo veloci con vento al traverso e onda sui 2-3 metri; riduciamo la velatura per non arrivare di notte. Alle 9.00 del mattino di domenica 3 aprile caliamo l’ancora davanti al vecchio molo di Gran Turk (21°26.085N 71°09.066’W).

Messo in acqua il dinghy, Lilli ed io ci rechiamo a terra per le consuete pratiche d’ingresso, ma ci attende un’amara sorpresa. L’addetto della dogana ci chiede come prima cosa se abbiamo fatto la pratica on-line per il permesso sanitario. “No – rispondiamo – ma abbiamo fatto il test ed è negativo!”. “Mi dispiace – dice lui – tornate in barca e richiedete il permesso on-line. Quando lo otterrete, e potrebbero volerci due giorni, tornate qui. Nel frattempo, non potete scendere a terra.” Siamo avviliti e frustrati: siamo senza connessione perché non abbiamo una sim card locale, e non possiamo procurarcela perché ci è proibito muoverci a terra. Rientriamo in barca e a malincuore prendiamo la decisione: rinunciamo alla sosta nelle Turks & Caicos e ci dirigiamo immediatamente al più vicino porto d’ingresso delle Bahamas, Mayaguana, dove speriamo di arrivare prima che scada la validità del tampone fatto in Repubblica Dominicana.

Una notte di riposo e lunedì 4 aprile alle 13.30 ripartiamo per la nuova tappa di 126 miglia. Arriviamo dopo 24 ore, il 5 aprile, ad Abraham’s Bay, sul versante meridionale di Mayaguana. È una vasta area (4,5 x 1,6 miglia) che di “baia” ha solo di nome, visto che è delimitata su due lati da una lunga barriera corallina. Entriamo dalla pass di SW, che offre fondali più generosi, navighiamo a vista su profondità ridotte per circa 1 miglio ed ancoriamo su un fondale sabbioso di circa 4 metri (22°19.913’N 73°01.551W).

È già ora di pranzo ma non possiamo rimandare le pratiche di ingresso perché la scadenza del nostro tampone è proprio il 5 aprile. Lilli ed io ci armiamo di coraggio e ci rechiamo a terra col dinghy. Il motore fuoribordo, nominalmente di 9,8 CV, per problemi di carburazione ne produce realmente solo 2. Impieghiamo un’ora per percorrere le 3,5 miglia e raggiungere l’agognato molo, cui si accede attraverso un angusto passaggio malamente segnalato da minuscoli paletti (che infatti noi manchiamo di scorgere). A seguire, una bella camminata di 20 minuti per trovare gli uffici governativi. Arriviamo che è quasi orario di chiusura, l’ufficio è pieno di persone che sono qui dal mattino; dopo qualche quarto d’ora d’attesa ci viene detto di tornare il mattino successivo alle ore 9. Rassegnati, ci avviamo verso il dinghy subendo un’ulteriore delusione: il negozietto che dovrebbe vendere le sim card, in contrasto con gli orari di apertura indicati, è superchiuso. Quando riusciamo a tornare in barca Lilli per la gioia bacia la tuga di Refola.

La mattina dopo, il 6 aprile alle 7.40, l’avventura ricomincia. Questa volta siamo attrezzati con borsa stagna e cerate antispruzzo, e ovviamente non sbagliamo l’imbocco del canale per il molo. Tutto bene quindi? No. Raggiunto l’ufficio governativo, un’altra doccia fredda: le pratiche sono ferme perché internet non funziona in tutta l’isola, non si sa quando verrà ripristinata la linea.

Attendiamo pazienti facendo nel frattempo amicizia con la gentile signora che ci segue, da noi soprannominata Yellow Lady. Mentre Lilli non molla la postazione io vado al negozio della compagnia telefonica BCT (aperto solo al mattino) e compro 2 sim card, una per noi e l’altra per Angelo e Cristina. In sole 5 ore riusciamo ad ottenere il permesso di navigazione ed i timbri di ingresso sui passaporti. Felici come pasque affrontiamo la “traversata” col nostro dinghy-tartaruga ed alle 15.15 siamo in barca, distrutti dalla fatica ma soddisfatti.

Finalmente ristabiliti i contatti col mondo, sentiamo Luciano Raspolini, un amico trentino che sta navigando alle Bahamas; concordiamo di incontrarci entro sabato a George Town sull’Exuma Sound, prima che arrivi il vento da nord.

Giovedì 7 aprile affrontiamo una tappa di 154 miglia fino a Conception Island: partiamo alle 9.50 con vento in poppa piena sui 15-20 nodi; un’altra navigazione notturna e arriviamo l’indomani, venerdì 8 aprile, alle 12.00.

Mettiamo l’ancora sulla baia ad W dell’isola, su un fondale di 8 metri di sabbia, acqua trasparente e pulita con una visibilità eccezionale (23°50.946’N 75°07.417’W).

Ci sono un’altra decina di barche, ma la baia è molto grande perciò c’è molto spazio; facciamo un bagno tonificante (l’acqua non è caldissima), vediamo un paio di razze sul fondo muoversi sospettose, ci gustiamo il tramonto a ovest con un corposo gin-tonic.

Sabato 9 aprile ci spostiamo di 42 miglia a SW; partiamo all’alba per arrivare con una buona luce; all’inizio il vento che prendiamo al traverso, ancorché debole, ci permette di procedere a vela con una buona media sui 6 nodi, poi verso metà percorso ci gira in prua e dobbiamo accendere il motore. Alle 13 affrontiamo la pass di ingresso all’Exuma Sound seguendo la rotta indicata dalla cartografia Navionics che vediamo sul plotter esterno. Proseguiamo fino alla zona di ancoraggio di cui Luciano ci ha inviato le coordinate; alle 14.10 caliamo l’ancora a fianco del Westerly Petrel Blue di Luciano, su un fondale di 4 metri di sabbia finissima, ottima tenitrice (23°30.801’N 75°44.998’W).

Nel frattempo il vento è rinforzato da NW a 20-25 nodi, ma l’ancoraggio con 40 metri di catena tiene bene. Luciano viene a trovarci e ci regala mille suggerimenti ed utili informazioni: avendo trascorso qui 3 stagioni, conosce le Bahamas come le sue tasche. Lo invitiamo a cena con il suo compagno di viaggio per il giorno successivo.  Una serata allegra e piacevole.

Lunedì salutiamo Petrel Blue: Luciano passerà da Cuba per poi terminare la stagione in Guatemala; noi invece ci tratteniamo ancora un paio di giorni in attesa che il vento cali e giri ad est.

Salpiamo mercoledì 13 aprile per una tappa di 40 miglia fino a Big Galliot Cay: sveglia prima dell’alba, consueta abbondante colazione, ed alle 7.00 tiriamo su l’ancora e percorriamo verso NW il lungo canale che ci porta in mare aperto, alle 8.00 siamo fuori e mettiamo vela.

Vento da est al giardinetto sui 15-20 nodi e mare sui 2-3 metri ci procurano un rollio rilevante e fastidioso, che l’equipaggio di Refola regge stoicamente. Alle 12.30 siamo davanti alla pass, che la cartografia Navionics indica soggetta a forti correnti; la affrontiamo con rotta 220° ed in effetti troviamo una corrente a favore di circa 2-3 nodi; aggiriamo, lasciandolo a dritta, un piccolo isolotto e dopo un’ampia perlustrazione del fondale ancoriamo su un fondo di sabbia dura sui 6-7 metri (23°55.317’N 76°17.326’W).


Il posto è suggestivo, i colori dell’acqua stupendi. Nei: 1) il vento non ci molla mai, mentre una volta ancorati si preferirebbe un po’ di quiete; 2) il mare sembra deserto: a parte una tartaruga gigante, non vediamo un pesce neanche col binocolo. Ma non ci lamentiamo…